Cortesia

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Il senso comune tende a considerare la cortesia ora in chiave positiva, ora in chiave negativa[1]. A volte si pensa che sia un valore, qualcosa che aiuta a sentirsi rispettati e considerati e a star bene con gli altri. Altre volte invece ci si concentra su regole sociali da rispettare e la si considera qualcosa di formale, una sorta di rituale, o addirittura viene guardata con sospetto, perché si pensa che abbia una componente di falsità o per lo meno un difetto di spontaneità.

Sulla cortesia c'è oggi un vasto filone di ricerche scientifiche, che vanno dalla linguistica, alla psicologia, la sociologia e l'antropologia culturale. In linguistica è stato fondato nel 1998 il The Linguistic Politeness Research Group (Gruppo di ricerca di linguistica sulla cortesia) con il Journal of Politeness Research (Giornale di ricerca sulla cortesia). Le ricerche scientifiche ci aiutano a capire i giudizi ambivalenti del senso comune, dato che descrivono forme diverse di cortesia, ora più o meno false, ora autentiche. C’è un fatto interessante che emerge dagli studi degli ultimi decenni: le forme autentiche di cortesia sono fondamentali per il buon funzionamento della comunicazione, le relazioni interpersonali e anche la produttività nel lavoro.

La cortesia difensiva[modifica | modifica wikitesto]

Il modello pragmalinguistco[modifica | modifica wikitesto]

Lo studio scientifico sistematico della cortesia comincia negli anni Settanta col lavoro della linguista americana Robin Lakoff (1973)[2] e poi di Penelope Brown e Stephen Levinson (1978)[3], il cui modello teorico, che rientra in quella specializzazione della linguistica nota come pragmatica, ha influenzato buona parte della ricerca successiva e ancora oggi costituisce un riferimento fondamentale. Da Lakoff in poi le teorie pragmalinguistiche muovono dal presupposto che la cortesia serve a salvare l'armonia sociale minacciata dalla comunicazione. Per questo si parla di cortesia difensiva. Lakoff ha sostenuto che la cortesia si fonda su tre regole:

a) non importi b) offri alternative c) fai sentire l’altro a proprio agio

Tutte e tre le regole evitano che la comunicazione minacci l’armonia nei rapporti e la pace sociale.

Si può restare perplessi a sentir dire che la comunicazione minaccia la pace sociale. A rifletterci però è così e le ricerche lo dimostrano: comunicare a volte turba l'armonia nel rapporto con gli altri. La cortesia difensiva impedisce che comunicare guasti i rapporti, è una sorta di meccanismo protettivo che ci consente di comunicare in tranquillità.

Salvare la «faccia»[modifica | modifica wikitesto]

Brown e Levinson (1978[3], 1987[4]) si rifanno al concetto di «faccia» del sociologo Erving Goffman (1959)[5]. Le persone tengono alla figura che fanno in pubblico, quando interagiscono con gli altri. Da un lato si aspettano che il loro spazio personale sia rispettato: è questa la «faccia negativa», basata sul diritto a non essere invasi o ostacolati. Dall'altro si preoccupano di essere apprezzati: è la «faccia positiva». A seconda che difenda un tipo di faccia o l'altra, si parla di cortesia negativa e cortesia positiva. Ad esempio esprimere un ordine sotto forma di affermazione (dire "La porta è rimasta aperta", anziché “Chiudi la porta”) è cortesia negativa, che serve a salvaguardare lo spazio dell'altro, a non intromettersi nel suo mondo e subordinarlo a noi. Non ignorare un conoscente che si incontra, salutarlo, magari cordialmente, fermandosi a parlare, è cortesia positiva che fa sentire l'altro importante.

La «faccia» nelle culture collettivistiche[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni studi portati avanti in culture collettivistiche o olistiche (ad esempio quella cinese o giapponese) hanno messo in discussione la tesi che all’origine della cortesia difensiva ci sia la salvaguardia della propria faccia.

Yoshiko Matsumoto (1988[6], 1989[7]) e Sachiko Ide (1989)[8] hanno messo in evidenza che i giapponesi hanno un rigido protocollo di comportamento a seconda dei contesti sociali, che si traduce anche in formule linguistiche diverse a seconda dei rapporti tra gli interlocutori al fine di adottare il comportamento socialmente appropriato a seconda delle situazioni. Anche per i cinesi, come ha evidenziato Yueguo Gu (1990)[9], il comportamento cortese conserva l’organizzazione sociale e per il singolo attenercisi è un obbligo morale verso la collettività. In quest'ottica essere cortesi è semplicemente fare ciò che il ruolo sociale prevede si faccia.

In realtà, a ben guardare, la funzione di salvare la faccia c'è anche nelle culture collettivistiche. Solo che qui conta la faccia collettiva, quella del gruppo di appartenenza, non quella individuale. C’è, come si dice, un sé interdipendente', cioè ciò che io sono viene definito dalle caratteristiche del gruppo di appartenenza e da come mi inserisco in questo. Nelle culture occidentali invece c’è un sé indipendente, definito in base a come mi distinguo dagli altri[10]. Addirittura sembrerebbe che nelle culture collettivistiche la preoccupazione di salvare la faccia sia più marcata che nelle occidentali. Proprio in quanto il sé non viene definito distinguendosi, ma identificandosi nel gruppo, occorre stare molto attenti alla figura che si fa: è in gioco l'immagine del gruppo e il singolo ha una seria responsabilità.

Come osserva Richard Watts (2003)[11], in ogni caso la cortesia difensiva è espressione di un “comportamento politico”, teso a mantenere la pace sociale nella nostra vita quotidiana, comportamento che nelle culture individualistiche si traduce nella difesa della faccia individuale, nelle collettivistiche della sociale.

Le critiche al modello pragmalinguistico[modifica | modifica wikitesto]

Come nota Parisio Di Giovanni[1] un limite del modello pragmalinguistico è che trascura altre minacce da cui la cortesia difensiva protegge. Attacchi possono venire anche dalla comunicazione non verbale, non dal linguaggio, o anche da certi comportamenti (arrivare tardi a un appuntamento, passare avanti in una fila). Inoltre minacciato può essere il sé, non solo la faccia. Noi infatti costruiamo la conoscenza di noi stessi in gran parte riflettendo su ciò che ci accade nelle interazioni sociali. Psicologia e scienze sociali hanno dimostrato che noi costruiamo il nostro sé in questo modo, più che autoesaminandoci in privato, come sostenuto in filosofia e come è portato a pensare il senso comune. D'altra parte la cortesia salvaguarda anche l'armonia sociale a prescindere dalla faccia dei partecipanti: evita incidenti relazionali e conserva la stabilità sociale.

La cortesia costruttiva[modifica | modifica wikitesto]

Mentre la cortesia difensiva serve a salvaguardare la pace sociale quando è minacciata, la cortesia costruttiva mira a creare un clima di armonia a prescindere dalle minacce, al solo scopo di godere dei vantaggi di avere buoni rapporti.

L'idea che esista una cortesia costruttiva volta a migliorare l'armonia e la qualità dei rapporti sociali è presente nella tradizione pragmalinguistica. Geoffrey_Leech (1983)[12] ha messo in evidenza che parlar chiaro e conservare l'armonia sociale non sempre sono in contrasto e a volte rappresentano attività sinergiche. I comportamenti cortesi, come ha osservato Nieves Hernández Flores (2002[13], 2003[14]) sono impiegati in situazioni in cui la comunicazione non minaccia l'armonia sociale. Ad esempio, salutare cordialmente un conoscente quando lo incontriamo, anche se non dobbiamo dirgli nulla, contribuisce alla creazione di una buona relazione. Creare un ambiente sociale a basso rischio di incidenti relazionali comporta parecchi vantaggi: dedicarsi più tranquillamente alle proprie attività e riflessioni, permettersi di dire e fare cose che diversamente sarebbero problematiche, beneficiare dell'indulgenza e della tolleranza degli altri in caso di errori o fatti dubbi. Altri vantaggi derivano dal fatto che si è creato un clima di confidence, un misto di fiducia, familiarità, rispetto e considerazione. Ad esempio, ci si intende, ci si aiuta reciprocamente nel bisogno, si riesce a collaborare bene in vista di scopi comuni, i problemi vengono affrontati intelligentemente assieme e, non ultimo, ci si sente "a posto", appagati nel proprio senso di giustizia.

Giovanna Axia (1996)[15] sostiene che la cortesia favorisce l’intelligenza sociale, nel senso che è uno “strumento adattissimo a risolvere i problemi sociali”. I problemi sociali sono complessi e soprattutto richiedono di guardare al lato soggettivo dell’esperienza e coinvolgono gli altri. In un clima di cortesia si affrontano meglio.

Cortesia inautentica e autentica[modifica | modifica wikitesto]

Quotidianamente sperimentiamo forme di cortesia inautentica. Ad esempio, c’è la cortesia fredda (vengo trattato con rispetto, ma in un clima formale e anonimo) o la cortesia affettata (l’altro mi usa più accortezze del necessario) o la cortesia apparente (l’altro mi lascia spazio, ma per non impegnarsi o per deferenza).

C’è però anche la cortesia autentica, quella in cui l’altro ci fa sentire effettivamente rispettati e considerati. Intuitivamente cogliamo quando un comportamento è autenticamente cortese. Non è facile però definirlo. Un comportamento è autenticamente cortese quando per noi è organizzato in modo tale da rispettare tutte le esigenze in gioco in quel momento. Per farlo dobbiamo riuscire a conciliare esigenze contraddittorie. Ad esempio, occorre rispettare lo spazio personale dell’altro (usare cortesia difensiva) e al tempo stesso invaderlo quel tanto che occorre per farlo sentire considerato (usare cortesia costruttiva). Ancora, dobbiamo attenerci a certe regole e al tempo stesso essere unici, cioè trovare il modo di conciliare convenzionalità e spontaneità.

Capiamo che la cortesia autentica è un'arte, che richiede la capacità di mettersi nei panni degli altri e di decifrare le situazioni, adeguando i comportamenti momento per momento.

Non regole, ma sintonia[modifica | modifica wikitesto]

Non possiamo essere autenticamente cortesi semplicemente seguendo certe regole nel rapporto con l’altro. Già alcuni studiosi (Gabriele Kasper, 1990[16]; Richard Watts, 2003[11]; Helen Spencer-Oatey, 2005[17]) avevano osservato che sono sufficienti le aspettative dell'altro a configurare cortesia e scortesia. Se l'altro desidera che io mi comporti in un certo modo e se lo aspetta, tenere quel comportamento è cortese, ometterlo scortese. Adele Bianchi e Parisio Di Giovanni[1][18] hanno supportato queste osservazioni con prove empiriche, chiedendo a studenti, manager, professionisti e altre persone di tenere per un periodo (mediamente una settimana) diari dove annotare gli episodi di cortesia e scortesia che sperimentavano. Si tratta di una tecnica di indagine nota come campionatura dell’esperienza, particolarmente utile per comprendere esperienze di vita quotidiana che tendiamo a trascurare o di cui non siamo ben consapevoli. Dallo studio è emerso che nella cortesia autentica non ci sono regole cui attenersi. Lo stesso comportamento può risultare una cortesia o non essere letto come cortesia. Analogamente un comportamento a volte è visto come scortesia, altre no. Tutto dipende da come l’altro soggettivamente l’interpreta.

Studiando le scortesie con la tecnica dei diari, emerge anche che le scortesie involontarie, che sono la maggior parte delle registrate, sono dovute a difetti di sintonia, che fanno sfuggire di mano la gestione del rapporto mentale con l’altro[18]. Appare evidente che la cortesia autentica si realizza nella misura in cui riusciamo a sintonizzarci con l’altro e così a farlo sentire effettivamente rispettato e considerato.

Cortesia e lettura della mente[modifica | modifica wikitesto]

Noi siamo dotati di abilità di lettura della mente (mind-reading), riusciamo cioè ad afferrare in qualche misura che cosa stanno pensando gli altri. Si parla a volte di teoria della mente (theory of mind) o mentalizzazione (mentalizing). Si usa anche la parola empatia, con la quale però spesso facciamo riferimento solo alla condivisione di emozioni e sentimenti. Nella lettura della mente invece mettiamo insieme quel che l’altro dice, segnali non verbali, contesto, conoscenze sulla vita e arriviamo a farci un'idea di quello che l’altro sta pensando. Nel regno animale sembra che solo gli scimpanzé siano dotati di questa abilità. Fin dalla nascita siamo dotati di strutture cerebrali per la lettura della mente, anche se cominciamo a leggerla intorno ai 2-3 anni e poi crescendo diventiamo sempre più abili.

La cortesia autentica si basa sulla lettura della mente. Non possiamo seguire un protocollo. Perciò cerchiamo di capire che cosa l’altro si aspetta, proviamo a comportarci in un certo modo e poi, andando avanti a leggergli la mente, aggiustiamo il tiro fino a sintonizzarci, a trovare un'intesa su ciò che costituisce un comportamento cortese e agire di conseguenza.

Se da un lato la cortesia si basa sulla lettura della mente, dall’altro per riuscire a leggere la mente degli altri abbiamo bisogno di un clima di cortesia. Se l’altro percepisce che non ci sono rispetto e considerazione tende a chiudersi, a divenire opaco. D’altro canto noi, se abbiamo l’impressione che non c’è rispetto e considerazione reciproca, facciamo fatica a cogliere quel che pensa l’altro, perché siamo troppo presi dal problema di gestire la situazione sociale e non riusciamo a lasciar perdere i nostri pensieri, a uscire da noi, per calarci nella mente dell’altro.

Come notano Adele Bianchi e Parisio Di Giovanni (2017[19], 2019[20]), il fatto che cortesia e lettura della mente siano interdipendenti spiega come mai possono crearsi circoli virtuosi o circoli viziosi. Se cominciamo in un clima di cortesia, sarà facile leggerci la mente, essere reciprocamente ancora più cortesi, leggerci meglio la mente e così via. Quando invece partiamo con la scortesia, leggerci la mente è difficile e quindi non riusciamo a correggere la scortesia e passare alla cortesia. Ecco che nei rapporti interpersonali l’inizio tende a essere decisivo. Quando cominciamo a interagire con l’altro ci troviamo come a un bivio: o andiamo verso una crescente cortesia e lettura della mente o verso una crescente scortesia e cecità mentale.

Il valore della cortesia autentica[modifica | modifica wikitesto]

Il buon funzionamento della comunicazione[modifica | modifica wikitesto]

Nella conversazione seguiamo delle regole tendenzialmente universali, cioè che si ritrovano in tutti i popoli salvo alcune variazioni culturali. Ad esempio, parliamo a turno, agiamo in modo complementare (a una domanda di solito facciamo seguire una risposta), cerchiamo di cooperare per rendere efficiente lo scambio di informazioni. Queste regole servono a far funzionare la comunicazione. Perciò, anche se a volte le violiamo, magari perché stiamo litigando, comunque continuiamo in buona parte a seguirle. Altrimenti non potremmo comunicare. Se analizziamo le regole di conversazione ci rendiamo conto che sono ispirate alla cortesia[21].

La cortesia è di aiuto anche per capirsi. Abitualmente non ci diciamo mai tutto e spesso non diciamo le cose più importanti[21][22]. Ci capiamo perché afferriamo che cosa l’altro sta pensando. Ad esempio, chiedo a un amico “dove sei stato?”. Il mio amico capisce che intendo “dove sei stato nei giorni scorsi?”, perché ci frequentiamo abitualmente e per qualche giorno non mi sono fatto vivo, così si mette dal mio punto di vista e afferra il senso della mia domanda. Nella comunicazione la comprensione si basa sulla lettura della mente, ma questa è favorita dal clima di cortesia, per cui più c’è cortesia meglio la comunicazione funziona.

Il rendimento nel lavoro assieme agli altri[modifica | modifica wikitesto]

Rosabeth Moss Kanter (2004[23]), dell’Harvard Business School, ha analizzato diversi casi aziendali, tra cui alcuni in cui sono stati superati momenti di crisi, ed ha concluso che un clima di confidence, di buoni rapporti, favorisce la produttività e può essere un fattore importante per uscire da una crisi.

Adele Bianchi e Parisio Di Giovanni (2007[24]) hanno elaborato un modello teorico stando al quale i gruppi di lavoro rendono di più se c’è un clima di cortesia. Quando si lavora assieme, specie se l’attività non è meccanica, ma richiede di pensare, ci sono perdite di produttività mentali, informative e strategiche. Le prime sono dovute al fatto che l’ansia legata al rapporto con gli altri può far funzionare male le nostre menti, le seconde al fatto che non ci si passano informazioni utili, le strategiche consistono nel prendere assieme vie errate, che abbassano il rendimento. La cortesia è in grado di contrastare tutte e tre queste perdite. Hanno poi dimostrato gli effetti della cortesia attraverso studi sperimentali su gruppi di lavoro[25]. In alcuni gruppi creavano (servendosi di complici appositamente addestrati) un clima di cortesia, in altri di scortesia. I gruppi col clima di cortesia rendevano decisamente di più in una varietà di compiti, come elaborare una strategia di marketing o prendere una decisione su lavori condominiali. Inoltre i gruppi dove il clima era di cortesia erano propensi a migliorarsi sempre più, mentre gli altri si adagiavano, soddisfatti dei risultati ottenuti, nonostante fossero scadenti.

L'origine del termine[modifica | modifica wikitesto]

Il termine “cortesia” deriva da “corte” e propriamente indica i modi compìti, garbati, signorili dell’ambiente cortigiano. Il termine inglese “politeness” viene dal latino polire e suggerisce l’attenzione a ripulire i modi secondo le regole del vivere civile. Questi termini enfatizzano la buona educazione e le regole, cosa che lascia fuori la cortesia autentica che abitualmente va al di là ed è di fondamentale importanza nella vita sociale.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Di Giovanni P., Che cos'è la cortesia?, in A. Bianchi e altri, Economia della cortesia, Roma:Carocci, 2008
  2. ^ Lakoff R. (1973) The logic of politeness: Or, minding your P’s and Q’s. In Papers from the Ninth Regional Meeting of the Chicago Linguistic Society, 292- 305; trad. it. La logica della cortesia, ovvero bada a come parli. In M. Sbisà (Ed.) Gli atti linguistici. Aspetti e problemi di filosofia del linguaggio. Milano: Feltrinelli, 1978, 19913 , 220-239
  3. ^ a b Brown P., Levinson S.C. (1978) Universals in language usage: Politeness phe- nomena. In E.N. Goody (Ed.) Questions and politeness. Cambridge:Cambridge University Press
  4. ^ Brown P., Levinson S.C. (1987) Politeness: Some universals in language usage. Cambridge:Cambridge University Press
  5. ^ Goffman E. (1959) The presentation of self in everyday life. New York: Anchor Books; trad. it. La vita quotidiana come rappresentazione: Bologna: Il Mulino, 1975
  6. ^ Matsumoto Y. (1988) Reexamination of the universality of face: Politeness phenomena in Japanese. Journal of Pragmatics, 12, 403-426
  7. ^ Matsumoto Y. (1989) Politeness and conversational universals - Observations from Japanese. Multilingua, 8, 207-221
  8. ^ Ide S. (1989) Formal form and discernment: Two neglect aspects of universal of linguistic politeness. Multilingua, 8, 223-248
  9. ^ Gu Y. (1990) Politeness phenomena in modern chinese. Journal of Pragmatics, 14, 237-257
  10. ^ Singelis, T. M. (1994). The measurement of independent and interdependent self-construals. Personality and social psychology bulletin, 20(5), 580-591.
  11. ^ a b Watts R.J. (2003) Politeness. Cambridge: Cambridge University Press
  12. ^ Leech G. (1983) Principles of pragmatics. London: Longman
  13. ^ Hernández Flores N. (2002) La cortesía en la conversación española de familiares y amigos; la búsqueda del equilibrio entre la imagen del hablante y la ima- gen del destinatario. Aalborg:Institut for Sprog Internationale Kurturstudier Aalborg Universitet.
  14. ^ Hernández Flores N. (2003) Cortesía y contextos socioculturales en la con- versación española de familiares y amigos. In D. Bravo (Ed.), Actas del pri- mer coloquio del programa EDICE: la perspectiva no etnocentrista de la corte- sía: identitad sociocultural de las comunidades hispanohablantes. Stoccolma
  15. ^ Axia G. (1996) Elogio della cortesia. L’attenzione per gli altri come forma di intelligenza. Bologna: Il Mulino
  16. ^ Kasper G. (1990) Linguistic politeness- current reaearch issues. Journal of Pragmatics, 14, 193-218
  17. ^ Spencer-Oatey H. (2005) (Im)politeness, face and perceptions of rapport: unpackaging their bases and interrelationships. Journal of Politeness Research, 1, 95-119
  18. ^ a b Bianchi A., Di Giovanni P. (2007) Alle origini della scortesia. An ecological theory of impoliteness. Working Paper Dipartimento di Scienze della Comunicazione, Università di Teramo, 25 <wp.comunite.it>
  19. ^ Bianchi A., Di Giovanni P., Di Giovanni E., (2017) Mentalizzare nella comunicazione col cliente: La prima cosa da fare, ma che vuol dire? e come si fa?. Teramo:Really New Minds
  20. ^ Bianchi A., Di Giovanni P., (2019) Il cammino della vita. Lo sviluppo psicologico e i metodi della ricerca in psicologia. Milano-Torino:Pearson
  21. ^ a b Di Giovanni P. (2007) Psicologia della comunicazione. Bologna: Zanichelli
  22. ^ Bianchi A., Di Giovanni P., (2010) Mente, comunicazione, educazione. Temi di psicologia. Milano-Torino: Pearson
  23. ^ Moss Kanter, R. (2004). Confidence: How Winning Streaks and Losing Streaks Begin and End. Cornerstone Digital, trad. it. Confidence. Come la fiducia aiuta a costruire il successo. Milano:Guerini Next, 2008
  24. ^ Bianchi A., Di Giovanni P., Cortesia e rendimento dei gruppi di lavoro: un'analisi teorica. in Bianchi A. e altri, Economia della cortesia. Roma:Carocci, 2008
  25. ^ Bianchi A., Di Giovanni P., Cortesia e rendimento dei gruppi di lavoro: uno studio sperimentale in Bianchi A. e altri, Economia della cortesia. Roma:Carocci, 2008

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Axia G., Elogio della cortesia. L’attenzione per gli altri come forma di intelligenza. Bologna, Il Mulino, 1996
  • Bianchi A. e altri, Economia della cortesia, Roma, Carocci, 2008
  • Bianchi A., Di Giovanni P., Che cos'è la cortesia?, Really New Minds, 2020
  • Bianchi A., Di Giovanni P., La forza della cortesia, Really New Minds, 2020