Corrado d'Ivrea

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Corrado Cono
Marchese d'Ivrea
In carica 970 –
991/995
Predecessore Guido d'Ivrea
Successore Arduino d'Ivrea
Duca di Spoleto
Marchese di Camerino
Legato imperiale della Pentapoli bizantina
In carica 996 –
997
Predecessore Ugo di Toscana
Successore Ademaro di Spoleto
Nascita 940 circa
Morte 997/998
Dinastia Anscaridi
Padre Berengario II d'Ivrea
Madre Willa III d'Arles
Coniuge Richilde di Torino
Figli Ottone

Corrado d'Ivrea detto anche Corrado Cono (940 circa – 997/998) fu il sesto marchese d'Ivrea dal 970, nonché duca di Spoleto e Camerino, almeno dal maggio 996 al 997. Nel 996 gli fu inoltre assegnata, come legato imperiale, la Pentapoli delle Marche.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Corrado era il terzogenito dell'anscaride Berengario II d'Ivrea, marchese d'Ivrea e re d'Italia, e della bosonide Willa III d'Arles, figlia di Bosone VI di Provenza. conte d'Avignone, d'Arles e margravio di Toscana, e di Willa II di Borgogna - figlia di Rodolfo I, re di Borgogna della stirpe dei Vecchi Welfen, e di Willa di Provenza -. Corrado era inoltre fratello di Adalberto II, Guido, di Rozala d'Ivrea, contessa delle Fiandre (968-996) e regina dei Franchi (988-992), di Berta badessa di S. Sisto di Piacenza, di Gerberga, moglie del marchese Aleramo e di Gisela monaca benedettina nel 965.

Come marchese, Corrado resse Milano dal 957 al 963 circa[1]. Corrado aveva tenuto il comitato di Milano, dopo la morte di Liudolfo, figlio di Ottone I: «Allora Berengario uccise col veleno Liudolfo e conquistò tutta l'Italia. Nominò suo figlio Corrado marchese della contea di Milano, la cui moglie si chiamava Richilda e che donò alla chiesa di Milano la corte di Trecate»[2]. Disceso in Italia Ottone I, contro Berengario II e per cingere la corona imperiale a Roma, Corrado tentò una resistenza alle truppe imperiali, per poi andare in esilio[3]. I tre figli maschi di Berengario, nel 962, si fortificarono nelle tre fortezze di Garda (probabilmente Adalberto II), Isola Comacina (sicuramente Guido) e Travaglia (probabilmente Corrado)[4]. Sembra che la fortezza di Travaglia, resistette all'assedio delle truppe imperiali, guidate da Valperto, arcivescovo di Milano, sino al 964[5]. Si ipotizza, ma senza adeguata documentazione, che si fosse poi ritirato in Liguria, non lontano dalla Frassineto dove si era effettivamente rifugiato il fratello, re Adalberto, divenendo il primo conte di Ventimiglia[6].

Il 12 settembre 963, l'imperatore Ottone I concesse al potente arcicancelliere Guido vescovo di Modena territori e proprietà nei comitati di Modena, Bologna e Reggio che in precedenza erano appartenute a Corrado e al fratello Guido, ribelli all'Impero[7].

Secondo i Gesta Mediolanensium, dopo la sconfitta del padre e del fratello Adalberto e l'uccisione dell'altro fratello Guido (alla battaglia del Po il 25 giugno 965[8]) per opera di Ottone I, Corrado stipulò la pace con quest'ultimo che lo nominò, successivamente intorno al 970, marchese di Ivrea[9].

Prima di raggiungere l'accordo ufficiale con l'imperatore, Corrado si pose al servizio dell'Impero bizantino contro Ottone I, come ricordato da Liutprando di Cremona, nella sua opera "La relazione di un'ambasceria a Costantinopoli", stanza XXX[10]. Con gli imperiali e longobardi italici si scontrò, quale comandante delle truppe bizantine, nella battaglia di Ascoli Satriano verso la fine del 969, uscendone sconfitto (ma vista la condotta in battaglia si può ipotizzare che fosse già segretamente d'accordo con Ottone I).

Marca d'Ivrea-
Dinastia degli Anscarici
Figli
Figli
Figli
Figli
Figli

Narra il Chronicon Salernitanum che Abdila patrizio, succeduto ad Eugenio, messe insieme quante milizie poté raccogliere, venne con queste genti a giornata presso Ascoli. Mentre si combatteva il patrizio diede ordine che Corrado, uno dei suoi capitani, muovendo celatamente, aggirasse la linea dei tedeschi per investire gli avversari su un fianco; confidando che ciò avrebbe dato la vittoria. Ma intervenne al contrario l'iniziativa di Corrado Cono, che attaccò la linea dei longobardi di Spoleto. Ma fu contrattaccato dal conte Sicone, che era a quella giornata con gli uomini del Ducato di Spoleto, il quale lo ruppe e disperse. Dopo di che la sconfitta dei Greci fu universale, e Abdila con mille e cinquecento dei suoi vi lasciarono la vita. Giunto poi l’imperatore con tutto l’esercito, si portò in Puglia a depredare, ardere borghi, assediare città, per costringere i Bizantini a rendere il principe di Benevento e Capua, Pandolfo Testadiferro, tenuto prigioniero. Questi fu spedito a trattare la pace fra i due imperi[11].

L'esercito ottoniano, forte di molti contingenti, tedeschi e italici, riportò una vittoria decisiva e la battaglia di Ascoli fu vissuta a Costantinopoli come una autentica disfatta, divenendo il pretesto per l'uccisione di Niceforo II Foca e l'assunzione all'Impero di Giovanni Zimisce. Soltanto nel 971 fu raggiunto un accordo tra i due imperi, sancito dal matrimonio tra Teofano, probabilmente nipote del nuovo imperatore, e il figlio di Ottone I, il futuro Ottone II[12]. A seguito degli accordi di pace fra i due imperi, anche Corrado Cono abbandonò la causa del fratello Adalberto II e strinse alleanza con l'imperatore Ottone I, ottenendo la Marca d'Ivrea (con i comitati di Ivrea, Vercelli, Pombia/Novara, Ossola, Stazzona e Lomello) e la mano dell'arduinica Richilde[13].

Sui rapporti tra Corrado Cono e le istituzioni ecclesiastiche, oltre alla donazione di Trecate all'arcivescovo di Milano già citata, si conserva una lettera a lui indirizzata da Gerberto di Aurillac, abate di Bobbio, precettore del futuro imperatore Ottone III e futuro papa. La lettera è datata dagli studiosi fra il giugno e il 20 dicembre 986, scritta da Reims o Colonia e probabilmente inerente all'intervento di Corrado per appoggiare l'abbaziato bobbiese di Gerberto, posto in discussione da alcuni monaci e vassalli. Una delegazione di Bobbio si era recata alla corte ottoniana - presso Duisburg o Colonia - dove si recavano anche il marchese Ugo di Tuscia e Corrado d'Ivrea (cugino secondo del marchese di Tuscia, discendendo entrambi dal bisnonno Tebaldo d'Arles)[14]:

«Anche se senza alcun merito di sevizi ci siamo procurati la vostra grazia, tuttavia la virtù e la nobiltà della vostra stirpe e la vostra personale ci spinge a ben sentire verso di voi e a sperare cose migliori. Perché, se le grandi cose possono essere aiutate dalle piccole, a luogo e a tempo opportuni non mancheranno le nostre cure per il vostro onore, dando consigli, suggerendo buone parole, affinché la nostra mediocrità possa rifugiarsi sotto le vostre ali fino a che la fortuna vi arriderà»

(Panvini Carciotto, L'epistolario di Gerberto di Aurillac, pp. 85-86)

Nel maggio 996, Corrado Cono - trisnipote di Suppone II duca di Spoleto - risulta in carica come duca di Spoleto e Camerino e legato imperiale, in agosto, nella Pentapoli marchigiana, con le relative otto contee (Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona, Fossombrone, Cagli, Jesi e Osimo), su cui gravava la rivendicazione del Papato[15]. In una lettera del 5 agosto 996, Ottone III comunica a papa Gregorio V "lasciamo a te in aiuto e conforto i più eminenti d'Italia (primores Italiae): Ugo di Toscana, fedele a noi in tutto, e Corrado, conte di Spoleto e prefetto di Camerino, al quale per amore vostro abbiamo affidato le otto contee che sono contese, e che abbiamo per ora messo a capo di esse come nostro legato, affinché i popoli abbiano un capo e per sua opera vi prestino i dovuti servizi."[16].

Il passaggio della Marca d'Ivrea da Corrado a Arduino è posto da alcuni autori intorno al 990, attraverso una presunta adozione di Arduino da parte del marchese, che però resta una pura ipotesi non suffragata da alcuna fonte[17]. In base a tale ipotesi si è immaginato che Corrado si fosse rifugiato a Roma presso l'imperatrice reggente Teofano, spossessato del suo dominio dal figliastro, come se l'ufficio di marchese non dipendesse proprio dall'imperatrice reggente: "Durante il suo soggiorno a Roma [989-990 ndr], Teofano riceve le rimostranze del margravio di Ivrea, Corrado, figlio di Berengario II, cacciato dal suo feudo da Arduino".[18]. Sembra invece più probabile - ma non documentato - che l'esclusione di Corrado dalla marca sia attribuibile a Adelaide nonna di Ottone III e zia materna del marchese Corrado - come prima cugina della madre Willa III - reggente dell'Impero dal giugno 991 al settembre 994, per l'antico astio che la opponeva alla dinastia degli Anscarici, i quali avevano tentato di costringerla, allora non ancora ventenne, al matrimonio con Adalberto II, imprigionandola nella Rocca di Garda. Di fatto, i sostenitori di Arduino provenivano dal 'partito adelaidino': "Alcuni vescovi e conti del “partito adelaidino” – per esempio, Pietro vescovo di Como, Uberto il Rosso, conte di Pombia (nominato nel 991), insieme con il fratello Riccardo, i discendenti di Manfredo del fu conte Aimone – e diverse famiglie dell’aristocrazia minore, arricchitesi con i beni della Chiesa, si schierarono con Arduino contro il vescovo Leone e il partito filoimperiale"[19]. In sostanza, la politica dell'imperatrice Adelaide riprende l'impostazione del suocero Ugo: "Tagliare fuori gli strati superiori dei potentes italici e rimpiazzarli con aristocratici di origini inferiori permette al re di contare su una schiera di seguaci di indubbia fedeltà e, soprattutto, facilita la possibilità di rimuoverli all’occorrenza"[20]. Anche se i tempi erano mutati e la scelta di Arduino a capo di Ivrea si rilevò, alla lunga, poco propizia per l'Impero, e la politica di Corrado e del figlio Ottone poteva costituire una minaccia solo per l'autorità personale e i beni patrimoniali italici del dotario dell'imperatrice ma non per l'Impero. In effetti, Corrado, insieme al cugino Amedeo di Anscario II duca di Spoleto, come nipote e figlio del duca, avrebbero potuto aspirare a una quota dei beni di Adelaide e di sua madre Berta di Svevia, beni già appartenuti alla bisnonna di Corrado, Berta di Lotaringia, madre di Ugo d'Arles[21].

La rimozione da Ivrea del marchese Corrado, un affaire europeo?[modifica | modifica wikitesto]

Se abbiamo osservato che la probabile autrice del 'siluramento' di Cono fu l'imperatrice Adelaide, dobbiamo anche costatare che sicuramente suo nipote Rodolfo III di Borgogna si scontrò, negli stessi anni dell'allontanamento del marchese d'Ivrea, con l'anscarico Ottone-Guglielmo, il nipote del marchese d'Ivrea, colui che fu uno dei principali fondatori del potere della Borgogna medievale e il cui lungo governo gettò le basi per il potere dei suoi successori. I fatti si svolgono ai confini occidentali della Marca d'Ivrea, dove il nipote anscarico continua ad avere possedimenti, parentele e amicizie che possono far pensare a possibili appoggi politico-militari. Nel 987, Ottone-Guglielmo firmò un diploma come conte di Nevers, evidenziando le sue intenzioni di succedere in tutto l'asse ereditario del patrigno capetingio che lo aveva adottato; Ottone-Enrico duca di Borgogna. Rodolfo III, re di Borgogna Transgiurana, cercò di controllare fin dall'inizio del suo regno (993-995) le regioni dominate dal nipote del marchese Corrado, aprendo ostilità che dureranno quasi trent'anni. Rodolfo intervenne nel Mâconnais, nel cuore dei possedimenti di Ottone-Guglielmo, con i suoi grandi vassalli laici, l'episcopato e l'appoggio dei Cluniacensi, guidati dall'abbate Odilone, il grande biografo e fautore di Adelaide. Nel 994 re Rodolfo tentò anche di prendere piede a Besançon mediante un'elezione episcopale (alla morte di Leotaldo figlio di Alberico e di Ermentrude, sposa in seconde nozze di Ottone-Guglielmo), ma fu bloccato da una rivolta dei suoi vassalli, che sino al 999, con intervento diplomatico di Adelaide, si cercò di sedare. Ottone-Guglielmo seppe attrarre i grandi potentati laici del regno borgognone - marchesi di Provenza e conti d'Albon in particolare - e farsi leader di una rivolta resistendo anche all'imperatore Enrico II[22].

Nel 1002, la morte senza discendenti legittimi del duca di Borgogna, Ottone-Enrico, apre una crisi di successione tra re Roberto di Francia e Ottone-Guglielmo. Quest'ultimo rivendica il ducato, pretendendo di essere erede per adozione del defunto. Già titolare delle contee di Mâcon, Beaune, Auxerre, Autun e Nevers, e vasti territori nell'Arcidiocesi di Besançon, si comprende quale pericolo potesse costituire la formazione di uno stato anscarico tra i due regni, sia per il re dei Franchi, Roberto II - che ripudia la zia del conte di Mâcon, Rozala d'Ivrea, sostituendola con Berta nipote di Adelaide - sia per Rodolfo III - che attraverso la zia Adelaide, reggente l'Impero, si sarebbe liberato di Corrado[23].

In un atto, attribuito in passato all'anno 1000 ma probabilmente, secondo il Poupardin e successivi storici, risalente al 996, Rodolfo III rammenta un suo incontro con l'imperatore Ottone III, avvenuto nell'ottobre-novembre 996, nel palazzo imperiale di Bruchsal, alla presenza, tra gli altri, di "Cuonone comite Palacii"[24]., in cui è possibile ravvisare l'ex marchese di Ivrea, definito, come osservato, con il titolo comitale tra i primores Italiae, nella lettera imperiale a Gregorio V dello stesso anno, nonostante rivestisse l'ufficio di duca di Spoleto e Camerino, essendo il titolo palatino il più alto della gerarchia italica[25]. Si ha notizia di un conte palatino - una sorta di vicario imperiale - tale Arduino, il precedente 22 maggio 996, il che può far pensare che la nomina di Cono - promoveatur ut amoveatur - possa essere avvenuta recentemente, se si trattasse del medesimo conte italico. Infatti, gli omologhi conti palatini germanici, con i quali non può confondersi quello presente a Bruchsal, furono all'epoca Azzo di Lotaringia per la Lorena, Federico di Harz per la Sassonia, Aribo per la Baviera e Oddone I di Blois per il Regno dei Franchi. Quanto al conte palatino borgognone, omonimo dell'anscarico, ovvero Kuno di Rheinfelden, questi muore il 24 novembre 994, ed il figlio, anch'esso di nome Kuno, nasce intorno al 992-995 (i genitori si sposano nel 991); quindi entrambi sono da escludere dall'atto del 996-1000[26]. Sembrerebbe dunque che l'intervento negli affari borgognoni di Corrado Cono possa essere ascritto a una composizione dello scontro in atto tra Rodolfo - sotto il protettorato dell'Impero - e il nipote Ottone-Guglielmo, attestando quindi il coinvolgimento del destituito marchese nelle vicende d'oltralpe.[27]. La Marca di Ivrea e il nipote anscarico Ottone-Guglielmo rimasero, in ogni caso, al centro delle lotte per il potere nei seguenti decenni, proprio in relazione ai rapporti politici con la Borgogna:

«Secondo questa lettera [di Leone vescovo di Vercelli a Enrico II] l'arduinico marchese di Torino, Olderico-Manfredi, aveva rilevato l'antica impresa di re Arduino e complottato per eleggere un nuovo anti-re. Sebbene Leone di Vercelli non fornisca il nome del candidato suggerito, gli studiosi hanno stimato essere molto probabilmente il conte Otto-Guglielmo, che era un naturale pretendente al trono d'Italia, in quanto nipote ed erede in linea diretta di re Berengario II d'Italia. Alla congiura avrebbe partecipato anche, secondo Leone di Vercelli, re Rodolfo III, promettendo il suo sostegno in cambio della concessione della Marca di Ivrea»

(Ripart, Besançon, 1016, p.28.)

Ivrea e la marca negli ultimi decenni del X secolo[modifica | modifica wikitesto]

La città affidata da Ottone I a Corrado si stende sulle rive della Dora Baltea, alle propaggini della Serra d'Ivrea, al centro dell'anfiteatro morenico aostano, in naturale posizione strategica nel Medioevo, designata fin dai tempi di Narsete a proteggere l'arco alpino, poi sede di ducato longobardo. La principale direttrice padana di accesso all'arco alpino nord-occidentale seguiva la via proveniente da Vercelli, dove confluivano le due direttrici di Novara-Milano e Cozzo-Lomello-Pavia, collegate alla grande arteria trasversale padana della via Postumia. Da Ivrea partiva il percorso verso nord - la Via Francigena principale arteria commerciale, religiosa e militare europea[28]. - che costeggiava la sponda sinistra della Dora, fino al centro di Aosta e ai valichi dell'Alpis Graia e del Summus Poeninus, aperti in direzione della Francia. La città costituiva dunque uno snodo stradale importante, che prevedeva la connessione diretta con un ponte in muratura sul fiume e un ulteriore collegamento viario meridionale con i centri di Industria (Monteu da Po) e Torino[29]. Divenuta capoluogo di una contea in epoca franca; nell'825 Lotario I vi fece fondare uno studium episcopale. Fra gli anni 888 e 891 la contea di Ivrea fu affidata a Anscario - figlio di Amedeo, conte di Oscheret, Tonnerre, Digione e Langres[30] - fratello del potente Folco il Venerabile, regio cancelliere e arcivescovo di Reims. La marca sottoposta a Ivrea comprendeva una vasta area dell'attuale Piemonte centro-settentrionale, sulla destra del Ticino, dall'Ossolano a Torino e Asti[31]. La storiografia è incerta sulla effettiva estensione originaria della Marca di Ivrea. Anche se prevale l'idea che comprendesse tutta l'area occidentale sino al Litus maris ligure[32]. Di certo, dopo l'allontanamento e l'esilio di Berengario II da Ivrea nel 941 - da parte di re Ugo di Provenza - la Marca di Ivrea fu ridotta nelle dimensioni perdendo i comitati di Torino, Bredolo e Auriate e poi, al tempo di Corrado, aveva ulteriormente perduto, in favore di Arduino il Glabro, marchese di Torino, anche il comitato diAsti, estendendosi solo sino alla valle del fiume Orco a Ovest e il Po a sud-ovest.[33]. Corrado fu dunque un marchese 'dimezzato', ma il suo 'bicchiere' va letto mezzo pieno: la sua nomina imperiale all'ufficio pubblico di Ivrea, dopo la clamorosa sconfitta del partito anscarico, può essere letta soltanto come la necessità di Ottone I di sfruttare, per meglio incardinarsi nel regno italico, il consenso e le relazioni parentali, clientelari e vassallatiche dell'erede di Berengario II.

Corrado fu figlio di Willa d'Arles e Toscana, sorella di Robaldo I d'Arles nonno di Guglielmo il Liberatore e Robaldo conti-marchesi di Provenza che - insieme al suocero di Corrado, Arduino il Glabro - si apprestavano alla guerra contro la Frassineto saracena, ovvero dei pagani che avevano compiuto incursioni sino alle foreste del Vercellese all'epoca del vescovo Ingone (958-74)[34]:

«Corrado con la sua condiscendenza si candidava al mantenimento di un ruolo nella ristrutturazione dei gruppi dirigenti che faceva seguito al nuovo assetto del regno [...] Corrado, unico membro sopravvissuto politicamente della famiglia marchionale anscarica, poteva forse contare su una base di rapporti personali e di presenze patrimoniali che il re non trascurava di considerare nello scegliere funzionari che garantissero una reale capacità d'intervento. Lo stesso apparentamento con gli Arduinici si inserisce nella logica dell'assunzione di queste nuove responsabilità politico-militari nell'Italia nord-occidentale»

(Sergi, Movimento signorile, pp. 158-159.)

Corrado non era isolato; altri rami anscarici continuavano a reggere incarichi pubblici di rilievo e controllare vitali centri castrali della regione. Fin dal 3 settembre 962 l'arduinica prima cugina della moglie di Corrado, Guntilda di Ruggero, moglie di Amedeo vassus domni imperatoris[35] - figlio del duca Anscario II - aveva acquistato metà dell'importante signoria castrale di Mosezzo nel comitato di Pombia-Novara, dal manfredingo Egelrico dei conti di Lomello. Sette anni dopo, l'altra metà del castello di Mosezzo era venduta all'ingonide Uberto, arcicancelliere imperiale e vescovo di Parma. I discendenti anscarici signori di Mosezzo continuarono ad ingrandire i possessi: nel settembre 985, Berengario, figlio di Amedeo, aveva acquisito per 20 soldi dal longobardo Adelberto del fu Rainaldo di Mosezzo, con un atto rogato nel castrum di Mosezzo, una pecia mista di campo e bosco lambita dall’Agogna nella contermine area di Carpenedo[36]. Nella marca aveva riacquistato rilevanti beni fondiari anche il nipote, figlio del fratello Adalberto, Ottone-Guglielmo, dal 982 conte palatino di Borgogna e di Mâcon, come si evince dalla donazione della vasta corte regia di Orco, presso l'omonimo fiume, donata dal nipote di Corrado, nel 1019, all'Abbazia di Fruttuaria[37].

I poteri ecclesiastici[modifica | modifica wikitesto]

La marca, all'epoca di Corrado, comprendeva inoltre tre nuclei politico-religiosi di grande rilievo: le diocesi di Vercelli - articolata in 34 pievi territoriali a metà del X secolo -, Novara - con 33 pievi[38]. - e Ivrea. Ma l'epoca delle investiture di poteri pubblici cittadini ai vescovi si dischiude soltanto con il regno di Arduino d'Ivrea; i vescovi dell'epoca di Corrado - a parte quello di Novara - sono soltanto dei grandi proprietari fondiari del territorio, benché reggitori di nutrite curie di vassalli[39]. Tra il 969 e il 972 il vescovo novarese Aupaldo ottiene da Ottone I la giurisdizione e il diritto di districtus (potere di coercizione sugli uomini liberi) sulla città e su una fascia di territorio contiguo per tre miglia. Oltre a mantenere la defensio - immunità fiscale e giudiziaria - sui propri beni patrimoniali. L'ampio territorio della diocesi di Novara si estendeva, a grandi linee, nella sua parte nord-occidentale sino alla Valsesia e in quella nord-orientale sino all’Ossola; a ovest si arrestava sin quasi al fiume Sesia - oltrepassato dalla diocesi di Vercelli[40]. - a est era delimitato dal corso del Ticino e dalla sponda orientale del Lago Maggiore, mentre a meridione si allungava sino a comprendere Mortara. Il capoluogo civile del conte risiedeva a Pombia, soltanto nell'XI secolo si formò un comitato novarese[41].

La Diocesi di Ivrea

A Vercelli, con la concessione della Corte Regia da parte di re Berengario I - bisavolo di Corrado - ai canonici di Sant’Eusebio e di Santa Maria Maggiore, il 26 gennaio 913, il clero cittadino acquisiva un compatto territorio semiurbano a nord-ovest della città, corrispondente all’area di espansione altomedievale di pertinenza pubblica intorno alla primitiva cattedrale. Insieme alla corte suburbana, i canonici ricevettero in dono anche i diritti sulla fiera annuale e sul mercato settimanale. La Corte Regia, inglobante la cattedrale e i palazzi vescovili e canonicali, era configurata come un centro direzionale a metà strada fra la città antica e la campagna, dotata di servizi pubblici come il mercato e il macello e validi strumenti di difesa dall’interno come il carcere e dall’esterno, con mura, porte e torri[42]. La parte meridionale della diocesi di Vercelli, fra Po e Tanaro, detta Ultra Padum o Comitatus Toresianus - dal Castrum Turris sul colle di San Lorenzo - comprendeva dodici pievi, ma nel corso del X secolo era trapassata, per la giurisdizione civile, nel comitato di Asti[43]. L'attitudine ad operare in orizzonti politici di ampio spettro, che si registra nell’operato di vescovi quali Liutvardo, già arcicancelliere di Carlo il Grosso, e Leone, giudice e messo imperiale di Ottone III e componente della sua familia con la qualifica di "episcopus Palacii", indica il cospicuo tenore culturale costituito dalla chiesa vercellese nei secoli IX-XI[44].

Ad Ivrea, in una domenica sette marzo da collocare fra il 969 e il 980 fu nominato dall'imperatore il vescovo Warmondo, il quale - fra il 980 e il 990 - iniziò a costruire la nuova cattedrale ad absidi contrapposte, secondo un modello ispirato al romanico germanico, nella parte alta della città nord occidentale, mentre a sud-ovest era sito il castello del marchese a guardia del ponte sulla Dora Baltea. L'iniziativa di Warmondo si inserì nello sviluppo culturale e politico dell'episcopato, con l'incremento dello studium e dello scriptorium - aperti a influssi culturali europei - dai quale uscirono decine di preziosi volumi liturgici ancor oggi in parte conservati. Nelle stesse opere liturgiche sono rammentate le formule dei giuramenti vassallatici a cui furono sottoposti i milites episcopali. Elementi tutti tesi a irrobustire la struttura materiale della diocesi affidata a Warmondo, riorganizzando la proprietà fondiaria e sottoponendo a maggior controllo la vassallità episcopale, anche mediante una revisione delle concessioni beneficiarie, in maniera non dissimile da come operavano a Vercelli e a Novara gli altri due vescovi della marca; Aupaldo e Pietro di Vercelli[45].

Le signorie castrensi[modifica | modifica wikitesto]

Accanto ai poteri vescovili, la complessa amministrazione della marca è costituita dai poteri di conti, capitanei e militi su cui Corrado svolse un potere di coordinamento in rappresentanza dell'Impero. Nella seconda metà del X secolo si consolida una nuova aristocrazia, potenziata economicamente attorno a nuove fondazioni di castelli, che non sono un mero elemento architettonico e paesaggistico, ma riformano i rapporti sociali, economici e culturali delle popolazioni assoggettate. Questa nuova aristocrazia riuscì quindi in molti casi a essere interprete dei nuovi poteri signorili locali, con le sue realizzazioni di centri incastellati, ma nell’immediato non riuscì a ricomporre il territorio regionale disgregato dalla crisi definitiva dell’ordinamento carolingio. Le famiglie che possiedono i maggiori beni fondiari e signorie di castello nella marca sono i conti di Pombia e di Lomello.

Dall'inizio del X secolo gli antenati dei conti di Lomello - giudici imperiali, livellari e avvocati dell'Abbazia di Nonantola - possedettero vastissimi territori fra il Ticino, l’Agogna, la Sesia e il Po, da Gambolò a Cergnago, da Ceretto a Langosco e più a sud da Lomello a Dorno, a Pieve del Cairo. Il comitato di Lomello viene concesso - insieme ai centri minori di Mede, Breme, Zeme, Langosco e Sparvara - intorno al 953 da Berengario II a Manfredo de loco Mosixio[46].; Mosezzo è il castello nel comitato di Pombia che abbiamo visto passare a Amedeo anscarico. Nel 962 Ottone I concede al conte Aimone le corticelle di Andorno e Molinaria successivamente confermate, fra le altre località, nel 988 dal giovanissimo Ottone III (ancora sotto la tutela della madre Teofano) a Manfredo II del fu Aimone, insieme con Gaglianico, Ponderano, Cisidola, Candelo e Trivero, Alice, Cavaglià, Casanova e Roppolo nel comitato di Vercelli, nonché altre in quello di Lomello (Casana, Breme, Genziano, Astelliano, Gomaresco, Galdanazo, Calvarengo e Frassineto)[47]. Manfredo II è ricordato nel 976 come possessore di terre a Cerano nel Novarese. Lomello passa poi a Egelrico conte, morto con ogni probabilità nel 996 senza eredi, lasciando vacante il feudo che nello stesso anno era assegnato al giudice pavese Cuniberto[48].

La Marca di Ivrea nella seconda metà del X secolo

I conti di Pombia - che si divideranno nell'XI secolo in conti di Biandrate, del Canavese e da Castello - sono vassalli dell’imperatore, dell’arcivescovo di Milano, nonché dei vescovi di Novara, Ivrea e Torino. La pluralità di vassallaggi indica l’ampio raggio d’azione della famiglia, che controlla in origine vastissimi possedimenti estesi dalla Valsesia e Val d’Ossola fino a Ivrea e al Canavese, a Chieri e al Roero, inglobando, probabilmente, con il nuovo marchese Arduino, gran parte dei beni anscarici[49]. Le maggiori famiglie capitaneali, dotate di plurime signorie di castello, sono i di Casalvolone, i da Robbio-da Besate, milanesi installati nella corte anscarica di Caresana, i signori di Bulgaro e i da Cerrione[50].

Una notevole signoria castrense, nel comitato di Vercelli, fu costituita dalla corte di Auriola, donata sin dall'anno 933 al conte Aleramo, futuro cognato di Corrado, situata a nord del Po, tra il Lamporo e la Stura, confinante con la corte di Caresana. A sud del Po, nel 961, sempre nel comitato di Vercelli, il cognato e la sorella Gerberga donavano all'abbazia aleramica di S. Salvatore di Grazzano, con il consenso dei rispettivi genitori Guglielmo e Berengario, e dei figli di primo letto di Aleramo, Anselmo e Oddone, le tre corti di Grazzano - con relativo castello - Cisignano e Cardalona, con venti masserie, per un totale di cento iugeri. L'abbazia di Grazzano è sottoposta dai donatori al vescovo di Torino, indice di dissensi giurisdizionali con il vescovo Ingone di Vercelli[51].

Gran parte dei beni ecclesiastici concessi dai sovrani ai vescovi, capitoli cattedrali e monasteri della marca, successivamente alla guerra e sconfitta di Arduino d'Ivrea, riguardavano i beni fiscali e patrimoniali anscarici già in possesso di Corrado. Per precisare in dettaglio l'estensione del patrimonio marchionale occorrerebbe dunque una attenta disamina della relativa documentazione ecclesiastica della fine del X e primi decenni dell'XI secolo. L'incastellamento dei territori marchionali sembra documemtato fin dall'anno 970. Come indicherebbe, ad esempio, il caso del castello di Domodossola, capoluogo dell'Ossolano. La prima relativa attestazione dell'anno 970, si ha a proposito della cessione da parte di Aupaldo, vescovo di Novara, di un sedime ubicato infra castro quod noviter edificato esse videtur in loco et fundo Oxila [...] quod ipso castro nominatur Aguciano[52].

Sono una dozzina i castelli documentati del X secolo per il Vercellese: Asigliano 974, Auriola 993; Bulgaro 956; Caresana 987; Curino 999; Santhià 1000; Victimulae 999; Carpignano Sesia X sec; Breme 929;Uliaco 997, S. Secondo di Dorzano[53]. Ma l'archeologia medievale ha potuto documentare molti altri siti per quell'età. Nel solo Eporediese: Orco, Chiaverano, Albiano di Ivrea, Maridon risalente al IX secolo, Pavone Canavese, Romano Canavese, Pont Canavese alle confluenze dell'Orco e del Soana con le fortificazioni di Tellaria, Ferranda, Doblatio e Sparone[54].

Comitato di Ivrea[modifica | modifica wikitesto]

Il comitato d’Ivrea probabilmente coincidente con la relativa diocesi - dove si radicava la maggiore presenza patrimoniale e fiscale anscarica - si estendeva a nord su tutta la valle dell’Orco e del torrente Soana, raggiungeva a nord-est le località di Quincinetto e di Carema, era limitato ad est da una linea che collegava Andrate, Torrazzo e il lago di Viverone, seguendo a sud-est, dopo Vische, lungo la Dora Baltea fino alla confluenza con il Po. Il comitato aveva una propaggine meridionale, oltre il Po, nei territori di S. Sebastiano, Casalborgone e Berzano e verso sud-ovest e ovest, confinando con il comitato di Torino, includendo Volpiano, Fruttuaria, Rivarossa, Front, Vauda, Barbania e Rocca; prima del collegamento con la valle dell’Orco, il confine comitale includeva Castellamonte[55]..

Comitato di Vercelli[modifica | modifica wikitesto]

Biella e Santhià nedl'ultima parte del X secolo tendono a divenire centri autonomi di un distretto comitale, all'interno della diocesi e comitato di Vercelli. A Santhià, negli anni successivi alla morte di Corrado, si concentreranno gli sforzi del successsore Arduino per contrastare il potere temporale del vescovo Leone: "L’adozione per quella zona della terminologia comitale avviene proprio nel momento in cui non comporta alcuna innovazione sostanziale, proprio nel momento cioè in cui il gestore locale del potere diventa inequivocabilmente uno solo, il vescovo di Vercelli, sia per il comitato di Vercelli sia per il giovane e non sappiamo quanto formalizzato comitato di Santhià." [56].

Comitato di Pombia[modifica | modifica wikitesto]

Il comitato include Novara e comprende la parte più centrale di quella diocesi. Si può considerare che raggiungesse a nord e a nord-est il lago d’Orta e l’entroterra meridionale del lago Maggiore, confinando quindi con i comitati d’Ossola e di Stazzona, a est toccasse per un breve tratto il Ticino confinando poi con la Burgaria «di destra», a sud-est e a sud si estendesse fino ai limiti settentrionali del Vigevanasco e della Lomellina, confinando con i comitati di Burgaria e di Lomello. A ovest il confine che separava il comitato di Pombia da quello di Vercelli doveva coincidere con il confine fra le diocesi di Novara e quella di Vercelli, comprendendo l'alta Valsesia. Gariardo, vassallo e fedele del marchese Adalberto I è ricordato, ormai defunto nel 945, come comes de castro Fontaneto, nel comitato di Pombia, ma non è certo che fosse il titolare di Pombia[57]. Il comitato è tenuto dal conte Adalberto nel 962. Il conte Dadone, padre di Arduino, citato nell'aprile 973 come possessore in "loco et fundo Plumbia" non è, con sicurezza, titolare del medesimo comitato, anzi si firma in un atto imperiale del 967 con Signum manus comes Mediolanensis, ovvero del comitato di Milano sottratto al ribelle Corrado Cono. Questo può far ritenere possibile che il marchese Corrado, perduta Milano, controllasse dal 970 circa direttamente Pombia[58]. Nel 991 compare, nell'assegnazione al vescovo di Novara di una curtis, il comes Uberto il Rufo, che darà impulso nel secolo seguente alla dinastia dei conti di Pombia e di Biandrate; forse si può interpretare la notizia come un intervento dell'imperatrice reggente per sottrarre la contea di Pombia al marchese[59].

Comitato di Ossola[modifica | modifica wikitesto]

Posto a nord di Pombia, il comitato ossolano era inserito anch'esso nella diocesi di Novara. Nel 910 il re Berengario I donò a un Gariardo vicecomes le corti di Caddo, Premosello e "Longomiso" con "quantum ex ipsis quondam pertinuit de comitatu Oxilense". Si trattava di un ricco possessore dell’Alto Novarese incaricato di esercitare localmente funzioni vicecomitali, probabilmente da identificare con Gariardo de Fontaneto, successivamente investito del titolo comitale forse a Pombia[60]. Intorno al 915 lo stesso re donò al nipote del vescovo di Novara la piccola corte di Beura "pertinentem de comitatu Oxilense" nel distretto di Invorio, sito nella porzione più settentrionale del Medio Novarese a cavaliere dei laghi d’Orta e Maggiore. La giurisdizione del comitato dell’Ossola, una circoscrizione pubblica di ridotte dimensioni, poteva dunque estendersi ben oltre i confini della valle omonima. La particolare organizzazione delle grandi aziende agrarie altomedievali, note come curtes, dotate di dipendenze situate anche in località molto distanti dal centro amministrativo, faceva sì che il comitato dell’Ossola formasse delle exclave, ad esempio, nei limitrofi comitati di Pombia o di Stazzona e, si può credere, accadesse anche il contrario. Premosello, circa 7-8 chilometri a nord-ovest del lago di Mergozzo, è la località più meridionale, e Caddo, circa 3 chilometri a nord dell’attuale Domodossola, la più settentrionale. Il comitato, retto da un visconte per conto del marchese di Ivrea, probabilmente si estendeva a sud verso il lago d'Orta. Fra il 999 e il 1015, ovvero sotto il regime di Arduino d'Ivrea, compare come conte di Ossola Riccardo di Ildiprando di Lumellogno, fratello di Uberto il Rufo conte di Pombia[61].

Comitato di Stazzona[modifica | modifica wikitesto]

Rocca di Travaglia sul lago Maggiore, da antica cartolina

L'antica Stationa corrispondeva all'odierna Angera, e costituiva il capoluogo di buona parte dei territorri costieri, circostanti al lago Maggiore, imcludenti Locarno e Sumade, identificabile con Someraro a nord di Stresa. Le valli Blenio e Leventina nel 948 erano state donate nel testamento di Attone vescovo di Vercelli - defunto nel 958 - al capitolo della cattedrale di Milano, separando Blenio dal comitato di Stazzona. Il comitato comprendeva, tra le altre, le corti di Massino e Cabroi, forse identificabile con l'attuale Capronno - insieme a Locarno donate, nell'866, all'imperatrice Angelberga -. Nell'anno 998 Stazzona è ricordata come semplice curtis. I territori sembrano sotto l'influenza di Ottone, figlio del marchese Corrado, fra il 998 e il 1002: "In una vendita del 15 gennaio 998 il vescovo di Tortona Liutfredo cedette «medietatem de corte una in loco et fundo Stazona» a Ottone, figlio di un defunto Conone: potrebbe essere Corrado Conone?"[62]. Altri beni di Ottone nella zona sono in castro insula que nominatur Maiore o Isola Madre, Stresa, Baveno, Carciano (frazione di Stresa) e i castra di Lesa, Locarno e Cistello, quest'ultimo nel comitato di Seprio. Il grande patrimonio acquistato dall'anscarico Ottone imcluse castelli, ville e curtes in area lombarda[63]. Ricordiamo che tra il 962 e il 964 sembra che Corrado - all'epoca conte di Milano - abbia opposto resistenza alle truppe imperiali nella fortezza di Travaglia, sul lago Maggiore, tra Stazzona e Locarno. Con l'opposto fortilizio di Angera, Arona chiudeva e sorvegliava il bacino meridionale del lago, attraverso il quale fluiva gran parte del traffico oltremontano verso Milano e Pavia. Ad Arona, l'arduinico Amedeo conte di Seprio, cognato di Corrado, fonda intorno al 970 l'Abbazia dei SS. Salvatore, Gratiniano e Felino dove sono riposte le reliquie dei santi Gratiniano e Felino provenienti da Perugia[64]. Durante la reggenza dell'imperatrice Adelaide, fino al settembre 994, o nell'anno successivo, Stazzona passa al conte Sigifredo, imparentato con il conte di Pombia, Uberto il Rufo, ovvero a un esponenete di quelle famiglie - fautrici di Arduino d'Ivrea - che occupano con la forza i beni patrimoniali e contestano la politica di Corrado Cono e del figlio Ottone[65].

Comitato di Lomello[modifica | modifica wikitesto]

I confini del comitato lomellino furono la Sesia a ovest, il Ticino a est, e una linea che colleghi Sesia e Ticino a nord, passando poco a settentrione di Mortara, ma il territorio comitale si estendeva a sud anche a destra del Po. A Manfredo, figlio del conte Aimone, nel 988, sono confermati i beni patrimoniali nelle curtes di Breme, Ticineto, Genzano, Astelliano (località scomparsa presso l'attuale Valenza Po), Frassineto e altre non identificabili. Altre vaste proprietà detenevano i conti di Lomello, come sopra osservato, nei comitati di Vercelli e Pombia. Le corti lomelline di Pollicino e di Breme erano state donate al monastero della Novalesa dall'anscarico Adalberto I per sfuggire alla minaccia saracena, ma non si hanno altri documenti sui beni anscarici nel comitato all'epoca del nipote Corrado, anche se l'assenza del titolo comitale da parte di Manfredo, figlio del conte Aimone, può fare ipotizzare che l'ufficio pubblico fosse detenuto dal marchese, fra il 970 e il 995[66].

Le donazioni di Caresana e Trecate negli anni 987 e 989[modifica | modifica wikitesto]

I rapporti di Corrado Cono con gli enti ecclesiastici sono parzialmente documentati pur da due avvenimenti: la donazione della corte e castello di Caresana, nel comitato di Vercelli[67] al Capitolo dei canonici di Vercelli - città inserita nella curia di Ivrea - e quella di Trecate, nel comitato di Burgaria; , all'arcidiocesi di Milano, retta da Landolfo II da Carcano[68].

La corte di Caresana superava i mille iugeri, cioè quasi ottocento ettari, e comprendeva un castello con fossato, la cappella dei Santi Simone e Giuda, il porto sul Sesia con relativi diritti commerciali e di pesca, oltre la foresta di Gazzo, le vigne i prati e i coltivi. La storiografia, sfruttando quasi mille istrumenti notarili fra X e XIII secolo, è riuscita a determinare la presenza di muraglie, torri e fossati, del ponte che univa la fortificazione più antica al villaggio, di case e magazzini, stradine, orti e cappelle, interni ed esterni al castello, il quale aveva una cortina di circa cinquecento metri e si collegava immediatamente alla villa, cinta a sua volta di fossati e provvista di porte. In essa era posizionato il piccolo fondo circondato da altra muraglia, in cui dimoravano il gastaldo ed altri agenti e servi, e dove insistevano due mulini e la casa in cui si riponevano i frutti spettanti al signore. Il territorium, sino alla fine del X secolo fu ancora in gran parte incolto, e poi dissodato in molte sue zone in più fasi. Caresana insisteva sulla destra della Sesia, dodici chilometri a sud-est di Vercelli, sette chilometri a nord del Po, e fino al XII secolo il suo territorio si stendeva fino a raggiungere il Po, lungo la destra e la sinistra della Sesia, per quasi quindici chilometri: nelle zone via via di nuovo dissodamento sorsero anche alcune cassine, alcuni sedimina di abitazione talvolta indicati come clausure, mentre le dimore consuete, entro la villa o il castrum, non erano normalmente cinte da siepi o da altro riparo. Molti possidenti furono milites con equos et armas, forse da identificare con il 17-18% della popolazione di origine franca e Legge salica. Il castello di Caresana era sito presso il porto dei traghetti che univano il Vercellese alla Lomellina e alla via per Pavia, interrato l'antico ponte romano di Mantie - a circa due chilometri da Caresana - per il mutamento d'alveo del fiume[69]. Per cautelarsi, i canonici di S. Eusebio di Vercelli si fecero rinnovare la donazione post mortem del marchese Corrado; ma le conferme avvengono a futura memoria, nel 995 da parte dell'imperatrice Adelaide e nel 996 da parte di Ugo di Tuscia, quando ancora Corrado era in vita e dunque i canonici, probabilmente nel passaggio di consegne al nuovo marchese, non avevano ancor preso possesso della corte. La donazione dell'imperatrice Adelaide - nipote di Rodolfo I di Borgogna bisnonno di Corrado - del novembre 995, infatti è confermata, su richiesta del vescovo vercellese Pietro, in un placito di Pavia presieduto dal duca e missus imperiale Ottone, forse lo stesso figlio di Corrado, nel successivo aprile, a pochi giorni dalla traslazione a Spoleto del marchese di Ivrea[70]. Quindi è possibile trovarne la causa e porre le conferme in occasione dell'abbandono della Marca di Ivrea da parte di Corrado (994-995)[71], a cui succedette il nuovo marchese Arduino d'Ivrea, e nell'assunzione all'ufficio di duca di Spoleto, in cui l'anscarico succedette allo stesso Ugo (996).

La corte di Trecate proveniva dall'immenso patrimonio dell'imperatrice Angelberga, sorella di Suppone II e madre della nonna materna di Corrado; la regina Ermengarda. Nell'anno 877 l'imperatrice redasse il suo testamento lasciando tutti i suoi beni al monastero benedettino femminile di S. Sisto di Piacenza, da lei fondato e sottoposto alla tuitio dall'Arcidiocesi di Milano. La corte di Trecate, nello spirituale dipendente dal vescovo di Novara, era così dominata - almeno indirettamente - dai presuli milanesi da oltre un secolo quando intervenne la donazione patrimoniale dell'anscarico nel 989. Inoltre, S. Sisto all'epoca era sottoposto all'egida della badessa Berta, sorella del marchese d'Ivrea. Le numerose ricche corti regie donate da Angelberga alla sua creatura, ora in mano ai fratelli anscarici, costituivano non solo una opulenta concentrazione di potere economico, ma erano tutte collocate in zone che avevano una grande potenzialità strategica per il controllo delle principali vie di comunicazione dell’Italia centro-settentrionale, ovvero lungo il corso del Po e dei suoi affluenti; quello del Ticino e la Via Francigena, non esclusi i diritti di fiera e alcune saline di Comacchio[72]. La corte di Trecate, sin dai primi decenni del X secolo, registra la presenza, fra i grandi proprietari fondiari, del vescovo e del capitolo di Novara. Insieme a Caresana, Trecate fu donata fin dal 16 marzo 882 dall'imperatore Carlo III il Grosso, al suo arcicancelliere Liutvardo - vescovo di Vercelli dilectus, summus, intimus consiliarius - caduto in disgrazia nell'887 e quindi privato dei beni. Angelberga nel contempo subiva da parte dell'imperatore l'esilio in Germania e la perdita di parte dei beni, che riebbe soltanto dopo la caduta del genero Bosone I di Provenza nell'anno 887[73].

Famiglia e figli[modifica | modifica wikitesto]

Prima del 987, Corrado sposò Richilde, figlia di Arduino il Glabro della stirpe degli Arduinici, primo signore della marca di Torino. Secondo il Sergi, è possibile identificare il duca Ottone dux et advocatus imperialis che acquista castelli e chiese dal vescovo di Tortona, il 15 gennaio 998, con un figlio di Corrado Cono. Un altro documento - citato dal Muratori nelle stesse pagine - in cui si ritrova Ottone, figlio del duca Corrado Cono, è relativo a un placito da lui presieduto il successivo 19 febbraio 998 in Cremona - affiancato dal venticinquenne Enrico II il Santo, duca di Baviera e Carinzia, futuro imperatore nonché cugino avendo in comune il trisavolo Rodolfo I di Borgogna - nel quale, in qualità di missus imperiale, si pronuncia a favore di Olderico, vescovo di Cremona, al quale venivano contestati alcuni diritti dai suoi cittadini[74].

Ottone di Corrado d'Ivrea, nei documenti citati a gennaio e febbraio, porta il titolo del padre di duca, ma a dicembre del 998 l'ufficio di duca di Spoleto fu invece affidato dall'imperatore a Ademaro da Capua, figlio del chierico Balsamo, amicissimo d'infanzia e allevato insieme ad Ottone III, il quale intendeva, attraverso il suo operato, recuperare alla fedeltà il Principato di Capua e il Ducato di Napoli, come avvenne verso la fine del 999. Corrado era deceduto e aveva lasciato il ducato, e le otto contee marchigiane, senza un titolare probabilmente a dicembre del 997, quando l'imperatore - accompagnato dal duca di Baviera, i marchesi di Meissen e di Tuscia, vescovi italiani e transalpini, Odilone di Cluny e Gerberto di Aurillac - aveva attraversato le Alpi per rimettere ordine a Roma e in Italia, e riporre il cugino Gregorio V sul soglio di Pietro, occupato dall'antipapa Giovanni XVI. Il sodalizio tra i cugini, imperatore e papa, era infatti durato poco; Gregorio V fu costretto a rifugiarsi prima a Spoleto, ospite del duca Corrado che tentò con la forza di riprendere Roma, poi in Lombardia dove nel febbraio 997 tenne un sinodo a Pavia, intimando a Roberto II di Francia, cognato del duca di Spoleto, di annullare il ripudio di Rozala d'Ivrea[75].

Corrado fra leggende agiografiche e tradizioni popolari[modifica | modifica wikitesto]

La figura storica del duca Cono di Ivrea, nella quotidianità eporediese, è ancor oggi relativamente attiva; attraverso la festa patronale di san Savino e la fiera equina del 7 luglio. Narra la leggenda che, nell'anno 956, Corrado duca di Spoleto prelevò da una basilica a poche miglia da Spoleto le reliquie del santo vescovo Savino - "portando con sé il corpo del glorioso Martire e Vescovo S. Savino, che aveva collocato in una cassetta con entrovi i documenti, che ne constatavano l'identità" - e le trasportò a Ivrea - governata dal fratello Guido - per proteggere se stesso e la città piemontese dai pericoli di un'epidemia di "peste" allora in atto. Giunto il duca alle porte di Ivrea, le spoglie del santo iniziarono a essere fonte di miracoli e si meritarono così la venerazione da parte degli eporediesi. Iniziò quindi in quell’epoca la devozione della comunità di Ivrea per san Savino patrono principale della città e diocesi, festeggiato - sino al 1749 - il 24 gennaio[76].

Lo scenario storico delle leggende[modifica | modifica wikitesto]

Nel 956 sappiamo che imperversava una epidemia di peste in Germania e Francia, ma non possediamo riferimenti nelle fonti italiche[77]. Peraltro altre epidemie, che potrebbero far da sfondo alla leggenda delle reliquie di s. Savino, si registrano nel 976, ancora nel 983-986 e nel 996-997, quando Corrado fu, rispettivamente, marchese di Ivrea e duca di Spoleto. Per il Settia l'arrivo delle reliquie a Ivrea sarebbe da porre tra il 936-940 - quando Anscario II, zio di Corrado, è duca di Spoleto - e il 959 a seguito della cacciata da Spoleto del duca Tebaldo II di Spoleto, da parte di Adalberto II, fratello di Corrado; "ad Spoletensem seu Camerini marchiam debellandam"[78]. Tuttavia l'epidemia del 976 è testimoniata in area franco-tedesca, quindi ravvicinata rispetto alla diocesi di Ivrea, mentre quella del 996-97 sembrerebbe documentata soprattutto in Inghilterra[79]. Negli anni 983-986 si registra una terribile epidemia in tutta Italia:

«Quindi la peste cominciò a menar nuove stragi in Italia nell'anno 984; e, secondo alcuni, già l'anno prima aveva usato della sua forza; estesasi poi in tutta quasi l'Italia nell'anno 985, nel quale giunse al colmo della sua malignità. Quindi continuò nel 986. Le calamità della peste, della guerra, e della fame si combinarono unite in questo tempo a spopolare quell'in ogni età ragguardevole paese; e tante furon le stragi che esse menarono, e tanta l'importata loro sevizie, che fu prodigio, se non andò affatto desolato e distrutto»

(Frari, Della peste, pp. 282-283.)

Nondimeno nell'ultimo decennio del X secolo Rodolfo il Glabro descrive la morte di molti grandi personaggi - fra il 995 e il 996 - in una pandemia di "peste" o "fuoco sacro" - molto probabilmente in realtà vaiolo - che ben si attaglia alla leggenda di Corrado:

«Nello stesso periodo morirono in Italia e in Gallia i più eminenti vescovi, duchi e conti [...] In quel tempo una terribile malattia travagliava gli uomini: un fuoco nascosto consumava e staccava le membra che aveva colpito. Molti furono completamente divorati da questo fuoco in una sola notte. Il rimedio a questo terribile flagello fu trovato nelle reliquie di numerosi santi, e per questo vi fu un enorme concorso di popolo soprattutto nelle chiese dei tre venerati confessori Martino di Tours, Ulrico di Baviera, e del nostro venerabile padre Maiolo, e per loro intercessione si ottenne la guarigione desiderata.»

(Rodolfo il Glabro, Les cinq livres de ses Histoires, pp. 40-41.)

Di conseguenza, è più probabile fissare fra il 976 e il 997 l'effettivo accadimento dell'arrivo delle reliquie a Ivrea - in particolare nel 985 unica pandemia documentata espressamente per l'Italia - quando Corrado fu titolare della marca e poi a Spoleto. La prima menzione liturgica di s. Savino in Ivrea, nondimeno, risale alla fine del X secolo, quando il soglio vescovile eporediese fu occupato dalla straordinaria figura del vescovo Warmondo (969/980-1006), rifacitore della cattedrale di S. Maria - dal 980 circa in poi - il quale ripose le spoglie di s. Savino nella relativa cripta, all'interno di una monumentale edicola funeraria romana, insieme a quelle di s. Besso e s. Tegolo, secondo quanto si può evincere dal celeberrimo Sacramentarium Episcopi Warmundi, redatto intorno all'anno 990[80].

Una precedente relazione storica di s. Savino con la diocesi di Ivrea potrebbe essere individuata se le spoglie del santo patrono diocesano portate in città da Corrado, forse al tempo del vescovo Warmondo, fossero appartenute, in realtà, a Savino vescovo di Piacenza; il culto del quale, la sepoltura e le reliquie furono sempre comuni a quelle di s. Antonino di Piacenza - altro martire tebeo come Besso e Tegolo -. Il martirio di s. Antonino poté essere ambientato nella Val di Susa. A S. Michele della Chiusa, nel territorio della marca eporediese sino all'anno 941, era venerato s. Antonino ed era sita una chiesa a lui dedicata, ricordata sin dal 1029, donata nel 1043 dai marchesi di Torino ai canonici regolari di Saint-Antonin-Noble-Val poi dipendente dalla Sacra di San Michele[81]. Sulle intime relazioni familiari di Corrado con l'ambiente piacentino, dove furono scoperte le reliquie di s. Antonino dal vescovo Savino, rammentiamo la sorella Berta, badessa di S. Sisto, il cugino Bosone d'Arles, vescovo di Piacenza (940-951), e la cognata Alsinda, nuora di Lanfranco conte di Aucia e poi di Piacenza (976-981). Infine Sigifredo, vescovo di Piacenza dal 997, della potente famiglia milanese dei da Besate - vassalli di Caresana - era consanguineo della moglie di Corrado[82].

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]

Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Anscario I Amedeo di Langres  
 
 
Adalberto I d'Ivrea  
 
 
 
Berengario II d'Ivrea  
Berengario del Friuli Eberardo del Friuli  
 
Gisella  
Gisla del Friuli  
Bertila di Spoleto Suppone II  
 
Berta  
Corrado d'Ivrea  
Tebaldo d'Arles Uberto del Vallese  
 
 
Bosone d'Arles  
Berta di Lotaringia Lotario II di Lotaringia  
 
Waldrada di Wormsgau  
Willa III d'Arles  
Rodolfo I di Borgogna Corrado II di Borgogna  
 
Waldrada  
Willa II di Borgogna  
Willa di Provenza Bosone I di Provenza  
 
 
 

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Sergi, Movimento signorile, p. 158.
  2. ^ Galvanei Flammae Chronicon maius, p. 586; I diplomi di Ugo e di Lotario, di Berengario 2. e di Adalberto, p. 380; Delogu, Berengario II, p. 33 Hlawitschka, Franken, Alemannen, Bayern und Burgunder, p. 216.
  3. ^ Arnulphi Gesta archiepiscoporum Mediolanensium, p. 8: Otto [...] venit Italiam, primus ex Teutonibus imperator dictus Italicus; cumque illi subiecta fierent omnia, Berengarium ipsum arce quadam robusta munitum diuturna vallens obsidione subegit, filiis circumquaque dispersis Vuidone, Adalberto et Conone. Illum vero cum filiabus et coniuge captum reum devexit in Sueviam, ubi non multo post in amaritudine animae diem clausit extremum.
  4. ^ Balbo, Della storia d'Italia, p. 118: "Chiudonsi Berengario II in San Leo, Adalberto in un'isola del lago di Garda, Guido fratello di lui in una del lago di Como, e Villa in una del lago d'Orta".
  5. ^ Continuator Reginonis Trevirensis, p. 625: "Imperatore augusto ab urbe Romana redeunte et Papiae pascha celebrante Berengarius in quodam monte, qui dicitur ad Sanctum Leonem, plurimis undiquessecus copiis attractis se munivit, et Willa in Lacu Maiore in quadam insula, quae dicitur ad Sanctum Iulium, se inclusit. Filii vero eorum Adalbertus et Willo huc illucque incerti vagabantur; quasdam tamen munitiones cum suis sequacibus adhuc possidebant, hoc est Gard castellum et Travallium et insulam in lacu Cumano". Per l'assedio e capitolazione di Travaglia vedi il Giulini, Memorie spettanti alla storia, p. 591.
  6. ^ Moréri, Le grand dictionnaire historique, p. 948: "Conrad ayant été dépouillé par l'empereur des terres qu'il avoit possedées dans les pays de Modene & de Bologne, alla s'établir dans la Ligurie, aux environs du Pô, où il fut tige des comtes de Vintimille". Per l'identificazione tra Corrado d'Ivrea e l'omonimo duca di Spoleto vedi Uhlirz,Jahrbücher des Deutschen Reiches, pp. 76, 216, 355; D'Acunto, Nostrum Italicum Regnum, p. 106. Si può ipotizzare che la contea di Ventimiglia sia giunta ai figli di Corrado, ivi insediatisi come eredi dei beni dotali della madre Richelda e del nonno materno Arduino, marchese della Marca di Torino, comprendente anche il comitato di Ventimiglia. Sulla presenza arduinica a Ventimiglia, precedente quella dei locali conti e la successiva rinuncia al relativo patrimonio fondiario vedi Sergi, Una grande circoscrizlone del regno italico, p. 696: «Due documenti, la vendita a prete Sigifredo del 1021 e la donazione a S. Solutore del 1031, entrambi emanati da Olderico Manfredi, inseriscono il comitato di Ventimiglia fra i molti in cui gli Arduinici vantavano possedimenti; certamente si doveva trattare di una presenza patrimoniale limitata, in quanto dalla documentazione non emerge nessun altro riferimento specifico a corti possedute in quella circoscrizione dai marchesi. Ciò può spiegare il disimpegno marchionale nella zona di Ventimiglia: si può forse pensare ad una rinuncia piuttosto che ad una perdita del comitato, rinuncia dettata da una politica di affermazione dinastica su certe zone, le più centrali della marca, sostenuta in esse da una vigorosa espansione fondiaria. Se in questi secoli il collegamento fra entità del patrimonio e potere politico non deve essere esagerato, è fuor di dubbio che il disinteresse per la crescita patrimoniale in una zona può interpretarsi come disinteresse per l'affermazione stabile e dinastica dei poteri in un distretto».
  7. ^ Die Urkunden Konrad 1., Heinrich 1. und Otto 1., p. 371: proprietario iure concedimus seu donamus Vuidoni venerabili episcopo dilectoque nostro fideli summoque Regnorum nostrorum consiliario omnes proprietates vel res que per qualiacumque instrumenta cartarum obvenerunt Vuidoni quondam marchioni seu Conrado, qui et Cono dicitur, filiis Berengarii seu Vuille ipsius Berengarii uxoris eorumque matris, tum in Comitatu Mutinense seu Boloniense[...]et si de ipsis adquisitionibus infra Comitatum Regiensem invenire poterit, in hac nostra donatione permaneat.. Fumagalli, Per la storia di un grande possesso canossiano, p. 87: "I limiti di questa passavano anche per montem de Valle Vicinaria. Nel 950 Lotario concedette alla regina Adelaide omnes cortes et res iuris nostri ex paterna hereditate [...] nobis advenientes infra Mutinensem comitatum et Bononiense, coniacentes in loco qui dicitur Vallis Vicinaria. È la Vallis Vicinaria, ora Vallisnera, in provincia di Reggio, che confina, come abbiamo visto, proprio con Lugolo: lo si può verificare anche sulle carte al 100.000. La corte doveva coincidere con tutta la Vallis Vicinaria essendo questa, nel più alto Appennino, probabilmente poco popolata". I beni appartenevano dunque alla imperatrice Adelaide, che ne chiese il sequestro a Ottone I, e confinavano con l'enorme corte di Vilinianum presso Parma, altro motivo di attrito, come osserveremo di seguito, tra Adelaide e Corrado. Ricordiamo che Adalberto I d'Ivrea - nonno di Corrado - fu intorno al 921 anche conte di Parma: Hlawitschka, Franken, Alamannen, Bayern, pp. 100-106.
  8. ^ Continuator Reginonis Trevirensis,, p. 627.
  9. ^ Scaravelli, Gotofredo, sub voce. Sembra che mediatore dei patti fra Ottone I e Corrado Cono fu l'arcivescovo milanese Gotofredo (974-979), secondo il cronista Arnolfo: "Cui successit Gotefredus [...] Extremo vero pace receptus, regie fidelitatis gratia contra filios Berengarii dimicavit. Quorum Vuidone interfecto, Conone pactione quieto, Adelbertus ceteris animosior diebus vite omnibus factus est in diversa profugus".
  10. ^
    (LA)

    «Sed nunc, domini mei, accipite insidias Danaum et crimine ab uno discite omnes. Nicephorus mancipio illi, cui collectitium atque conductitium commendavit exercitum, pecuniam satis magnam hac ratione dedit, ut, si Adelbertus cum septem milibus loricatorum et eo amplius, sicut mandavit, se adierit, tunc donativum eis illud distribuat, Cona frater suus cum ipsius et Argolico exercitu vos impugnet, Adelbertus vero Bareis diligenter custodiatur, donec potitus victoria frater redeat. Quod si veniens tot hominum milia non duxerit, ut capiatur, vinciatur vobisque eo venientibus tradatur, insuper et pecunia, quae ei debebatur, vestras in manus conferatur, edixit.»

    (IT)

    «Ed ora, signori miei, «udite le insidie dei Danai e da un solo delitto conosceteli tutti». Niceforo consegnò molto danaro a quello schiavo, cui aveva affidato un esercito raccogliticcio e mercenario con l'istruzione che distribuisse quel donativo se Adalberto si fosse avvicinato con sette mila uomini armati di lorica ed anche di più, così come aveva notificato. e che il fratello di lui Cona, assalisse voi con questo esercito e con l'altro argolico, mentre Adalberto doveva venire custodito con ogni diligenza in Bari finché il fratello fosse tornato vincitore. Ordinò ancora che se quello, arrivando, non avesse condotto tante migliaia di soldati, allora dovesse essere preso , legato e consegnato a voi se avanzaste colà, ed inoltre dovesse essere versato nelle vostre mani il denaro che a lui si doveva»

    ((IT) Die Werke Liudprands von Cremona, a cura di J. Becker, Hannover, Lipsia: Hahnsche, 1915, p. 191; (LA) Liutprando di Cremona, Tutte le opere, p. 245)
    ; Althoff, Otto 3., p. 85. Muratori, Annali d'Italia, pp. 959-961: "Si vede da questa relazione che Adalberto e Corrado figliuoli del già re Berengario, erano ricorsi alla corte greca, e le faceano credere d'avere in Calabria o in Puglia sette mila corrazzieri da unire coll'armata navale che Niceforo pensava di spedire in Italia contro gli sforzi d'Ottone Augusto [...] In questo mentre avvertito l'imperadore Ottone dell'indegno ricevimento del suo ambasciatore in Costantinopoli, e che Niceforo in vece di pace voleva guerra, e dava ricovero ad Adalberto e Corrado nemici suoi, e metteva in ordine una flotta, per inviarla contra di lui in Italia: vedendosi invitato al suo giuoco, senza perdere tempo, andò a mettere il campo sotto Bari, città allora sottoposta ai Greci".
  11. ^ Chronicon Salernitanum, p. 173: Cuneus alius [anche il comandante degli Alemanni si chiamava Cono ndr] validus, qui fuerat ab ipso patricio missus, quatenus ex alia parte clam super Francos irrueret ultimaque cede eos vastaret, dum talia perficere vellet atque super Spolitinos irrueret, ilico Spolitinorum comes, Sico nomine, cum valida manu super eum venit, ultimaque cede eos vastavit, ipseque Romualt, qui illorum preerat, cum non paucis comprehendit, et ne unus ex Francis est mortuus, nisi unus ex Spolitinis est sauciatus. De exercitu vero Grecorum ceciderunt fere mille quingentos viros; auferentesque spolia multa, dilati sunt valde, et sic cum magno tripudio Avellino oppido adierunt, et sic pacifice Beneventani in eodem oppido introierunt.
  12. ^ Mor, L'età feudale, pp. 346-347.
  13. ^ Sergi, Il declino del potere marchionale, p. 446: "Dopo il ritorno in Italia di Berengario, verso il 950 e questa volta con funzioni regie, prima Guido e poi Corrado Conone, entrambi figli di Berengario II, comparvero come marchiones, titolari con ogni probabilità di una marca più piccola rispetto a quella governata dai loro avi, parti della quale erano ormai affidate ad altri marchesi. Appunto di questa nuova e minore marca fu dopo Corrado Conone titolare Arduino, il futuro re d’Italia, la cui appartenenza alla stirpe anscarica non è còsi sicura come una affermata tradizione potrebbe far apparire"
  14. ^ Sulla solenne ambasciata a Colonia per invocare l'intervento dell'imperatrice Teofano in Italia, da parte di Corrado, del marchese di Tuscia e di alcuni monaci bobbiesi a metà dicembre 986 vedi Regesta Imperii 2. Sächsisches Haus 919-1024, p. 468.
  15. ^ Panvini Carciotto, L'epistolario di Gerberto di Aurillac p. 220.
  16. ^ Lattin, The Letters of Gerbert, , pp. 271-272; Görich, Otto 3., pp. 229, 23; sulla definitiva donazione, del gennaio 1001, della Pentapoli alla Chiesa, nella persona dell'amico di Corrado, Silvestro II, redatta dal vescovo di Vercelli Leone - altro raffinato ideologo della renovatio Imperii con il sodale Gerberto d'Aurillac - vedi Gandino, Ruolo dei linguaggi, p. 151.
  17. ^ Milani, Arduino e il Regno italico, p. 95.
  18. ^ Mariaux, Warmond d'Ivrée et ses images, p. 26.
  19. ^ . Panero, Il vescovo Leone e la Volpe rossa, p. 463. Odilone di Cluny, Das Leben der Kaiserin Adalheid, p. 6: "Quando suo marito Lotario morì, un uomo di nome Berengario assurse all'onore della corona italiana, la cui moglie si chiamava Willa. [Adelaide] è stata spudoratamente colta innocentemente da loro, spaventata da molteplici torture, strappata per i capelli della sua testa e spesso maltrattata con pugni e calci, alla fine rinchiusa in un'oscura prigione con una sola ancella". Sulla fuga di Adelaide da Garda e la sua insofferenza per Berengario, secondo il cronista Donizone antecedente alla prigionia, vedi Infante Gonzalez, Punto di vista maschile e femminile, p. 52. Adelaide era già intervenuta contro il nipote Corrado nel 963, chiedendo all'imperatore il sequestro dei beni anscarici nei comitati di Reggio, Modena e Bologna. Vedi Muratori, Annali d'Italia. p. 939: "Guido vescovo di Modena, ed arcicancelliere dell'imperatore, non dimenticò in tal congiuntura i vantaggi, ed impetrò da esso Augusto, per interposizione di Adelaide imperadrice, tutti i beni che in qualsivoglia maniera erano stati appartenenti Widoni quondam marchioni, seu Conrado, qui et Cono dicitur, filiis Berengarii, seu Willae ipsius Berengarii uxoris, eorumque matris, tam in comitatu Mutinense, seu Bononiense. Il diploma, tuttavia esistente col suo sigillo di cera nell'archivio de' canonici di Modena, fu dato II idus septembris colle altre note suddette: Actum in Monte Feretri ad Petram Sancti Leonis; Panero, Insediamenti umani, pievi e cappelle, p. 51: "il nuovo marchese d'Ivrea, Arduino, assurto al potere durante la reggenza dell'imperatrice Adelaide". Lucioni, Re Arduino e il contesto religioso, pp. 35-60: "La morte dell’imperatrice madre Teofane nel 991 aveva portato all’emarginazione di una cerchia di persone a lei legate e favorito altre che facevano capo alla vecchia imperatrice Adelaide, divenuta reggente del nipote Ottone III [...] Esisteva a corte una fazione che fu in grado di tutelare Arduino per qualche tempo e che ebbe come esponente di spicco Pietro da Como che subito si schierò con Arduino quando si fece incoronare re. Egli non fu l’unico ecclesiastico a sostenere Arduino, lo affiancò infatti anche Pietro da Asti fin dagli ultimi anni del X secolo quando fu accusato da Silvestro II per il suo comportamento e per l’allineamento con le posizioni di Arduino [...]"; Lucioni, Appunti per disegnare una mappa, p. 71: "E accanto a costoro vi erano alcuni vescovi (non della sua marca), tra i quali spiccano Pietro di Como e Pietro di Asti. Il primo, già individuato come uno dei protettori del marchese presso la corte ottoniana (almeno fino a quando fu in vita l’imperatrice Adelaide), dopo l’incoronazione assunse subito l’incarico di arcicancelliere del regno e si mantenne fedele ad Arduino sino alla fine".
  20. ^ Vignodelli, Berta e Adelaide, p. 266, 286: "Abbiamo visto che nel placito del 935 il re si affrettò a riconoscere al proprio fedele Sigefredo vescovo di Parma una parte di quei beni: nonostante il ruolo non chiaro di sua madre Berta nel possesso dell’eredità di Volgunda, egli preferì che la curtis di Lugulo andasse alla chiesa di Parma piuttosto che a suo nipote Anscario II. Per mettere le mani anche su Nirone, Vallisnera e forse «Vilinianum», Ugo dovette aspettare il 939-940, e cioè il compimento dell’articolato piano che condusse all’eliminazione del marchio di Ivrea: Ugo in quanto ultimo discendente vivente di Berta di Tuscia [recte: anche i figli di Berengario II discendevano da Berta ndr] ereditò il complesso di beni. La ricostruzione del regno di Ugo fornita dal Perpendiculum di Attone di Vercelli, che è certo tutta giocata sull’ingordigia del re, pone proprio la ricomposizione dell’eredità materna tra i primi motivi che spinsero Ugo a eliminare via via tutti i suoi parenti italici".
  21. ^ Una ricostruzione sulla presenza emiliana di Anscario II, erede della madre Ermengarda di Tuscia e della nonna Berta di Lotaringia si trova in Fumagalli, Per la storia di un grande possesso canossiano, pp. 85-90. Non sappiamo se Corrado intentò un procedimento per recuperare l'eredità della carolingia Berta di Lotaringia; se lo avesse intrapreso sarebbe venuto meno al giuramento di fedeltà nei confronti della reggente Adelaide sua nuova sovrana dal giugno 991, giustificando legalmente la sua estromissione dall'ufficio marchionale.
  22. ^ Demotz, La Bourgogne, dernier des royaumes carolingiens, pp. 436-440. Tietmaro di Merseburgo, Chronicon, p. 211: "Willehelmus comes, de quo predixi, miles est regis in nomine et dominus in re; et in hiis partibus nullus vocatur comes, nisi is, qui ducis honorem possidet: et ne illius potestas in hac regione paulo minus minueretur, consilio et actu imperatoriae maiestati, sicut predixi, reluctatur". Sull'intervento di Adelaide vedi Castelnuovo, Un regno, un viaggio, una principessa, p. 232: "Ecco dunque che, nei “negotia” di pace di Orbe, la pietà dell'Imperatrice si collega alle sue capacità di risoluzione pacifica dei conflitti. La Borgogna della fine del X secolo appare infatti terra di conflitti, dove la coesistenza fra due diversi modelli di potere, la supremazia regia di origine carolingia e le premesse di una preminenza politica più localizzata, si fa sempre più difficile, pronta a trasformarsi in concorrenza politica aggressiva e aperta, il re da una parte, i principes dall'altra".
  23. ^ Sergi, Le città nelle strutture politiche, pp. 111-112: "Si consideri, a questo punto, che famiglie del medesimo livello di quelle che in Piemonte governavano marche avevano in Borgogna mantenuto le loro presenze nei comitati di origine carolingia. L'esempio più evidente è quello della famiglia anscarica che in Piemonte controlla la Marca d'Ivrea sin alla fine del X secolo e a ovest delle Alpi e del Giura controlla il comitato della Borgogna occidentale, costituendo anzi nella seconda metà del X secolo, con Ottone-Guglielmo, un centro di resistenza autonomistica rispetto alle corone di Francia e di Borgogna".
  24. ^ Trouillat, Monuments de l'histoire, p. 140; Hediger, Risch um die erste Jahrtausendwende, p. 16: "Questo incontro fu di grande importanza politica, sia per la Borgogna e la diocesi in generale di Basilea, sia per la sua posizione mediana rispetto alla Francia e per il controllo dei passi alpini occidentali, soprattutto del Gran San Bernardo, che nella politica di Ottone III ha ricevuto un'attenzione speciale"
  25. ^ Jarnut, Bergamo 568-1098, p. 50.
  26. ^ Hediger, Risch um die erste Jahrtausendwende, pp. 15-18. La madre in seconde nozze di Kuno è vedova nel primo matrimonio a fine 991; non si può dunque anticipare la nascita di Kuno II oltre tale data. Vedi anche Hlawitschka, Zur Herkunft und zu den Seitenverwandten des Gegenkönigs Rudolf von Rheinfelden, p. 209. Sugli antenati dei conti palatini di Svevia, Anselm e i figli Hugo e Werner - viventi fra il 966 e il 1027 vedi Schmid, Geschichte Der Pfalzgrafen Von Tübingen, pp. 23-25.
  27. ^ Poupardin, Le royaume de Bourgogne, p. 119; Jarnut, Bergamo 568-1098, p. 56. Arduino, nipote della moglie di Corrado, appartenne alla dinastia dei conti di Bergamo e fu di probabile nomina da parte di Adelaide, poiché succedette, nell'incarico palatino, al padre ancora vivente Giselberto II, dopo il 993, durante la reggenza dell'imperatrice.
  28. ^ . Perotti, La via Francigena in Canavese, pp. 16-17.
  29. ^ Tosco, Ricerche di storia dell'urbanistica, p. 466.
  30. ^ Chartes originales antérieures à 1121, Chaumont, AD Haute-Marne, 2 G 1166 nº 14, doc. del 18 maggio 918: "Amadeus comes in suo nomine et uxoris suȩ necnon et filii eius Anscharii suis diebus tantum per prestariam ab eadem ecclesia in suis usibus adquisierat, secundum seculi consuetudinem.
  31. ^ Sergi, Una grande circoscrizione, p. 650.
  32. ^ Oltre al Sergi sopra citato, possibilista sul tema, vedi in particolare, convinti dell'inclusione nella Marca d'Ivrea della Liguria, Mor, L’età feudale, pp. 23-24, 91-92; 2., p. 66; Pavoni, Liguria medievale, pp. 164, 220.
  33. ^ Settia, "Nuove marche" nell'Italia occidentale, p. 51. Sergi, Torino entro la marca di Ivrea, pp. 390-391: "Ma è già con la morte di Anscario II e con la fuga di Berengario in Germania che la storia di Torino si svincola da quella di Ivrea. È vero che dopo il ritorno in Italia di Berengario II, intorno al 950, troviamo Guido e Corrado - figli di Berengario, ormai re - con il titolo di «marchiones»: ma la Marca di Ivrea non aveva più un’estensione comprendente Torino. La grande marca «anscarica», definita come «di fatto smembrata» durante gli ultimi cinque anni del regno di Ugo, non esisteva più"
  34. ^ Settia, I Saraceni sulle Alpi, p. 137-138.
  35. ^ Castagnetti, Una famiglia di immigrati, pp. 40-42: "I rapporti vassallatici, soprattutto quelli contratti direttamente con il re, hanno una finalità pubblica. Nella legislazione carolingia i vassalli regi e imperiali o vassi dominici sono accostati ai conti, e ai conti accomunati in quella di Ludovico II, re d’Italia e imperatore, così che di recente è stata proposta per la piena età carolingia la possibilità di una “sovrapposizione sociale” di vassalli regi e conti [...] che [...] diviene probante solo nel X secolo".
  36. ^ Motta, Spettro sociale, pp. 168-213.
  37. ^ Settia, Nelle foreste del re, p. 404: "Arduino nel 1003 dispone infatti della corte di Orco assegnandola al diacono Tedeverto con un diploma pervenuto in originale. Con la fine di Arduino, almeno per i beni fiscali canavesani, si dovette ristabilire la situazione precedente poiché la corte di Orco rimarrà nelle mani dei discendenti di Berengario II sinché essi nel 1019 decisero di donarla, almeno formalmente, all’abbazia di Fruttuaria". In verità non soltanto la corte di Orco - con i castelli di Feletto e Bosconero - fu donata da Ottone-Guglielmo il 28 ottobre 1019, ma tutto il suo asse ereditario nella Marca di Ivrea: fra le Alpi Pennine, il fiume Po e la Dora Baltea; la Valchiusella, metà Chivasso, il castello di Castagneto Po, quello di Lombardore con la foresta Vauda. Questo documento è pubblicato in Lange, Chiese della Valle d'Aosta, pp. 17-18. In un atto del 1014 di Enrico II risulta che almeno parte di questa donazione era già stata effettuata da Ottone-Guglielmo a quella data: Die Urkunde Heinrich 2., pp. 379-382, n. 305.
  38. ^ Andenna, Le pievi della diocesi di Novara, pp. 490-500.
  39. ^ Sergi, Le istituzioni politiche, pp. 75, 77: "Direi che mentre il X secolo è quello in cui il tipo di struttura fondiario-immunitario si manifesta nella sua nuova, più dirompente efficacia, crea nuclei di potere alternativo e, insomma, complica il sistema, il secolo XI è quello del riassestamento: in esso il tipo di struttura circoscrizionale si manifesta sia nella permanente vitalità dei modelli distrettuali carolingi sia nelle nuove realizzazioni territoriali del processo di signorilizzazione [...] Qualcosa di analogo avviene nella Marca d’Ivrea dopo il ritiro degli Anscarici prima e la sconfitta del marchese Arduino poi. In assenza di un’affermazione signorile dei marchesi furono soprattutto i poteri vescovili a ritagliarsi vasti ambiti egemonici per i quali, in accordo con il regno, usarono definizioni di tipo circoscrizionale già esistenti o di nuovo conio."
  40. ^ Barbero, Il confine della Sesia, p. 145.
  41. ^ Andenna, Dal regime curtense al regime signorile e feudale, pp. 207-252.
  42. ^ Frati, La civitas e la sua guida, p. 95.
  43. ^ Settia, "Castrum Turris", p. 11.
  44. ^ Rosso, «Constituatur magister idoneus a prelato», p. 476.
  45. ^ Sergi, La marca e i marchesi, pp. 89-122; Sanna,Dinamiche familiari, p. 16; Gatti, In a Space Between: Warmund of Ivrea , pp. 8-48; Mackie, Warmundus of Ivrea, p. 220 per la datazione della ricostruzione della cattedrale di Ivrea.
  46. ^ Chartarum, col. 168.
  47. ^ Dragoni, I conti di Pavia, p. 34; Panero, Capitanei, valvassores, milites, p. 133; Barbero, Vassalli vescovili, p. 226; Panero, Il vescovo Leone, p. 461-462: "L’influenza dell’imperatrice Adelaide sugli orientamenti politici dell’Impero nell’Italia settentrionale fu costante nel tempo [...]. Per esempio, già nel 962 suggerì a Ottone I di rafforzare i poteri del conte Aimone, donandogli alcune grandi proprietà nella Lomellina, nel Biellese e ai confini del Canavese per ostacolare l’espansione del casato marchionale d’Ivrea, contro il quale nutriva un astio personale, che risaliva all’epoca del suo matrimonio con re Lotario."
  48. ^ Dragoni, Ancora sui conti palatini, pp. 155-170.
  49. ^ Andenna, Formazione, strutture e processi, , pp.154-165.
  50. ^ Barbero, Vassalli vescovili, pp. 133-37.
  51. ^ Cognasso, Ricerche sulle origini aleramiche, p. 45.
  52. ^ Negri, Viatico per la storia, pp. 84-85.
  53. ^ Panero, Comuni e borghi franchi, p. 27; Ardizio, Le origini dell'incastellamento, pp. 103-109.
  54. ^ Atlante castellano, p. 223 sgg.
  55. ^ Sergi, Il declino del potere marchionale, pp. 453-457.
  56. ^ Sergi, Il declino del potere marchionale, pp. 460-464. Parte cospicua dei beni ecclesiastici vercellesi proveniva dal patrimonio anscarico, come attesta un diploma del 5 maggio 999 di Ottone III: "Confirmamus Malescum, Firminianam, Sestignum, Carexianam cum utraque ripa, Buiellam cum omnibus suis appendiciis, Galianicum, Ponderanam, Mulinariam, Andornum, Causades, montem Cisidola, Pedroro, Blatini, Beduluum et Clavazam, Candele et Clivoli quia Berengarius et Albertus reges quorum proprietates fuerunt ei dederunt".
  57. ^ Bougard, Gariardo, sub voce, lo definisce "Visconte, poi conte, di Pombia nel Novarese".
  58. ^ Sergi, Il declino del potere marchionale, pp. 467-468, 471-472: "Non si può sapere per quale ragione sessantanni dopo comparisse un conte di Pombia diverso dal marchese d’Ivrea: le stesse sorti della Marca d’Ivrea non sono molto chiare, e non sappiamo se il distretto di Pombia in quegli anni, durante e dopo le lotte fra Berengario e Ottone, fosse integrato nella marca o funzionasse distrettualmente a sé [...] non si riesce a fare sufficiente chiarezza sugli anni successivi: marchese d’Ivrea fu ancora un Anscarico, Corrado Conone, il meno compromesso con Ottone, e nessun documento informa per quegli anni sulla gestione del comitato di Pombia, zona a cui i residui esponenti anscarici non erano estranei patrimonialmente".
  59. ^ Casirani, Insediamento e proprietà della terra, pp. 30, 32-33: "In conclusione, a partire dalla fine del X secolo sono attivi nel distretto di Pombia tre fratelli, Uberto Rufo, Riccardo e Walberto: i primi due sono testimoniati come comites, il primo dal 991 e il secondo dal 1015. Il loro titolo è però solo di recente acquisizione, dato che il padre Ildiprando non lo possedeva. I fratelli detenevano beni nelle stesse località in cui erano situati i possessi dei precedenti conti di Pombia, citati nei documenti tra il IX e la metà del X secolo e con i quali non sembrano avere avuto rapporti di parentela. Forse proprio la cospicua quantità di beni fondiari concentrati in questo distretto, gli stretti rapporti finanziari del padre con la Chiesa Cattedrale di Novara e la definitiva scomparsa dal Novarese dei possessi del marchese anscarico Corrado Conone favorirono la loro ascesa politica, permettendo l’acquisizione del titolo comitale".
  60. ^ Su Gariardo e la sua fondazione del monastero di S. Sebastiano di Fontaneto vedi Settia, Gariardo "de castro Fontaneto", pp. 15-27.
  61. ^ Casirani, Insediamento e proprietà, p. 29.
  62. ^ Sergi, Il declimo del potere marchionale, p. 482.
  63. ^ Casirani, Insediamento e proprità della terra, pp. 28-29: "Nel 998, infatti, Liutefredo vescovo di Tortona vendette i beni avuti in eredità dalla propria madre (la curtis di Cornate con chiesa e castello e consistenti proprietà terriere, tra le quali figurano beni in Trezzo) all’anscarico Ottone figlio di Corrado Conone marchese di Ivrea e di Richilda, figlia di Arduino il Glabro [...] Il Gabotto (GABOTTO 1917; GABOTTO 1922), seguito da altri storici (AMBROSIONI 1986), identificò erroneamente e senza fornire adeguate giustificazioni il duca Ottone - destinatario della vendita - con Ottone duca di Carinzia e marchese di Verona [recte solo marchese di Verona ndr], figlio di Corrado duca di Lorena, padre di papa Gregorio V e zio dell’imperatore Ottone III. In realtà il documento stesso specifica che il padre di Ottone è Corrado Conone, figlio dell’anscarico Berengario II che fu re d’Italia nel 950-951 (SERGI 1975, pp. 488-489) [...] Nel 1014 i beni in questione sono posseduti di fatto dal monastero femminile di S. Salvatore di Pavia, i cui diritti vennero calpestati dal prete Berengario e dal conte Ugo, figli del conte Sigifredo, che invasero la proprietà. Il monastero fece redigere un falso diploma di Ottone III che attestava la donazione di Ottone, figlio di Corrado Conone, al cenobio pavese (Ottoni III Diplomata, pp. 448-449, n. 414, 1014 [recte 1001 ndr]). Su questo falso venne redatto l’autentico precetto di conferma di Enrico II del 1014 (Heinrici II Diplomata, pp. 376-377, n. 302). La contesa venne risolta nuovamente per pugnam a favore del monastero (ANDENNA 1988, p. 218, n. 63)".
  64. ^ Bottazzi, La scrittura epigrafica nel “Regnum Italiae” , pp. 71-72.
  65. ^ Patrucco, Sulle tracce di Aleramo, pp. 7-8. Casirani, Insediamento e proprità della terra, p. 33: "L’imperatore Ottone III che, fino a quel momento, aveva appoggiato la politica di Arduino cambiò il proprio orientamento politico e si oppose all’espansione del potere suo e dei suoi alleati. In particolare nel 998 impedì a Riccardo e Vualderada di impossessarsi dell’immenso patrimonio terriero legato alla curtis di Cornate e favorì invece il fedele Liutefredo vescovo di Tortona, il cui diritto all’eredità non doveva essere così indiscutibile. Liutefredo a sua volta vendette i possedimenti così ottenuti a Ottone, figlio dell’anscarico Corrado Conone, a spese del quale avevano ampliato i propri possessi nel Novarese i tre figli di Ildiprando di Lumellogno".
  66. ^ Sergi, Il declimo del potere marchionale, p. 484: "Il fatto di avere conti propri a un tempo conti di palazzo, di essere inserito nella diocesi di Pavia, di avere stretti rapporti con la sede comitale di Pavia, fa certamente del comitato lomellino una realtà periferica rispetto alla declinante marca d’Ivrea.".
  67. ^ Provana, Studi critici sovra la storia d'Italia, pp. 331-332: Ideoque naus, qui supra, Corado marchio & Rihilda iugalibus donamus post meum, cui supra Corado marchio, decessum in eadem canonica oc est: cortem unam domui coltilem cum castro inibi constructo cum tenimen et fossato locis cumfatum cum casis massariciis et omnibus rebus, siue capella unam foris eodem castro que est edificata in honorem sanctorum Simonis et Iuda, cum omnibus rebus ad eandem cortem & castro seu capella pertinentibus; molendinis aqueductibus, in Marcoda et Amporio sive ripatis et piscacionibus in fluminis Pavo et in Sicitha cum portum unum in predicto fluvio Sicita, sive sediminibus ad iuris nostris, quem supra iugalibus, quam habere uisi sumus in loco et fundo Caresiana uel in eis territoriis, predictam cortem domui coltilem de castro inibi constructo cum tenimen et fossatum circumdatum et est per mensura iusta perticas iugeales sex, de casis sediminibus et uineis et areis in integrum iuris nostri, seu area predicta capella foris eodem castro sunt mensura iusta iuges centum, de terris arabilis sunt per mensura iuges duocenti, de pratis et gerbis sunt per mensura iuges trescenti, de siluis maioribus siue minoribus seu fraschatis sunt iuges quatuorcenti [...]; Panero, Una signoria vescovile pp. 32, 50-51; sull'estensione dello iugero longobardo, di circa 7900 m², vedi Mazzi, Nota metrologica, p. 351 sgg
  68. ^ Calco, Historiae patriae, p. 119: "Item Conradus Marchio Berengarij Regis filius, & Richelda vxor Ecclesiæ Mediolanensi donant Trechatum Novariensis agri oppidum anno 989"; Bedina, L’eredità di Angelberga, pp. 615-639..
  69. ^ Ferraris, La Sesia, p. 88.
  70. ^ Tabacco, Medievistica del Novecento, pp. 255-256; Manaresi, Le tre donazioni della corte di Caresana, pp. 39-55; Le carte dell’Archivio capitolare di Vercelli, p. 18 sgg.: doc. 16, 30 set. 987; doc.17, 18 apr. 996 (con inserto atto del nov. 995); doc. 18, 4 set. 996; doc. 19, 4 set. 996; doc. 22, 31 dic. 997. In quest'ultimo documento Ottone III, a seguito dell'uccisione del vescovo Pietro da parte dei vassalli del marchese Arduino, conferma tutti i beni ai canonici di S. Eusebio, fra i quali cita esplicitamente Caresana e il suo porto: cum portubus Sarui et Sicidę, cum curtibus Carisiana atque Duuali et Montanario et omnibus earum pertinentiis. Questo atto imperiale indica che molto probabilmente il duca Corrado era già defunto, dovendo i canonici ereditare Caresana solo dopo la sua morte. Caresana e altre sedici corti - tra le quali Biella - erano donate da Ottone III alla diocesi di Vercelli, il 7 maggio 999, "quia Berengarius et Albertus reges quorum proprietates fuerunt, ei dederunt [...]", a ricordo dell'antico possesso degli Anscarici: Ottonis III. diplomata, p. 749. "curtem Carixianam cum Langusco sibi adiacente" fin dall'anno 882 furono concesse da Carlo il Grosso ai canonici di Vercelli: Panero, Una signoria vescovile, pp. 31-32.
  71. ^ Il passaggio di consegne alla guida della marca d'Ivrea - presumendo la morte di Corrado contestata, per quegli anni, dal Sergi - è posto nella letteratura storiografica, con incertezza, dal 989 al 994, come ad esempio in Panero, Il vescovo Leone, p. 464: "il marchese Arduino d’Ivrea (figlio di Dadone, probabilmente il Dato che è definito comes Mediolanensis in un atto pubblico del 967), che diede inizio a una nuova dinastia funzionariale nella marca d’Ivrea, alla quale fu preposto dopo la morte di Corrado Conone (figlio del defunto re Berengario II) tra il 989 e il 994". Il medesimo autore pone però la successione di Arduino "durante la reggenza dell’imperatrice Adelaide", ovvero dopo il 991: Panero, Insediamenti umani, pievi e cappelle, p. 51. Lucioni, Re Arduino e il contesto religioso, p. 39, estende al 995 le possibili relative datazioni. Per la precisazione sulla presunta morte di Corrado vedi Sergi, I confini del potere, p. 193; il quale non esclude la data del 998 per l'effettivo decesso di Corrado.
  72. ^ Cimino, Angelberga, pp. 12-21; Bougard, Engelberga, imperatrice, sub voce.
  73. ^ Le carte dell’archivio capitolare di S. Maria di Novara, p. 40, doc. 28, 908-931; Scaravelli, Liutvardo, sub voce; Panero, Il consolidamento della signoria territoriale, p. 434: "Evidentemente dopo la caduta in disgrazia di Liutvardo presso la corte imperiale e sicuramente dopo la deposizione di Carlo il Grosso la curtis di Caresana tornò nella disponibilità dei funzionari pubblici e solo nel 987 il marchese Corrado Conone, figlio del defunto re Berengario II, ne deliberò la donazione ai canonici di Vercelli con esecuzione effettiva al momento della sua morte".
  74. ^ Sergi, Movimento signorile (PDF), 1975, p. 160.; Ansani, Codice diplomatico della Lombardia medievale: Il Muratori, Antiquitates Italicae, III, col. 743 ss., identifica Ottone duca, destinatario della vendita, con «Ottone [...] duca di Carinzia e marchese di Verona, padre di Bruno, papa con il nome di Gregorio V, e zio [recte: cugino ndr] di Ottone III». Tale identificazione è invece confutata dal Sergi, Movimento signorile, p. 157 ss., il quale ritiene che Ottone duca sia figlio di Corrado Cono, a sua volta figlio di Berengario II e marchese anscarico della Marca d'Ivrea. Si considera questa identificazione molto più attendibile della precedente, in quanto le motivazioni addotte dal Muratori sono piuttosto vaghe, e, soprattutto, i beni alienati sono localizzati in un'area lombardo-piemontese in cui la famiglia anscarica sembra meglio inserita di quella lorenese. L'identificazione con il figlio di Corrado Cono d'Ivrea risulterebbe provata notando che Ottone morì nel 1002, quando i medesimi suoi beni ai confini orientali della marca eporediese furono occupati abusivamente dal conte Ugo e dal fratello Berengario, figli del fu conte Sigifredo, mentre il futuro duca di Carinzia - marchese di Verona nel 998 e non duca - defunse nel 1004: Riboldi, I contadi rurali, p. 269.
  75. ^ Cilento, Ademario, sub voce; Huschner, Gregorio V, papa, sub voce; Regesta Imperii, n. 1210lb: "Papa Gregorio V fuggì a Spoleto presso il conte Corrado, al quale, come al margravio Ugo di Tuscia, era stata affidata la protezione".
  76. ^ Giovanni Saroglia, Memorie storiche, pp. 36-37; Curnis, Presenze di Savino , p. 48.
  77. ^ Lot, Naissance de la France, p. 510.
  78. ^ La cronaca veneziana del diacono Giovanni, p. 137; Manarini, I due volti del potere, p. 75; Settia, L'alto medioevo, p. 85-100; Corradi, Annali delle epidemie, pp. 87-88 non indica fonti riferite all'Italia centro-settentrionale per epidemie negli anni 940-963, nel 964 un'epidemia colpisce l'esercito di Ottone I risalente da Roma verso il Nord. Alle pp. 89-91 sono ricordate le cronache che descrivono le epidemie italiane del 985 e 996.
  79. ^ Mamelund, Influenza, Historical, p. 600.
  80. ^ Lucioni, Warmondo, sub voce. Su l'aspetto ideologico-politico del culto dei martiri tebei, correlato alla renovatio Imperii ottoniana e borgognona vedi Ripart, Saint Maurice et la tradition régalienne bourguignonne, pp. 211-250.
  81. ^ Panzetti, Il culto di Giustina, Antonino e Savino, p. 70: "la stessa vicenda di Antonino risulta funzionale a quella di Savino, il cui credito personale sarebbe aumentato in modo determinante appunto per aver avuto il privilegio, mediante ispirazione divina, di ritrovare il corpo santo del martire". Il martirio di Antonino a Travo, in territorio dell'Abbazia di Bobbio, risale ad un'aggiunta alla sua biografia del XV secolo: Massari, Riva, Traduttori per miracolo, p. 19; Mackie, Warmundus of Ivrea, p. 254: "Warmundus was successful in his search for martyrs, acquiring from other communities the remains of four saints — Bessus, Tegulus, Dalmaticus and Savinus — as protectors for Ivrea". Savino, se collegato al santo spoletino, risulterebbe l'unico martire estraneo ai tebani nel culto warmondiano, poiché anche s. Dalmazzo nel X secolo fu attribuito alla Legione tebea. Su s. Dalmazzo e s. Antonino - martiri tebei venerati nella Marca di Ivrea - vedi: Alessio, I martiri tebei, pp. 21, 29, 31-33 (presunto martirio di Antonino in Susa), 42, 52; Gherner, Il borgo medievale, pp. 6-26. Bolgiani, La leggenda della legione tebea, p. 336: "Intorno a Pinerolo, Saluzzo e Cuneo, le valli piemontesi si popolano così di presunte presenze e relativi martirii (e ovviamente reliquie) di Tebei, dando luogo a una vivace toponomastica e a devozioni d’ogni genere legate ai nomi di altrettanti Tebei, quali i vari Magno, Dalmazio, Costantino, Chiaffredo, Antonino, Giorio, Marbodo, Quinto, Valeriano, Abbondio, Asterio, Longino, Besso, Attilio, Defendente".
  82. ^ Hlawitschka, Franken, Alemannen, Bayern und Burgunder, pp. 112,166,252-253,254,288,308; su Alsinda e il marito Giselberto, conte palatino e di Bergamo vedi Bedina, Giselberto, sub voce. Una ampolla del sangue di s. Antonino si conservava con le reliquie di s. Savino: Campi, Historia universale, p. 127. Sul castello di San Maurizio di Ivrea, sede marchionale dalla fine del IX secolo, e la centralità di Ivrea nel culto dei martiri tebani vedi Destefanis, Uggé, Il culto dei martiri tebei, pp. 30-32. Vedi anche Violante, Anselmo da Besate, sub voce. Sulle strette relazioni liturgiche e culturali tra il monastero piacentino di S. Savino e quello canavesano di Fruttuaria vedi Musajo Somma,Una Chiesa dell’impero salico, pp.120-123.

Bibliografia e Sitografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti medievali[modifica | modifica wikitesto]

Fonti moderne[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Guido d'Ivrea 970-991/995 Arduino d'Ivrea
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Ugo di Toscana 996 - 997 Ademaro di Spoleto