Convegno di Peschiera

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Il convegno di Peschiera tra gli Alleati della prima guerra mondiale si tenne nell'omonima città veneta l'8 novembre 1917, è stata l'ufficializzazione delle decisioni prese durante la Conferenza di Rapallo.

I partecipanti[modifica | modifica wikitesto]

Alla conferenza di Rapallo furono prese le decisioni da parte dei governi dei tre paesi Alleati: Italia, Francia e Gran Bretagna. Durante il convegno di Peschiera del Garda si aggiunse il re Vittorio Emanuele III che facendo proprie le decisioni già precedentemente concordate ratificava in maniere cerimoniale le stesse[1]

La rappresentanza francese fu invece composta dal presidente del Consiglio Paul Painlevé e dal ministro di Stato Henry Franklin-Bouillon. Per il Regno Unito furono presenti il premier Lloyd George e il generale Jan Smuts.[1]

L'incontro[modifica | modifica wikitesto]

Il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando e il ministro degli Esteri Sidney Sonnino, due dei rappresentanti italiani
Due dei rappresentanti britannici: il premier Lloyd George e Jan Smuts
Due dei rappresentanti francesi: il presidente del Consiglio Paul Painlevé e il ministro Henry Franklin-Bouillon

Come da cerimoniale il Re espone le cause che secondo lui hanno determinato la ritirata italiana, e cioè la densissima nebbia, che ha reso impossibile l'uso dell'artiglieria, e la mancanza di ufficiali italiani di carriera che abbiano potuto manovrare la ritirata, visto che gli ufficiali giovani non avevano abbastanza istruzione e carisma per tenere il polso della situazione, così come i soldati, anch'essi insufficientemente abili in caso di ritirata; dice poi che s'è data eccessiva importanza alla propaganda pacifista nell'esercito italiano, a causa dei socialisti e del clero, ma che ritiene che ciò non abbia scosso il morale delle truppe, mentre invece attribuisce maggiore importanza alla lunga durata della guerra, che stanca e soprattutto deprime i soldati, specie quelli di ritorno da una licenza, che possono osservare come le loro famiglie soffrano anch'esse per lo sforzo bellico; per quanto riguarda le accuse di tradimento, il Re non se ne mostra preoccupato.[2]

Riguardo alla ritirata, il Re osserva che quella della III Armata è andata bene, mentre la II Armata è stata la più provata, aggiungendo però che in breve tempo essa sarà riorganizzata e ribadendo che non ritiene che il morale delle truppe sia seriamente turbato; circa le tre divisioni poste nel Cadore, il Re dice che solo una s'era ritirata regolarmente, mentre delle altre due non si ha notizia da qualche giorno. Riguardo al futuro, il Re afferma che la linea del Piave può essere certamente tenuta, argomentando che sulla riva destra sono già stati piazzati 400 cannoni di grosso e medio calibro e 600 da campo, che si stanno già scavando delle trincee e che gli argini del fiume forniscono eccellente copertura. Poi il Re commenta che, se si perdesse la linea del Piave, Venezia cadrebbe in mani nemiche, il che peggiorerebbe molto la situazione navale (colla flotta costretta a ritirarsi a Brindisi e a Taranto) e anche il morale del Paese, quindi ribadisce che bisogna tenere il Piave, il cui unico punto debole è, a suo parere, la parte settentrionale, dove puntavano le forze tedesche; infatti, se esse passassero l'Alto Piave e prendessero il Monte Grappa, potrebbero aggirare il Piave, costringendo il Regio Esercito ad un'ulteriore ritirata; anche su questo punto, però, il Re mostra di aver fiducia nei suoi soldati.[3]

Lloyd George risponde chiedendo a gran voce un cambiamento dello Stato Maggiore italiano, chiedendo ciò nell'interesse dei soldati italiani ma anche di quelli inglesi e francesi, che sarebbero giunti a breve in Italia. Il Re risponde che, pur non essendo del tutto d'accordo colle critiche mossegli rispetto al generale Cadorna, pensa di dover tener conto delle critiche espresse a suo riguardo ed afferma che il suo governo ha già deciso di sostituirlo col generale Diaz che, sebbene sia relativamente giovane, è molto considerato come studioso di scienza militare e gode della sua piena fiducia, tanto che l'avrebbe designato lui stesso tra i suoi ufficiali; aggiunge poi che il Governo ha deciso di porgli accanto il generale Giardino, uomo di grande energia esecutiva che sarà molto utile a Diaz.[4]

Lloyd George osserva che, secondo il parere dei militari inglesi e francesi, non è stato fatto il miglior uso delle quattro divisioni francesi in Italia inviandole nelle Valli Giudicarie invece che in Alto Adige o sull'Altopiano di Asiago, aggiungendo che i francesi e gli inglesi vorrebbero che fossero gli stessi generali Wilson e Foch a dirigere le loro divisioni in Italia.[5]

Alla fine si decide che i generali Wilson e Foch procedano subito con Bissolati al quartier generale di Padova per conferire col generale Diaz riguardo alla situazione attuale, per poi muovere le sei divisioni alleate verso i punti più pericolosi. Dopodiché entrano i generali Wilson, Foch e Robertson, che ricevono queste comunicazioni. La conferenza è conclusa.[6]

Durante la conferenza, secondo il resoconto, il Re appare sereno e afferma che continuerà a fare del suo meglio per la vittoria alleata e che, in passato, si poteva tener maggior conto del fronte italiano che, ora, assume grande importanza per il futuro; infine, esprime la sua gratitudine agli Alleati per il loro appoggio in questo frangente.[7]

Il resoconto[modifica | modifica wikitesto]

Il resoconto dell'incontro è basato su quanto il generale Jan Smuts disse in seguito a Maurice Hankey, già segretario inglese della Conferenza di Rapallo: quanto raccolto da Hankey fu in seguito pubblicato per intero nelle memorie di Lloyd George e di Luigi Aldrovandi Marescotti, diplomatico italiano facente parte del gabinetto di Orlando e Sonnino; quest'ultimo confermò l'esattezza di quanto scritto nel resoconto di Hankey, a parte una frase del re.

Visto che dal resoconto di Hankey non risulta che Painlevé abbia mai parlato, il che è decisamente strano, Aldrovandi ipotizza che Smuts, non sapendo bene il francese, abbia avuto difficoltà a capire quanto detto da Painlevé, che parlava soltanto francese, e che pertanto non abbia riportato le sue parole, non essendo sicuro del loro esatto significato.[1]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Marescotti, p. 177.
  2. ^ Marescotti, pp. 178-179.
  3. ^ Marescotti, p. 179.
  4. ^ Marescotti, pp. 179-180.
  5. ^ Marescotti, p. 180.
  6. ^ Marescotti, pp. 180-181.
  7. ^ Marescotti, p. 181.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]