Congregazione olivetana

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La Congregazione Olivetana (in latino Congregatio Sanctae Mariae Montis Oliveti) è una congregazione monastica dell'Ordine di San Benedetto: i monaci olivetani pospongono al loro nome la sigla O.S.B.Oliv.[1]

La congregazione, sorta presso Siena come comunità eremitica a opera di san Bernardo Tolomei, per volere del vescovo di Arezzo Guido Tarlati passò al cenobitismo sotto la regola di san Benedetto.[2]

La congregazione si caratterizzò per la limitazione temporale della carica di abate (gli abati benedettini erano eletti a vita) e per la facilità con cui i monaci potevano trasferirsi da un monastero a un altro (i monaci benedettini erano obbligati dal voto di stabilità a risiedere nel monastero dove avevano professato).[3]

Le origini[modifica | modifica sorgente]

San Bernardo Tolomei regge il simbolo degli olivetani

La congregazione venne fondata da san Bernardo Tolomei (1272-1348), al secolo Giovanni. Egli apparteneva a una nobile famiglia senese. Venne educato presso i domenicani del convento del Camporegio e poi si laureò presso l'università di Siena: ricoprì le cariche di giureconsulto, gonfaloniere delle milizie e capitano del popolo; contemporaneamente, partecipava alle attività della confraternita dei Disciplinati della Scala ed ebbe modo di conoscere Patrizio Patrizi e Ambrogio Piccolomini.[2]

Guarito da una malattia che gli aveva causato una temporanea cecità, abbandonò la vita mondana e si ritirò assieme con Patrizi e Piccolomini ad Accona, dove condusse vita di penitenza ed eremitica. Adottò il nome di Bernardo in omaggio al santo abate cistercense di Chiaravalle.[2]

Attorno alla figura di Bernardo Tolomei si riunì presto una comunità: secondo la tradizione agiografica Bernardo ebbe la visione di una moltitudine di monaci in abito bianco che saliva una scala d'argento al vertice della quale stavano Gesù e Maria. Per evitare che il suo movimento si confondesse con gruppi eretici, Bernardo si rivolse a papa Giovanni XXII, all'epoca residente ad Avignone, chiedendo il riconoscimento pontificio. Il papa affidò i monaci a Guido Tarlati, vescovo di Arezzo, che fece adottare loro la regola di san Benedetto e il 26 marzo 1319 emanò la Charta fundationis del monastero della Vergine di Monteoliveto: il 29 marzo successivo i membri della comunità presero l'abito religioso ed emisero la loro professione nelle mani del delegato vescovile.[2]

La diffusione del monachesimo olivetano[modifica | modifica sorgente]

L'abbazia di Monte Oliveto maggiore

Per evitare che il governo dell'abbazia cadesse in mano a personalità estranee alla comunità monastica, interessate solo a depredare i beni del monastero, la durata dell'ufficio abbaziale venne limitata a un solo anno (si prese a modello l'organizzazione politica della Repubblica senese, dove le magistrature erano annuali). Il primo abate fu Patrizi, seguito da Piccolomini e poi da Simone di Tura: Bernardo Tolomei fu il quarto abate e, in via eccezionale, mantenne l'abbaziato a vita.[4]

Sotto il governo di Tolomei il monachesimo olivetano si consolidò e si diffuse. Sotto il suo generalato ebbero luogo altre fondazioni: San Benedetto a Siena (1322), San Bernardo ad Arezzo (1333), San Bartolomeo a Firenze (1334), Sant’Anna in Camprena a Pienza (1334), San Donato a Gubbio (1338), Santi Feliciano e Niccolò a Foligno (1339), Santa Maria in Domnica a Roma (1339-1340), Sant'Andrea a Volterra (1339), Santa Maria di Barbiano a San Gimignano (1340).[4]

La congregazione venne approvata da papa Clemente VI il 21 marzo 1344.[5]

Decadenza e restaurazione della congregazione[modifica | modifica sorgente]

Nel periodo di massima fioritura (1524) la congregazione arrivò a contare circa 1190 monaci, ma nel XVIII i monasteri olivetani vennero soppressi prima i Veneto, poi in Lombardia e Toscana; le secolarizzazioni della Repubblica Cisalpina del 1797 e del 1808 segnarono il tracollo el monachesimo olivetano.[5]

Le sorti del monachesimo olivetano si risollevarono nella seconda metà del XIX secolo, quando vennero restaurate le comunità di Santa Maria Nova a Roma, San Benedetto a Seregno, San Prospero a Camogli, Santi Giuseppe e Benedetto a Settignano, San Miniato al Monte a Firenze e altre.[6]

Nel 1960 la congregazione ha aderito alla confederazione benedettina.[3]

Il governo della congregazione[modifica | modifica sorgente]

La congregazione è retta da un abate generale eletto con un mandato di sei anni dal capitolo generale; nel governo dell'istituto, egli è coadiuvato da quattro definitori. Anche il mandato dei priori dei singoli monasteri, di norma, è di sei anni, ma ciascuna comunità ha facoltà di stabilire mandati di altra durata o di rendere vitalizia la carica (in questo caso, però, il priore è tenuto a dimettersi al raggiungimento del 75º anno di età).[7]

L'abate generale risiede presso l'abbazia di Monte Oliveto Maggiore a Chiusure; presso il monastero di Santa Maria Nuova a Roma risiede il procuratore generale della congregazione.[1]

L'abito olivetano[modifica | modifica sorgente]

Battista Franco (attr.), Ritratto di un monaco olivetano (XVI secolo)

L'abito degli olivetani è costituito da tonaca, scapolare con cappuccio, cintura, cocolla e mantello bianchi, in segno di devozione alla Vergine.[8]

Monache e suore olivetane[modifica | modifica sorgente]

Il ramo femminile delle monache olivetane è sempre stato poco numeroso (alla fine del 2008 le religiose erano 68, in 4 monasteri);[9] nel 1930 sorse un'altra famiglia monastica femminile, quella delle olivetane di Schotenhof (35 monache in 5 case nel 2008).[9] Esistono anche alcune congregazioni di suore aggregate agli olivetani, come le Oblate di Santa Francesca Romana, le Suore Stabilite nella Carità, le Olivetane di Jonesboro.[6]

Statistiche[modifica | modifica sorgente]

Oggi la congregazione degli Olivetani ha monasteri in Europa (Francia, Italia, Regno Unito) in Asia (Israele, Corea del Sud), e nelle Americhe (Brasile, Guatemala, Stati Uniti).[10]

Alla fine del 2008 gli olivetani contavano 26 monasteri con 258 monaci, 155 dei quali sacerdoti.[1]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c Ann. Pont. 2010, p. 1428.
  2. ^ a b c d G. Penco, op. cit., p. 287.
  3. ^ a b G. Schwaiger, op. cit., p. 334.
  4. ^ a b G. Penco, op. cit., p. 288.
  5. ^ a b G. Picasso, DIP, op. cit., vol. II (1975), col. 1493
  6. ^ a b G. Picasso, DIP, op. cit., vol. II (1975), col. 1494
  7. ^ G. Picasso, DIP, op. cit., vol. II (1975), col. 1495
  8. ^ R. Donghi, in La sostanza dell'effimero..., op. cit., pp. 204-205.
  9. ^ a b Ann. Pont. 2010, p. 1495.
  10. ^ Atlas O.S.B., editio II, Romae 2004. URL consultato il 5 maggio 2011.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Annuario Pontificio per l'anno 2010, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2010. ISBN 978-88-209-8355-0.
  • Guerrino Pelliccia, Giancarlo Rocca (a cura di), Dizionario degli Istituti di Perfezione (DIP), 10 voll., Milano, Edizioni paoline, 1974-2003.
  • Gregorio Penco, Storia del monachesimo in Italia. Dalle origini alla fine del Medioevo, Milano, Jaca Book, 1988. ISBN 88-16-30098-1.
  • Giancarlo Rocca (a cura di), La sostanza dell'effimero. Gli abiti degli ordini religiosi in Occidente, Roma, Edizioni paoline, 2001.
  • Georg Schwaiger, La vita religiosa dalle origini ai nostri giorni, Milano, San Paolo, 1997. ISBN 978-88-215-3345-7.

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