Storia di Brescia

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1leftarrow blue.svg Voce principale: Brescia.
Una xilografia di fine Ottocento raffigurante le rovine del tempio capitolino di Brescia, tratta da Francesco Canedi, L’illustrazione popolare, Fratelli Treves Editori, Milano, 1882.

La storia di Brescia trae origine dalla fondazione di alcuni insediamenti abitativi sul Colle Cidneo in piena età del bronzo. Nondimeno, è probabile che siti abitati esistessero già alla fine del III millennio a.C. nell'odierna zona sud-orientale della città, come testimoniato anche da ritrovamenti archeologici rinvenuti in loco.[N 1]

Dopo essere divenuta capitale del regno dei galli Cenomani, Brescia entrò sotto la sfera d'influenza romana, diventandone poi un municipium a tutti gli effetti: la stessa città, inoltre, divenne uno dei centri più importanti di tutta l'Italia settentrionale e venne organizzata, da un punto di vista planimetrico, mediante il tipico impianto razionalista dei castra militari, con conseguenze da un punto di vista urbanistico concretamente visibili anche in epoca moderna e contemporanea. A seguito della caduta dell'Impero romano d'Occidente Brescia fu contesa dai vari regni romano-barbarici per poi diventare, sotto il dominio longobardo, sede di un importante ducato longobardo, che diede tra l'altro i natali a più di un re.[N 2]

Nel corso del basso medioevo Brescia divenne un libero comune, per poi essere contesa tra i vari potentati che sorsero in epoca successiva: dopo essere stata soggetta ad una prima dominazine viscontea, infatti, la città giurò nel 1426 dedizione alla repubblica di Venezia, che amministrò Brescia fino alla stessa capitolazione della Serenissima, avvenuta nel 1797. In seguito, dopo la breve esperienza della repubblica bresciana e gli eventi che videro la discesa di Napoleone in Italia, la medesima Brescia fu annessa prima al dominio francese ed in seguito austriaco, distinguendosi tra l'altro per l'opposizione esercitata contro il medesimo governo austriaco durante le Dieci giornate di Brescia.[N 3] A seguito degli eventi dell'unità d'Italia, nel 1861, la città divenne parte del neonato regno d'Italia.

Origine tra mito e verità storica[modifica | modifica wikitesto]

Ercole e Cicno fondatori della città[modifica | modifica wikitesto]

Il colle Cidneo in una veduta d'insieme, sulla cui sommità si erge il castello cittadino di Brescia.

Le origini di Brescia sconfinano nella leggenda: vi è chi fa risalire le origini della città ad Ercole, chi invece attribuisce la sua fondazione a Troe che, scappando da Troia in fiamme, sarebbe giunto presso il luogo dove ora sorge Brescia e vi avrebbe fondato la cosiddetta Altilia, vale a dire l'altra Ilio.[1][2] Tuttavia la leggenda che, secondo la storiografia, contiene con più probabilità un fondo di verità è quella che si riferisce a Cicno, mitico re dei Liguri: questi infatti nella tarda età del bronzo avrebbe invaso la pianura Padana e, giunto presso il colle Cidneo (al centro della moderna Brescia), ne fortificò la cima, nel sito in cui a partire dall'età medievale sorge il castello cittadino.

Altri ancora sostengono che i primi abitanti del territorio bresciano furono gli Etruschi, che si stanziarono appunto nel territorio della pianura cispadana.[1] In ogni caso, è stato notato che la radice etimologica del termine Brixia potrebbe derivare dal celtico Berg/brg/brig, che significa letteralmente "luogo elevato", a testimonianza dell'insistere di un primo nucleo urbano proprio sul colle cittadino del Cidneo.[3]

Brescia capitale dei Cenomani[modifica | modifica wikitesto]

Una prima organizzazione proto urbana, in ogni caso, è riscontrabile solo dal V secolo a.C. e principalmente, appunto, attorno all'area del medesimo Cidneo, dove dovevano convergere sia molte sorgenti d'acqua sia le principali vie di comunicazione verso l'Etruria padana e la regione alpina.[1] L'evento di maggior importanza per la storia bresciana fu però l'arrivo dei Galli Cenomani tra V e IV secolo a.C., che resero Brixia la capitale del loro regno.[3] S'insediarono nella regione pianeggiante (spingendo nelle valli le popolazioni di ceppo ligure-euganeo) compresa tra l'Adige e l'Adda, nella fascia pedemontana e nella bassa fino all'altezza di Soncino, ricomprendendo tutta la bassa bresciana e le terre al di qua dell'Oglio. A quell'epoca risale la fondazione da parte dei Cenomani delle città vicine a Brescia[senza fonte]

Sobillate da Annibale, Asdrubale e Magone, intorno al 202 a.C. le tribù celtiche della pianura Padana crearono una confederazione contro i Romani. Questa confederazione mosse guerra contro gli stanziamenti Romani nella pianura cis-padana; i Cenomani però, appena prima della battaglia, si riallearono segretamente con i Romani (con i quali avevano già combattuto nel 225 a.C. le altre tribù galliche e nel 216 a.C. i Cartaginesi a Canne) ed il giorno seguente attaccarono alle spalle gli Insubri, provocandone la totale disfatta.[4] Questa battaglia pose fine alla sovranità esclusiva su Brescia ed il suo territorio da parte dei Cenomani e diede inizio all'età romana. Venne infatti mantenuta solamente l'autonomia amministrativa.[3]

Età romana[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Brixia (archeologia).

La prima età romana[modifica | modifica wikitesto]

Una colonna del porticato dell'antico foro romano di Brescia, in piazza del Foro a Brescia.
Le rovine del Capitolium di età flavia, fatto erigere dall'imperatore Vespasiano nel 73 d.C. sopra le vestigia del precedente tempio di età repubblicana.

Dal 196 a.C. ha appunto inizio per Brescia l'età romana. La città, in ogni caso, ebbe una certa indipendenza e libertà di governo, in virtù del suo status di alleata di Roma[5]. Infatti i medesimi Cenomani, come già evidenziato, mantennero una certa indipendenza e addirittura anche diritto a mantenere un proprio esercito.[3] Questo primo legame permise alla città, nell'89 a.C., con la Lex Pompeia emanata da Gneo Pompeo Strabone, di potersi fregiare del cosiddetto diritto latino;[3] anche in epoca repubblicana il mondo "cenomane" godette di grande autonomia, poté auto amministrarsi, battere moneta propria e poté mantenere una propria "cultura", ma con l'acquisizione della cittadinanza romana scomparve la dicitura "Cenomani" in favore di quella di "Brixiani"[senza fonte] .

Inoltre, nel 49 a.C., al tempo del consolato di Gaio Giulio Cesare, ottenne l'importante prerogativa, grazie alla Lex Roscia e alla Lex Iulia de civitate Transpadana, di divenire parte a tutti gli effetti del territorio romano. Perciò, ai suoi abitanti venne data la piena cittadinanza romana, con la conseguente iscrizione alla tribù dei Fabii.[3][6]

Brescia in età repubblicana[modifica | modifica wikitesto]

È proprio a quest'epoca, comunque, che va datata una prima razionalizzazione dell'abitato secondo il tipico schema urbanistico romano, tramite il tracciato di un decumano, l'odierna via dei Musei, ed un cardo.[3] A tal proposito, è opportuno descrivere, almeno superficialmente, la natura dell'abitato a quel tempo: la Brixia di allora aveva la forma di un pentagono irregolare, al cui centro ideale vi erano la piazza del Foro e il santuario. Il già citato decumano percorreva in senso est-ovest la città e, perpendicolare ad esso, il cardo proseguiva a sud, smarcandosi dall'edificio della basilica civile e proseguendo verso sud, dunque verso Cremona. Le mura urbiche, poi, scendendo dalle pendici del colle proseguivano lungo l'attuale via Dieci Giornate e, indirizzandosi verso est, si protraevano fino a porta Paganora e corso Zanardelli, continuando verso corso Magenta e risalendo sempre verso il Cidneo da via Brigida Avogadro.[7]

Una testimonianza poetica della Brixia romana

Il poeta latino Catullo, nel carme 67[N 4], così descrive la realtà della Brescia romana:

(LA)

«Atqui non solum hoc se licit cognitum habere
Brixia Cycneae supposita speculae
flauus quam molli praecurrit flumine Mella
Brixia Veronae mater amata meae.»

(Catullo, Liber, carmen 67)

Nel 27 a.C., poi, Ottaviano augusto conferì alla città, unica in tutta l'Italia settentrionale del tempo a poter godere di tale privilegio, il titolo di Colonia civica Augusta Brixia.[8] Forse proprio a ricordo di questo importante conferimento fu eretto sulla sommità del colle Cidneo un monumentale tempio,[N 5] promuovendo anche la costruzione di un acquedotto per migliorare l'approvigionamento idrico del centro urbano. Si stima comunque che la sua lunghezza fosse di circa 25 km, partendo dall'odierna Lumezzane e raggiungendo appunto le pendici del colle.[9]

La Brixia romana di allora era un importante centro religioso, inserito amministrativamente nella regione X Venetia et Histria.[9] Aveva ben 3 templi e, oltre al già citato acquedotto, vennero costruiti un teatro, peraltro utilizzato anche per adunanze pubbliche in epoca medievale, dei complessi termali dove in età medievale venne costruita la Rotonda, ovvero il Duomo Vecchio, e nelle vicinanze di quella che modernamente è piazza Tebaldo Brusato; si ipotizza anche la costruzione di un anfiteatro nei pressi di quello che dall'Ottocento in poi è chiamato corso Magenta,[10][N 6] sebbene non vi sia evidenza archeologica o documentaria a supportare questa teoria. Un altro aspetto da considerare è la condizione economica bresciana durante l'epoca imperiale. Se da un lato vi fu un forte sviluppo economico, dall'altro la povertà di certe popolazioni rurali spinse un gran numero di bresciani ad arruolarsi nelle legioni; in particolare molti bresciani vennero arruolati nella Legio VI Ferrata.[senza fonte]

L'età imperiale[modifica | modifica wikitesto]

Tra I e II secolo d.C. la città conobbe una grande espansione urbanistica, grazie alla quale furono costruiti nuovi ed importanti edifici attorno all'area del foro cittadino.[11] In ogni caso l'area compresa tra le pendici del colle Cidneo e il decumano massimo, vale a dire cioè proprio la piazza del foro, era stata oggetto di importanti interventi costruttivi già in occasione dell'erezione di un santuario di età repubblicana, databile al I secolo a.C.[12]. Questo stesso luogo di culto venne sovrastato nel 73 d.C. da un monumentale tempio, conosciuto come Capitolium, il cui nome deriva appunto dall'intitolazione alla triade Capitolina.

L'imperatore Vespasiano e Brescia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra civile romana (68-69).
La Vittoria alata di Brescia, statua bronzea di quasi due metri di altezza realizzata nella prima metà del I secolo d.C., restaurata tra il 2018 e il 2021 e collocata nella cella orientale del capitolium di Brescia.

Fatto costruire dall'imperatore Vespasiano, la commissione del tempio capitolino è da attribuire all'aiuto militare che la città fornì a quest'ultimo in occasione della battaglia di Bedriaco del 69 d.C., combattuta nei pressi di Cremona. Grazie a questa stessa battaglia egli sconfisse Vitellio e poté dunque salire al soglio imperiale.[11] La paternità della costruzione, attribuibile appunto all'imperatore della gens Flavia, è ricavabile anche grazie alla dedica posta sul frontone del tempio, che così recita:[13][14]

«IMP. CAESAR VESPASIANUS AUGUSTUS. / PONT MAX. TR. POTEST. IIII. IMP X. P(ater) P(atriae). COS IIII / CENSOR»

Tuttavia è nel 96 d.C. circa che Brixia raggiunse la sua massima espansione, arrivando a poter vantare la ragguardevole estensione di 29 ettari in superficie e una popolazione complessiva di circa 9000 abitanti. In virtù di questa densità abitativa non indifferente, la cerchia muraria di età augustea fu ampliata nel suo tratto occidentale, all'altezza della porta mediolanensis. La ricchezza del centro urbano di quest'epoca è testimoniata, a tal proposito, proprio dai ritrovamenti archeologici, che raccontano di una realtà locale piuttosto prosperosa e benestante, considerando anche le ricche villae suburbane site in località quali Sirmione, Desenzano del Garda e Toscolano Maderno.[11]

Per Brescia transitavano infatti importanti tratti viari che connettevano tra loro i più importanti municipia dell'Italia settentrionale: si ricordi, a tal proposito, l'importante via Gallica, (in corrispondenza dell'antica via sono stati rinvenuti nel corso di alcuni lavori, all'inizio del 2021, tre cippi militari e una colonna che segnalavano la distanza dal centro della città, il foro, di due miglia[15]) che da est a ovest univa appunto Gradum (Grado) ad Augusta Taurinorum (Torino). Degna di menzione è anche, in tal senso, la via Mediolanum-Brixia, che collegava appunto l'antica Mediolanum a Brixia, e la stessa via Brixiana.

L'età tardoantica e la diffusione del Cristianesimo[modifica | modifica wikitesto]

Una raffigurazione epigrafica della cattura dei due santi bresciani, Faustino e Giovita.

Già fin dal III secolo d.C la città fu interessata da importanti contatti con la religione cristiana, in maniera invero abbastanza precoce, se si considera la prima liberalizzazione del culto dei cristiani, avvenuta nel 313 d.C. grazie all'editto di Milano. Una delle prime realtà cristiane che nacque nell'Italia settentrionale si sviluppò a Milano, dalla quale Brescia fu poi la prima diocesi a staccarsi. I primi luoghi di culto cristiani sorsero nella zona più orientale della città, dunque ai piedi dei Ronchi: degna di menzione è la paleocristiana basilica di sant'Andrea, fondata forse da san Filastrio, che probabilmente fu sepolto nella medesima chiesa.[11][16] La datazione circa la fondazione di questo luogo di culto è piuttosto incerta e, ad onor del vero, si ignora anche l'ipotetico luogo in cui esso si potesse trovare. Il religioso Antonio Fappani, nella sua monumentale Enciclopedia bresciana, cita una testimonianza del vescovo Ramperto, in cui si affermava che la basilica si trovasse in una generica zona orientale della città, al di fuori delle mura; tuttavia, viste le indicazioni alquanto generiche fornite da tale documento, il dubbio comunque permane.[17] Lo stesso Giacomo Malvezzi riporta, nella sua cronaca medievale, che attorno alla prima metà del III secolo fossero costruiti i primi veri e propri luoghi di culto cittadini, tra i quali si poteva annoverare appunto la medesima basilica di sant'Andrea;[N 7] in ogni caso, anche il Malvezzi ignora quando la chiesa fosse stata intitolata al santo.[18] Tra i primi santi venerati dalla comunità cristiana bresciana figurano Faustino e Giovita, santi patroni della città, il cui martirio è collocato dalla tradizione sotto il principato di Adriano,[19] e tra gli altri, san Clateo, secondo vescovo di Brescia (nel corso del IV secolo). Altra santa oggetto di devozione da parte dei bresciani è anche Angela Merici.[11]

Tra tardoantico ed altomedioevo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Alto Medioevo e Invasioni barbariche del V secolo.
Disegno approssimativo della facciata della basilica di San Pietro de Dom sulla base della miniatura del 1588. Essa sorgeva sul sito dove si trova dal Seicento il Duomo nuovo, in piazza del Duomo.

In ogni caso questo impulso edilizio e costruttivo di matrice cristiana si spostò poi nella parte occidentale della città, nella sfera di influenza dell'antica curia ducis, costruita originariamente in età altomedievale su preesistenti edifici di età classica:[20] a quel punto andò consolidandosi la presenza di due cattedrali, una invernale ed una estiva, in concomitanza della lotta tra Cattolicesimo ed Arianesimo. Sorsero dunque, nell'area dell'attuale piazza Paolo VI, l'antica basilica di San Pietro de Dom, sull'area che ospita dal Seicento il Duomo nuovo, e la basilica di Santa Maria Maggiore de Dom, dove invece, dal XII secolo, sorge il Duomo vecchio.[21]

Nel 402 Brescia venne travolta dalle orde gotiche di Alarico,[22] fu saccheggiata dagli Unni di Attila nel 452,[23][24] mentre nel 476 un guerriero Turclingio di nome Odoacre, alla testa di un esercito di Eruli, conquistò la pianura padana portando alla fine dell'Impero e facendo entrare Brescia nel suo dominio.[25] Il regno di Odoacre finì con l'avanzata degli Ostrogoti guidati dal loro re Teodorico poi detto "il Grande" che nel 493 espugnò Brescia facendone uno dei suoi maggiori insediamenti, insieme alla vicina Verona.[25]

Durante gli eventi della guerra gotica Brescia, guidata probabilmente[N 8] dal conte goto Widin, fu, insieme alla vicina Verona, una delle ultime «munitissime» città a resistere ai Bizantini, cadendo nelle mani del generale Narsete solo nel corso del 561/562.[26][N 9]

Il Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

L'arrivo dei Longobardi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Ducato di Brescia e Contea di Brescia.

«Brexiana denique civitas magnam semper nobilium Langobardorum moltitudinem habuit»

(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, V, 36)

Nel 568 fu tra le prime città conquistate dai Longobardi, diventando, nel corso di tutto il periodo della dominazione longobarda (tra il 568 ed il 774), uno dei centri propulsori e sede di un importante ducato. Vi sorsero fondazioni monastiche, legate o dipendenti dall'abbazia di Bobbio, che crearono le basi per lo sviluppo dell'agricoltura, con la diffusione di vigneti, castagneti, oliveti, mulini e frantoi. Si riaprirono le vie commerciali, vie fluviali e di comunicazione: olio, sale, spezie, legname, carne. Fra queste il grande Priorato di San Colombano di Bardolino, con il territorio del lago di Garda, Desenzano del Garda, Lonato del Garda, Sirmione, Salò e la prioria di Solarolo di Manerba del Garda, Toscolano Maderno, dei fiumi Mincio, Adige, la zona della Valpolicella, del veronese e lungo la Via Postumia, oggi sotto tre regioni (Lombardia, Veneto e Trentino). Inoltre dipendente dall'abbazia di Bobbio i territori della Val Sabbia, Val Trompia, Bovegno, Collio e la prioria di San Colombano verso la Val Camonica e i passi alpini. Fra le varie produzioni vitivinicole e di olio del territorio monastico si distinguevano anche le peschiere del Garda, il cui pesce veniva distribuito e commercializzato grazie alla conservazione sotto sale e olio. Per i collegamenti fra Po, Mincio e Lago di Garda vi erano i possedimenti terrieri del mantovano con diritti sulla navigazione fluviale sul Po con Comacchio con le saline gestite dal monastero di Bobbio ed il porto fluviale monastico, con il trasporto di sale con chiatte verso il Po e tutta la pianura padana, e da Porto Mantovano verso il Mincio ed il Garda per le peschiere. Ancora a metà del XII secolo il documento "Breve recordationis de Terris Ecclesiae Sancti Columbani", documenta ancora le proprietà dell'abbazia di Bobbio.

Tra i duchi si conta anche Rotari, poi re dei Longobardi e primo legislatore del suo popolo. Oltre a Rotari Brescia diede al regno dei longobardi altri due re: Rodoaldo, figlio di Rotari, e Desiderio. Quest'ultimo fondò, nell'area dell'attuale provincia, coadiuvato dalla moglie importanti monasteri benedettini come il monastero di San Salvatore a Brescia e la Badia leonense a Leno, posto a sud della città.

Il regno dei longobardi durò due secoli, la città venne conquistata da Carlo Magno nel 774 e fu eretta a contea del Sacro Romano Impero. L'imperatore Ludovico II frequentò spesso la curia regis cittadina e morì non lontano dalla città, presso Ghedi. Dopo la deposizione di Carlo il Grosso, nell'888, la contea diede omaggio feudale prima a Guido di Spoleto e poi a Berengario, entrando così nell'orbita della Marca friulana, durante le lotte per la corona d'Italia che si svolsero prima dell'ascesa al trono di Ottone I.

Età comunale e viscontea[modifica | modifica wikitesto]

Il castello di Brescia raffigurato in un'incisione settecentesca di Pierre Mortier.

Durante il X secolo ci fu una progressiva riduzione del potere comitale, la cui carica sul finire del secolo fu assegnata al Vescovo cittadino dagli imperatori germanici. Nello stesso periodo ci fu la concomitante ascesa del libero comune che estese la propria influenza su tutto il comitato, corrispondente all'incirca l'attuale territorio provinciale, grazie ad un'accorta politica di colonizzazione delle terre incolte e di militarizzazione delle rive dei fiumi Oglio e Chiese e del Lago di Garda.

Come tutti i comuni lombardi sorse quindi in dialettica col potere episcopale e con una iniziale connotazione di fondo aristocratica, gravitante intorno alla vassallità capitaneale dei monasteri (Santa Giulia e San Benedetto di Leno su tutti) e dell'episcopato bresciano. La maturazione interna del comune e l'espansione attuata sul comitato ebbe luogo in scontro con le comunità rurali, ancora sottomesse ai signori del territorio, in particolare i conti palatini di Lomello e gli Ugoni-Longhi, stanziati a sud-est, e i conti Gisalbertini, ad ovest.

Inoltre la crescita del comune fu caratterizzata dalla lotta anche violenta con i grandi comuni confinanti, in particolare Bergamo e Cremona, che sconfisse a Pontoglio due volte consecutive, nelle battaglie delle Grumore (metà XII secolo) e della Malamorte (1191) di cui narra ampiamente il cronista Malvezzi. Partecipò inoltre alla lotta comunale della lega lombarda (seconda metà del XII) a fianco di Milano e Piacenza, storiche alleate del periodo comunale, e le truppe del comune si distinsero nella battaglia di Legnano come secondo contingente più numeroso e agguerrito dopo quello milanese.

La pace di Costanza (1183) segnò la definitiva affermazione del comune sul territorio, ormai controllato in buona parte, ma anche, precocemente rispetto ad altre città lombarde, l'esplodere dei conflitti civili che dai primi del XIII secolo insanguinarono la città. I nobili scacciati dalla città dalla fazione popolare si rifugiarono a Cremona raccogliendo appoggi tali da sconfiggere il comune popolare in battaglia. L'alternanza delle partes in città fu deleteria per la coesione del sistema politico, ormai in netta crisi, che sopravvisse, sotto la forma politica podestarile, sino alla fine del XIII secolo.

Con Federico II si rinnova la lotta tra comuni lombardi ed impero. Dopo aver subito una pesante sconfitta nella battaglia di Cortenuova nel 1237,[27] la città subisce un violento assedio l'anno seguente, dove l'imperatore è duramente respinto; la lega delle città guelfe torna a rafforzarsi.[28]

Nel 1259 termina la dominazione di Ezzelino da Romano e si costituisce come comune autonomo sotto la protezione di Oberto Pelavicino fino al 1265. In seguito passa sotto il controllo dei Della Torre di Milano[29].

Nel 1269 fa una dedizione a Carlo d'Angiò, e ritorna libera ed autonoma nel 1281[29].

Nel 1277 il vescovo di Brescia Berardo Maggi, con una politica marcatamente accentratrice, si fa rinnovare il titolo di Duca della Vallecamonica e Principe di Brescia.[30]

Nel 1279 assieme a Padova, Cremona, Parma e Modena combatte contro Verona e Mantova per il possesso di alcuni castelli e la difesa degli interessi Guelfi[29].

Nel 1287 un patto con la Repubblica di Venezia per il passaggio del sale provoca lo scoppio della grande ribellione camuna e la spedizione militare, di esito incerto, contro i Federici e la maggior parte della nobiltà valligiana nel 1288. Seguirà la pacificazione di Matteo Visconti che nel 1291 risolse la controversia tra camuni e bresciani[29].

Nel 1295 Federico Odorici riporta nelle sue Storie Bresciane che vi erano due partiti politici:

L'assedio di Brescia da parte dell'imperatore Enrico VII[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Assedio di Brescia (1311).
Enrico VII di Lussemburgo, raffigurato con il proprio esercito, mentre entra a Brescia dopo averne raso al suolo le mura e le torri. (Miniatura tratta dal Landeshauptarchiv Koblenz, Codex Balduineus)

La città bresciana, nel contesto dei liberi comuni formatisi a quell'epoca, si oppose fermamente al progetto promulgato dall'allora Imperatore del Sacro Romano Impero, Enrico VII di Lussemburgo: questi voleva infatti riportare sotto il dominio dell'impero le città italiane, a quell'epoca appunto libere ed indipendenti. Tuttavia, se alcune realtà accettarono di buon grado l'autorità dell'imperatore (basti pensare al fatto che fu incoronato Re d'Italia, a Milano, con la Corona ferrea, tipico diadema dei sovrani italici), altre, tra le quali figurava Brescia, si ribellarono in virtù della loro indipendenza. A questo punto Enrico marciò prima verso Mantova, la assediò e, dopo averne ottenuto la resa incondizionata, fece radere al suolo l'intera cinta muraria della città.

Volse dunque verso Brescia e, accampato l'esercito tutt'attorno alla città in data 19 maggio 1311, sostenne contro Brescia un assedio durato più di quattro mesi; negli eventi complessivi dello scontro, comunque, sono omessi i dettagli di ogni scontro e messi in evidenza, piuttosto, eventi eclatanti quali sono la morte del fratello di Enrico, Valerano, e l'efferata uccisione di Tebaldo Brusato, allora a capo della signoria della città.[31]

L'assedio, in ogni caso, poté terminare solamente grazie alla mediazione di alcuni legati pontifici, tra tutti Luca Fieschi: la città, logorata da mesi e mesi di assedio (eppure inizialmente disposta a proseguire) accettò le condizioni di resa e, ad inizio ottobre del 1311, Enrico entrò in Brescia dopo averne fatto radere al suolo le mura e le torri.[32] tranne tre porte considerate "reali": porta bruciata, porta sant'andrea (non esise piu, è la corrispondente ovest di porta bruciata) e quella che ora è porta venezia[da chiarire l'affermazione evidenziata: quali fonti a supporto di quanto detto? uso discutibile di maiuscole/minuscole, oltre che di indicazioni temporali relative e vaghe ("ora", come se la porta esistesse tutt'oggi]

A proposito di questo fatto, leggenda vuole che l'imperatore, adirato con la città per la lunga resistenza oppostagli, volesse mozzare il naso di tutti i bresciani in città; tuttavia, o perché non trovò alcuno fuori di casa, o perché i legati pontifici lo riportarono a ragione, si accontentò di tagliare il naso unicamente alle statue. Lo stesso mostasù dèle Cosére, dunque, sarebbe testimone di quel fatto.[33]

La signoria viscontea[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1313 fece atto di dedizione alla nascente signoria viscontea.

Nel 1317 le forze di Matteo Visconti e Cangrande della Scala assediano la città responsabile di aver scacciato la famiglia Maggi, sostenitrice del partito ghibellino.

Nel 1329 Cangrande della Scala conquista buona parte del territorio bresciano. Il 31 dicembre 1330 Giovanni di Boemia è in Brescia, che con l'appoggio di Mastino della Scala fa rientrare i ghibellini, con i quali inizia la costruzione del Castello di Brescia sul monte Cidneo. Inoltre appoggia l'autonomia della Val Camonica[34].

L'8 ottobre 1337 Brescia, sotto il controllo scaligero, si dona ai Visconti milanesi, dopo la sconfitta delle truppe veronesi[29]. Durante il periodo visconteo gli uomini di Brescia furono spesso mobilitati per azioni militari, come nel 1354, quando il comune dovette inviare cavalieri e fanti a Parma per operare contro i nemici dei Visconti[35].

Il 3 luglio 1403 Baroncino II dei Nobili di Lozio, alla guida di 7000 guelfi di Valle Camonica e della Val di Scalve espugna Brescia al seguito di Giovanni Ronzoni, facendo strage di ghibellini e cacciando il vescovo Giacomo Pusterla, che parteggiava per la duchessa Caterina, moglie del defunto Gian Galeazzo Visconti e reggente del figlio Filippo Maria Visconti, lasciandola poi nelle mani di Francesco Novello dei Carrara, signore di Padova. Prima della fine dell'anno Brescia tornerà in mani Viscontee[36].

Brescia malatestiana[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1404 ed il 1421 Brescia passa sotto Pandolfo III Malatesta. Ex generale dei Visconti, essendo i suoi signori in debito con lui e non avendo moneta con cui pagarlo, gli affittano Brescia in modo che si ricompensi con le decime cittadine[29]. In realtà Pandolfo III, con la complicità di suo fratello Carlo Malatesta, instaura una vera e propria signoria, con una corte di tutto rispetto, ricca di istituzioni laiche e religiose, animata dai maggiori artisti dell'epoca.[37] Il periodo malatestiano termina con l'ingresso di Francesco Bussone detto il Carmagnola, nel 1421, e la fuoriuscita di Pandolfo, risarcito per la perdita della città.

Il 17 marzo 1426 Brescia si rivolta a Filippo Maria Visconti e si dà alla Repubblica di Venezia. L'anno seguente le truppe della serenissima combattono contro quelle milanesi, fino ad arrivare al trattato di cessione alla Serenissima il 30 dicembre[29].

Età veneta[modifica | modifica wikitesto]

«Ma per seguir ordinatamente il mio ragionamento passerò nella Lombardia. In questa parte Vostra Serenità possiede alcune città che ogn'una di loro passeria per un ducado, tra le quali Brescia è principalissima per la nobiltà e ricchezza de' cittadini, come per la grandezza, bellezza et fertilità del suo territorio.»

(M. Melchiorre, Conoscere per governare. Le relazioni dei sindaci inquisitori e il Dominio veneziano in Terraferma (1543-1626), Udine, 2013, p. 140.)
La provincia di Brescia in epoca veneta in una raffigurazione di Antonio Zatta del 1782.

Il 20 novembre 1426 Brescia si diede alla Repubblica di Venezia, diventando uno dei domini di Terraferma. Fino alla Pace di Lodi si verificarono degli scontri tra la Serenissima e gli eserciti mercenari dei Visconti che non volevano rinunciare al bresciano. Si ricorda, in particolare, il lungo assedio del 1438 ad opera di Niccolò Piccinino, per conto del duca di Milano, assedio che venne spezzato grazie all'intervento di Scaramuccia da Forlì, capitano di ventura che operava per conto di Venezia. Proprio durante questo assedio è tradizionalmente ricordata l'apparizione dei SS. Faustino e Giovita, che nel periodo di dominazione veneta diventeranno i Santi Patroni della città.[38]

In epoca veneta la Bresciana aveva 21 suddivisioni: quattro podesterie maggiori Val Camonica, Salò, Asola ed Orzinuovi; tre podesterie minori, Chiari, Lonato dl Garda e Palazzolo sull'Oglio; sette vicariati: Iseo, Montichiari, Gottolengo, Rovato, Calvisano, Quinzano d'Oglio e Pontevico; sette vicariati minori: Gavardo, Manerbio, Ghedi, Gambara, Pontoglio, Castrezzato e Pompiano. Per le elezioni delle podesterie maggiori serviva che i candidati ottenessero i due terzi dei favorevoli, per gli altri bastava la maggioranza semplice. La carica durava un anno e iniziava ad ottobre[39].

Venezia accordava ampia autonomia ai sudditi fedeli[40], compensandoli con privilegi, il più importante del quale era il distacco del territorio, divenendo così “corpo o terra separata”. Il 1º luglio 1428 fu la Val Camonica, Nel 1440 l'ebbero Brescia (9 aprile), Asola (27 luglio), Lonato (17 settembre) e la Riviera il 19 dicembre. Per la Val Trompia il 30 gennaio 1454, per la Valle Sabbia il 19 agosto 1463. Il territorio vero e proprio rimase compreso dei comuni del lago d'Iseo, Franciacorta, aree a nord ed est della città e dalla pianura[41].

Nel febbraio 1512 fu occupata e saccheggiata dal condottiero francese Gastone di Foix-Nemours, nipote del re Luigi XII.

Il 18 agosto 1769 un fulmine colpì la torre di San Nazaro, adibita a polveriera, che si trovava vicino all'omonima Porta di San Nazaro, dove oggi c'è la fontana di Piazza della Repubblica. Ne seguì un'enorme esplosione che distrusse quasi un settimo della città. La stima delle vittime è incerta, andando da un minimo di 400 morti fino a 2.500[42]. Di certo furono completamente atterrate le cento case del borgo di S. Nazaro e altre circa 210 abitazioni limitrofe.[43]

Brescia condivise le sorti della Serenissima fino all'occupazione da parte dell'Armata d'Italia nel 1797. A seguito del trattato di Campoformio del 1797 divenne territorio della Repubblica Cisalpina e condivise le sorti degli stati napoleonici successivi, la Repubblica Italiana e il Regno d'Italia, fino alla caduta del Viceré Beauharnais avvenuta nel 1814.

Regno Lombardo-Veneto[modifica | modifica wikitesto]

Mappa di Brescia a inizio Settecento.

Durante il Risorgimento la città di Brescia si distinse per la rivolta anti austriaca delle Dieci giornate (marzo 1849) che, per la sua eroica resistenza, le valse l'appellativo, datole da Giosuè Carducci, di "Leonessa d'Italia", con anche un'evidente allusione al Leone, simbolo araldico della città. Il capo degli insorti, Tito Speri, continuò negli anni successivi la sua attività cospirativa fino al 3 marzo 1853, quando fu giustiziato a Belfiore, località alla periferia di Mantova, divenendo uno dei Martiri di Belfiore.

Henry Dunant, testimone nel 1859 della Battaglia di Solferino e San Martino, rimase sconvolto dalla situazione dei feriti visti sul campo di battaglia e a Brescia, che con i suoi 40 000 abitanti aveva visto affluire oltre 30 000 feriti; ebbe qui l'idea di fondare la Croce Rossa, idea che realizzò una volta ritornato a Ginevra. Nel suo libro, Un ricordo di Solferino, Henry Dunant parlò della battaglia e tornò più volte sulla dedizione del popolo di Brescia per aiutare i feriti.

Ventennio fascista[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Piazza della Vittoria (Brescia).
Fascismo arengario piazza Vittoria Brescia

Il progetto più rilevante che caratterizzò la città in questo periodo fu la riqualificazione del medievale quartiere delle Pescherie, il lembo meridionale del Carmine che, oltrepassato il Palazzo della Loggia, arrivava fino a Piazza del Mercato, delimitato a est dai portici di Via Dieci Giornate. Il progetto, avviato nel 1927 con la riforma del piano regolatore comunale, mise in atto la definitiva demolizione dell'area in questione, sulla quale fu costruita l'attuale Piazza della Vittoria. Il progetto, da un lato, servì a dotare Brescia di un'ulteriore piazza di carattere civico (quelle di carattere religioso erano in notevole soprannumero) e di porre fine agli annosi problemi del quartiere delle Pescherie, primi fra tutti la sanità e la sicurezza. Dall'altro lato, la costruzione della piazza portò alla demolizione di diverse opere medievali di notevole valore architettonico, come il caratteristico borgo, i resti della curia ducis (fondamenta della quale sono oggi visibili grazie ai lavori per la metropolitana) e la piccola chiesa di Sant'Ambrogio.

L'operazione, inoltre, prevedeva la realizzazione di due viadotti perpendicolari che avrebbero attraversato la città a croce, incontrandosi appunto in piazza della Vittoria, che ne avrebbe costituito il nodo. Il progetto, per mancanza di fondi, non fu mai realizzato.

Altro progetto significativo del periodo fu la Galleria Tito Speri, che venne abbozzato attorno al 1920, anche se già fin dalla fine dell'Ottocento i piani di sviluppo della città miravano ad un'espansione verso nord. Dopo un primo progetto a cura dell'ingegnere Giovanni Conti tra il 1921 e il 1925 e l'approvazione da piano regolatore nel 1929, la vera decisione giunse nel 1932 e fu rafforzata ancor più dalla richiesta da parte delle autorità militari della costruzione di rifugi antiaerei. Nel 1935 il progetto venne presentato, ma il costo di 7 milioni di lire ne determinò un temporaneo accantonamento, fino al 1937. Già allora aveva la struttura che oggi conosciamo: una galleria centrale per una lunghezza di 600 metri a collegare via Musei alla Pusterla, e due gallerie laterali, dirette verso via San Faustino. L'iter per ottenere il permesso fu lungo e complesso: importante fu l'intervento a Roma dell'ingegnere Francesco Fantoni, responsabile dell'ufficio tecnico comunale e progettista dell'opera. I lavori iniziarono nel gennaio 1943: interrotti nel '45, vennero ripresi tra il 1946 e il '48. Durante i bombardamenti della Seconda Guerra mondiale la galleria servì da ricovero e rifugio antiaereo per la popolazione. L'inaugurazione ufficiale avvenne il 28 aprile 1951.[44]

Brescia repubblicana[modifica | modifica wikitesto]

La Brescia repubblicana (dove al referendum istituzionale del 1946 la stessa scelta repubblicana ottenne il 62,6%) insignita della medaglia d'Argento al Valor Militare per la Resistenza, visse il periodo della ricostruzione godendo dell'operosità tipica della popolazione. L'industria pesante venne riconvertita, la città - martoriata dai bombardamenti bellici - visse gli anni della ricostruzione sotto la guida del sindaco democristiano Bruno Boni, amministratore estremamente amato dai cittadini, che restò ininterrottamente in carica dal 1948 al 1975. Boni era definito per dileggio "Ciro l'asfaltatore", (lo slogan delle opposizioni fu "asfaltar no es gobernar") ma la sua opera intensa contribuì a creare strutture ed infrastrutture moderne ed efficienti. Alcuni suoi progetti non furono accettati (il tunnel sotto la Maddalena per togliere dalla città il traffico verso la Val Trompia, il canale navigabile di collegamento con Mantova), sebbene venissero presentati come opere di importanza strategica. Grazie ad uno dei vari progetti promossi da Boni, Brescia, prima città in Italia, si dotò del teleriscaldamento. Da tale sistema negli anni '90 è derivato un nuovo sistema per produrre energia attraverso la combustione dei rifiuti (il termoutilizzatore di Brescia è stato considerato dall'Università Harvard il migliore al mondo, anche se gli ambientalisti contestano questo riconoscimento in quanto l'Ente premiatore, Wtert, della Columbia University, ha tra gli sponsor la Martin GmbH, Germany, produttrice dello stesso impianto[N 10][45]).

In questo periodo a Brescia non venne meno la tradizione sociale, e alla figura di Boni si affianca quella di padre Ottorino Marcolini, fondatore della Cooperativa "La Famiglia", che realizzò interi quartieri residenziali alla periferia di Brescia. Anche il mondo della cooperazione sociale, capillare e proficuo, risente dello spirito di "cattolicesimo progressista" e trova conformazione, all'inizio degli anni ottanta, nel consorzio provinciale Sol.Co.

La strage di piazza Loggia[modifica | modifica wikitesto]

Una foto scattata durante i tragici eventi della strage di piazza Loggia.
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Strage di piazza della Loggia.

Il 28 maggio 1974, durante una manifestazione sindacale ed antifascista, ebbe luogo la drammatica strage di Piazza della Loggia. Otto persone persero la vita e decine furono i feriti. Una stele commemorativa ricorda i caduti, sotto i portici di fronte alla Loggia, nel punto dove deflagrò l'ordigno nascosto in un bidone (una colonna, visibilmente rovinata, testimonia l'intensità dello scoppio). Il 16 dicembre 1976 un altro ordigno scoppia in piazzale Arnaldo, uccidendo una persona e ferendone altre 11.

Anni recenti[modifica | modifica wikitesto]

Dopo il tracollo della prima Repubblica finì l'egemonia democristiana. La tendenza cattolico democratica dei bresciani trovò però espressione nella guida di giunte di centrosinistra (due guidate da Mino Martinazzoli e due guidate da Paolo Corsini, l'ultima in scadenza nel 2008). Tra i progetti più significativi di questi ultimi anni, la riforma del trasporto pubblico urbano (con la creazione delle LAM, linee ad alta mobilità) e soprattutto il discusso progetto per la metropolitana, ultimato nel 2013.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Note al testo[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Nello specifico, ritrovamenti di abitati sono stati effettuati nella zona di San Polo e sulla collina di Sant'Anna. Si veda in De Leonardis, p. 10.
  2. ^ Come ebbe modo di notare lo storico Paolo Diacono, infatti, Brescia diede i natali a re Rotari e a re Desiderio. Cfr. Paolo Diacono, Historia Langobardorum, V, 36,
  3. ^ Evento che valse alla città l'appellativo di Leonessa d'Italia, coniato inizialmente dal poeta Aleardo Aleardi e poi ripreso dall'intellettuale e letterato Giosuè Carducci nelle sue Odi barbare.
  4. ^ Robison Ellis, nei propri studi sui carmina catulliani, traduce: "Brescia la ben amata città-madre della mia amata Verona", benché sostenga che nel codice conservato al British Museum il termine "meae" sia sostituito da "vice". Sempre secondo Ellis, dunque, esiste anche la possibilità che il verso del carme sia traducibile come segue:
    (LA)

    «Brixia Veronae mater amata vicem»

    (IT)

    «Brescia la città madre che io amo come amo Verona»

    Ellis, inoltre, ritiene che il poeta potesse riferirsi allo stretto legame tra le due città, nonostante sia altrettanto plausibile che potesse anche indicare l'origine bresciana della famiglia, così come Virgilio nomina Aricia e Populonia nell'Eneide (nel X e VII canto).

  5. ^ Parti della struttura sono state peraltro rinvenute nel corso di alcuni lavori, nel 1968, in occasione di alcuni interventi volti alla realizzazione del museo delle armi: si tratta di resti di un basamento, di una imponente scalinata in conci regolari e isodomi di medolo.
  6. ^ Il primo ad ipotizzare l'esistenza di un anfiteatro per Brescia è lo studioso Giovanni Labus, che si basò, nelle sue speculazioni, sul rinvenimento di una targa votiva scoperta in via Mazzini; l'esistenza dello stesso è ipotizzata anche grazie alla leggenda dei santi cittadini Faustino e Giovita, i cui racconti sembrano testimoniarne l'esistenza, seppure in maniera non del tutto certa.
  7. ^ Va qui segnalata, tuttavia, l'ambiguità della testimonianza del Malvezzi; il quale scrive, a suo tempo, nel primo '400 e dunque circa 1200 anni dopo gli eventi che prende in esame. In ogni caso, il cronista sembra parlare della basilica come di un edificio ancora esistente al suo tempo, dal momento che afferma:

    «[...]Vicino a questa, nello stesso periodo, fu innalzata la basilica che ora è detta di sant'Andrea,[...]»

  8. ^ La frammentarietà e la scarsità delle fonti non permettono di dare assoluta certezza al fatto che la guerra condotta da Narsete contro il goto Widin e il franco Amingo sia collegabile alla rivolta di Verona e Brescia; comunque la coincidenza di date (561/562) e della regione in cui avvennero gli scontri (Venetia et Histria) rendono probabile la connessione. Menandro Protettore, frammento 8, sostiene che nel 561 ca. Narsete inviò al condottiero franco Amingo due ambasciatori affinché lo convincessero a permettere ai Bizantini il passaggio del fiume Adige, ma Amingo rifiutò. Paolo Diacono (Historia Langobardorum, II,2) narra infatti che Amingo si era alleato con Widin, condottiero goto rivoltatosi a Narsete, e che i due si scontrarono in battaglia con Narsete, uscendone sconfitti: Widin venne esiliato a Costantinopoli, mentre Amingo «fu ucciso dalla spada di Narsete». La cronaca di Giovanni Malala, fonte di Teofane Confessore e Giorgio Cedreno, riporta poi che nel novembre 562 giunse a Costantinopoli la notizia che Narsete aveva espugnato Verona e Brescia, ma senza collegarla agli scontri con Widin e Amingo. La connessione tra i due avvenimenti è suggerita da PLRE IIIb, p. 923, dove avanza l'ipotesi che Widin fosse comandante del presidio goto di Verona.
  9. ^ Agnello, in Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis 79, riporta la data della presa di Verona: il 20 luglio 561; mentre la notizia dell'espugnazione delle due città arrivò a Costantinopoli nel novembre 562 (cfr. Giovanni Malala, 492; Teofane Confessore, A.M. 6055; Cedreno I, 679).
  10. ^ La lettera del dott. Francesco Pansera, il quale scoprì la singolare presenza del costruttore tra i finanziatori del premio vinto dall'inceneritore Asm di Brescia

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c De Leonardis, p. 10.
  2. ^ Malvezzi, p. 104.
  3. ^ a b c d e f g De Leonardis, p. 58.
  4. ^ CIL V, 40946
  5. ^ Abeni, La storia bresciana, Brescia, Del Moretto, 1984.
  6. ^ CIL V, 4459
  7. ^ De Leonardis, pp. 10-11.
  8. ^ AE 1996, 726 CIL V, 4202 CIL V, 4212 AE 2006, 463
  9. ^ a b De Leonardis, pp. 58-59.
  10. ^ Antonio Fappani (a cura di), Anfiteatro, in Enciclopedia bresciana, vol. 1, Brescia, La Voce del Popolo, 1974, OCLC 163181903, SBN IT\ICCU\MIL\0272979.
  11. ^ a b c d e De Leonardis, p. 59.
  12. ^ Brescia Musei - Parco archeologico, su bresciamusei.com. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  13. ^ CIL V, 4312.
  14. ^ Rodolfo Vantini, Sull'antico edifizio di Brescia scopertosi l'anno 1823 memoria, Redaelli, 1847. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  15. ^ Reperti di epoca romana dagli scavi per i lavori in via Milano, su Giornale di brescia, 13 gennaio 2021. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  16. ^ Antonio Fappani (a cura di), Filastrio, S., in Enciclopedia bresciana, vol. 4, Brescia, La Voce del Popolo, 1981, OCLC 163181951, SBN IT\ICCU\MIL\0272989.
  17. ^ Antonio Fappani (a cura di), DUOMO di Brescia, in Enciclopedia bresciana, vol. 3, Brescia, La Voce del Popolo, 1978, OCLC 163181930, SBN IT\ICCU\MIL\0272987.
  18. ^ Malvezzi, pp. 130-131.
  19. ^ Antonio Fappani (a cura di), FAUSTINO e GIOVITA, santi, in Enciclopedia bresciana, vol. 4, Brescia, La Voce del Popolo, 1981, OCLC 163181951, SBN IT\ICCU\MIL\0272989.
  20. ^ Antonio Fappani (a cura di), CURIA DUCIS o corte ducale, in Enciclopedia bresciana, vol. 2, Brescia, La Voce del Popolo, 1974, OCLC 163181903, SBN IT\ICCU\MIL\0272986.
  21. ^ Antonio Fappani (a cura di), DUOMO di BRESCIA, in Enciclopedia bresciana, vol. 3, Brescia, La Voce del Popolo, 1978, OCLC 163181930, SBN IT\ICCU\MIL\0272987.
  22. ^ Francesco Bettoni Cazzago, Storia di Brescia: periodo del 1° medio evo: Santi e Barbari, in Commentari dell'Ateneo di Brescia per l'anno 1888, Brescia, Tipografia F. Apollonio, 1888, p. 58. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  23. ^ (LA) Lodovico Antonio Muratori, Indice cronologico, in Rerum italicarum scriptores: raccolta degli storici italiani dal cinquecento al millecinquecento, Tomo Decimosecondo, Bologna, Nicola Zanichelli, 1728, p. 633. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  24. ^ De Leonardis, p. 66.
  25. ^ a b Brescia, in Le cento città d'Italia descrizione storica, politica, geografica, commerciale, religiosa, militare per Ariodante Manfredi: 1, Milano, G. Bestetti editore e direttore dell'agenzia europea, 1871, p. 143. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  26. ^ Carlo Cocchetti, Brescia e sua provincia, Milano, Corona e Caimi, 1859, p. 24. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  27. ^ La Battaglia di Cortenuova (1237), su Brescia Genealogia, 28 ottobre 2019. URL consultato il 15 ottobre 2021.
  28. ^ Nicolò Maurantonio ha detto, Stupor Mundi battuto dai bresciani (1238), su Brescia Genealogia, 18 aprile 2020. URL consultato il 15 ottobre 2021.
  29. ^ a b c d e f g Gambera.
  30. ^ Lino Ertani, La Valle Camonica attraverso la storia, Esine, Tipolitografia Valgrigna, 1996, pp. 78.
  31. ^ Malvezzi, pp. 394-402.
  32. ^ Malvezzi, p. 404.
  33. ^ Il Mostasù, su turismobrescia.it. URL consultato il 6 agosto 2020.
  34. ^ Irma Valetti Bonini, Le Comunità di valle in epoca signorile, Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, 1976, pp. 95-96.
  35. ^ (EN) Fabio Romanoni, DA LUCHINO A GIOVANNI: GLI ESERCITI DELLA GRANDE ESPANSIONE (1339- 1354), in Nuova Antologia Militare, 1º gennaio 2022. URL consultato il 5 febbraio 2022.
  36. ^ Tratto da: Giacomo Goldaniga, Storia del castello di villa e l'eccidio dei Nobili di Lozio, Darfo Boario Terme, Tipografia Lineagrafica, 1992, pp. 60.
  37. ^ www.bresciamalatestiana.it, su bresciamalatestiana.it. URL consultato il 30 aprile 2018.
  38. ^ Apparizione di Faustino e Giovita. Analisi di una leggenda, su Brescia Genealogia, 19 febbraio 2020. URL consultato il 15 ottobre 2021.
  39. ^ NAVARRINI Roberto, Cultura religiosa e politica nell'età di Angelo Maria Querini, Morcelliana, Brescia 1982 p 518
  40. ^ Stephen D. Bowd, Venice's Most Loyal City: Civic Identity in Renaissance Brescia (I Tatti Studies in Italian Renaissance History), 0674051203, 9780674051201, Harvard University Press, 2010.
  41. ^ NAVARRINI Roberto, Cultura religiosa e politica nell'età di Angelo Maria Querini, Morcelliana, Brescia 1982 p. 519
  42. ^ "Il fulmine della notte di S.Elena" su "Qui Brescia", su quibrescia.it. URL consultato il 29 agosto 2011.
  43. ^ Brescia: la grande esplosione del 1769, su Brescia Genealogia, 11 aprile 2020. URL consultato il 15 ottobre 2021.
  44. ^ Quaderno del Collegio Geometri della Provincia di Brescia, 1º semestre 1971, pp. 8-14.
  45. ^ Lettera (PDF), su ambientebrescia.it.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Defensio statuti Brixianorum de ambitione et sumptibus funerum minuendis, 1507
Testi antichi
Testi moderni
Statuti

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

  • Brescia Story, su bresciastory.it. URL consultato il 7 ottobre 2009 (archiviato dall'url originale il 2 ottobre 2009).
  • Storia di Brescia, su turismobrescia.it.