Commercio equo e solidale

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Classici prodotti del commercio equo e solidale

Il commercio equo e solidale o commercio equo (fair trade in inglese) è una forma di commercio che garantisce al produttore e ai suoi dipendenti un prezzo giusto e predeterminato, assicurando anche la tutela del territorio. Si oppone alla massimizzazione del profitto praticata dalle grandi catene di distribuzione organizzata e dai grandi produttori. Carattere tipico di questo commercio è di vendere direttamente al cliente finale i prodotti, eliminando qualsiasi catena di intermediari.

È, dunque, una forma di commercio internazionale nella quale si cerca di far crescere aziende economicamente sane nei paesi più sviluppati e di garantire ai produttori ed ai lavoratori dei paesi in via di sviluppo un trattamento economico e sociale equo e rispettoso; in questo senso si contrappone alle pratiche di commercio basate sullo sfruttamento che si ritiene spesso applicate dalle aziende multinazionali che agiscono esclusivamente in ottica della massimizzazione del profitto.

Il documento che costituisce una sorta di "manifesto" del commercio equo solidale italiano è la Carta Italiana dei Criteri del Commercio Equo e Solidale[1].

Le motivazioni[modifica | modifica sorgente]

Alla base del Commercio Equo e Solidale (praticato soprattutto da associazioni cooperative, con un'elevata presenza di volontariato nei paesi ricchi) c'è dunque la volontà di contrastare il commercio tradizionale che si basa su pratiche ritenute dannose quali:

  • la determinazione dei prezzi, che vengono stabiliti da soggetti forti (multinazionali, catene commerciali) indipendentemente dai costi di produzione che sono a carico di soggetti deboli (contadini, artigiani, emarginati);
  • l'incertezza di sbocchi commerciali dei prodotti, che impedisce a contadini e artigiani di programmare seriamente il proprio futuro;
  • il ritardo dei pagamenti, ovvero il fatto che gli acquirenti paghino la merce molti mesi dopo la consegna e spesso anni dopo che sono stati sostenuti i costi necessari alla produzione (infrastrutture, semenza, nuovi impianti arborei, materie prime), che favorisce l'indebitamento di soggetti economicamente deboli e un circolo vizioso che porta spesso all'usura;
  • la mancata conoscenza, da parte dei produttori, dei mercati nei quali vengono venduti i loro prodotti e dunque la difficoltà da parte loro di riuscire ad adeguarsi e tanto meno a prevedere mutamenti nei consumi;
  • al fine di ridurre i costi, vengono impiegate tecniche di produzione che nel medio-lungo periodo si rivelano particolarmente negative per il produttore e/o la sua comunità;
  • al fine di aumentare i quantitativi prodotti, si fa ricorso al lavoro di fasce della popolazione che nei paesi ricchi viene particolarmente tutelata (bambini, donne incinte, ...) e si rinuncia alla formazione dei giovani;
  • persone con scarsa produttività (rispetto alla concorrenza) non hanno di fatto possibilità di sopravvivere sul mercato;

Una caratteristica peculiare del Commercio Equo e Solidale è la filiera corta, ovvero l'esistenza di un percorso produttivo breve per la materia prima fatto di al massimo tre o quattro passaggi (produzione, trasporto, stoccaggio nei magazzini degli importatori, distribuzione presso le botteghe del mondo) che rendono il prodotto sempre rintracciabile. In questo, il Commercio Equo e Solidale si distingue fortemente dal commercio tradizionale, la cui filiera è spesso fatta di numerosi passaggi che aumentano notevolmente il profitto di chi mette il prodotto sul mercato, a scapito di chi produce.

Le regole[modifica | modifica sorgente]

Il commercio equo-solidale interviene creando canali commerciali alternativi (ma economicamente sostenibili) a quelli dominanti, al fine di offrire degli sbocchi commerciali a condizioni ritenute più sostenibili per coloro che producono.

I principali vincoli da osservare per entrare nel circuito del commercio equosolidale sono i seguenti:

  • divieto del lavoro minorile
  • impiego di materie prime rinnovabili
  • spese per la formazione/scuola
  • cooperazione tra produttori
  • creazione, laddove possibile, di un mercato interno dei beni prodotti

Gli acquirenti (importatori diretti o centrali di importazione) dei paesi ricchi, si assumono impegni quali:

  • Prezzi minimi garantiti (determinati in accordo con gli stessi produttori; il prezzo corrisposto deve permettere una vita dignitosa ai produttori, permettere investimenti nel campo sociale e far sì che la produzione sia ambientalmente sostenibile)
  • quantitativi minimi garantiti
  • contratti di lunga durata (pluriennali)
  • consulenza rispetto ai prodotti e le tecniche di produzione
  • prefinanziamento

I prodotti[modifica | modifica sorgente]

Tè e tisane del commercio equo e solidale

Tipici prodotti del commercio equo sono il caffè, il , lo zucchero di canna, il cacao e prodotti dell'artigianato.

Altri prodotti agricoli sono: il miele, la quinoa, l'orzo, frutta secca (anacardi, uvetta, mango, ...), infusi (carcadè, camomilla, menta, ...), spezie (pepe, cannella, chiodi di garofano, noce moscata, ...) le banane e altri.

Questi vengono trasformati in: cioccolata e cioccolatini, torrone, caramelle, biscotti, crema di nocciole, bibite solubili, succhi di frutta, muesli (ovvero una miscela di fiocchi di cereali, frutta essiccata e altro), ecc.

La produzione biologica sempre più presente tra i prodotti alimentari è dovuta da un lato alle scelte dei consumatori del Nord per un cibo più sano, ma anche per evitare ai contadini e operai di esporsi a prodotti nocivi per l'uomo e per motivi di salvaguardia dell'ambiente. A volte sono gli stessi contadini a decidere per l'agricoltura biologica quale tecnica tradizionale di coltivazione.

Caffè[modifica | modifica sorgente]

Il caffè assume un ruolo centrale, sia perché è stato uno dei primissimi prodotti coloniali ad essere commercializzato con regole non finalizzate al profitto (Africaffè), sia per il suo valore simbolico. Il caffè è stato il primo prodotto ad essere certificato come prodotto equo e solidale, in cui viene stabilito il rapporto commerciale diretto tra operatori commerciali europei e le organizzazioni produttrici del sud del mondo. Esistono criteri e regole che devono essere rispettate per far in modo che il caffè possa essere riconosciuto come equo e solidale:

  • Il caffè deve provenire da cooperative di piccoli contadini certificate dal commercio equo (si esclude in tal modo il commercio intermedio locale che sovente impone condizioni di sfruttamento.
  • Si promuovono relazioni commerciali a lungo termine tra produttori e compratori
  • Il caffè deve essere coltivato e lavorato in condizioni rispettose dell'ambiente
  • I produttori di caffè ottengono un prezzo che copre i costi di produzione. Il prezzo minimo garantito da Max Havelaar è di 1,24 US$/lib per il caffè certificato in qualità convenzionale e di 1,39 US$/lib per quello in qualità biologica.

Qualora il prezzo di mercato mondiale superasse il prezzo garantito da Max Havelaar, l'organizzazione produttrice o la cooperativa agricola percepirebbe il prezzo del mercato mondiale (senza limitazioni verso l'alto) più un premio aggiuntivo di 0,05 US$ per il caffè convenzionale e 0,15 US$ per il caffè biologico

Attualmente, il caffè viene importato soprattutto dall'America Centrale (Nicaragua, Messico e altri) e solo in misura minore dall'Africa (soprattutto dalla Tanzania). La tostatura avviene nei paesi consumatori, tenendo conto dei gusti di questi. Lavorazioni intermedie, quali la trasformazione in caffè decaffeinato, avvengono anch'esse quasi esclusivamente nei paesi consumatori, anche perché questi Paesi aumentano i dazi per i prodotti trasformati al fine di aumentare la parte di valore aggiunto a scapito dei paesi produttori.

Le preferenze dei consumatori fanno sì che negli ultimi anni prevalga la varietà arabica, mentre la robusta svolge un ruolo sempre più marginale.

Cacao[modifica | modifica sorgente]

Il cacao, in quanto prodotto coloniale, fa parte fin dagli inizi del commercio equo-solidale.

Principali paesi produttori nei quali vi sono progetti di cooperazione (e dai quali si importa la materia prima) si trovano in America del Sud (Bolivia, Repubblica Dominicana...) e Africa.

La trasformazione del cacao (e in particolar modo la produzione della Cioccolata) avviene soprattutto nei paesi del Nord, anche per motivi tecnici (p.es. temperatura media nel luogo di trasformazione), non a caso in Svizzera, ma anche in altri paesi in cui si trasforma tale materia prima (Italia, Belgio, ecc.).

Tra i produttori dai quali si riforniscono gli Importatori vi sono:

  • El Ceibo (Bolivia): effettua la trasformazione delle fave di cacao (macinatura dei semi e lavorazione del burro di cacao) prodotte nell'Alto Beni;
  • Conacado (Confederation National de Cacaocultores Dominicanos)

Alcuni cioccolatai europei, presso i quali viene prodotta la cioccolata equo-solidale:

  • Chocolat Bernain (Svizzera): produce il cioccolato biologico commercializzato con il nome Mascao, il quale, non contenendo lecitina, viene lavorato con procedimenti artigianali e subisce un concaggio particolarmente lungo;

Artigianato[modifica | modifica sorgente]

Nell'ambito del commercio equo-solidale, l'artigianato ha un ruolo assai particolare, in quanto molto spesso realizza sì prodotti superflui per il consumatore (anche se attualmente le Botteghe del mondo e le Centrali di importazione si stanno orientando verso prodotti "utili" come l'abbigliamento e l'arredamento), ma al contempo permette di venire in contatto con le culture che li producono.

Si tratta, in realtà, di un artigianato specializzato, per lo più connotato dalla produzione di oggettistica voluttuaria e non già dalla prestazione di servizi manuali e di piccola produzione non ripetibile (come invece nell'artigianato ordinario). La provenienza spesso straniera, e la connotazione simbologica che si applica ai prodotti, unitamente alla fedeltà a schemi, pur talvolta solo abbozzati, delle tradizioni delle etnie di provenienza, recano per conseguenza una certa imprescindibilità del messaggio etico sotteso all'azione di vendita ed all'intenzione di acquisto del consumatore, nonché un ovvio richiamo di natura etnologica che ben presto diviene culturale, ideale.

Questi aspetti fanno sì che la commercializzazione di molti prodotti di artigianato abbia prodotto nei paesi consumatori discussioni tra gli operatori ed i volontari che si fanno carico della diffusione e distribuzione, trattandosi di conciliare l'anima idealista (con una forte componente anticonsumista) con l'esigenza commerciale ("solo facendo fatturato possiamo aiutare i produttori").

Alcuni prodotti sono il risultato di progetti che accompagnano campagne di boicottaggio contro multinazionali o pratiche commerciali diffuse e di sensibilizzazione, come ad esempio la produzione di palloni da calcio (campagna contro il lavoro minorile in questo settore in Pakistan) o tappeti persiani (anche in questo caso, contro il lavoro minorile).

Dimensioni del fenomeno[modifica | modifica sorgente]

Nel 2003 le università Cattolica e Bicocca di Milano hanno avviato un'ambiziosa ricerca - i cui risultati sono stati presentati nel maggio 2006 - al fine di fotografare le dimensioni del commercio equo e solidale sul mercato italiano e sui paesi in via di sviluppo, ipotizzando che tale commercio possa diventare una possibile politica per lo sviluppo dei paesi arretrati.

Durante il 2005 nella sola Unione Europea il commercio equo e solidale ha raggiunto un fatturato record di 660 milioni di euro, due volte e mezzo maggiore rispetto allo stesso nel 2001. Sempre nell'UE, sono più di 79 000 i punti vendita che trattano merci solidali (57 000 di questi sono supermercati comuni che vendono anche prodotti equi) mentre sono circa 2800 le botteghe del mondo presso cui offrono il loro servizio circa 100 000 volontari.

In Italia[modifica | modifica sorgente]

Il dato italiano sulla spesa pro-capite è il più basso d'Europa: trentacinque centesimi di Euro a testa. Le botteghe solidali sono circa seicento in tutta Italia e sono concentrate prevalentemente nel nord-ovest e nel nord-est, rispettivamente il 38% e il 22,6% del totale. Sono specializzate (40% del totale) in prodotti artigianali di fascia medio-alta provenienti da più di cinquanta paesi del sud del mondo. Il 52,2% delle botteghe ha lo status di associazione mentre il 24% sono cooperative. Da notare che l'88% di esse si trova nelle grandi città. Le persone coinvolte nelle botteghe tra dipendenti, volontari, soci e cooperative sono sessantamila. I prodotti del commercio equo, specialmente quelli alimentari, si trovano in molte catene della grande distribuzione come Coop Italia, Crai, Auchan, Lidl, Esselunga, Conad. I punti vendita che trattano prodotti equosolidali in Italia sono più di cinquemila.[2]

La Regione Liguria ha emanato una legge regionale per il sostegno e la diffusione del commercio equo e solidale.

Costi e ricavi[modifica | modifica sorgente]

Sempre nel 2005 le botteghe del mondo, a fronte di un mercato in continua espansione, sono in leggera perdita (pari a 121 000 euro): 54,51 milioni di euro i costi, 54,39 milioni di euro i ricavi. Essa in gran parte è dovuta al sottodimensionamento e all'inefficienza economica nei punti vendita numerosi, ma di piccole dimensioni.

Prodotti[modifica | modifica sorgente]

La vendita di riso equo solidale ha avuto un incremento del 190% tra il 2004 e il 2005. Hanno aumenti di vendita ragguardevoli anche caffè (+8%), tè (+11%), banane (+20%) e zucchero (+50%). Percentuali incoraggianti che però vanno controbilanciate con i dati in valore assoluto, poco edificanti se confrontati a livello europeo: ad es. in Gran Bretagna nel 2005 sono arrivate 3300 tonnellate di caffè equo solidale, mentre in Italia solo 223.

Organizzazioni e importatori[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Importatori del commercio equo-solidale.
Organizzazioni internazionali
  • WFTO[2] (World Fair Trade Organization), L'organizzazione mondiale del commercio equo e solidale. Prima del marzo 2009 era detta: IFAT(International Federation of Alternative Trade), federazione internazionale del commercio alternativo
  • EFTA[3] (European Fair Trade Association), associazione europea commercio equo
  • Fairtrade Labelling Organization[4] (Fairtrade Labelling Organization), organismo internazionale di certificazione dei prodotti del Commercio equo e solidale
  • NEWS![5] (Network European World Shops), rete europea delle botteghe del mondo. Attualmente è in corso un percorso di unione tra IFAT Europe e NEWS!, i cui soci confluiranno in IFAT Europe.
  • FINE[6], coordinamento informale di FLO, IFAT, NEWS!, EFTA
Organizzazioni in Italia
Importatori
Organizzazioni dell'economia solidale

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Carta Italiana dei Criteri del Commercio Equo e Solidale
  2. ^ Comes: il dilemma della grande distribuzione [1], Reggiani T.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]