Colonne di San Marco e San Todaro

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Colonne di San Marco e San Teodoro

Le colonne di San Marco e San Tòdaro, o colonne di piazza San Marco, a Venezia, sono due alti affusti in marmo e granito, posti all'ingresso dell'area marciana verso il molo e il bacino San Marco. Sono sormontate dalle statue dei santi patroni della città: San Marco Evangelista nella tradizionale forma di leone e San Tòdaro (nome veneziano del bizantino San Teodoro di Amasea).

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Le due colonne, assieme alle moli di Palazzo Ducale e della Libreria Marciana, costituiscono l'accesso monumentale alla piazza per chi proviene dal mare. Furono erette da Nicolò Barattiero sotto il dogado di Sebastiano Ziani (1172-1178), quando la piazza venne ampliata e monumentalizzata. Le enormi colonne, trasportate dall'Oriente come bottino di guerra, dovevano essere originariamente tre, ma il terzo affusto venne perduto assieme alla nave che lo trasportava durante lo sbarco. La colonna naufragata dovette affondare profondamente nella fanghiglia dei fondali, tanto che "cercandola a distanza di vent'anni dall'affondamento un mastro appositamente incaricato, col tastare il fondo a mezzo di una lunga pertica, non la si poté in alcun modo ritrovare".[1]

La colonna che svetta dal lato di Palazzo Ducale regge il leone alato, simbolo di San Marco, dall'862 santo patrono e simbolo della città e dello Stato veneziano. Si tratta di una scultura bronzea molto antica, greca o siriaca, probabilmente in origine una chimera, cui vennero successivamente aggiunte le ali.

Dal lato della Biblioteca è, invece, quella di San Teodoro[2], santo bizantino e guerriero, primo protettore della città, raffigurato in marmo nell'atto di uccidere un drago. Il busto proviene da una statua classica di imperatore romano, mentre la testa, l'aureola, le braccia e le gambe che poggiano sul drago ucciso sono di epoca medioevale. La scultura è una copia dell'originale esposta all'ingresso di Palazzo Ducale. Alla base di entrambe sono presenti le raffigurazioni dei mestieri.

Sotto le colonne, in epoca medievale e rinascimentale, erano poste delle botteghe in legno, tuttavia già dalla metà del XVIII secolo lo spazio tra le due steli venne destinato a luogo delle esecuzioni capitali, tanto che tuttora tra la popolazione locale persiste l'uso superstizioso di non attraversare lo spiazzo tra le colonne. Da questo uso deriva anche un modo di dire veneziano: "Te fasso veder mi, che ora che xe" (ti faccio vedere io, che ora è), derivato dal fatto che i condannati a morte, dando le spalle al bacino di San Marco, vedevano come ultima cosa la torre dell'orologio. Lo spazio fra le due colonne era anche l'unica "zona franca", in cui si poteva legalmente giocare d'azzardo, privilegio concesso a Nicolò Barattiero (o Barattieri), ovvero colui che riuscì a trovare un modo erigere le pesanti strutture lasciate a lungo stese a terra: attraverso l'utilizzo di grosse corde che venivano fissate all'estremità di una colonna e quindi bagnate, esercitando così una forte trazione che consentiva di alzarle di pochi centimetri e di infilarvi sotto delle zeppe di legno, il costruttore bergamasco, che si era già distinto nella costruzione della cella campanaria del Campanile di San Marco, compì in questo modo l'opera di sollevare le pesanti colonne senza danneggiarle.[1] Come ricompensa gli venne concessa l'esclusiva del gioco d'azzardo da effettuarsi proprio ai piedi delle due colonne, cosa che gli permise di arricchirsi non poco.[3][4]

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Note[modifica | modifica wikitesto]

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