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Collegiata di Santa Maria Assunta (Ariccia)

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Coordinate: 41°43′15.84″N 12°40′18.16″E / 41.721068°N 12.671711°E41.721068; 12.671711

Collegiata di Santa Maria Assunta in Cielo
Collegiata Ariccia 01.JPG
La facciata della collegiata su piazza di Corte in una veduta notturna.
Stato Italia Italia
Regione Lazio Lazio
Località Ariccia-Stemma.png Ariccia
Religione Cristiana cattolica di rito romano
Titolare Maria Assunta
Diocesi Sede suburbicaria di Albano
Consacrazione 16 maggio 1665
Architetto Gian Lorenzo Bernini
Stile architettonico barocco
Inizio costruzione 1663
Completamento 1665
Sito web Sito ufficiale

La collegiata di Santa Maria Assunta in Cielo (in latino: Ecclesia collegiata Beatae Mariae Virginis Dei Matris in Coelum Assumptae[1]) è il principale luogo di culto cattolico del comune di Ariccia, in provincia di Roma, nell'area dei Castelli Romani, nella diocesi suburbicaria di Albano Laziale.

Una collegiata con questa denominazione esisteva ad Ariccia fin dal VI secolo,[2] ma l'attuale edificio con prospetto principale sulla monumentale piazza di Corte è stato costruito tra il 1663 ed il 1665 per interessamento della famiglia Chigi su progetto di Gian Lorenzo Bernini,[3] con il contributo di altri importanti artisti attivi a Roma nel Seicento. La chiesa, inserita tra i beni monumentali schedati della provincia di Roma,[4] è oggi la principale sede parrocchiale del comune, unita alla parrocchia del santuario di Santa Maria di Galloro.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il capitolo di Ariccia

Il capitolo della collegiata di Santa Maria Assunta ad Ariccia è probabilmente il più antico della diocesi suburbicaria di Albano Laziale e sicuramente uno dei più importanti -assieme al capitolo della basilica di San Barnaba a Marino-, come stabilito dai sinodi diocesani del 1668[5][6], del 1687[5][6] e del 1847.[6] Già nel 1404 la collegiata risulta possedere tale dignità[7]: anzi, lo storico settecentesco Nicola Ratti nella sua Storia di Genzano, con note e documenti discute sulla possibilità che ad Ariccia avessero sede ben tre collegiate -Santa Maria Assunta, Santa Maria in Petrola e San Pietro de Aritia-, di cui due -secondo lui[7]- spostate da qualche altro luogo vicino ormai abbandonato. Fino al 1473, anno in cui il feudo di Ariccia venne acquistato dalla famiglia Savelli[8], l'abitato rimase pressoché spopolato e la collegiata fu abbandonata a tal punto che la trascuratezza dei sei canonici assegnatile fece sorgere nella metà del Cinquecento una controversia risolta dalla Congregazione del Concilio nel 1566, per cui i suddetti canonici vennero obbligati a risiedere presso la loro sede e a darsi un simbolo, un sigillo ed un luogo di ritrovo.[9] Tuttavia, la situazione dei canonici ariccini non era stabile: nel 1576, il cardinale vescovo della diocesi suburbicaria di Albano Fulvio Giulio della Corgna ridusse a quattro il numero dei canonici che operavano assieme all'arciprete, ed assegnò loro delle rendite più cospicue tramite una migliore divisione delle rendite della collegiata.[10] Più tardi, nel 1583, il cardinale vescovo Alfonso Gesualdo proibì il subaffitto degli alloggi che i canonici avevano presso la collegiata, e vietò l'ingresso di uomini e donne negli stessi.[10]
Il 16 maggio 1665 l'arciprete ed i quattro canonici ariccini presero possesso ufficialmente della nuova collegiata edificata dai Chigi[1], tuttavia la loro posizione rimase in un limbo giuridico fino a che il 10 marzo 1667 papa Alessandro VII non ratificò la nomina a collegiata insigne della chiesa, trasferendovi tutto ciò che prima aveva sede presso la vecchia collegiata.[11] Il numero dei canonicati passò da quattro a cinque grazie al finanziamento di scudi 1800 concesso dal principe Agostino Chigi ed autorizzato da Alessandro VII l'11 giugno 1665:[11] tuttavia, una reale ripartizione dei canonicati che portò alla creazione di dieci canonici ad Ariccia venne effettuata solo con la summenzionata bolla del 10 marzo 1667.[11] Due nuovi posti da canonico vennero creati in Ariccia grazie alla donazione al capitolo dei beni della vedova Domenica Antonia Felli di Ardea, fatta il 2 ottobre 1758, resa effettiva alla morte della donna il 18 ottobre 1763 e ratificata dal cardinale vescovo della diocesi suburbicaria di Albano Fabrizio Serbelloni.[12]
Tra i canonici di Ariccia, vanno menzionati il martire marchigiano Carlo Tarugi, singolare personaggio già vicario generale della diocesi suburbicaria di Albano e segretario di diversi prelati, che decise di emigrare nell'Impero Ottomano, dove venne ucciso negli anni settanta del Seicento;[13] il velletrano Adriano Toruzzi,[13] il nobile Giacomo Sarnano,[13] il letterato settecentesco Gian Preti Arzani,[13] lo storico Emanuele Lucidi, autore delle Memorie storiche dell'antichissimo municipio ora terra dell'Ariccia, e delle sue colonie di Genzano e Nemi, il teologo Francesco Guidobaldi[14] e il perseguitato politico durante l'occupazione napoleonica Giovanni Nattista Leuci.[14]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Storia di Ariccia.

La collegiata antica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Chiesa di San Nicola di Bari (Ariccia).

L'antica chiesa collegiata di Ariccia venne fondata in età molto antica nel sito dell'attuale chiesa sconsacrata di San Nicola di Bari, che occupa una parte della navata principale dell'antica collegiata stessa.
La collegiata in questione, dedicata anch'essa alla Madonna, venne forse fondata addirittura nel VI secolo, durante la breve parentesi del regno ostrogoto d'Italia di Atalarico (526 - 534), come riportavano alcune medaglie celebrative rinvenute nel Seicento nel luogo dell'antica chiesa.[2]

La collegiata possedeva numerose proprietà nel territorio ariccino, come testimoniato da quattro istrumenti notarili conservati nell'archivio del monastero dei santi Alessio e Bonifacio in Roma datati tra il 1281 ed il 1296.[9]

In seguito al progressivo spopolamento di Ariccia la collegiata assieme ai suoi beni, ed alle altre due chiese ariccine di Santa Maria in Petrola -ubicata probabilmente nell'area di Vallericcia[7][15]- e di San Pietro de Aritia[7] venne assegnata da papa Bonifacio IX all'abbazia di Sant'Anastasio alle Tre Fontane in Roma con bolla del 1º febbraio 1404.[7]

L'antica collegiata, secondo quanto ricostruisce lo storico e canonico ariccino Emanuele Lucidi, era lunga 120 piedi[2]-calcolando l'equivalenza di un piede romano a 30 centimetri, circa 35 metri, calcolandolo a 50 centimetri, circa 60 metri- ed aveva dieci altari laterali.[2] Oltre alla porta principale, probabilmente rivolta verso l'attuale corso Giuseppe Garibaldi, nel 1557 venne aperta una porticina laterale verso ovest.[2] Il presbiterio era stretto[2], l'altare maggiore -probabilmente un altare in marmo bianco rinvenuto durante scavi nel sito dell'antica chiesa nel 1852[16]- addossato al muro e separato dalla navata da una balaustra di legno[2]: sulla parete di fondo, era dipinta l'assunzione di Maria.[2] La chiesa era dotata di una torre campanaria[2], e di un portico antistante l'ingresso, al secondo piano del quale erano collocate le stanze riservate ai canonici.[2] Il tetto, a quanto riferisce il Lucidi, era in legno e non in buono stato.[2] La sagrestia era collocata sotto al piano della chiesa; il cimitero era stato ricavato in due grandi fosse comuni praticate nel pavimento in peperino della chiesa stessa[2], che si esaurirono nel 1633 rendendo necessario lo svuotamento delle medesime in un terreno adiacente la chiesa:[9] e l'arciprete dell'epoca, Leonardo Garfagnano, venne anche accusato di aver fatto gettare le ossa dei morti ariccini in luogo non consacrato.[9]

Numerosi papi vennero ad Ariccia e visitarono la collegiata: tra essi, papa Pio II[2], papa Sisto V[2], papa Clemente VIII[2] e papa Urbano VIII.[2] E fu proprio un pontefice, papa Alessandro VII, ad ordinare la demolizione della collegiata antica in luogo di una nuova collegiata, il 27 aprile 1665.[17] I Chigi ebbero cura di far lasciare in piedi una parte dell'antica collegiata, che dietro progetto di Luigi Bernini, fratello del più famoso Gian Lorenzo Bernini -in quel periodo impegnato nella realizzazione del complesso monumentale chigiano- divenne l'attuale chiesa sconsacrata di San Nicola di Bari, assegnata come sede più capiente al locale collegio dei padri dottrinari il 16 ottobre 1665.[18]

Delle opere più pregevoli conservate nella collegiata distrutta, alcune furono distrutte, altre riutilizzate. Due colonne di granito che sostenevano gli archi delle navate, ad esempio, erano rimaste ai lati della facciata della chiesa di San Nicola di Bari e vennero adeperate nel 1751 per sorreggere il balcone della facciata principale di Palazzo Chigi;[17] diverse lapidi funerarie erano conservate ancora alla fine del Settecento dai padri dottrinari nel cortile del collegio di San Nicola e in altre abitazioni private.[17] Dei dipinti che adornavano l'antica collegiata, la maggior parte tornarono alle famiglie che li avevano commissionati: una Visitazione della Vergine e la statua in legno dorato di sant'Apollonia, opere commissionate dalla famiglia Savelli, sono ancora oggi conservate presso l'attuale collegiata.[17]

La fondazione della nuova collegiata[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Chigi.

Il 20 luglio 1661, i tre nipoti di papa Alessandro VII, ovvero il cardinale Flavio Chigi[19] ed i suoi fratelli Mario ed Agostino, acquistarono il feudo di Ariccia dal cardinale Paolo Savelli e da suo fratello Giulio, al prezzo di 358.000 scudi[20]: iniziò per Ariccia un periodo di grande rinnovamento urbanistico ed economico.

Papa Alessandro VII maturò subito il desiderio di costruire nel nuovo feudo una collegiata che fosse più bella e funzionale, pertanto iniziò ad acquistare numerose case in prossimità dell'attuale piazza di Corte -l'acquisto dei lotti più importanti fu siglato con l'istromento del 25 giugno 1663[21]-. Il costo per i lavori di muratura, stucco e pittura -con la partecipazione di grandi artisti come Gian Lorenzo Bernini[3], Antonio Raggi[3], Jacques Courtois il "Borgognone"[3], Raffaele Vanni[3][22], Ludovico Gimignani[3], Giacinto Gimignani[3], Bernardino Mei[3][23], Alessandro Mattia da Farnese[3][24]- ammontò a 84.000 scudi[1], probabilmente provenienti -almeno in parte- dal lascito testamentario del cardinale Giulio Mazzarino, già ministro capo del regno di Francia.[1]

Ad ogni modo, la benedizione della nuova collegiata a lavori terminati si tenne il 16 maggio 1665, quando prima il cardinale Flavio Chigi assieme al capitolo di Ariccia benedissero la chiesa, poi papa Alessandro VII assistito da numerosi cardinali -segnatamente il cardinale vescovo della diocesi suburbicaria di Albano Giovanni Battista Pallotta, Paolo Savelli, Pier Luigi Carafa, Giovanni Battista Spada[1]- celebrò una solenne funzione, e quindi la chiesa venne consegnata ufficialmente all'arciprete e al capitolo stesso.[1]

Nonostante l'architettura della chiesa sia celebrata addirittura come una delle opere più perfette del Bernini,[21] pare che l'opera non risultò gradita completamente a papa Alessandro VII,[25] perché risultava piuttosto poco funzionale per la celebrazione della liturgia. Così, la scarsa praticabilità del presbiterio venne compensata nel 1687, quando il cardinale Flavio Chigi ordinando la traslazione presso la chiesa delle reliquie di san Deodato di Nola fece staccare l'altare dalla parete e ricollocarlo più al centro dell'abside[25], e poi nel 1779, quando l'area presbiteriale venne allargata e delimitata da una balaustra di legno.[25] Nel 1683 venne restaurato il tetto della chiesa poiché per un difetto nella costruzione l'acqua piovana tendeva ad entrare in chiesa dal tetto spiovente anziché scolare verso gli appositi tubi.[26]

Il Settecento[modifica | modifica wikitesto]

Ariccia dal ponte di Ariccia.
Veduta d'insieme della collegiata.

La mancanza di una sagrestia capiente -considerando che già dal 1667 la collegiata era stata canonicamente istituita a tutti gli effetti con un numero portato da cinque a dieci canonici[11]- venne compensata nel 1769, quando il canonico ariccino Paolo Minini donò alcuni locali adiacenti alla collegiata con uso di sagrestia, stanze che vennero uniti alla sagrestia vecchia grazie al finanziamento di scudi cento donati dal marchese piacentino Orazio Casati a prezzo di una messa cantata annua in suo suffragio.[25] Nel 1775 la Congregazione dei Riti autorizzò la celebrazione della messa da parte di sacerdoti vecchi o malati in una cappella ricavata nella sagrestia della collegiata.[26] L'originaria cantorìa dell'organo, situata sopra la porta d'ingresso principale della chiesa, era in peperino: a causa della sua pesantezza che poteva compromettere la stabilità dell'edificio, nel 1753 il principe Agostino Chigi fece rifare cantorìa ed organo per una spesa di 1200 scudi.[26] Nel 1759 vennero compiuti nuovi lavori sul tetto della chiesa, per ovviare agli stessi problemi di costruzione a cui avevano messo una pezza i restauri del 1683[26]: infatti, persino l'imponente affresco del catino dell'abside era stato rovinato dall'acqua, e dovette essere ridipinto dal pittore Masucci.[26]

Il principe Sigismondo Chigi, non appena prese possesso del feudo di Ariccia nel 1771, non esitò ad investire la somma di 12.000 scudi per il rifacimento della altre parti rovinate della chiesa e per dare a piazza di Corte la sua sistemazione attuale, con la collocazione dell'attuale iscrizione sulla facciata della chiesa e sui cornicioni dei due casini laterali.

La consacrazione ufficiale della collegiata, e dell'altare laterale intitolato alla Santissima Trinità ed a sant'Agostino di Ippona, fu celebrata il 18 ottobre 1778, terza domenica del mese, dal cardinale vescovo della diocesi suburbicaria di Sabina Andrea Corsini.[27] A causa della saturazione del cimitero posto sotto il pavimento della chiesa, nel 1780 il principe Sigismondo Chigi decise di vietare la tumulazione di corpi presso la collegiata ed ordinò a sue spese il trasporto delle ossa ivi contenute nel nuovo cimitero situato accanto alla chiesa di San Rocco, nell'attuale quartiere omonimo appena fuori porta Napoletana.[16]

Dopo l'occupazione di Roma del 9 febbraio 1798, compiuta dall'armata rivoluzionaria francese comandata dal generale Louis Alexandre Berthier, il potere temporale pontificio venne misconosciuto e già il 15 febbraio venne proclamata la Repubblica Romana: nell'area dei Castelli Romani, Frascati[28], Albano Laziale[28], Velletri[28] e Marino[29] si proclamarono repubbliche sorelle della Repubblica Romana nei giorni immediatamente successivi. L'11 aprile 1798 un commissario francese venne inviato ad Ariccia dal governo di Albano per requisire tutti i preziosi conservati presso il santuario di Santa Maria di Galloro, da cui erano stati cacciati i monaci vallombrosani[30]: per custodire meglio l'immagine della Madonna di Galloro da furti e profanazioni gli ariccini decisero così di portarla al sicuro nella collegiata. Il Settecento si chiuse per Ariccia con i disordini legati al transito delle truppe francesi e napoletane in combattimento: alla Madonna di Galloro, allora conservata nella collegiata, si attribuisce il miracolo di aver allontanato oltre tremila francesi che stavano bivaccando per le strade del paese con la notizia dell'arrivo dell'esercito sanfedista.[31]

Dall'Ottocento al Duemila[modifica | modifica wikitesto]

Passata la prima invasione francese, dopo il ritorno del potere temporale pontificio alcuni monaci vallombrosani tornarono ad abitare nel santuario di Santa Maria di Galloro, e pretesero la riconsegna dell'immagine della Madonna di Galloro, ancora nella collegiata. Poiché l'arciprete ed i canonici non volevano cedere, la controversia fu portata al cospetto di papa Pio VII -in quel momento esule a Venezia- che ordinò che l'immagine fosse riconsegnata al santuario. Il trasporto avvenne nella notte tra il 5 ed il 6 novembre 1801[32]: da allora la Madonna di Galloro non ha più abbandonato l'omonimo santuario. Papa Pio VII si recò in visita presso la collegiata il 23 ottobre 1803, e concesse ai canonici il privilegio di indossare il rocchetto.[33] La chiesa durante la seconda guerra mondiale fu scampata dai bombardamenti aerei anglo-americani, che colpirono Ariccia il 1º febbraio 1944 distruggendo la parte settentrionale di Palazzo Chigi ed il ponte di Ariccia. Alcuni lavori di riqualificazione furono iniziati a partire dalla fine degli anni ottanta.

Nell'estate 2008 alcuni parrocchiani hanno sollevato una protesta contro il provvedimento di trasferimento del parroco don Pietro Massari presso la basilica di San Barnaba a Marino disposto dal vescovo della diocesi suburbicaria di Albano Marcello Semeraro, in carica ad Ariccia da ben ventitré anni: la protesta ha avuto ampia risonanza sulla stampa locale[34][35] e nazionale[36][37] e sollevando simili proteste in occasione di trasferimento di parroci disposto dal vescovo diocesano (a Coldirodi, frazione di Sanremo, in Liguria).[38] Le richieste dei manifestanti non sono state accolte, il trasferimento è avvenuto e la situazione si è andata normalizzando dopo l'arrivo del nuovo parroco don Aldo Anfuso.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

(LA)

« [...] Cumque ad praesens ad omnipotentis Dei laudem, et gloriam, ipsiusque Dei Genitricis laudem, et honorem nova Ecclesia in praedicto oppido Ariciae, adhibita diligentia, nullis parcentes expensis, opere ionico composito figura rotunda cum hemispherio sublimi laminis plumbeis tecto munifica, ac geometricis rationibus, et methodis symetriae, atque regulari structura, et concinnitate omnibus suis membris perfecta, ornata, et absoluta sit. [...] »

(IT)

« [...] E perciò sia preparata ed ornata una nuova chiesa nel summenzionato castello di Ariccia in lode e gloria di Dio onnipotente, e in lode ed onore della stessa madre di Dio, [sia] approntata con diligenza, con nessun risparmio di spese, in stile ionico composito con pianta circolare e sublime cupola coperta da un tetto di lamine di piombo, e razionalità geometrica, e simmetria, e struttura regolare, ed armoniosità perfetta di tutte le sue parti. [...] »

(Papa Alessandro VII, Breve apostolico Quam super choros Angelorum del 10 marzo 1667.)
La collegiata ed i casini porticati laterali in una veduta notturna.

La collegiata, come già si è detto, è stata un'opera progettata da Gian Lorenzo Bernini[3][39][40] su commissione della famiglia Chigi e di papa Alessandro VII: allo stesso progettista sono da attribuire tutti gli edifici che prospettano su piazza di Corte[41] -pur considerando i cambiamenti legati agli interventi del 1771 e all'apertura del ponte di Ariccia a metà Ottocento-, che culminano nel famoso complesso di Palazzo Chigi con il retrostante Parco Chigi.

La chiesa ariccina, come la collegiata pontificia di San Tommaso da Villanova a Castel Gandolfo o la chiesa di Sant'Andrea al Quirinale a Roma, è un'opera che appartiene alla maturità berniniana, quando aveva iniziato a privilegiare la pianta centrale[39]: nel caso della collegiata di Ariccia, il Bernini preferì utilizzare una pianta centrale circolare sormontata da una semisfera, schiacciando il tutto verso il basso ma estendendo il complesso longitudinalmente all'esterno, grazie ai due casini porticati laterali che fiancheggiano il portico della chiesa;[40] nel caso dell'altro importante monumento berniniano ai Castelli Romani, la collegiata di Castel Gandolfo, preferì adottare una pianta centrale a croce greca che si estendeva maggiormente verso l'alto grazie ad una cupola più slanciata.[40]

Esterno[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Piazza di Corte.

La facciata si inquadra nel fronte monumentale di piazza di Corte, progettato da Gian Lorenzo Bernini e mantenuto negli interventi settecenteschi come quinta scenografica antistante la lunga facciata di Palazzo Chigi.

L'ingresso è preceduto da un portico a tre fornici con archi a tutto sesto, richiamato dai due portici laterali anch'essi a tre fornici l'uno, ma privi dell'arco a tutto sesto. Originariamente, sul cornicione del portico si leggeva la scritta Beatae Mariae Virgini Dei Matri in Caelum Assumptae, accompagnata dallo stemma in marmo di papa Alessandro VII:[21] dopo i lavori del 1771 voluti dal principe Sigismondo Chigi lo stemma è rimasto ma la scritta sul cornicione è diventata Deiparae in Coelum Assumptae.[42]

Sopra la porta d'ingresso, c'è una stella -che simboleggia sia la Madonna che i Chigi[42]- con l'iscrizione Stella matutina ora pro nobis.[42]

Su un pilastro del fornice centrale sono collocate le memorie in bronzo della missione gesuita del 1932 e della missione passionista del 1979.

Interno[modifica | modifica wikitesto]

L'ingresso[modifica | modifica wikitesto]

L'ingresso della collegiata (gennaio 2009).

Ai due lati della moderna porta d'ingresso sono collocati due fonti battesimali in legno seicenteschi, oggi privati della loro funzione. Presso la porta d'ingresso, nella pavimentazione originaria, aveva trovato sepoltura per propria volontà l'arciprete Bartolomeo Galloppi di Frascati, letterato ed uomo di cultura che fu fra i fondatori della locale accademia degli Sfaccendati, sede di una proficua esperienza letteraria e teatrale ad Ariccia tra il Seicento ed il Settecento.[43] Lo storico e canonico ariccino Emanuele Lucidi riporta l'artistico epitaffio che l'arciprete stesso si scrisse prima della sua morte nel 1720 -scherzando amaramente sul proprio cognome- e che era, seppur molto usurato dal continuo calpestìo, ancora leggibile alla fine del Settecento[43]:

(LA)

« FESSUS EQUUS STADIUM MORTALIS DUCERE VITAE
PRO META HANC URNAM, CERNE, GALOPPUS HABET.
VOCE TUBAE AST ITERUM CURRET: TU, LECTOR, AD ARAM
ORA, UT SINT CURSUS SIDERA META SUI.
BARTHOLOMAEUS GALOPPUS ARCHIPRESBITER
TAMQUAM INDIGNUS PRAEIRE
IN PEDE TEMPLI HUMARI VOLUIT
DIE XIII IUNII MDCCXX »

(IT)

« Cavallo affaticato diretto allo stadio della vita mortale
Galoppi ha per meta quest'urna, guarda.
Con voce di tromba ecco partecipa ad un viaggio: tu, o lettore
prega all'altare
prega perché i cieli siano la sua meta.
Bartolomeo Galloppi arciprete
così indegno
che volle essere sepolto in fondo alla chiesa. »

(Bartolomeo Galloppi, epitaffio dell'arciprete Bartolomeo Galloppi.)

Sulla controfacciata nel progetto originario del Bernini era stata appoggiata una cantoria in peperino che accoglieva un piccolo organo[26]: a causa della pesantezza della struttura che appesantiva la parete minacciando la stabilità dell'intero edificio, nel 1753 il principe Agostino Chigi stanziò la somma di 1200 scudi per ricostruire nelle forme attuali la cantoria e ricollocarvi un organo più imponente.[26]

Una veduta dell'interno della cupola con gli stucchi di Antonio Raggi.

Sotto alla cantoria dell'organo, sulla controfacciata si legge la seguente lapide, apposta durante i lavori di costruzione della chiesa[3]:

(LA)

« DEIPARAE IN COELUM ASSUMPTAE
DIRUTO VETERI QUOD INFIMA IN ARICIA
SITU SORDIDIBUSQUE INCOMMODUM CORRUEBAT
ALEXANDER VII PONT. MAX.
TEMPLUM ELEGANTIUS LOCO NOBILIORE EXCITATUM
TURRIBUS AEDIBUS ATQUE AREA ORNATUM
AC PERFECTUM D[ONAVIT]
ANNO SALUTIS MDCLXIV »

(IT)

« A Maria Assunta in cielo
il cui piccolo luogo consacrato ad Ariccia
crollava perché vecchio, diruto, scomodo per infelicità
Papa Alessandro VII
donò un luogo consacrato più elegante e nobile
ornando i campanili le case e l'area
e curando i dettagli
anno 1664 »

(Iscrizione apposta sulla controfacciata della collegiata di Santa Maria Assunta ad Ariccia.)

Il tutto è sormontato, al centro dell'arco a tutto sesto che incornicia porta e cantoria, da un grande stemma di papa Alessandro VII.

L'organo a canne[modifica | modifica wikitesto]

L'organo a canne della chiesa è stato costruito nella seconda metà del XX secolo dalla ditta organaria Rieger-Kloss[44].

Lo strumento, collocato sulla cantoria in controfacciata, è racchiuso all'interno della cassa barocca del precedente organo. Questa, intagliata e dipinta, presenta una mostra composta da canne di Principale disposte a cuspide in tre campi, 7 in ciascun campo. Il sistema di trasmissione è elettrico e la consolle, indipendente, è situata nella terza cappella di sinistra; essa dispone di due tastiere di 61 note ciascuna e di una pedaliera concavo-radiale di 32 note.

La cupola[modifica | modifica wikitesto]

I lavori in stucco della cupola sono opera dello scultore ed allievo fedele di Gian Lorenzo Bernini, Antonio Raggi.[3]

La struttura della cupola, vagamente ispirata al Pantheon di Roma nell'imponenza -seppur in piccolo- tanto che sembra fosse desiderio di papa Alessandro VII di fare di questa chiesa una sorta di "Pantheon Mariano", è sorretta da otto pilastri: nella calotta della cupola sono raffigurati sedici angeli -due per ogni campata- che sostengono ghirlande e di quercia e lunghi festoni arborei. L'intera superficie convessa è punteggiata da cassettoni esagonali che vanno a rimpicciolirsi nel progredire verso l'occhialone centrale, al quale convergono le otto fasce bianche dei costoloni.[3] L'occhialone centrale di cui sopra è sormontato da una lanterna.

Lungo tutto il cornicione interno su cui appoggia la cupola all'interno si legge la seguente iscrizione:[3]

(LA)

« ASSUMPTA EST MARIA IN CAELUM GAUDENT ANGELI LAUDANTES BENEDICUNT DOMINUM ET COLLAUDANT FILIUM DEI »

(IT)

« Maria è assunta in cielo gaudente. Gli angeli lodando benedicono il Signore e riempiono di lode il Figlio di Dio. »

(Iscrizione sul cornicione della cupola)

Gli altari laterali[modifica | modifica wikitesto]

Gli altari laterali sono sei: si presentano rivestiti di stucchi e presentano un timpano alternato sorretto da due colonne.

L'interno della collegiata in un'incisione di Giovanni Battista Falda (1665).
Emisfero destro[modifica | modifica wikitesto]

Accoglie un dipinto di grandi dimensioni raffigurante "San Tommaso da Villanova agonizzante" opera del pittore Raffaele Vanni[45], pagata dall'elemosiniere segreto di papa Alessandro VII[46] 200 scudi nel 1665.[46]

Il quadro dell'altare è un "San Giuseppe" di Ludovico Gimignani, pagato nel 1665 200 scudi assieme ad un altro quadro dipinto dal fratello del Gimignani.[46]

Ad una parete della nicchia dell'altare sono collocate tre lapidi funerarie della famiglia Nardini risalenti alla metà dell'Ottocento: la lapide del piccolo Ugo Nardini del 1847, la lapide del fratello di questi Pio Nardini del 1848 ed infine la lapide della madre di questi, Giulietta Masini, morta nel 1849, apposta dal marito Lorenzo Nardini.

La tela d'altare, pagata per 200 scudi nel 1665 assieme al quadro precedentemente menzionato,[46] è un "Sant'Antonio abate" eseguito da Giacinto Gimignani, fratello di Ludovico.

Emisfero sinistro[modifica | modifica wikitesto]

Il quadro che adorna questo altare è un "San Francesco di Sales" del pittore Alessandro Taruffi[47], costato 110 scudi.[46]

Questo altare ospita una tela di Bernardino Mei[23] raffigurante "Sant'Agostino", costata nel 1665 160 scudi.[46] Sull'altare è collocato un recente dipinto rotondo di piccole dimensioni del Sacro Cuore di Gesù.

Ad una parete di questo altare venne collocata la lapide celebrativa della consacrazione della collegiata, il 18 ottobre 1778, operata dal cardinale vescovo della diocesi suburbicaria di Sabina Andrea Corsini con la partecipazione del cardinale vescovo della diocesi suburbicaria di Albano François-Joachim de Pierre de Bernis:

(LA)

« AEDEM DEO OPTIMO MAXIMO
IN HONOREM MARIAE VIRGINIS IN COELUM ASSUMPTAE
ALEXANDRI PAPAE VII MUNIFICENTIA EXCITATAM
ANNUENTE FRANCISCO IOACHINO DE PIERRE DE BERNIS
CARDINALI EPISCOPO ALBANENSE
ANDREAS CARDINALIS CORSINUS EPISCOPUS SABINENSIS
XV KAL. NOVEMBR. DIE DOMINICO POST PENT. XIX OCTOBR. III
SOLEMNI RITU DICAVIT A.D. MDCCLXXVIII »

(IT)

« Costruita [questa] casa a Dio onnipotente
in onore di Maria Vergine Assunta in Cielo
per la munificenza di papa Alessandro VII
con il consenso di Francesco Gioacchino de Pierre de Bernis
cardinale vescovo di Albano
il cardinale vescovo di Savina Andrea Corsini
il 18 ottobre
consacrò coin solenne rito anno 1778 »

In questo altare è conservata la tela del "San Rocco" del misterioso Alessandro Mattia da Farnese[24], il "Prete Farnesiano", costata 120 scudi[46] all'elemosiniere segreto di papa Alessandro VII.[46]

L'abside[modifica | modifica wikitesto]

L'interno della collegiata in una fotografia recente (gennaio 2009).

Il catino absidale è interamente occupato da un grande affresco di Jacques Courtois detto il Borgognone raffigurante l'Assunzione di Maria. Il dipinto, retribuito 400 scudi[46], raffigura Maria, alcuni angeli che la sollevano e, sotto, gli apostoli.[46]

Davanti all'affresco è collocato il coro per il capitolo dei canonici ed il tabernacolo, opere risalenti almeno al 1687, quando il cardinale Flavio Chigi[19] ordinò di staccare l'altare maggiore dalla parete e di collocarlo dove è ora, al centro dell'abside.[25] Un nuovo intervento all'abside venne effettuato nel 1779, conl'almpliamento del presbiterio verso la chiesa e la realizzazione della balaustra di legno che ancora oggi lo delimita.[25] Più recenti sono gli interventi per la realizzazione dell'ambone e della sede esterni alla balaustra.

La sagrestia[modifica | modifica wikitesto]

La sagrestia progettata originariamente da Gian Lorenzo Bernini era stata giudicata troppo angusta dall'arciprete e dai canonici[25]: perciò, si rese necessario l'allargamento della stessa, che fu possibile -come racconta il Lucidi[25]- solo nel 1769 grazie alla munificenza del canonico Paolo Minini e del marchese Orazio Casati, originario di Piacenza[25]: il primo donò alla parrocchia alcuni locali che possedeva a ridosso della sagrestia vecchia, ed il secondo invece finanziò i lavori di muratura necessaria a collegare i due ambienti con la somma di 100 scudi, concessa in cambio della promessa in perpetuo di celebrare in suo onore una messa in suffragio all'anno.[25] In memoria di questo ampliamento, venne apposta la seguente lapide sulla porta della sagrestia nuova[25]:

(LA)

« D.O.M.
PAULO MININI ARICIAE CANONICO
QUOD AEDEM HANC AD SACELLUM CONSTRUENDUM
ECCLESIAE ET CAPITULO GRATIS DONAVERIT
ET MARCH. ORATIO CASATI PATRICIO PLACENTINO
QUOD SCUT. C AD IDEM SACELLUM PERFICIENDUM
CUM ONERE MIS. SOL. ANNIVERSARIAE LEGAVERIT
CAPITULUM ARICIAE G[rati]. A[nimi]. M[emoria]. P[osuit].
ANNO DOMINI MDCCLXIX. »

(IT)

« D.O.M.
a Paolo Minini canonico di Ariccia
perché questa casa per costruire una sagrestia
ha donato gratuitamente alla chiesa ed al capitolo
ed al marchese Orazio Casati nobile piacentino
perché 100 scudi per portare a termine questa stessa sagrestia
ha legato per una messa solenna annua
il capitolo di Ariccia con animo grato pose in memoria
anno del Signore 1769. »

(iscrizione sulla lapide apposta sopra la porta della sagrestia nuova della collegiata di Santa Maria Assunta ad Ariccia.)

Il 9 luglio 1775 la Congregazione dei Riti autorizzò la celebrazione della messa in una cappella ricavata nella sagrestia della collegiata ad uso di sacerdoti vecchi o malati.

Alla sagrestia, attualmente, si entra da una porticina semi-nascosta dietro un pilastro alla sinistra dell'altare maggiore -in cornu Epistolae-, che attraverso uno stretto corridoio conduce ad una serie di quattro o cinque stanze, collegate attraverso una ripida scala alla casa dell'arciprete e dei suoi collaboratori, oltre che all'esterno sul retro della collegiata. Nel corso degli anni ottanta e novanta del Novecento nei locali simmetricamente opposti all'attuale sagrestia, a cui si accede da una porticina semi-nascosta dietro un pilastro alla destra dell'altare maggiore, sono stati ricavati i locali per ospitare un piccolo museo parrocchiale, contenente arredi liturgici relativamente antichi e preziosi ed altre suppellettili sacre conservate nella sagrestia. Negli stessi locali è conservata la statua in legno dorato di sant'Apollonia -santa patrona di Ariccia- ed ha sede il confessionale.

Critica architettonica[modifica | modifica wikitesto]

Piazza di Corte nel catasto Gregoriano (1835):[48] a Palazzo Chigi si oppone la collegiata.

La chiesa dell'Assunta costituisce una delle opere paradigmatiche dell'architettura barocca.[49] De Fusco ne evidenzia la derivazione in pianta dai modelli bramanteschi, come il tempietto circolare di San Pietro in Montorio, mentre Norberg-Schulz la pone in diretta corrispondenza con il Pantheon di Roma.[50] Se all'interno i caratteri barocchi si colgono nella ricca decorazione plastica, all'esterno l'invenzione barocca si manifesta nella disposizione urbana del complesso, che vede la chiesa, con le due ali simmetriche che si sviluppano intorno ad un corridoio anulare, fronteggiare la mole di palazzo Chigi. Così si esprime Cesare Brandi:[51]

« Senza i propilei e senza il corridoio anulare la chiesa di Ariccia non avrebbe senso [...]. Con questo inedito dispositivo diventa un monumento unico e, pur nella sua serena intavolatura classica, basata su un codice quasi bramantesco, un'architettura assolutamente barocca, dove l'anello volgente è un interno ed un esterno al tempo stesso, e il cilindro della chiesa genera a vista la sua fascia spaziale, che non è di contenimento, come nel Borromini, ma di misurata, controllata espansione. »
(Cesare Brandi, La prima architettura barocca, Bari 1970, p. 155.)

Secondo Norberg-Schulz, la collegiata di Santa Maria Assunta:[52]

« [..] rappresenta chiaramente la maniera semplice e grandiosa del Bernini maturo". »
(Christian Norberg-Schulz, Architettura Barocca, Venezia 1998, p. 68.)

La parrocchia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Parrocchie della sede suburbicaria di Albano.

Con 7500 abitanti[53] la parrocchia di Santa Maria Assunta è la più grande del territorio ariccino, ma non la più grande della vicarìa. Dall'inizio degli anni novanta la parrocchia di Santa Maria Assunta è retta dallo stesso parroco della parrocchia del santuario di Santa Maria di Galloro (2500 abitanti),[53] controllando così la maggior parte del territorio comunale di Ariccia.

Oltre alla collegiata ed al santuario, altri luoghi di culto cattolici nella parrocchia si trovano presso l'oratorio di via Silvia, costruito nel 1856 sull'omonima strada in mezzo al centro storico di Ariccia, e presso la "memoria" del ritrovamento della Madonna di Galloro, proprio sotto al santuario omonimo. Fa parte della parrocchia anche l'oratorio parrocchiale "San Giovanni Bosco", situato in via Antonietta Chigi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f Emanuele Lucidi, parte II cap. III p. 339.
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p Emanuele Lucidi, Memorie storiche dell'antichissimo municipio ora terra dell'Ariccia, e delle sue colonie di Genzano e Nemi, parte II cap. II p. 329.
  3. ^ a b c d e f g h i j k l m n Emanuele Lucidi, parte II cap. III p. 337-338.
  4. ^ Polo di Roma - Schedatura di 1º livello. URL consultato il 13-01-2009.
  5. ^ a b Emanuele Lucidi, parte II, cap. III p. 340.
  6. ^ a b c Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, vol. LVII p. 180.
  7. ^ a b c d e Nicola Ratti, Storia di Genzano, con note e documenti, appendice IX pp. 122-123.
  8. ^ Emanuele Lucidi, parte I cap. XVII pp. 258-260.
  9. ^ a b c d Emanuele Lucidi, parte II cap. II p. 330.
  10. ^ a b Emanuele Lucidi, parte I cap. XVII pp. 331-332.
  11. ^ a b c d Emanuele Lucidi, parte II cap. III pp. 340-341.
  12. ^ Emanuele Lucidi, parte II cap. III pp. 340-342.
  13. ^ a b c d Emanuele Lucidi, parte II cap. III p. 348.
  14. ^ a b Gaetano Moroni, vol. LVII p. 192.
  15. ^ Emanuele Lucidi, parte II cap. VI p. 408.
  16. ^ a b Gaetano Moroni, vol. LVII p. 181.
  17. ^ a b c d Emanuele Lucidi, parte II cap. V p. 394.
  18. ^ Emanuele Lucidi, parte II cap. V p. 390.
  19. ^ a b Palio di Siena - Personaggi - Flavio Chigi. URL consultato il 30 giugno 2009.
  20. ^ Emanuele Lucidi, parte I cap. XXX, p. 296.
  21. ^ a b c Emanuele Lucidi, parte II cap. III p. 337.
  22. ^ Info Roma - Raffaele Vanni. URL consultato il 30 giugno 2009.
  23. ^ a b Bernardino Mei. URL consultato il 30 giugno 2009..
  24. ^ a b Alessandro Mattia da Farnese. URL consultato il 30 giugno 2009.
  25. ^ a b c d e f g h i j k Emanuele Lucidi, parte II cap. III p. 342.
  26. ^ a b c d e f g Emanuele Lucidi, parte II cap. III p. 343.
  27. ^ Emanuele Lucidi, parte II cap. III p. 347.
  28. ^ a b c Giuseppe Del Pinto, Albano nel 1798, pp. 1-3.
  29. ^ Antonia Lucarelli, Marino dalla Rivoluzione alla Restaurazione, in Antonia Lucarelli, Memorie marinesi, pp. 88-96.
  30. ^ Giuseppe Boero, Istoria del Santuario della Beatissima Vergine di Galloro, pp. 34-35.
  31. ^ Giuseppe Boero, pp. 36-37.
  32. ^ Giuseppe Boero, p. 38.
  33. ^ Gaetano Moroni, vol. LVII p. 179.
  34. ^ Maria Chiara Shanti Rai, "Don Pietro non deve andarsene" in Cinque Giorni, 27-08-2008, p. 9. URL consultato il 26 giugno 2009..
  35. ^ "Don Pietro resta qui" in Nuovo Oggi Castelli, 02-09-2008, p. 9. URL consultato il 26 giugno 2009..
  36. ^ Bruno Burretta, Ariccia in piazza per don Pietro in Il Tempo, 26 agosto 2008. URL consultato il 26 giugno 2009..
  37. ^ Daniela Fognani, Fedeli in piazza per dire no al trasferimento di don Pietro in Il Messaggero, 01-09-2008, p. 43. URL consultato il 26 giugno 2009..
  38. ^ Paolo Isaia, Coldirodi, in 500 per "difendere" il loro parroco in Il Secolo XIX, 13 giugno 2009. URL consultato il 26 giugno 2009..
  39. ^ a b Giulio Carlo Argan, Storia dell'arte italiana, vol. III cap. II p. 314.
  40. ^ a b c Valerio Cianfarani, Guglielmo Matthiae, Sandro Pirovano, Arte in Lazio, p. 408.
  41. ^ Maria Natoli, Relazione storica per "Concorsi di idee - Piazza di Corte". URL consultato il 15-01-2009.
  42. ^ a b c Emanuele Lucidi, parte II cap. III p. 344.
  43. ^ a b Emanuele Lucidi, parte I cap. XIII pp. 109-110.
  44. ^ Organi Buccolini. URL consultato il 27 aprile 2013.
  45. ^ Raffaele Vanni. URL consultato il 30 giugno 2009.
  46. ^ a b c d e f g h i j Emanuele Lucidi, parte II cap. III pp. 339-340.
  47. ^ Alessandro Taruffi. URL consultato il 30 giugno 2009.
  48. ^ Archivio di Stato di Roma - Progetto IMAGO II. URL consultato il 29 giugno 2009.
  49. ^ Renato de Fusco, Mille anni d'architettura in Europa, Bari, Laterza, 1999, p. 358.
  50. ^ Christian Norberg-Schulz, Architettura Barocca, Martellago (Venezia), Electa, 1998, p. 68.
  51. ^ Cesare Brandi, La prima architettura barocca, Bari, Laterza, 1970, p. 155.
  52. ^ Christian Norberg-Schulz, op. cit., p. 68.
  53. ^ a b CCI - Dati Istituto sostentamento per il clero 2006. URL consultato il 26 giugno 2009.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Bibliografia sui Castelli Romani.
  • Emanuele Lucidi, Memorie storiche dell'antichissimo municipio ora terra dell'Ariccia, e delle sue colonie di Genzano e Nemi, Iª ed., Roma, Tipografia Lazzarini, 1796, pp. 502.
  • Gaetano Moroni, vol. III in Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Iª ed., Venezia, Tipografia Emiliana, 1840.
  • Antonio Nibby, vol. I in Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de' dintorni di Roma, IIª ed., Roma, Tipografia delle Belle Arti, 1848, pp. 546.
  • Giuseppe Boero, Istoria del santuario della beatissima Vergine di Galloro, IIIª ed., Roma, Tipografia della Civiltà Cattolica, 1863, pp. 68.
  • Giuseppe Tomassetti, Francesco Tomassetti, La Campagna Romana antica, medioevale e moderna IV, Iª ed., Torino, Loescher, 1910, ISBN 88-271-1612-5.

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