Civitacampomarano

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Civitacampomarano
comune
Civitacampomarano – Stemma Civitacampomarano – Bandiera
Civitacampomarano – Veduta
Castello Angioino
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneRegione-Molise-Stemma.svg Molise
ProvinciaProvincia di Campobasso-Stemma.png Campobasso
Amministrazione
SindacoPaolo Manuele (lista civica) dal 05/06/2016
Territorio
Coordinate41°47′N 14°41′E / 41.783333°N 14.683333°E41.783333; 14.683333 (Civitacampomarano)Coordinate: 41°47′N 14°41′E / 41.783333°N 14.683333°E41.783333; 14.683333 (Civitacampomarano)
Altitudine520 m s.l.m.
Superficie38,89 km²
Abitanti399[1] (30-6-2017)
Densità10,26 ab./km²
Comuni confinantiCastelbottaccio, Castelmauro, Guardialfiera, Lucito, Lupara, Trivento
Altre informazioni
Cod. postale86030
Prefisso0874
Fuso orarioUTC+1
Codice ISTAT070019
Cod. catastaleC764
TargaCB
Cl. sismicazona 2 (sismicità media)
Nome abitanticivitesi
Patronosan Liberatore
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Civitacampomarano
Civitacampomarano
Civitacampomarano – Mappa
Posizione del comune di Civitacampomarano nella provincia di Campobasso
Sito istituzionale

Civitacampomarano (Civëtë in molisano[2]) è un comune italiano di 399 abitanti della provincia di Campobasso, in Molise.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Vincenzo Cuoco, il famoso patriota napoletano nato a Civitacampomarano

Notizie del borgo risalgono all'epoca dei Sanniti. Secondo Tito Livio il centro combatté contro Roma nelle Guerre sannitiche fino al I secolo a.C, quando soccombette alla dittatura di Silla[3].

Dopo la caduta di Roma, Civitacampomarano era in epoca medievale (X secolo) un insieme di villaggi sparsi. Appare con il nome di Campomarano[4] in un diploma dell'imperatore Ottone III di Sassonia, nipote di Ottone I il Grande, dell'anno 999, con il quale si confermava la donazione dell'anno 870, da parte del principe longobardo Arechi II, della chiesa di S. Angelo Altissimo (i cui resti sono ancora visibili su Monte S. Angelo nei pressi del tratturo Celano-Foggia) in favore della Badia di S. Sofia a Benevento. Nell'archivio della badia è conservato il documento che riporta:

«Ecclesia S. Angeli in Altissimis super Fluvium Bifernum finibus Campimarani».

In seguito all'espansione del suo territorio, che raggiunse buona parte degli insediamenti della popolazione circostante, e alla conseguente maggiore prosperità economica, gli abitanti decisero di fregiare Campomarano del titolo di "Civitas", anteponendolo al nome antico e dando vita all'attuale Civitacampomarano. Una testimonianza di ciò è riscontrabile in un documento del 1309 in cui Civitas Campimaranii è citata tra le comunità che corrisposero la decima alla diocesi di Guardialfiera, di cui a quel tempo faceva parte.[5]

Passata di signore in signore fino al XIII secolo, fu grazie agli Angioini che tornò a vivere giorni di benessere e a quel punto si riunì sopra un colle, dove fu costruito il castello, in sostituzione di un più antico insediamento fortificato della metà del XII secolo, il cui profilo è tuttora osservabile sulla pavimentazione del cortile interno, in prossimità delle scale che salgono al piano nobile.

Nella seconda metà del XIV secolo, ricevuta in dono dal consorte, Carlo III di Durazzo re di Napoli, la regina Margherita, al tempo della guerra tra i due rami della dinastia d'Angiò per la corona di Napoli, la vendette per denaro a Iacopo di Marzano e, successivamente, da questi passò alla famiglia Zurlo fino all'avvento della monarchia aragonese.

Nel 1443, Civitacampomarano fu concessa in feudo da Alfonso V d'Aragona, Re Alfonso I di Napoli, insieme al feudo di Torremaggiore e altri territori, a Paolo di Sangro, uno dei capitani di ventura più importanti del quattrocento italiano, come compenso del servizio reso alla causa aragonese durante la battaglia di Sessano del 28 e 29 giugno 1442, a scapito di Antonio Caldora, Duca di Bari e Carbonara e Marchese del Vasto, figlio del potentissimo condottiero Giacomo Caldora, che, schierato con Renato d'Angiò, ostacolò in ogni modo Alfonso d'Aragona nella conquista del Regno di Napoli. I commentatori dell'epoca sostengono che l'esito della battaglia fu determinato dal tradimento di Paolo di Sangro e dei suoi uomini che, nello scontro cruciale, passarono dalla parte del Re di Napoli, costringendo Antonio Caldora alla resa. A memoria del tradimento è ancora presente lo stemma sulla facciata principale: un grifone - simbolo della casata aragonese - che sostiene uno scudo e regge tra gli artigli due gigli capovolti, emblema della regalità in Francia sin dalla stirpe dei Capetingi.

Paolo di Sangro, sposato con Abenante degli Attendoli, zia di Francesco Sforza, duca di Milano, consolidò il potere familiare[6], come era comune in quel periodo, anche attraverso l'illustre matrimonio[7] che concordò tra sua figlia, Altabella di Sangro, e un altro condottiero di ventura napoletano, Cola di Monforte[8],[9], figlio di Angelo Monforte Gambatesa, conte di Campobasso, potente barone del Regno di Napoli.[10]

Il feudo restò nelle mani della famiglia fino alla metà del XVI secolo quando Gianfrancesco di Sangro, I principe di Sansevero, lo alienò in favore dei Carafa, cui era legato da legami di parentela. Essi, a loro volta, alla fine del secolo, lo cedettero ad una ricca famiglia borghese, i Ferri. Agli inizi del XVIII passò alla famiglia d'Avalos, marchesi del Vasto, che il 17 gennaio del 1742 lo vendettero a Pasquale Mirelli, duca di Sant'Andrea e il cui figlio, Carlo Maria Mirelli, nel 1777 divenne l'ultimo duca di Civitacampomarano.

Nel XVIII secolo gli esponenti delle famiglie benestanti locali frequentavano gli studi superiori e universitari spesso a Napoli o a Salerno e riportavano nei luoghi natii quelle idee che illuminavano le menti più sensibili e desiderose di sapere. Sono gli stessi abitanti che in un Pubblico Parlamento del 1777 dichiarano:

«È composta questa cittadinanza di circa 350 fuochi e di questi molti capofuochi sono dottori di legge e di medicina, notai, giudici a contratto, speziali, mercanti, artisti, massari, e sono tanti».[11]

In un mondo in cui il lavoro era maggiormente agricolo, in cui i tre quarti della popolazione era povera, queste idee lentamente cominciarono ad attecchire e a modificare l'antico rapporto tra l'università, qui intesa come la riunione dei cittadini rinchiusi nei feudi, e il signore. In pieno Illuminismo, in un periodo in cui uomini ispirati si battevano per una società più libera ed autonoma, in cui doveva prevalere la volontà della maggioranza, Civitacampomarano diede i natali a menti che seppero assimilare tanta cultura e irradiare il loro sapere, concependo una patria comune (prima nazionale e poi addirittura europea) e riconoscendo l'uguaglianza dei diritti di tutti i cittadini. Alcuni esponenti eminenti della società civitese dell'epoca furono Vincenzo Cuoco e Gabriele Pepe, Raffaele Pepe, Marcello Pepe, filosofi, politici e patrioti. Si ricorda anche Giuseppe Nicola d'Ascanio, figlio di un dottore in medicina e nipote di un farmacista, che a Civita organizzò una scuola privata alla quale si rivolsero molti giovani molisani e abruzzesi richiamati dalla nomea di questo colto insegnante e che si poneva come baluardo contro l'analfabetismo imperante allora nel Contado di Molise. Tutti questi intellettuali fautori, con altri, della Rivoluzione napoletana del 1799 si riunivano in un vero e proprio cenacolo filosofico presso il palazzo della baronessa Olimpia Frangipane, a Castelbottaccio, dove discutevano sugli abusi del feudalesimo e si confrontavano sulle nuove idee di libertà, uguaglianza e fraternità, auspicando una nuova coscienza nazionale. Un segnale del lento cambiamento che stava attraversando quella società è rivelato da un episodio significativo avvenuto nei 1795. Prima di allora, terminata l'espansione a sud-est del castello, il borgo si era ampliato molto anche sul fronte occidentale del castello, che con il suo profondo fossato, si ritrovò a dividere completamente "Civita di sopra" da "Civita di sotto", costringendo gli abitanti a limitare il passaggio da una zona all'altra solo quando il ponte levatoio era abbassato. In quell'anno, gli abitanti, esasperati da questa sconveniente separazione, insorsero, abbattendo il muraglione che delimitava il fossato e riempiendo quest'ultimo per creare un collegamento tra le due parti, una strada che costeggia tuttora il castello sul lato nord. Un'altra testimonianza che i tempi stessero cambiando si può trovare in una lettera del 9 giugno 1798. Essa riporta una sentenza del tribunale di Napoli, inviata per conoscenza a quella di Lucera, in cui, probabilmente in risposta ad una denuncia della sommossa presentata alle autorità dal Duca di Sant'Andrea, il popolo riportò una vittoria sul signore:

«Al Signor don Carlo Pomicino Capo Ruota della Regia Udienza di Lucera.
Addì 8 giugno 1798.
Visti gli atti, intesi pienamente il duca di Sant'Andrea, barone di Civitacampomarano e l'Università, ed esaminate le memorie dai medesimi presentate si è stabilito: [...]
6) che non si impedisca ai cittadini l'uso civico, né i demaniali del feudo, ben inteso però, che questo uso civico debbano esercitare i cittadini nei demaniali aperti e non già nelle difese e territori chiusi appartenenti al barone; e qualora i cittadini credono, che tali difese e territori chiusi, appartenenti al barone, si dovessero aprire, ricorrano nel S. C.( Sacro Consiglio), ove la causa si trova dedotta senza alterarsi in tanto, riguardo a tale difese e territori chiusi, li decreti del S. C.[...]
8) che sia permesso all'università formarsi la strada, per comodo del pubblico, nel suolo che circonda il palazzo baronale, pagandone al padrone l'importo del suolo, che occuperà questa nuova strada nel modo che dai periti sarà giudicato.»[12]

Attualmente la strada che corre lungo il lato nord del castello, via Guglielmo Marconi, è delimitata da case che non risalgono all'insurrezione, in quanto nel 1805 vi fu un terremoto che le fece crollare. Quelle visibili oggi sono state ricostruite dopo l'evento sismico ed è possibile scorgerne evidenti differenze strutturali rispetto alle altre case circostanti più antiche (pietre grandi con superficie a faccia vista piana o in rilievo, modellate con puntello, dette "bolognini").[13]

Nel periodo napoleonico-murattiano, Civitacampomarano era un centro giacobino impegnato nella lotta contro il brigantaggio. Questi banditi si erano aggregati ai sanfedisti e commettevano ogni genere di soprusi ai danni dei gentiluomini, probabilmente assoldati anche dagli stessi Borboni, accrescendo in alcuni di essi un desiderio di restaurazione del vecchio regime borbonico, visto come unico freno alla diffusione del fenomeno.

Così come nel Parlamento napoletano, con Gabriele Pepe, Civitacampomarano ebbe l'onore di avere per anni un proprio concittadino seduto al Parlamento del Regno d'Italia, l'on. Marcello Pepe.[14][15] Per avere un'idea dell'importanza che raggiunse in quegli anni, basti pensare che il paese era capoluogo di mandamento e qui furono istituiti importanti presidi del Regno, come l'Ufficio del Registro (competenza che è poi confluita nell'attuale Agenzia delle Entrate), l'Ufficio di leva (che aveva sede in un palazzo, ora privato, il quale conserva nei soffitti degli ambienti ufficiali affreschi e stucchi della fine dell'Ottocento) e la Pretura[16], oltre alle due parrocchie, diverse confraternite (tra cui un ordine di ospedalieri), un Monte frumentario e delle importanti scuole.

Nel XX secolo il borgo raggiunse i 3000 abitanti, ma a causa delle scadenti vie di comunicazione, un terreno prevalentemente montuoso, la lontananza dai centri economici della regione, presto si è spopolato fino ad arrivare a 410 residenti, dati del 2016.

Economia[modifica | modifica wikitesto]

Turismo[modifica | modifica wikitesto]

« ...è divenuto ai miei occhi un angolo il più ridente della terra »

(Vincenzo Cuoco - Platone in Italia)

Attraverso lo sforzo dell'ente di promozione locale, la Pro Loco "V. Cuoco"[17], e con l'impegno dell'Amministrazione locale[18], Civitacampomarano è stata riscoperta da quei turisti più sensibili alla bellezza paesaggistica, il fascino storico e culturale dei piccoli borghi d'Italia.

Dal 30 novembre 2011 aderisce all'associazione Borghi Autentici d'Italia[19] che "riunisce piccoli e medi comuni attorno all'obiettivo di un modello di sviluppo locale sostenibile".

Nel 2012 l'Amministrazione comunale, nell'intento di rafforzare l'impegno nella promozione dello sviluppo economico e sociale del territorio ha istituito la Denominazione Comunale di Origine per tutelare e valorizzare i prodotti tipici del territorio e ha assegnato il primo marchio De.C.O ad un'azienda produttrice dei tipici dolci civitesi, i "cielli".

Inoltre ha aderito al progetto Borghi della lettura[20], per creare un'offerta di turismo tematico, ponendo l'accento su ambiente e cultura e alla Rete Italiana Cultura Popolare[21] con lo scopo di "valorizzare, conservare e promuovere a livello nazionale due festività molto sentite, in cui si abbinano gli aspetti sacri e pagani: San Giuseppe e San Liberatore.".

Seguendo sempre la strada della valorizzazione e la riscoperta di un antico luogo che ha voglia di resistere anche nella contemporaneità, nel 2016 è stato organizzato il primo festival di street art, CVTà Street Fest in cui i linguaggi della street art conquistano e ridisegnano il paesaggio urbano con la partecipazione dell'intera comunità. Gli artisti che hanno partecipato a questo primo appuntamento sono stati: Biancoshock[22] (Italia), David de la Mano[23] (Uruguay), Pablo S. Herrero[24] (Spagna), Hitnes[25] (Italia), ICKS[26] (Italia), UNO[27] (Italia). La direzione artistica del festival è stata affidata ad un'altra artista, famosa a livello internazionale, Alice Pasquini, in arte "Alicè"[28], che con Civitacampomarano, con sorpresa dell'ideatrice stessa del festival, ha anche un legame biografico essendo questo il paese di origine del nonno materno.

Dato il successo della prima edizione, sia sui media nazionali, sia su quelli internazionali, l'associazione Pro Loco decide di replicare con la seconda edizione che si è svolta da aprile a giugno 2017. Gli artisti ospitati questa volta nel piccolo borgo sono stati Gola Hundun[29] (Italia), Bosoletti[30] (Argentina), Alex Senna[31] (Brasile), Maria Pia Picozza[32] (Italia) e Nespoon[33] (Polonia), sempre diretti da Alice Pasquini. È stato realizzato anche un reportage della manifestazione ad opera di Gabriele Rubini, noto come Chef Rubio, nell'insolita veste di video reporter.

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

Castello Angioino[modifica | modifica wikitesto]

il castello: facciata
il castello: ponte interno

Il castello è il principale monumento della città. Si erge nella parte centrale del paese su un crinale di arenaria, fra i torrenti Mordale, che attraversa la Cavatella, e il Vallone Grande, uno degli affluenti del fiume Biferno.

Si sostituì ad una più antica torre di avvistamento, databile probabilmente intorno alla seconda metà del XII secolo e di cui si può ancora vedere il perimetro, messo in evidenza durante gli imponenti lavori di restauro della fine del secolo scorso.

L'impianto così come lo vediamo oggi, invece, secondo gli studiosi dovrebbe risalire al XIII secolo, presentando l'edificio degli elementi architettonici tipici dell'epoca, sotto la dominazione angioina.

Originariamente di fronte ad esso era posta la chiesa madre, crollata nel 1903 a seguito di uno sfaldamento del costone sul quale si ergeva. Di essa ora resta visibile solo il basamento, mentre il campanile è intatto e funzionante ed è provvisto anche di un orologio i cui rintocchi risuonano ogni quarto d'ora.

La pianta è quadrangolare, scandita ai vertici da tre torri cilindriche, di cui due perfettamente conservate, mentre una, parzialmente distrutta, è stata ricostruita durante i lavori di restauro. Intorno alla struttura vi è un fossato che si affaccia sull'attuale Piazza Municipio, oggi colmato dal verde, ma che, dalla fine del Quattrocento in poi, separava il castello dalla cinta muraria occidentale. È ancora visibile, sull'estremo sud-ovest di questa, una quarta torre più piccola che fa parte, attualmente, di una delle case private costruite a ridosso delle mura.

Sulla facciata orientale vi è un blasone con lo stemma di Paolo di Sangro e con ritratto un grifone con due gigli capovolti, simbolo della definitiva sconfitta da parte degli aragonesi (rappresentati dal grifone) sui rivali angioini (impersonati dei gigli) per la conquista del Regno di Napoli. Secondo alcuni studiosi, la presenza dei gigli capovolti è, nel contempo, il ricordo del tradimento del di Sangro ai danni dei d'Angiò. Ai lati dello stemma si trovano due feritoie sulle quali è ancora possibile vedere le tracce che le catene del ponte levatoio hanno lasciato, scavando la pietra.

Il cortile interno presenta una piazzola con una fontana di origine incerta, la cosiddetta Fontana dei Fauni, rinvenuta dagli ultimi proprietari in agro di Montefalcone nel Sannio e collocata qui da essi. Per un lungo periodo fu considerata di origine sannita, ma non vi sono studi a riguardo che suffraghino l'ipotesi, la quale attualmente è considerata superata. Essa è costituita da un quattro figure zoomorfe simmetricamente disposte intorno ad una colonna centrale, alla sommità della quale vi è un basamento che attualmente non ospita niente. Secondo le teorie di uno storico dell'arte molisano, le quattro figure rappresentano dei fauni e potrebbe essere ispirata al lavoro di Pirro Ligorio, il quale aveva intrecciato ottimi rapporti con i Carafa della Spina, anch'essi feudatari per un breve periodo di Civitacampomarano. Il loro passaggio è rimasto impresso anche nella pietra, essendo presente, al di sopra dello stemma dei di Sangro, il loro blasone costituito da tre fasce orizzontali attraversate in diagonale da una spina.[34]

Tutt'intorno al perimetro del cortile, al di sotto del tetto, corre un sistema di grondaie, costituite da cocci in terracotta, che grazie ad intelligenti pendenze raccolgono l'acqua piovana e la convogliano, attraverso due pozzi, in una grande cisterna situata al di sotto del calpestio e della capienza di 120.000 litri. Anticamente provvedeva al fabbisogno idrico di tutto l'abitato.

Dal cortile è possibile accedere sia ai locali di servizio e alle stalle, sia alle camere signorili situate al piano nobile, raggiungibili tramite una scala in pietra coperta.

Al primo piano si trova un'enfilade di stanze che partono dal lato occidentale, affacciandosi sul loggiato, e proseguono lungo tutto il fronte meridionale e quello orientale fino alla torre a nord-est. Percorrendole attraversiamo anche il salone di rappresentanza e quella che probabilmente al tempo era la sala da pranzo, completata da un ampio camino e posta in comunicazione diretta con una piccola stanzetta laterale in cui vi è una cucina, rivestita con maioliche e in cui sono presenti delle fornacelle e un forno. Il soffitto delle stanze signorili è a cassettoni e in origine erano tutti decorati. Si sono conservati purtroppo solo in poche stanze. Altrove, quelli che erano troppo compromessi, sono stati sostituiti durante il restauro. Nel salone di rappresentanza si firmò il già citato atto di matrimonio tra la figlia di Paolo di Sangro, Altabella, e Cola di Monforte, il 21 novembre del 1450 (questi vissero, con alterne fortune, a Campobasso prima, a Mantova poi e fu lì che nel 1465 Cola si macchiò di uxoricidio, annebbiato dalle voci d'infedeltà della moglie).

Gli arredamenti esposti all'interno, purtroppo, per la maggior parte non sono originari del luogo, ma compatibili con quelli che si sarebbero potuti rinvenire al momento del trasferimento del castello allo Stato.

Dichiarato Monumento nazionale il 2 maggio del 1979 con Decreto del Ministero per i Beni e le Attività culturali, è stato acquistato dallo Stato nel marzo del 1988, preso in consegna nel 1996 ed è stato chiuso per un lungo lavoro di restauro tra la fine degli anni Novanta e i primi del Duemila.

Nel 2007 il castello è stato sede dell'attività didattica di un progetto a cura e sotto la direzione del DIRES - Dipartimento di Restauro e conservazione dei beni architettonici dell'Università di Firenze (oggi DIDA). Il progetto era volto alla formazione, specializzazione e aggiornamento di operatori al fine di qualificare personale e imprese esistenti nei settori di restauro.

Chiesa di Santa Maria Maggiore[modifica | modifica wikitesto]

Fondata nel XI secolo circa, la chiesa è stata completamente ricostruita in stile gotico durante la dominazione degli Angioini e rimodellata nell'epoca barocca. La copertura esterna è in pietra, con pianta rettangolare. L'interno a navata unica, ha un pregevole altare ligneo del 1620.

Il campanile è una robusta torre con cuspide a quattro facce. Incastonata nel lato nord si trova una lapide di difficile interpretazione. Sembra infatti che sia stata aggiunta nel 1620 in ricordo di un altare, presente nella chiesa stessa, dedicato a San Giacomo che custodiva le reliquie del santo.

Chiesa di Santa Maria delle Grazie[modifica | modifica wikitesto]

Si trova lungo via Vincenzo Cuoco e il suo fonte battesimale e portone di accesso sono originari della chiesa di Santa Maria Maggiore, crollata il 4 febbraio del 1903.

Il portale è di origine tardo gotica ed è costituito da un arco a sesto acuto. La chiesa ha pianta rettangolare ed è costituita da due navate divise da archi a tutto sesto. Il fonte battesimale che custodisce è rimasto l'unico fino al 1624, nonostante nel paese vi fossero più chiese e due distinte parrocchie.

L'altare, che risale al 1779 e proviene anch'esso dalla chiesa crollata, è in marmi policromi ed è sormontato da una pregevole pala settecentesca di legno intarsiato, con colonne tortili barocche, e ricoperta in lamina d'oro zecchino, la quale reca in alto una rarissima tela della Sacra Famiglia.

Nella balconata posta sopra l'ingresso è installato anche un antico organo che presenta ancora l'antico meccanismo a mantice.

All'esterno della chiesa, sul lato sinistro, vi è un fondaco con un portale in pietra sulla cui architrave vi sono incise due colombe e, tra di esse, un cerchio con inscritto un esalfa, un simbolo presente anche in altre chiese benedettine come Santa Maria di Canneto, nel vicino comune di Roccavivara[12].

Attualmente è chiusa e in fase di restauro.

Chiesa di San Giorgio martire[modifica | modifica wikitesto]

Essa si trova su uno sperone di arenaria alto oltre cento metri e domina il dirupo che si apre sotto di essa, la Cavatella.

Non sono pervenute notizie certe circa la fondazione dell'edificio di culto, ma da un bassorilievo posto nella parte alta della facciata potremmo averne un'idea. Esso raffigura il santo cui è dedicato l'edificio, tradizionalmente rappresentato a cavallo, e qualora fosse stato scolpito contestualmente all'edificazione della chiesa, potremmo datare tutta la struttura principale intorno al X secolo.

Negli anni ha subito varie modificazioni. Uno studio condotto sul paese e la sua conformazione di roccaforte martiniana[35] asserisce che alla fine del 1400 abbia subito degli aggiustamenti durante i lavori di rifacimento dell'assetto del feudo per renderla uno degli avamposti difensivi del paese, il tutto secondo un progetto di Francesco di Giorgio Martini.

Intorno al 1910 il parroco dell'epoca, Don Michele Mirco, acquistò il diritto di costruire al di sopra di case private che si erano negli anni affiancate al muro esterno destro della chiesa per realizzare quella che ora è la navata di destra della chiesa. Inoltre aumentò lo spessore del muro di sinistra della navata principale ricreando delle nicchie ad arco a tutto sesto speculari a quelli di passaggio alla navata di destra, creati sempre in quegli anni per consentire l'ampliamento dell'edificio di culto. Alla costruzione di questo secondo muro sul lato di sinistra dobbiamo la resistenza della chiesa ad un cedimento del muro perimetrale esterno che è avvenuto nei primi anni Sessanta.

La facciata esterna, più volte manipolata negli anni, ora ha un prospetto rettangolare sul quale si aprono il portale, una finestra e un varco circolare decentrato, ora chiuso, e che in precedenza si trovava lungo l'asse simmetrico della struttura.

La torre campanaria è un unicum nel suo genere in Molise e assomiglia più ad una torre di difesa con funzioni di vedetta che richiama costruzioni simili ubicate in Toscana. Gabriele Palma asserisce che fosse «munita, nella parte alta, di un'armatura leggera a sbalzo in legno, della quale rimangono ancora le travi sporgenti della base dette "ingattonate"»[35]

La pianta è rettangolare e all'interno sono presenti due navate. Quella principale è sormontata da un soffitto a cassettoni al quale sono appesi due magnifici lampadari.

Nel presbiterio è collocato un altare in marmo nel quale sono conservate la reliquia del corpo di San Donato martire. È in stile tardo-barocco, presenta elementi vegetali e fiori stilizzati e dei drappi. Vi è presente anche un'iscrizione che lo data al 1780.

Di fine settecento è anche l'organo ligneo finemente dipinto che si trova sulla balconata che sovrasta l'ingresso. Dopo il restauro, nella chiesa sono stati ospitati dei concerti di musica sacra incentrati sul suono di questo antico strumento.

Vengono qui conservate, in nicchie presenti nei muri laterali, le statue di tredici santi. Nella festa del santo patrono, San Liberatore, che ricorre il 13 maggio (anche se negli ultimi anni si è deciso di spostarla alla domenica più vicina per dare la possibilità al maggior numero di persone di essere presente), vengono portati a spalla dai fedeli durante una processione che abbraccia tutto il paese. Di particolare interesse è quella di San Giorgio, un'imponente rappresentazione del santo a cavallo immortalato nell'atto di uccidere il demonio, dalle sembianze di un drago, con la sua lancia. Anche il suo peso è eccezionale, oltre i 4 quintali.

Sul lato sinistro della chiesa è presente un grande terrazzo cui vi si accede attraverso una porta che si trova nelle immediate vicinanze dell'ingresso. La sua particolarità risiede nel fatto che la maggior parte della sua superficie insiste sul vuoto, creatosi a causa dell'erosione attuata dal torrente Mordale, che scorre a valle della Cavatella. La sua costruzione è avvenuta nel 1993, quando, chiusa la chiesa per il restauro, ci si è interrogati su quale fosse la soluzione più vantaggiosa per poter montare i ponteggi necessari al rifacimento del ripido tetto. Ora è rimasto per consentire la manutenzione esterna e offre un panorama unico: un affaccio sulla vallata sospesi a oltre cento metri dal fondo. La chiesa è stata poi riaperta e riconsacrata in una solenne cerimonia il 29 luglio 2000.

Nonostante una popolazione non molto elevata, le parrocchie di Santa Maria Maggiore (attualmente con sede in Santa Maria delle Grazie) e San Giorgio martire erano distinte e si racconta che spesso non correva buon sangue tra i due rispettivi parroci. Ad esempio nel 1666 fu stabilito che dovesse precedere l'altra nelle funzioni del Sabato Santo e nel suono della campana e che il titolare di San Giorgio fosse tenuto al pagamento di una penale di centro ducati in caso di trasgressione. I successori di questi non furono da meno, tanto che la loro rivalità li portò davanti la Sacra Congregazione del Concilio la quale, nel 1775 decretò che il titolo arcipretale spettasse unicamente a Santa Maria Maggiore e che San Giorgio dovesse rimanere semplice parrocchiale.

Questa riveste oggi il ruolo di unica chiesa aperta al culto all'interno del centro abitato.

Casa natale di Vincenzo Cuoco[modifica | modifica wikitesto]

Semplice casa del borgo medievale, costruita in pietra grezza, con piccolo portale incorniciato.

All'esterno campeggia una lastra in marmo con inciso:

«In questa umile casa nacque il I ottobre 1770 Vincenzo Cuoco. Scampato dalle forche del 1799, nell’esilio narrò le lotte fra principato e repubblica, con parola serena ed ammonitrice, calda del sangue dei martiri. Risalendo all’antichissima filosofia italica e divulgando Giambattista Vico, volle restaurato il sapere e le virtù patrie con le tradizioni di nostra gente. Il 13 dicembre 1823 morì in Napoli fra il silenzio degli oppressi. Il suo presagio fu storia delle nazioni risorte. La Provincia con orgoglio di madre il 1905.»

All'interno vi è una sala convegni e alcune camere, predisposte ad accogliere ospiti e turisti.

Casa del mercante[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2008 il "Centro Documentazione e Formazione Beni Culturali e Architettonici" ha effettuato uno studio completo di questo edificio che si trova nei pressi della chiesa di San Giorgio.

L'ingresso è costituito da un portale con arco a tutto sesto il quale per metà è interrotto da un parapetto che fungeva da banco di vendita, con un'apertura nella parte inferiore, ora murata. In tempi non lontani, infatti, la casa era adibita a vendita del pane.

Vi si trova una pietra piuttosto rozza con l'iscrizione "A D 1732 I" (Anno Domini 1732), che potrebbe indurre a pensare si riferisca all'anno di costruzione dell'immobile. In realtà questa, come le altre formelle incastonate della muratura, risultano provenire dalla demolizione della chiesa che si trovava di fronte al castello, di cui ora rimane solo il campanile, e che crollò a causa dello sfaldamento di un costone tufaceo nel 1903.

Degne di nota, in particolare, sono due pietre che riportano dei particolari bassorilievi. Una riporta una figura allungata, probabilmente un giovane dormiente, appoggiato su un fianco e che sorregge la propria testa con il braccio destro. L'altra, anche se molto rovinata, cela la sagoma di un guerriero nell'atto di brandire una spada con la mano destra, mentre sotto i piedi ha un serpente, forse un drago. Gli studi hanno portato a ritenere che il guerriero in realtà sia una rappresentazione di San Michele, eccezionalmente raffigurato senza ali, e non San Giorgio, come pareva suggerire la collocazione della casa nei pressi della chiesa dedicata al santo.

La forma attuale del fabbricato dipende dai lavori di demolizione e messa in sicurezza che furono necessari nel 1990 e realizzati dal Comune di Civitacampomarano, a seguito dei quali fu realizzata anche la piazzetta antistante.[36]

Cimitero napoleonico[modifica | modifica wikitesto]

Si tratta dell'antico cimitero del paese, costruito dopo l'emanazione dell'editto di Saint Cloud da parte di Napoleone Bonaparte che prevedeva la tumulazione dei defunti al di fuori delle mura, sia per evidenti ragioni igienico-sanitarie, sia per evitare discriminazioni tra i cittadini. Prima di allora infatti, si era soliti seppellire le persone di classi non abbienti in fosse comuni, mentre solo agli ecclesiastici e alle classi nobili era consentita la tumulazione nelle chiese in loculi individuali.

Questo è uno dei pochi esempi rimasti visibili di cimiteri napoleonici nel Centro e nel Sud Italia, progettato dall'architetto Domenico Antonio Diodati nel 1819 ma realizzato solo dopo il 1851.

Parco Vallemonterosso[modifica | modifica wikitesto]

Situato ad un'altezza media di 850 m s.l.m., il parco è immerso nel bosco comunale di Civitacampomarano.

I Calanchi[modifica | modifica wikitesto]

In un territorio di 520 ettari nel comune di Civitacampomarano è possibile osservare i calanchi, delle formazioni erosive modellate dall'azione delle acque piovane sui terreni argillosi del luogo e scarsamente ricoperti dalla vegetazione.

Il sito è stato classificato tra le aree protette e dichiarato Sito di Interesse Comunitario e presenta vari punti di osservazione dislocati in tutta l'area.

Museo a cielo aperto di arte contestuale[modifica | modifica wikitesto]

Le edizioni del CVTà Street Fest hanno lasciato sui muri del borgo le opere di tutti gli artisti che hanno abbracciato il progetto di valorizzazione e riscoperta di Civitacampomarano.

Geografia antropica[modifica | modifica wikitesto]

Urbanistica[modifica | modifica wikitesto]

Civitacampomarano è uno dei rari esempi dell'Italia Meridionale di roccaforte martiniana[35]. Il nome è riferito a Francesco di Giorgio Martini, architetto senese vissuto nella seconda metà del XV secolo.

Persone legate a Civitacampomarano[modifica | modifica wikitesto]

Attualità[modifica | modifica wikitesto]

Attualmente il territorio comunale è interessato da un preoccupante movimento franoso che si è aperto il 4 marzo 2017 e dovuto al dissento idrogeologico che interessa l'area. Molti cittadini sono stati raggiunti da ordinanze di sgombero e la sede stessa del Municipio ha dovuto traslocare in un locale di fortuna, in attesa di riuscire a ristrutturare un edificio, l'ex Scuola Materna, più adatto ad ospitare i suoi uffici. Per raggiungere l'obiettivo, da un'idea di Alice Pasquini's Art direttrice del CVTà Street Fest, la Pro Loco e il Comune di Civitacampomarano promuovono una raccolta fondi per salvare il centro storico, Help Civita.

Festività e tradizioni[modifica | modifica wikitesto]

  • 5 gennaio - Canto de "La Pasquetta", nella notte che precede l'Epifania, lungo le strade del paese per festeggiare l'arrivo dei Magi da Gesù;
  • 18 marzo - fuochi in onore di San Giuseppe: a pochi giorni dall'equinozio di primavera, è tradizione accendere dei falò nei vari quartieri del borgo, adattamento dei ben più antichi riti pagani di purificazione attraverso il fuoco, in cui bruciando ciò che è vecchio, ci si propizia un futuro roseo;
  • 19 marzo - festa di San Giuseppe artigiano durante la quale le famiglie che vogliono onorare un voto o manifestare la propria devozione, preparano presso le proprie abitazioni le cosiddette "Tavole di San Giuseppe" articolate in 13 portate a base di ceci, verdure, pasta con la mollica, pesce, in particolare baccalà, dolci, come il riso con il latte, e frutta;
  • 1-4 giugno - CVTà Street Fest;
  • 23 aprile - festa di San Giorgio;
  • 1º maggio - festa di San Giuseppe lavoratore, con processione per le strade del paese, benedizione dei mezzi da lavoro e non e pranzo tradizionale a base di carne;
  • 13 maggio - festa di San Liberatore, patrono del paese (negli ultimi anni spostata, quando cade in giorni diversi dal sabato e dalla domenica, alla domenica più vicina) con processione per le strade del paese con le tredici statue dei santi, ospitati nella chiesa parrocchiale, e benedizioni degli animali domestici e non in piazza Municipio;
  • 13 giugno - festa di Sant'Antonio di Padova con la benedizione dei bambini;
  • 23 giugno - fiera per la festa di San Giovanni in località San Giovanni, anticamente grande fiera di bestiame[38];
  • 24 giugno - festa di San Giovanni;
  • 5 e 6 agosto - festa della Madonna della Neve con processione dal cimitero al paese e viceversa, per portare la statua della Madonna tra le strade del paese;
  • 7 agosto - festa di San Donato con la processione lungo le strade del paese con le statue di San Donato e Sant'Antonio;
  • 13 agosto - Sagra dei cavatelli, che scandisce le estati civitesi da oltre 20 anni;
  • 3 ottobre - fiera di San Francesco, in località San Giovanni, sempre in passato era una grande fiera di bestiame[38];
  • 10 novembre - fiera di San Martino.

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[39]

Etnie e minoranze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Al 31 dicembre 2015 a Civitacampomarano risultavano residenti 27 cittadini stranieri (6,47%), le nazionalità più rappresentate sono:[40]

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Di seguito è presentata una tabella relativa alle amministrazioni che si sono succedute in questo comune.

Periodo Primo cittadino Partito Carica Note
1978 1983 Guido Di Ninno Sindaco [41]
1983 20 luglio 1988 Mario Felice Di Paolo Democrazia Cristiana Sindaco [41]
21 luglio 1988 05 giugno 1993 Mario Felice Di Paolo Democrazia Cristiana Sindaco [41]
06 giugno 1993 28 aprile 1997 Mario Felice Di Paolo Democrazia Cristiana Sindaco [41]
28 aprile 1997 14 maggio 2001 Maurizio Ciafardini Partito Popolare Italiano Sindaco [41]
14 maggio 2001 30 maggio 2006 Maurizio Ciafardini lista civica Sindaco [41]
30 maggio 2006 15 maggio 2011 Gianfranco Tetta lista civica Sindaco [41]
16 maggio 2011 04 giugno 2016 Paolo Manuele lista civica Sindaco [41]
05 giugno 2016 in carica Paolo Manuele lista civica Sindaco [41]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 30 giugno 2017.
  2. ^ AA. VV., Dizionario di toponomastica. Storia e significato dei nomi geografici italiani, Milano, GARZANTI, 1996, p. 213.
  3. ^ Nelle Storie, riprese poi da Tito Livio in Ab Urbe condita libri, Polibio fa riferimento alla marcia di Annibale ai piedi del Mons Liburnus che viene individuato in Monte Mauro e appare lì indicato nelle cartografie del 1600, insieme all'antica città sannita di Maronea. Secondo Giuseppe Maria Galanti, in Descrizione geografica e politica delle Sicilie, IX, cap. 4, è possibile rintracciare in questa "Civita-campo-marano" : «La parola Civita ci dinota un'antica città distrutta, e la parola Marano ci fa ricordare di Maronea città dei Sanniti. Per gli antiquarj queste sono dimostrazioni.». Secondo l'abate Domenico Romanelli in Antica Topografia Istorica del Regno di Napoli, Napoli, Stamperia reale, 1818, essendo molto vicina a Civitacampomarano la Rocchetta di Montefalcone nel Sannio, in cui si ravvedono dei ruderi risalenti ad un periodo coerente, potrebbe essere questa la sede dell'antica città in cui i cittadini, dopo la sua distruzione, potrebbero averla abbandonata per spostarsi proprio sul colle di Civitacampomarano. Secondo Oreste Gentile, in I Sanniti nel Sannio - Ipotesi a confronto, Campobasso, Editoriale Rufus, 1989, non sarebbe né qui, né lì, ma a Monte Marano, in territorio Irpino. Finora nessuno è riuscito a darne una collocazione certa.
  4. ^ Si ritrova con il nome di Campus maurani anche in un documento del 993, una donazione da parte di un sacerdote, Pietro, all'abate Manso di Monte Cassino di un pezzo di terra con la chiesa di S. Maria prospicienti un lago: In Campo Mauranie eccl(esi)am / S(an)c(t)e Maria su/p(er) ipsos lacus /eiusdem civi/tatis cum om(n)i/bus p(er)tinenti/is eius. (Pannello XXIV). Riappare in un documento datato intorno al 1070, laddove l'abate Desiderio, accingendosi a ricostruire completamente l'abbazia per dotarla dei preziosi affreschi bizantini e l'imponente porte bronzea, fusa a Costantinopoli, con cui la conosciamo oggi, la elenca insieme alle altre proprietà. La chiesa però non viene più menzionata tra i privilegi papali del diploma del 1137 e non c'è niente che attesti possa essere riconducibile a una di quelle tuttora presenti. Herbert Bloch, Monte Cassino in the Middle Age, I, Cambrige, Harvard University Press, 1986.
  5. ^ Antonio De Marinis, Il culto della pietra a Civitacampomarano, Firenze, Casa Editrice Il Fiore, 1992, p. 28.
  6. ^ Per avere un'idea della centralità di questo personaggio, nella sua epoca, e del sistema di potere che riuscì ad intessere, basti pensare che da lui si originò la stirpe dei principi di Sansevero, di cui il primo principe fu Gianfrancesco di Sangro (1587). Tra i discendenti spicca, per cultura e fascino, Raimondo di Sangro. Esoterista, inventore, alchimista, massone, letterato, fu committente ed ideatore del capolavoro della Cappella Sanseverina a Napoli, nella quale è custodito il gioiello del Cristo velato.
  7. ^ La pergamena di questo contratto nuziale si conserva nella biblioteca di Lione, collezione Morin-Pons (v. I'lnvetaire fatto dallo Chevalier e dal Lacroix, Lion, 1878, I, 30, n. 135)
  8. ^ Cola di Monforte
  9. ^ Walter Scott, Anne of Geierstein, Edimburgo, Cadell & Co. (Edimburgo) e Simpkin & Marshall (Londra), 1829.
    «Scott traccia, attraverso le parole di un personaggio del romanzo, la figura del cosiddetto "Il Campobasso": «Non mai si vide traditore sì compiuto, un uomo che con tanta destrezza sapesse tendere i suoi lacci» e poi « Credo non darsi tradimento che mente umana possa immaginare al quale il suo animo e il suo braccio non siano paratissimi».».
  10. ^ Benedetto Croce, Un condottiero italiano del Quattrocento. Cola di Monforte conte di Campobasso e la fede storica del Commynes, in La Critica, nº 31, 1933.
    «La fanciulla dei Sangro, fidanzata a Cola di Monforte, si chiamava Altabella, e nei capitoli concordati nel 1447, o lì intorno, tra i due genitori, fu stabilito che avrebbe apportato la dote di quattromila ducati al ragguaglio di dieci carlini per ducato, dote che per metà era rappresentata dal castello di Ferrazzano, e pel resto doveva essere variamente pagata in contanti, e, tra l'altro, con l'esazione per tre anni dei pagamenti fiscali di Ferrazzano che il re aveva assegnati al Di Sangro. Nel 1450 il conte Angelo era morto, il «domicello» Cola era diventato lui conte e trattava direttamente col Di Sangro, «miles, armorum, capitaneus», confermando i capitoli già firmati e procedendo alla stipula del contratto nuziale, che fu celebrata il 21 novembre in una sala del castello di Civita Campomarano nel Molise: un paesello a sedici miglia da Campobasso, posto sopra una vetta di monte, per due lati inaccessibile. Ivi si erano raccolti il vescovo Giovanni di Trivento e l'altro vescovo Iacopo di Guardialferi, nella cui diocesi Campomarano rientrava, i baroni Antonello di Sanframondo e Antonello di Eboli, parecchie persone notabili di Campobasso e di più luoghi del Molise, tra cui un dottore in legge e tre arcipreti, che tutti assistevano testimoni. Il matrimonio fu celebrato con le solennità solite « intra dominos, proreres, nobiles et magnates » del Regno, impegnandosi, lo sposo a costituire il dotario corrispondente al terzo della dote, e investendo perciò la sposa delle sue terre a garanzia: il che fu adempiuto, all'uscire dalla chiesa dopo la benedizione nuziale e secondo l'uso, «per cultellum Aexum»».
  11. ^ A. De Francesco, Vincenzo Cuoco. Una vita politica, Roma - Bari, Laterza, 1997, p. 193.
  12. ^ a b Francesco De Marinis, Civitacampomarano. Raccolta di notizie su avvenimenti e personaggi., su xoomer.virgilio.it.
  13. ^ Antonio De Marinis, Il culto della pietra a Civitacampomarano, Firenze, Casa Editrice Il Fiore, 1992, p. 35.
  14. ^ Marcello Pepe.
  15. ^ Francesco De Marinis, Civitacampomarano. Raccolta di notizie su avvenimenti e personaggi, su xoomer.virgilio.it.
    «A Napoli ebbe la fortuna di frequentare la scuola del famoso compositore Gaetano Donizetti (1797-1848). Suonava da maestro il pianoforte ed il contrabbasso, specie nell'esecuzione della sinfonia dell'Anno Bolena di Gaetano Donizetti. In casa Pepe v'è ancora un piccolo busto in gesso, in ricordo del grande maestro bergamasco. Sullo zoccolo del busto v'è uno scritto che ricorda, come il Donizetti, paralizzato a letto, volle sentire la finale della sua Lucia di Lammermoor, suonata al piano dai suoi allievi Pepe e Duprez.».
  16. ^ Archivio di Stato. Pretura di Civitacampomarano, su guidageneralearchivistato.beniculturali.it.
    «Giudicatura di mandamento (1859-1865) poi Pretura (1865-1989) poi Pretura circondariale (1989-1998). Fino al 2015, invece, è rimasta sede del Giudice di Pace.
  17. ^ Pro Loco "V. Cuoco"
  18. ^ amministrazione locale
  19. ^ Borghi Autentici d'Italia
  20. ^ Borghi della lettura
  21. ^ Rete Italiana Cultura Popolare
  22. ^ Biancoshock
  23. ^ David de la Mano
  24. ^ Pablo S. Herrero
  25. ^ Hitnes
  26. ^ ICKS
  27. ^ UNO
  28. ^ Alicè
  29. ^ Gola Hundun
  30. ^ Bosoletti
  31. ^ Senna
  32. ^ Maria Pia Picozza
  33. ^ Nespoon
  34. ^ Franco Valente, La fontana dei fauni nel castello di Civitacampomarano., su francovalente.it, 21 dicembre 2007.
  35. ^ a b c Gabriele Palma, La Roccaforte di Civitacampomarano nel Molise e gli interventi di concezione martiniana, in Bollettino d'Arte, gennaio - marzo 2011, fascicolo 9.
  36. ^ Centro Documentazione Formazione Beni Culturali e Architettonici, Casa del mercante di Civitacampomarano, in Restauro Archeologico, Alinea Editrice, 3/2008.
  37. ^ Autori vari, Dizionario corografico-universale dell’Italia., Milano, Stabilimento di Civelli Giuseppe e comp., 1852.
  38. ^ a b Autori vari, Nuovo dizionario geografico universale statistico-storico-commerciale compilato sulle grandi opere di Arrowsmith, Busching, Balbi ... e di altri autori d'ogni età e d'ogni nazione, II, Venezia, Giuseppe Antonelli Ed., 1828.
    «Si tengono due fiere, il 23 giugno e il 3 ottobre.».
  39. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.
  40. ^ Dati ISTAT
  41. ^ a b c d e f g h i http://amministratori.interno.it/

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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