Chuck Close

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Chuck Close

Chuck Close (Monroe, Washington, 5 luglio 1940) è un pittore e fotografo statunitense, noto per le sue tecniche usate per dipingere il volto umano. È meglio conosciuto per i suoi ritratti fotorealisti su larga scala.[1]

Ha raggiunto la fama mondiale come pittore iperrealista grazie ai suoi quadri[2] che hanno offuscato in modo creativo la distinzione tra fotografia e pittura.[3] Nonostante un collasso dell'arteria vertebrale nel 1988 lo abbia lasciato gravemente paralizzato, ha continuato a dipingere e produrre opere ricercate da musei e collezionisti.[4]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Chuck Close nasce a Monroe, Washington il 5 luglio 1940[5] da genitori artisti che hanno sempre mostrato un grande supporto nei suoi confronti.[6]

Per il primo decennio della sua vita, l'infanzia è stata più o meno stabile fin quando, all'età di 11 anni, la tragedia lo colpì: suo padre morì e sua madre si ammalò di cancro al seno. Anche la sua salute prese una brutta piega[7], infatti, sin da bambino soffriva di una condizione neuromuscolare che gli rendeva difficile sollevare i piedi e di nefrite, che lo teneva fuori dalla scuola per la maggior parte del tempo. Anche quando era a scuola, non eccelleva a causa della sua dislessia, che all'epoca non era stata diagnosticata.[8] Tuttavia, egli ha continuato ad approfondire il suo amore per la pittura e l'arte in generale.[9]

Close ha frequentato l'Everett Community College nel 1958-1960. Notevole eccentrico locale, John Patric fu una delle prime influenze intellettuali anti-establishment su di lui e un modello per la persona dell'artista che egli imparò a proiettare negli anni successivi.[10]

Nel 1962, Close ha ricevuto il suo B.A. dall'Università del Washington a Seattle. Nel 1961 vinse un'ambita borsa di studio alla Yale Summer School of Music and Art, e l'anno successivo entrò presso la Yale University, dove ottenne il suo MFA nel 1964. Tra i suoi compagni di classe a Yale ricordiamo Brice Marden, Vija Celmins, Janet Fish, Richard Serra, Nancy Graves, Jennifer Bartlett, Robert Mangold e Sylvia Plimack Mangold.[11] Immerso pesantemente nel mondo astratto, Close ha cambiato radicalmente la sua attenzione a Yale, optando per quello che sarebbe diventato il suo stile caratteristico: il fotorealismo. Usando un processo che è arrivato a descrivere come "lavoro a maglia", inoltre, ha creato Polaroid di modelli di grande formato che ha poi ricreato su tele di grandi dimensioni.[12]

Dopo Yale, ha studiato all'Accademia di belle arti di Vienna con una borsa di studio Fulbright. Tornato negli Stati Uniti, ha lavorato come insegnante d'arte presso l'Università del Massachusetts; in questo momento rifiutò gradualmente gli elementi dell'Espressionismo astratto che avevano inizialmente caratterizzato il suo lavoro.[13]

Uno dei suoi soggetti più noti era di un altro giovane talento artistico, il compositore Philip Glass, di cui Close ne fece un ritratto e lo mostrò nel 1969. Da allora è diventato uno dei suoi pezzi più riconosciuti. In seguito ha dipinto il coreografo Merce Cunningham e l'ex presidente Bill Clinton, tra gli altri.[14]

Negli anni Settanta, il lavoro di Close è stato mostrato nel mondo e nelle migliori gallerie d'arte diventando, così, uno dei maggiori artisti contemporanei.[15]

Come riconoscimento del suo apporto al panorama artistico statunitense Close è stato insignito di varie onorificenze. Tra le quali si possono senz'altro nominare la National Medal of Art ,la New York State Governor's Art Award, e la Skowhegan Arts Medal. In aggiunta a queste importanti attestazioni si uniscono le numerose lauree honoris causa di università sparse su tutto il suolo americano ed estero. A seguito dei suoi lavori incentrati sulla ritrattistica presidenziale, di cui si ricorda in particolare il quadro del Presidente Clinton (2006) e la foto al Presidente Obama (2012), sarà proprio da quest'ultimo appuntato dell'importante attestato del President's Committee on the Arts and Humanities nel 2010.

Stile artistico ed evoluzione[modifica | modifica wikitesto]

La maggior parte dei suoi primi lavori sono ritratti di grandi dimensioni basati su fotografie, utilizzando il fotorealismo o l'iperrealismo, di familiari e amici e spesso di altri artisti. In un'intervista con Phong Bui su The Brooklyn Rail, Close descrive un primo incontro con un dipinto di Jackson Pollock al Seattle Art Museum: [16]

"Sono andato al Seattle Art Museum con mia madre per la prima volta quando avevo 14 anni. Ho visto questa pittura gocciolante di Jackson Pollock con vernice di alluminio, catrame, ghiaia e tutto il resto. Ero assolutamente indignato, disturbato. Era così lontano da ciò che pensavo fosse l'arte. Tuttavia, entro 2 o 3 giorni, stavo gocciolando vernice in tutti i miei vecchi dipinti. In un certo senso ho inseguito quell'esperienza da allora."[17]

La prima mostra personale di Close includeva una serie di enormi ritratti in bianco e nero che aveva meticolosamente trasformato da piccole fotografie a dipinti colossali. Ha riprodotto e ingrandito sia i difetti meccanici della fotografia - sfocatura e distorsione - sia i difetti del volto umano: occhi iniettati di sangue, capillari rotti e pori dilatati[18]; questo perché, secondo quanto affermato dall'artista:

“Il viso di una persona è la carta stradale della sua vita. Se l’affronta con atteggiamento positivo le rughe sono quelle che si formano quando si sorride. Allo stesso modo è subito palese quando invece la vita la si passa imbronciati”.[19]

Per realizzare i suoi dipinti, egli ha sovrapposto una griglia alla fotografia e poi ha trasferito una griglia proporzionale alle sue gigantesche tele. Ha quindi applicato la vernice acrilica con un aerografo e ha raschiato via l'eccesso con una lama di rasoio per riprodurre le sfumature esatte di ciascuna griglia nella foto. Imponendo tali restrizioni, sperava di scoprire nuovi modi di vedere e creare.[20]

Durante la sua carriera, ha continuato a concentrarsi sui ritratti, dal collo in su, basati sulle fotografie che aveva scattato. Queste immagini rappresentano una visione molto umana e imperfetta dei soggetti, data la scala di attenzione data alle imperfezioni, mentre presentano anche una visione piuttosto grandiosa e iconica dei soggetti, data la qualità monumentale e conflittuale delle opere. Durante gli anni Settanta e Ottanta, iniziò a usare il colore e a sperimentare una varietà di mezzi e tecniche. [21]

Una tecnica prevedeva la simulazione del processo di stampa: usava solo ciano, magenta e giallo e applicava uno strato di colore alla volta sulla tela. Ha sviluppato una delle sue tecniche più innovative per la sua "serie di impronte digitali", in cui ha inchiostrato il pollice e l'indice e li ha premuti sulla tela per ottenere una sottile gamma di grigi. Visti da vicino, si possono facilmente vedere i motivi a spirale delle sue impronte digitali; da lontano il metodo non è identificabile e le impronte digitali si combinano per creare un insieme illusionistico.[22] Proprio questa tensione tra bidimensionalità e realtà tridimensionale costituisce l'elemento più interessante di Close, come spiega egli stesso:

"Mi affascina il gioco continuo fra artificiale e reale, tra la piattezza della superficie e la plasticità del volto ritratto".[23]

Nel 1988 un coagulo di sangue spinale lasciò Close quasi completamente paralizzato e confinato su una sedia a rotelle. L'artista, tuttavia, non abbandona la sua attività e continua a dipingere, dapprima tenendo il pennello tra i denti[24], successivamente con un dispositivo porta spazzole legato al polso e all'avambraccio.[25]

Negli anni Novanta ha sostituito i minimi dettagli dei suoi primi dipinti con una griglia di piastrelle imbrattate con forme ellittiche e ovoidali colorate. Vista da vicino, ogni piastrella era di per sé un dipinto astratto; viste da lontano, le piastrelle si uniscono per formare una decostruzione dinamica del volto umano.[26]

Nel 1998 il Museum of Modern Art di New York ha allestito un'importante retrospettiva dei ritratti di Close. È stato definito un fotorealista, un minimalista ed un espressionista astratto ma, come ha dimostrato la retrospettiva del 1998, il suo impegno per la sua visione unica e le sue tecniche in evoluzione sfidano ogni facile categorizzazione.[27]

Close ha continuato a sperimentare con i ritratti all'inizio del XXI secolo, creando una serie di grandi dagherrotipi, una prima forma di fotografia. Il suo lavoro ha continuato ad apparire in mostre e molti importanti musei hanno acquisito i suoi pezzi per le loro collezioni. Nel 2018, tuttavia, la National Gallery of Art di Washington, D.C., ha annunciato che stava cancellando una sua prossima mostra tra accuse di cattiva condotta sessuale da parte di molti dei suoi potenziali modelli. Sebbene si sia scusato per i commenti inappropriati, Close ha negato qualsiasi azione illecita.[28] A tal proposito, a difesa delle sue azioni, ha dichiarato:

"L'ultima volta che ho guardato, il disagio non era un'offesa grave", "Non ho mai ridotto nessuno alle lacrime, nessuno è mai scappato da quel posto. Se ho messo in imbarazzo qualcuno o li ho fatti sentire a disagio, mi dispiace davvero, non volevo farlo".[29]

Esposizioni[modifica | modifica wikitesto]

La prima mostra personale di Close, tenutasi nel 1967 presso la University of Massachusetts Art Gallery, Amherst, comprendeva dipinti, rilievi dipinti e disegni basati su fotografie di copertine di dischi e illustrazioni di riviste. La mostra ha catturato l'attenzione dell'amministrazione universitaria che l'ha prontamente chiusa, additando come oscena la nudità maschile presentata in alcune sue fotografie. L'American Civil Liberties Union (ACLU) e l'American Association of University Professors (AAUP) sono intervenute in difesa di Close e dei suoi lavori dando avvio ad una caso giudiziario storico per quanto riguarda la censura e la libertà d'espressione artistica. Il giudice della Corte Suprema del Massachusetts preposto al caso dopo una lungo dibattito anche esterno alle sedi del tribunale deliberò a favore dell'artista e contro l'università. Quando l'università fece appello, Close scelse di non tornare a Boston, per prendere le sue parti e alla fine la decisione fu annullata da una corte d'appello. Molti anni dopo lui stesso fu insignito di un dottorato honoris causa in arti dall'Università del Massachusetts nel 1995.[30]

Close attribuisce al Walker Art Center di Minneapolis e al suo allora direttore Martin Friedman il merito di aver lanciato la sua carriera nel 1969 acquistando quella che diventerà una delle sue opere più iconiche, Big Self-Portrait (realizzato tra il 1967 e il 1968)[31], il primo dipinto che ha venduto.

Nel 1970, invece, riesce ad allestire con successo la sua prima mostra personale a New York presso la Bykert Gallery. Mentre altri suoi progetti su stampa furono centro di una mostra, dal nome "Projects" al Museum of Modern Art nel 1972. Nel 1979 l'importante istituzione della Whitney Biennal include nell'esposizione alcuni suoi lavori e l'anno successivo i suoi ritratti sono stati oggetto di una mostra al Walker Art Center. Da allora è stato protagonista di oltre 150 mostre personali, tra cui una serie di importanti retrospettive museali.[32]

Nel 1997 decise di annullare bruscamente una sua grande mostra prevista al Metropolitan Museum of Art[33], cosicché per rimediare all'inconveniente il Museum of Modern Art annunciò che avrebbe presentato un'importante retrospettiva del lavoro dell'artista nel 1998 (a cura di Kirk Varnedoe e successivamente esposta anche alla Hayward Gallery di Londra e altre gallerie nel 1999).

Nel 2003 la Blaffer Gallery dell'Università di Houston presentò una rassegna delle sue stampe, che l'anno successivo fu portata al Metropolitan Museum of Art di New York[34].

La sua retrospettiva più recente - "Chuck Close Paintings: 1968/2006", al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid nel 2007 - è stata proposta con successo anche al Ludwig Forum für Internationale Kunst di Aquisgrana, in Germania, e al Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo, Russia[35].

Ha anche partecipato a quasi 800 mostre collettive, tra cui: la Biennale di Venezia (1993, 1995, 2003) e la Carnegie International (1995)[36]

Nel 2013 i lavori più recenti di Close furono presentati in una mostra al White Cube Bermondsey, Londra, sotto l'evocativo titolo di "Processo e collaborazione" , dove si mostrava non solo un numero di stampe e dipinti finiti, ma includeva anche lastre, xilografie e stampini in mylar che venivano usati per produrre un certo numero di stampe[37].

Nel dicembre 2014 ebbe luogo una nuova esposizione in Australia al Museum of Contemporary Art di Sydney. [38]

Nel 2016, le sue opere furono oggetto di una retrospettiva allo Schack Art Center di Everett, di Washington.[39]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Big Nude, 1967;
  • Big Self-Portrait, 1967–1968;
  • Maquette for "Self-Portrait", 1968;
  • Nancy, 1968;
  • Richard, 1969;
  • Joe, 1969;
  • Frank, 1969;
  • Phil, 1969;
  • Bob, 1969-1970;
  • Keith, 1970;
  • Kent, 1970-1971;
  • Susan, 1971;
  • John, 1971-1972;
  • Nat/Watercolor, 1972;
  • Keith/Mezzotint, 1972;
  • Leslie/Watercolor, 1972-1973;
  • Self-Portrait/58,424, 1973;
  • Robert/104,072, 1973-1974;
  • Self-Portrait, 1975;
  • Chris, 1974;
  • Don N., 1974;
  • Barbara, 1974;
  • Linda, 1975-1976;
  • Klaus/Watercolor, 1976;
  • Self-Portrait/Watercolor, 1976-1977;
  • Self-Portrait, 1977;
  • Self-Portrait/White Ink, 1978;
  • Linda/Pastel, 1977;
  • Linda/Eye Series, Five Drawings, 1977;
  • Mark, 1978-1979;
  • Large Mark pastel, 1978-79;
  • Leslie/Pastel, 1977;
  • Selections from the Ray series, 1979;
  • Drawing for Phil/Rubberstamp, 1976;
  • Phil/Watercolor, 1977;
  • Phil Fingerprint/Random, 1979;
  • Phil, 1980;
  • Phil/Fingerprint, 1980;
  • Self-Portrait/Conte Crayon, 1979;
  • Keith/Square Fingerprint Version, 1979;
  • Self-Portrait/Composite/Nine Parts, 1979;
  • Self-Portrait / Composite / Six parts, 1980;
  • Stanley (Small Version), 1980;
  • Stanley (Large Version), 1980–81;
  • Keith II, 1981;
  • Phil II, 1982;
  • Georgia/Collage, 1982;
  • Georgia, 1984;
  • Jud/Collage, 1982;
  • Phyllis/Collage, 1983–1984;
  • Self-Portrait Manipulated, 1982;
  • Self-Portrait/String, 1983;
  • Gwynne/Watercolor, 1982;
  • John/Progression, 1983;
  • John/Fingerpainting, 1984;
  • Georgia/Fingerpainting, 1984;
  • Leslie/Fingerpainting, 1985–86;
  • Leslie/Watercolor II, 1986;
  • Leslie, 1986;
  • Fanny/Fingerpainting, 1985;
  • Laura I, 1984;
  • Bertrand II, 1984;
  • Laura Triptych, 1984;
  • Mark Diptych II, 1984;
  • Anthurium, 1987;
  • Sunflower Triptych (alive), 1987;
  • Self-Portrait, 1986;
  • Self-Portrait, 1987;
  • Lucas I, 1986–1987;
  • Lucas II, 1987;
  • Alex I, 1987;
  • Francesco I, 1987–1988;
  • Francesco II, 1988;
  • Cindy I, 1988;
  • Cindy II, 1988;
  • Alex I, 1987;
  • Janet, 1989;


Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Chuck Close | Biography, Art, & Facts, su Encyclopedia Britannica. URL consultato il 30 aprile 2021.
  2. ^ Chuck Close, su Google Arts & Culture. URL consultato il 3 maggio 2021.
  3. ^ SwashVillage | Chuck Close Biografia, su it.swashvillage.org. URL consultato il 3 maggio 2021.
  4. ^ Chuck Close, su Google Arts & Culture. URL consultato il 30 aprile 2021.
  5. ^ (EN) Chuck Close | Biography, Art, & Facts, su Encyclopedia Britannica. URL consultato il 3 maggio 2021.
  6. ^ SwashVillage | Chuck Close Biografia, su it.swashvillage.org. URL consultato il 30 aprile 2021.
  7. ^ (EN) Chuck Close, su Biography. URL consultato il 30 aprile 2021.
  8. ^ (EN) Chuck Close, in Wikipedia, 8 marzo 2021. URL consultato il 30 aprile 2021.
  9. ^ (EN) Chuck Close, su Biography. URL consultato il 30 aprile 2021.
  10. ^ (EN) Chuck Close, in Wikipedia, 8 marzo 2021. URL consultato il 30 aprile 2021.
  11. ^ (EN) Chuck Close, in Wikipedia, 8 marzo 2021. URL consultato il 30 aprile 2021.
  12. ^ (EN) Chuck Close, su Biography. URL consultato il 30 aprile 2021.
  13. ^ (EN) Chuck Close, in Wikipedia, 8 marzo 2021. URL consultato il 30 aprile 2021.
  14. ^ (EN) Chuck Close, su Biography. URL consultato il 30 aprile 2021.
  15. ^ SwashVillage | Chuck Close Biografia, su it.swashvillage.org. URL consultato il 3 maggio 2021.
  16. ^ (EN) Chuck Close | Biography, Art, & Facts, su Encyclopedia Britannica. URL consultato il 4 maggio 2021.
  17. ^ (EN) Chuck Close | Biography, Art, & Facts, su Encyclopedia Britannica. URL consultato il 30 aprile 2021.
  18. ^ (EN) Chuck Close | Biography, Art, & Facts, su Encyclopedia Britannica. URL consultato il 4 maggio 2021.
  19. ^ La tecnica di Chuck Close, su LifeGate, 22 dicembre 2009. URL consultato il 4 maggio 2021.
  20. ^ (EN) Chuck Close | Biography, Art, & Facts, su Encyclopedia Britannica. URL consultato il 30 aprile 2021.
  21. ^ (EN) Chuck Close | Biography, Art, & Facts, su Encyclopedia Britannica. URL consultato il 4 maggio 2021.
  22. ^ (EN) Chuck Close | Biography, Art, & Facts, su Encyclopedia Britannica. URL consultato il 30 aprile 2021.
  23. ^ ARTE it Srl- info@arte.it, Close: lo stile e le tecniche - Arte.it, su www.arte.it. URL consultato il 3 maggio 2021.
  24. ^ Chuck Close | Artista | Collezione Peggy Guggenheim, su www.guggenheim-venice.it. URL consultato il 4 maggio 2021.
  25. ^ (EN) Chuck Close | Biography, Art, & Facts, su Encyclopedia Britannica. URL consultato il 4 maggio 2021.
  26. ^ (EN) Chuck Close | Biography, Art, & Facts, su Encyclopedia Britannica. URL consultato il 3 maggio 2021.
  27. ^ (EN) Chuck Close | Biography, Art, & Facts, su Encyclopedia Britannica. URL consultato il 30 aprile 2021.
  28. ^ (EN) Chuck Close | Biography, Art, & Facts, su Encyclopedia Britannica. URL consultato il 30 aprile 2021.
  29. ^ SwashVillage | Chuck Close Biografia, su it.swashvillage.org. URL consultato il 3 maggio 2021.
  30. ^ Seven days: 28 February–6 March 2014, in Nature, vol. 507, n. 7490, 2014-03, pp. 12–13, DOI:10.1038/507012a. URL consultato il 7 maggio 2021.
  31. ^ Thomas J. J. Altizer, This Silence Must Now Speak, Palgrave Macmillan US, 2016, pp. 191–196, ISBN 978-1-349-71519-0. URL consultato il 7 maggio 2021.
  32. ^ Anthony White, Italian Futurism 1909–1944: Reconstructing the Universe; Vivien Greene, ed.,Italian Futurism 1909–1944: Reconstructing the Universe, in The Art Bulletin, vol. 97, n. 1, 2 gennaio 2015, pp. 104–107, DOI:10.1080/00043079.2015.981477. URL consultato il 7 maggio 2021.
  33. ^ Don’t Shoot the Messenger, Israel, op-ed article, the New York Times, 31 January 2016, su dx.doi.org, 16 dicembre 2016. URL consultato il 7 maggio 2021.
  34. ^ Anthony White, Italian Futurism 1909–1944: Reconstructing the Universe; Vivien Greene, ed.,Italian Futurism 1909–1944: Reconstructing the Universe, in The Art Bulletin, vol. 97, n. 1, 2 gennaio 2015, pp. 104–107, DOI:10.1080/00043079.2015.981477. URL consultato il 7 maggio 2021.
  35. ^ Verordnete Entgrenzung, transcript Verlag, 31 dicembre 2009, pp. 63–88, ISBN 978-3-8376-1244-8. URL consultato il 7 maggio 2021.
  36. ^ Close, Chuck, in Oxford Art Online, Oxford University Press, 2003. URL consultato il 7 maggio 2021.
  37. ^ Chuck Close prints: process and collaboration, in Choice Reviews Online, vol. 41, n. 07, 1º marzo 2004, pp. 41–3858-41-3858, DOI:10.5860/choice.41-3858. URL consultato il 7 maggio 2021.
  38. ^ Close, Chuck, in Oxford Art Online, Oxford University Press, 2003. URL consultato il 7 maggio 2021.
  39. ^ Thomas J. J. Altizer, This Silence Must Now Speak, Palgrave Macmillan US, 2016, pp. 191–196, ISBN 978-1-349-71519-0. URL consultato il 7 maggio 2021.

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