Christiania

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Coordinate: 55°40′24.92″N 12°35′58.96″E / 55.673589°N 12.599711°E55.673589; 12.599711

Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando la città norvegese che ha avuto questo nome dal 1624 al 1925, prima di cambiare nome, vedi Oslo.
Christiania
micronazione
Christiania – Bandiera
Christiania - Localizzazione
Status
Dichiarazione d'indipendenza 1971
Dati amministrativi
Nome completo Fristaden Christiania (Città Libera di Christiania)
Governo Comunità anarchica
Inno I kan ikke slå os ihjel (in it: Non potete ucciderci)[1]
Informazioni generali
Lingua danese
Capitale/Capoluogo Christiania
Area 0,34 km²
Popolazione 1000 circa ab.
Continente Europa
Fuso orario UTC+1
Valuta Corona danese (di fatto);
Løn (di diritto)

Christiania, nota anche come Città Libera di Christiania (in danese: Fristaden Christiania), è un quartiere parzialmente autogovernato della città di Copenaghen, Danimarca, che ha conseguito uno status semi-legale come comunità indipendente.

Ubicazione[modifica | modifica wikitesto]

Christiania si trova nel centrale distretto di Christianshavn, uno dei quindici in cui si divide Copenaghen. La stazione della metropolitana più vicina è quella di Christianshavn, sulla grande arteria Knippelsbro Torvegade dalla quale si accede alla strada Prinsessegade, che dopo circa cinquanta metri porta all'ingresso principale di Christiania in Pusher Street. Il territorio, costeggiato dalle vie Prinsessgade e Refshalevej, si trova lungo un canale che dà verso il porto cittadino e dispone, sul corso d'acqua, di tre bastioni: il Vilhelms Bastion, il Sofie Hedevigs Bastion e l'Ulriks Bastion. Vicino a quest'ultimo baluardo si trova l'isolotto di Kanino, possedimento christianita. La parte meridionale, al di là del canale è una striscia di terra separata dal resto della città da un altro rio. Il quartiere è accessibile solo attraverso due ingressi principali, e non è permessa l'entrata degli autoveicoli.[2]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'ingresso al villaggio
Abitazione affrescata con un murale
Casa battello

Christiania venne fondata nel 1971, quando un gruppo di hippies occupò una base navale dismessa alle porte della capitale danese, costituita da edifici militari abbandonati. Una delle persone più influenti del gruppo era Jacob Ludvigsen, che pubblicava un giornale anarchico, che ufficializzò la proclamazione della Città Libera, in danese Fristad. Per anni lo status legale della zona è rimasto chiuso nel limbo, mentre il governo danese tentava, senza successo, di rimuovere gli occupanti. Questa cittadina nasce, dunque, negli anni settanta quando un gruppo di hippies europei invadono una ex cittadina militare non più in uso e la proclamano Stato libero di Christiania. I residenti del borgo dopo varie vicissitudini erano riusciti a raggiungere un accordo con il governo danese per il riconoscimento di Christiania come suolo autogestito. La comunità si è basata per trent'anni sul principio dell'autodeterminazione e della proprietà collettiva, ma era diventata famosa in Europa perché al suo interno vi era la libera circolazione delle droghe leggere. Totalmente bandito l'uso e lo spaccio di quelle pesanti.[3]

Al suo interno famosi erano i negozietti d'artigianato, la centralissima pusher street e i servizi per i cittadini, tutti totalmente autogestiti. Il villaggio danese era conosciuto anche per i suoi edifici colorati, per il divieto di circolazione per le automobili e per la mancanza di forze dell'ordine. Esperimento sociale unico al mondo e attrazione turistica, utopia vivente basata sui principi del rispetto e del libero arbitrio, ovvero sull'ideologia dell'anarchia pacifista.[4]

Attività[modifica | modifica wikitesto]

Più di cinquanta collettivi diversi esercitano attività artigianali, culturali, teatrali ecc. Christiania ha il suo asilo, la panetteria, la sauna, la fabbrica di biciclette, la tipografia, la radio libera, laboratori di restauro, il cinema, bar, ristoranti, luoghi di spettacolo.

Rinomata per la sua via principale, la pusher street, dove l'hashish viene venduto in piccoli chioschi. Christiania ha comunque delle regole che vietano le droghe pesanti. Christiania ha comprato il proprio territorio nel maggio 2011, ed ora i suoi membri dispongono di più libertà esecutiva.

Prospettive future[modifica | modifica wikitesto]

La common law di Christiania

Il futuro di Christiania rimane incerto, in quanto l'esecutivo danese continua a premere per la sua rimozione.

Gli abitanti contrattaccano con l'umorismo o la perseveranza - ad esempio, quando nel 2002 le autorità chiesero che il commercio di hashish venisse reso meno visibile, le bancarelle vennero coperte con dei teli mimetici. Il 4 gennaio 2004, i banchetti vennero demoliti dagli stessi proprietari (senza per questo cessare il commercio della sostanza, che prosegue su base personale) come un modo per persuadere il governo a permettere che Christiania continui ad esistere.[5]

Il 1º gennaio 2006 la cittadella ha perduto il suo statuto speciale di comunità alternativa. Il 19 maggio 2007, a 36 anni dalla sua nascita la polizia ha distrutto uno dei primi edifici,[6] fatto che ha scatenato un vivo conflitto con le forze dell'ordine.

Il 22 giugno 2011, a quarant'anni dalla fondazione, è stato raggiunto un compromesso con i circa mille residenti. Il modello elaborato dal Ministero della Difesa di Copenaghen prevede infatti il diritto di usufrutto sul quartiere occupato e autogestito (35 ettari), a condizione che gli abitanti acquistino attraverso un fondo l'intero complesso residenziale per 76,2 milioni di corone danesi, l'equivalente di circa 10,2 milioni di euro.[7]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Da una canzone di protesta della rock band danese Bifrost
  2. ^ Lauritsen, pag. 3
  3. ^ Graziani, pp. 129-131
  4. ^ Ryan-Dunford-Sellars, pag. 18
  5. ^ Graziani, pag. 132
  6. ^ (EN) Notizie sul Copenhagen post
  7. ^ Articolo sul Corriere della Sera

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Graziano Graziani, Stati d'eccezione, pp. 129-135, Roma, Edizioni dell'Asino, 2012.
  • Pernille W. Lauritsen, Christiania, Copenaghen, Kirsten Corvinius, 2002.
  • John Ryan-George Dunford-Simon Sellars, Micronations, pp. 16-21, London, Lonely Planet, 2006.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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