Chiesetta di San Michele (Caldogno)

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Chiesetta di San Michele
Caldogno San Michele facciata (più ampia).jpg
StatoItalia Italia
RegioneVeneto Veneto
LocalitàCaldogno
Religionecattolica
TitolareSan Michele
Diocesi Vicenza
Stile architettonicoromanico

Coordinate: 45°36′57.47″N 11°30′07.52″E / 45.615965°N 11.502089°E45.615965; 11.502089

La chiesetta di San Michele[1] o semplicemente chiesa longobarda[2] è un edificio religioso che sorge nel comune di Caldogno, in provincia di Vicenza.

Eretta in epoca longobarda, è stata più volte distrutta e ricostruita tanto che non è chiaro quanto, della struttura originaria, sia effettivamente rimasto. Un tempo non vicina al cimitero, con il tempo le è stato costruito attorno per spostarlo dalla chiesa di San Giovanni Battista, l'attuale chiesa parrocchiale.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Datazione[modifica | modifica wikitesto]

Affresco e architrave della facciata

L'elemento che di gran lunga aiuta nella datazione è l'architrave della porta principale, la cui decorazione è indubbiamente di fattezza longobarda. Molti autori[3] lo usano come elemento per affermare che l'intera struttura sia stata costruita prima della metà dell'VIII secolo in sostituzione di un edificio in legno della seconda metà del VI secolo. L'intitolazione a San Michele conferma questa datazione visto che il santo titolare è uno dei principali a cui i Longobardi erano devoti. Altre figure particolarmente care ai conquistatori erano san Martino di Tours, Cristo, la Vergine e Sant'Agata, tutte rappresentate negli affreschi all'interno.[4]

Altro elemento fondamentale è la presenza di una cornice a dente di sega che, come ricorda il Cevese, è da inquadrare nel XV secolo[4][5].

Non è da dimenticare la possibilità e il fatto che la chiesetta sia stata più volte distrutta e che la struttura attuale altro non sia che il risultato di una serie di rifacimenti (tardoromantico o protogotico[4]) costruiti con le macerie della struttura precedente[6][7]. Il fatto inoltre che nel XIV secolo vennero affrescate figure appartenenti alla cultura longobarda fa pensare che l'autore di tale opere si sia dovuto ispirare a qualche pittura presente in precedenza e che è venuta a mancare durante i rifacimenti vari[8].

L'abisde ad est rimane comunque una caratteristica tipica delle strutture paleocristiane primitive[6], fatto che si ritrova anche nell'originaria chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista[9].

Il tentativo di abbattimento[modifica | modifica wikitesto]

Per alcuni risulta interessante il tentativo di abbattimento avvenuto nel 1927[10].

In quell'anno si iniziò la demolizione della Chiesetta pericolante arrivando ad abbattere l'abside fino a circa 3 metri dal terreno. I lavori si dovettero fermare con l'arrivo di un telegramma di Fogolari, il Sopraintendente all'arte medioevale e moderna di Venezia che ordinava la sospensione dei lavori per la necessità di un sopralluogo. A questo punto cominciò un acceso scambio epistolare.[11] Il 16 maggio Fogolari accusa il podestà di allora di aver compiuto una «palese irriverenza ad una singolare memoria locale». Il 23 maggio gli viene ulteriormente ricordato che «non doveva ignorarsi l'esistenza di questa Sopraintendenza, alla quale solo compete in modo inappellabile il giudizio in materia» e il 31 maggio si aggiunge anche il conte Bonin Longare, presidente della Commissione Provinciale ai Monumenti, il quale deve «unire la sua voce a quella dell'Autorità Artistica per deprecarne la demolizione, che sarebbe di grave pregiudizio alla storia dell'arte».[11]

Di fronte ai consigli di restauro di Fogolari e Longare il podestà risponde con alcune proposte che prevedevano tutte la demolizione (salvo però mantenere le fondamenta) a cui tutti prontamente rifiutarono[12]. Il 12 giugno ribadisce però che «’Autorità Religiosa locale, i maggiorenti del paese, e la popolazione tutta, si dimostrano del tutto contrari alla conservazione del sacello, anche per il fatto che la esistenza ulteriore di questo darebbe una nota antiestetica al Cimitero"; e questo lo afferma dopo aver scritto in precedenza: "di fronte all'opinione pubblica che reclama l'abbattimento non posso rimaner tranquillo e temo che malintenzionati possano provocare la ruina completa di quanto esiste»[12].

Dopo ulteriori insistenze, il 2 agosto il podestà si attivò per restaurarla[13].

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa è completamente circondata dal cimitero che fu spostato lì il 30 agosto 1809[12] dal sito precedente, ovvero attorno alla chiesa parrocchiale, dopo che venne esteso anche in Italia l'editto napoleonico di Saint-Cloud che vietava la sepoltura nei luoghi abitati[5]. I continui lavori del cimitero, dovuti alla sistemazione e all'arrivo di nuovi defunti, alzarono il livello generale del cimitero e la chiesetta si trova ora a circa 70 cm sotto il livello del terreno[14].

La muratura è abbastanza eterogenea dovuta probabilmente al fatto che sono stati usati materiali di recupero. I vari materiali, che vanno da mattoni grezzi a piccoli cubi di pietra, sono legati da strati di malta abbondante.[4]

La porta principale presenta un concio che funge da architrave lungo 125 cm e alto 22 cm al centro e 17 cm ai lati. È il principale elemento di datazione dell'edificio[4].

Oltre alla porta principale nel lato ovest è presente una porta secondaria sul lato sud di forma rettangolare all'interno e arcuata a tutto sesto all'esterno. La finestra visibile è stata eseguita dopo la costruzione primitiva. Le uniche altre fonti di illuminazione sono tre finestrelle a doppio sguancio nell'abside[14] e una finestrella ovale sopra l'entrata.

Una costruzione imperfetta e le misure[modifica | modifica wikitesto]

Abside (sono leggermente visibili i difetti di costruzione)

La costruzione dell'edificio, eseguita quasi sicuramente da un capomastro locale con l'uso di inesperti manovali e manodopera volontaria, tradisce una certa antichità per via di molte inesattezze nelle misure e il fatto che le pareti, soprattutto all'interno, presentano rigonfiamenti e rientranze che denotano un non utilizzo del filo a piombo[14].

Tale caratteristica di mancata precisione si può notare molto bene nell'innesto dell'abside alla navata dove, all'esterno, è presente uno strapiombo di 20 cm e la parete a sud è più corta di 8 cm rispetto di quella a nord[15].

Irregolare è anche lo spessore del muro: nella facciata è largo 66 cm, nel lato sud 74 cm e nell'abside 72 cm. I muri all'interno presentano un progressivo assottigliamento verso l'alto.[14]

Nella navata la parete sud è lunga 10,50 m mentre quella nord misura 10,60 m. Le larghezze sono di 5,60 m nel lato dell'ingresso e 5,83 cm (quindi 23 cm in più) nel lato absidale. Quest'ultimo è leggermente ellittico, con un’apertura di 4,10 m e una profondità di 2,70 m.[14]

Gli affreschi[modifica | modifica wikitesto]

Nella chiesetta sono rimasti sei tracce di affreschi, tutti molto deteriorati e mancanti di una o più parti che impediscono di dire con esattezza cosa rappresentassero[16].

L'autore di tali opere sembra sia Nicola da Venezia che le dipinse nel 1343[17].

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

L'unico affresco all'esterno è posto sopra la porta d'ingresso[18] ed è molto rovinato a causa delle intemperie e alla mancanza di qualsiasi protezione[19]. L'unico tratto in cui è rimasto del colore è la parte più alta, quella maggiormente protetta dalla cornice superiore. Esso Raffigura la Vergine con il braccio il Bambino che vengono osservati da San Michele[19].

All'interno sono presenti gli altri affreschi. L'affresco all'interno della facciata a destra della porta principale[20] raffigura la Vergine che tiene il Bambino insieme ad un San Martino di Tours dalla spada sguainata. Tale opera è stata deturpata dal furto, avvenuto intorno al 1973, che ha asportato la figura di Gesù, facilitato anche dell'infiltrazione dell'umidità che ha aiutato la malta a staccarsi.[19]

Alcune tracce di un affresco di possono intravedere a destra della porta laterale, le cui dimensioni sono pressoché indefinibili dal momento che tutta la parte verso l'abside è completamente cancellata. Sembra esserci rappresentata una figura ignota con un ricco vestito[21].

Nella nicchia a destra dell'abside è presente una danneggiata immagine della Vergine[21].

Nell'emiabside destro, probabilmente accanto all'affresco della parete sud ma ora visibilmente separato, è presente l'immagine di un profeta con un rotolo svolto nella mano sinistra[22].

Nell'altra parte dell'abside è presente l'affresco maggiormente conservato, ma che manca comunque di tutta la parte inferiore. Esso raffigura tre persone: a sinistra il Cristo con un'aureola rossiccia, separato dalle altre due tramite una cornice bianca, con in mano un libro che simboleggia la legge; al centro un angelo guerriero, probabilmente San Michele, quasi identico alla figura dall'altra parte dell'abside e nella facciata; a destra Sant'Agata[21].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Come più volte citato nel testo. cfr.Pendin
  2. ^ Come recitano le indicazioni stradali.
  3. ^ «Tra cui il Dani» cfr. Pendin, p. 235
  4. ^ a b c d e Pendin, p. 235
  5. ^ a b Pendin, p. 243
  6. ^ a b Pendin, p. 236
  7. ^ L'autore ricorda, fra i vari eventi storici che la devastazione potrebbe essere stata causata da «fatti naturali, o qualche incendio, o da eventi bellici svoltisi durante il XII-XIII secolo, nel corso delle continue lotte locali tra comuni, se non addirittura in quel 1365 che vide a Caldogno uno scontro armato tra seicento cavalieri tedeschi e mille cavalieri ungheresi: in questo caso la data della ricostruzione della chiesa risulterebbe di poco anteriore a quella della sua decorazione» cfr. Pendin, p. 236
  8. ^ Pendin, p. 241
  9. ^ Pendin, p. 154
  10. ^ Presso l'Archivio Comunale di Caldogno è conservata una ricca documentazione epistolare fra podestà, Sopraintendenza, Commissione Provinciale ai Monumenti, Prefettura, Ispettore dei Monumenti del Museo Civico di Vicenza, che descrive dettagliatamente la controversia fra Comune e gli enti preposti alla salvaguardia del patrimonio artistico cfr. Pendin, p. 232
  11. ^ a b Pendin, p. 232
  12. ^ a b c Pendin, p. 233
  13. ^ Ciò è ben documentato nella delibera n. 2054 pubblicata il 17 agosto 1927, che dice: «L’anno millenovecentoventisette addì diciassette agosto in Caldogno il Podestà sig. Geom. Luigi Dal Toso assistito dal Segretario Comunale Sig. Bonan cav. Matteo à emesso la seguente deliberazione: Provvedimenti per il restauro della chiesetta millenaria del Cimitero di Caldogno. In seguito alla proposta di ampliamento e risistemazione del Cimitero di Caldogno con abbattimento della vecchia e pericolante chiesetta che serviva da cella mortuaria, il cui progetto redatto dall’Ing. Pagello è stato approvato dalla R. Prefettura previo parere del Genio Civile, avevasi incominciato la demolizione della chiesetta medesima, quando il sottoscritto, sospettando che qualche cosa di interessante vi potesse essere in essa, pensò di far venire in sopraluogo il Prof. Ongaro del Civico Museo di Vicenza. Il detto Professore rilevò subito che il sacello era interessantissimo per la sua millenaria costruzione e per alcuni affreschi di qualche preziosità, per cui ordinò tosto la sospensione dei lavori di demolizione, riferendo il rilevato e il suo giudizio alla R. Sovraintendenza all’arte Medioevale e Moderna di Venezia, la quale venuta pur’essa sul luogo, sanzionò l’operato e il giudizio del Prof. Ongaro promuovendo successivamente a seguito di carteggio l’immediato restauro, come ebbe anche a riferirlo alla R. Prefettura, la quale a Sua volta d’ordine del R. Ministero fece invito pel ripristino dell’antico manufatto. Come apparisce da un fabbisogno eretto da persona competente di fiducia del Comm. Forlati della R. Intendenza suddetta, per rimettere a posto ossia alla meno peggio e cioè in modo che non abbia a pericolare, rimettendo il coperto, demolizione e rifacimento delle parti murarie pericolanti occorrono £ 6095,80. II° di chiedere che i lavori vengano eseguiti per economia affidandone il compito e la direzione al capomastro Gollin Oreste che eseguì il preventivo e che si offre di effettuarli aspettandone il pagamento, non potendo al presente il Comune disporre del fondo occorrente per il che si riserva di escogitare i mezzi necessari con altra deliberazione. Il Podestà Geom. Luigi Dal Toso. M. Bonan Segretario» cfr. Pendin, p. 242
  14. ^ a b c d e Pendin, p. 234
  15. ^ Queste imperfezioni si possono notare anche nelle nicchie che si aprono sulle pareti sud e nord, le quali sono evidentemente di dimensioni (65x126 cm e 50x107) e altezze dal suolo (95 cm e 112 cm) differenti. È probabile che ci siano state delle costrizioni che abbiano impedito la realizzazione con queste caratteristiche. cfr. Pendin, p. 234 e 243
  16. ^ Dalla descrizione che ne fa Pendin in quest'opera, pubblicata nella fine degli anni 90, si capisce che, dopo circa 20 anni, gli affreschi sono andati incontro ad un ulteriore progressivo peggioramento perché molti degli oggetti e dei soggetti raffigurati sono sbiaditi ed è molto difficile riuscire a capire cosa ci fosse rappresentato. cfr. Pendin, p. 236-241
  17. ^ Scrive Pendin «Circa l’autore degli affreschi, il Dani li dice attribuibili quasi certamente “ai pittori Nicolò da Venezia e Marco suo figlio, operosi anche in S. Vincenzo di Thiene e in S. Maria del Cengio a Isola Vicentina”(15). Ora, che allo stesso autore siano sicuramente da ascriversi tanto gli affreschi di Caldogno che quelli della navata di S. Vincenzo, è un dato di fatto: basta confrontare l’immagine di S. Martino a Caldogno con l’analoga figura al centro della parete destra a Thiene, e si vedrà che non possono essere che dello stesso pennello. È tuttavia impossibile che a Caldogno abbiano lavorato contemporaneamente verso il 1370 padre e figlio, come suppone il Dani, in quanto, stando ad un documento riferito dal Mantese (16), il padre risulta già morto nel 1334. Sembra poi che a Thiene, come in S. Biagio di Grumolo Pedemonte, abbia lavorato solo il figlio, visto che quello stesso documento parla di un "Magister Marchus pictor q. magistri Nicolay pictoris de Veneciis...qui habitat in Tienis vicentini districtus". Sappiamo ancora che questo Marco pittore possedeva dei beni, oltre che a Thiene e a Grumolo Pedemonte, anche a Costabissara, ricevuti come dote della moglie Flore, e il cui possesso venne confermato il 18 giugno 1343. Qui egli deve essersi quindi recato di frequente se non altro per riscuotere i proventi dei suoi beni, che globalmente gli fornivano una rendita di 1200 lire. È pertanto assai probabile, data la contiguità fra i due paesi, che giusto da Costabissara egli si sia recato ad affrescare a Caldogno, come eventualmente a Isola Vicentina. Pertanto è dopo il 1343 che si devono collocare gli affreschi di Caldogno, per i quali come unico autore non può essere proposto che Marco, pittore il quale, provenendo da Venezia, non doveva certo ignorare gli affreschi padovani della cappella degli Scrovegni: qui con tutta probabilità egli deve aver sostato durante il suo viaggio verso il nostro territorio.» cfr. Pendin, p. 28
  18. ^ Larghezza 125 cm, altezza 165 cm. cfr. Pendin, p. 243
  19. ^ a b c Pendin, p. 237
  20. ^ Larghezza 120 cm, altezza 150 cm. cfr. Pendin, p. 243
  21. ^ a b c Pendin, p. 239
  22. ^ Tale dettaglio è ormai completamente perduto, ma Pendin spiega anche che « in esso si riconoscono alcune lettere, tuttavia talmente abrase e frammentarie che non sono sufficienti a comporre alcuna parola riferita a profezia o detto memorabile, mediante il quale identificare pure il santo personaggio. Che esso appartenga all’antico testamento lo si può supporre dal particolare del rotolo, caratteristico soprattutto di quell’epoca, a differenza del Cristo dell’abside [l'affresco nell'altra parte dell'abside], che reca invece un libro a simboleggiare la nuova legge» cfr. Pendin, p. 239

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Galdino Pendin, Storia di Caldogno, Vicenza, La Serenissima, II edizione, 1997

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