Chiesa di Santa Marta al Collegio Romano

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Chiesa di Santa Marta al Collegio Romano
Pigna - S. Marta.JPG
Facciata
StatoItalia Italia
RegioneLazio Lazio
LocalitàRoma-Stemma.png Roma
ReligioneCristiana cattolica di rito romano
TitolareMarta di Betania
Diocesi Roma
Consacrazione1696
Inizio costruzione1542

Coordinate: 41°53′51.4″N 12°28′47.7″E / 41.897611°N 12.479917°E41.897611; 12.479917

La chiesa di Santa Marta al Collegio Romano, è una chiesa sconsacrata di Roma, nel rione Pigna, situata in piazza del Collegio Romano.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La Casa di Santa Marta[1] venne fondata da Ignazio di Loyola nel 1543 per accogliere le “malmaritate”, ovvero “le donne coniugate in peccato pubblico senza timor d'Iddio et senza vergogna delli uomini” che volessero riabilitarsi[2]. In tal guisa, si anticipò l'effetto di quelle cha sarebbero poi diventate le disposizioni sul trattamento delle ex prostitute, dettate nel Concilio di Trento[3].

Poco a poco, dopo la morte del santo, la casa divenne un convento.

Nel 1560 il convento e la chiesa passarono alle monache agostiniane. La chiesa fu più tardi rinnovata dal cardinale Borromeo, e poi nel 1673 da Eleonora Boncompagni, religiosa del monastero. Il tempio fu solennemente consacrato nel 1696, dopo una ristrutturazione che vide all'opera Carlo Fontana.

Durante le invasioni napoleoniche la chiesa divenne loggia massonica, poi fu trasformata nel 1870 in magazzino militare.

Nel 1872 monastero e chiesa furono confiscati dallo Stato Italiano. Il monastero è ora sede del I Distretto di Polizia della città, mentre la chiesa, che con una forte campagna di stampa fu salvata negli Anni Sessanta dalla trasformazione in palestra, è ora sede di conferenze, convegni, mostre e concerti; è proprietà del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

La semplice facciata della chiesa è composta da un ordine inferiore, dove si trova il portale, e da uno superiore, dove ci sono tre finestroni rettangolari, con timpano triangolare, al centro del quale si trova un affresco seicentesco. L'interno a navata unica con abside semicircolare e cappelle laterali quadrate, è ricco di stucchi e di colonne corinzie in marmo rosso. La volta è occupata da un affresco del Baciccio. Nella chiesa attualmente non vi è alcun organo a canne; l'ultimo strumento fu probabilmente un organo positivo costruito nel 1716 da Filippo Testa e successivamente trasferito dapprima presso la chiesa di Santa Prisca, poi presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ PETER RIETBERGEN, Power and Religion in Baroque Rome: Barberini Cultural Policies, Brill (2006), p. 85, spiega che all'epoca si considerava erroneamente che Maria Maddalena e Maria di Betania (la sorella di Santa Marta) fossero la medesima persona, per cui nella chiesa si collocava la statua di Santa Marta dinanzi a quella di Santa Maria Maddalena.
  2. ^ O anche solo uscire di galera, come era stato consentito ad una prostituta che era stata accusata di frequentare un convertito ebreo rifugiatosi nella vicina casa catecumenale dei gesuiti: al matrimonio tra i due presenziarono Margherita d'Austria ("who gave her soul to the project": così Robert Aleksander Maryks, The Jesuit Order as a Synagogue of Jews, Brill (2010), p. 61), i cardinali di Santiago e di Burgos, gli ambasciatori dell'imperatore Carlo V e del Portogallo, nonché molti vescovi e nobili.
  3. ^ S. Cohen, Convertite e malmaritate: donne "irregolari" ed ordini religiosi nella Firenze rinascimentale, Memoria: rivista di storia delle donne, 5 (1982), pp. 23-65; L. Ferrante, "Malmaritate"; tra assistenza e punizione (Bologna sec. xvi-xviii), in M. Fanti, ed., Forme e soggetti dell'intervento assistenziale in una città di antico regime (Bologna, 1986); L. Ferrante, Honor regained: women in the Casa del Soccorso di San Paolo in sixteenth-century Bologna, in E. Muir eG. Ruggiero eds., Sex and gender in historical perspective (Baltimore, MD, 1990); J. M. Ferraro, The power to decide: battered wives in early modern Venice, Renaissance Quarterly, 48 (1995), pp. 492-512; D. Maldini, Donne sole, "figlie raminghe", "convertite", e "forzate": aspetti assistenziali nella Torino di fine settecento, II Risorgimento, 33, pp. 115-38.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]