Chiesa di Santa Maria in Pertica

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Chiesa di Santa Maria alle Pertiche
Stato Italia Italia
Regione Lombardia Lombardia
Località Pavia
Religione cattolica
Titolare santa Maria
Diocesi Diocesi di Pavia

La chiesa di Santa Maria alle Pertiche (Sancta Maria ad Perticas) era una chiesa di Pavia, fondata dai Longobardi nel VII secolo e ora distrutta. È nota solo attraverso scavi, ricostruzioni e da alcuni disegni[1]; tra questi, uno schizzo della pianta di Leonardo da Vinci[2] e una dettagliata incisione settecentesca[3].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la storico longobardo Paolo Diacono la chiesa è stata fondata nel 677, fuori dalle mura della città, quando Pavia era la capitale del Regno longobardo, dalla regina Rodelinda[4], moglie di Pertarito re dei Longobardi (672-688). Era una delle architetture più interessanti della città.

Presso la chiesa avvennero anche incoronazioni regie, come quella di Ildebrando nel 735[5]. La chiesa sorgeva nel luogo di un antico sepolcreto longobardo caratterizzato dalla presenza di perticae, aste sormontate da immagini di uccelli di origine pagana, esempio quindi di sincretismo o sintesi religiosa attraverso il riutilizzo in chiave cristiana di un luogo sacro pagano[6].

L'edificio fu demolito definitivamente nel 1813. Due colonne della chiesa sono state trasportate nel Museo Civico di Pavia, altre due colonne sono invece state utilizzate come abbellimento per Porta Milano sempre a Pavia.

Della chiesa rimangono alcuni resti nell'interno dell'edificio di Via Santa Maria delle Pertiche al numero 3: rimane il chiostro quattrocentesco che era annesso alla chiesa e dei resti di colonne in marmo complete di capitelli. Altre tracce sono presenti nelle abitazioni civili costruite sul sito della chiesa dopo la sua demolizione.

Architettura[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa aveva una pianta circolare con un deambulatorio che formava un anello delimitato da sei colonne. Il corpo centrale, a differenza delle basiliche a pianta circolare di Bisanzio o di Ravenna (per esempio, San Vitale), era estremamente slanciato. Pare che la chiesa fece da modello per architetture successiva come la Cappella Palatina di Aquisgrana o la chiesa di Santa Sofia a Benevento[1].

L'incisione settecentesca, realizzata dall'architetto Veneroni su incarico del marchese Pio Bellisoni, «ci dà un'idea del monumento e degli edifici annessi nel 1772, cioè poco prima della distruzione, ma ce lo presenta profondamente trasformato con un'altissima cupola sostenuta da sei colonne, una specie di ambulacro, un grande presbiterio, ed un lungo corridoio d'ingresso senza ornamenti di sorta»[3].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Pierluigi De Vecchi-Elda Cerchiari, I Longobardi in Italia, p. 309.
  2. ^ Cod. B, f. 55 r; cfr. Lida Capo, Commento a Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, p. 554.
  3. ^ a b Paolo Verzone, Architettura longobarda a Spoleto e a Pavia.
  4. ^ Paolo Diacono, Historia Langobardorum, V, 34; cfr. Jörg Jarnut, Storia dei Longobardi, p. 66.
  5. ^ Paolo Diacono, V, 55.
  6. ^ Sergio Rovagnati, I Longobardi, p. 103.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie[modifica | modifica wikitesto]

Letteratura storiografica[modifica | modifica wikitesto]

  • Lidia Capo, Commento, in Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, Milano, Lorenzo Valla/Mondadori, 1992, ISBN 88-04-33010-4.
  • Pierluigi De Vecchi, Elda Cerchiari, I Longobardi in Italia, in L'arte nel tempo, Milano, Bompiani, 1991, Vol. 1, tomo II, pp. 305-317., ISBN 88-450-4219-7.
  • Jörg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002, ISBN 88-464-4085-4.
  • Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003, ISBN 88-7273-484-3.
  • Paolo Verzone, Architettura longobarda a Spoleto e a Pavia, in Atti del IV Congresso internazionale di studi sull'Alto Medioevo, Pavia, 10-14 settembre 1967.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]