Chiesa di Santa Maria in Cosmedin (Napoli)

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Chiesa di Santa Maria in Cosmedin
PortaNova.jpg
Facciata in cattivo stato di conservazione
StatoItalia Italia
RegioneRegione-Campania-Stemma.svg Campania
LocalitàCoA Città di Napoli.svg Napoli
ReligioneCristiana cattolica di rito romano
TitolareMaria
Arcidiocesi Napoli
Inizio costruzioneVIII-IX secolo

Coordinate: 40°50′48.45″N 14°15′34.34″E / 40.846792°N 14.25954°E40.846792; 14.25954

La chiesa di Santa Maria in Cosmedin o Santa Maria di Portanova è un'antica chiesa di Napoli ubicata in piazza Portanova, nei pressi di corso Umberto I. Secondo una leggenda venne fondata dall'Imperatore Costantino I.

Storia e descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Tra le più antiche della città come fondazione, essendo una delle sette diaconie cittadine (istituzioni assistenziali in cui si celebrava l'antico rito greco), si hanno notizie più sicure circa la presenza della chiesa nel IX secolo, con il nome di Santa Maria in Cosmedin e, in quest'epoca, vi avvenne la traslazione delle spoglie del vescovo Eustasio.

Il nome si fa derivare, come per l'omonima chiesa di Roma, dal termine greco kosmidion, cioè ornamento.

Dal 1678 fu rettore della chiesa Biagio Gambaro, nominato vescovo di Telese o Cerreto nel 1693.[1]

Oggi non resta praticamente più nulla a testimoniare il primo impianto del tempio, a causa dei restauri e dei rifacimenti avvenuti nel corso dei secoli, in particolare quello del 1631 (interno) e quello del 1706 (facciata).

Modifiche architettoniche notevoli furono portate avanti anche nel XX secolo durante il periodo del cosiddetto Risanamento, allorquando vi fu l'estirpazione della scala prospiciente la facciata per portare la chiesa al livello del piano stradale e un netto taglio del lato sinistro dell'edificio, che portò alla quasi totale rimozioni delle decorazioni barocche.

Ciò nonostante la chiesa ha mantenuto elementi propriamente barocchi ma, malgrado sia una delle più antiche di Napoli, è chiusa da oltre un secolo e versa in grave stato di degrado. Nel corso del tempo è stata oggetto di alcuni saccheggi: nel corso del 2011 è stato trafugato l'altare e una vasca sacra d'epoca romana.[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giovanni Rossi, Catalogo de' Vescovi di Telese, Napoli, Stamperia della Società Tipografica, 1827, p. 180.
  2. ^ Napoli, predoni d'arte in chiesa, rubato anche l'altare, su www.eosarte.eu

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Vincenzo Regina, Le chiese di Napoli. Viaggio indimenticabile attraverso la storia artistica, architettonica, letteraria, civile e spirituale della Napoli sacra, Newton e Compton editore, Napoli 2004.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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