Chiesa di Santa Maria Nova (Vicenza)

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Chiesa di Santa Maria Nova
S Maria Nuova (Vicenza) 20081204-1 retouched.jpg
Facciata della chiesa di Santa Maria Nova a Vicenza
StatoItalia Italia
RegioneVeneto Veneto
LocalitàVicenza
Religionecattolica
TitolareMaria, madre di Gesù
DiocesiVicenza
ArchitettoAndrea Palladio
Stile architettonicorinascimentale, palladiano
Inizio costruzione1588
Completamento1590

Coordinate: 45°32′53.93″N 11°32′15.02″E / 45.548314°N 11.537505°E45.548314; 11.537505

Santa Maria Nova è una ex chiesa conventuale di Vicenza della fine del Cinquecento attribuita all'architetto Andrea Palladio, che l'avrebbe progettata intorno al 1578 senza riuscire a vederla realizzata.

Rappresenta l'unica architettura religiosa progettata da Palladio e costruita a Vicenza, dove per il resto si limitò a interventi su parti degli edifici sacri, come la cappella Valmarana, un portale e la cupola della cattedrale e, forse, il portale della chiesa di Santa Maria dei Servi. È inserita dal 1994 nell'elenco dei 23 monumenti palladiani della città facenti parte dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.[1]

Il nome della chiesa - come quello di tante altre esistenti nella città di Vicenza[2], a partire, sia in ordine cronologico che d'importanza, dalla chiesa cattedrale, evidente dimostrazione della grande devozione che i vicentini di ogni tempo ebbero verso la Madonna - deriva o dal fatto di essere, nel tempo in cui venne costruita, l'ultima in ordine di successione, o per trovarsi essa nel borgo di Porta Nova.

La chiesa, sconsacrata nel XIX secolo, non è visitabile ed è utilizzata dal comune come deposito di libri[3].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Circa la sua origine narra il Barbarano[4] che "nell'anno 1538, alli 23 di luglio con la debita licenza uscirono dal Monistero di Sant'Antonio di Schio quattro monache, cioè Suor Lodovica Trenta, Suor Angelica e Suor Benvenuta sorelle della famiglia Lanzè, con Suor Domicilia Manfroni. Queste, venute a Vicenza, comperarono alli X ottobre con l'aiuto di D. Agostino Branzo terreno bastevole per fabbricare una Chiesa e Monistero nella contrada di Bello nel Borgo di Porta Nova".[5]

Il convento, costruito a partire dal 1539, divenne fra i più importanti della città e accolse come monache agostiniane numerose figlie delle famiglie aristocratiche vicentine: Valmarana, Piovene, Angarano, Revese, Garzadori, Monza.

Nel 1578 il nobile vicentino Lodovico Trento destinò una forte somma di denaro per il rifacimento della chiesetta primitiva annessa al convento. La chiesa fu completata soltanto nell'anno 1594 e consacrata nel 1616, in onore dell'Annunciazione di Maria, da Raffaello, Vescovo di Zante e Cefalonia, che reggeva allora la Chiesa vicentina per conto del vescovo Giovanni Delfino, cardinale.

Progetto di Palladio[modifica | modifica wikitesto]

Sezione da Ottavio Bertotti Scamozzi, 1776
Pianta da Ottavio Bertotti Scamozzi, 1776

Aggiunge lo stesso Francesco Barbarano che "per essere moderna, questa chiesa si rende molto riguardevole". Nonostante non vi sia alcun documento che attesti la paternità palladiana della chiesa, né si siano conservati disegni autografi, appare molto probabile che la chiesa sia frutto di un progetto palladiano steso intorno al 1578 e realizzato (dopo la morte di Palladio avvenuta nel 1580) ad opera del capomastro Domenico Groppino, il cui nome appare invece nelle carte. Del resto, nel 1583 Montano Barbarano — il committente del palladiano palazzo Barbaran da Porto di contra' Porti — destinava una notevole somma di denaro alla costruzione della chiesa di questo monastero che accoglieva le sue due figlie, e Domenico Groppino risulta essere il costruttore di fiducia di Montano. È l'evidenza dell'architettura della chiesa a escludere che il Groppino, un semplice capomastro, possa esserne l'ideatore.[6]

Vicende successive[modifica | modifica wikitesto]

Le monache agostiniane gestivano un educandato per nobili giovani vicentine che durò fino al 1797 quando, con l'arrivo dei francesi, le religiose furono costrette a evacuare il convento. In seguito alla soppressione determinata dai decreti napoleonici del 1806 e 1810, chiesa e convento divennero patrimonio demaniale e adibiti di volta in volta a caserma e magazzino e infine acquistati dal Comune.

Questo, mediante permuta con il palazzo Cordellina di contrà Riale, cedette tutto il corpo della fabbrica alla Fondazione Cordellina, la quale, dopo i necessari adattamenti, nell'ottobre del 1927 vi trasferì da contrà San Marcello l'omonimo collegio-convitto comunale. Ma ben poco durò questa istituzione, perché la migliorata nuova sede e l'antica fama di Convitto modello non impedirono la sua rapida decadenza, soprattutto da quando si vollero imporre nuovi metodi educativi e furono chiamati alla direzione nuovi preposti: il collegio cessò di funzionare nel 1929 e l'edificio venne adibito dapprima ad usi militari e dopo l'ultima guerra mondiale a Centro dei profughi giuliano-dalmati, fino agli anni sessanta[5].

Per la chiesa, ridotta a magazzino, non vi sono progetti di riapertura.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Dettaglio del timpano della facciata

La facciata è di una classica e monumentale correttezza: quattro colonne poggianti su di un alto zoccolo reggono la trabeazione e il timpano triangolare che ha un foro circolare al centro: un finestrone, ora accecato, era aperto sopra la porta e dava luce al coretto: due nicchie poco profonde con sovrapposte due finestre pure cieche sagomano gli spazi vuoti degli intercolunni[5].

La chiesa è ad aula unica, presentata come la cella di un tempio antico, interamente fasciata da semicolonne corinzie su basamenti: qualcosa di molto vicino a un tempio romano di Nîmes, disegnato da Palladio nei Quattro Libri dell'Architettura. La forza e la libertà inventiva dell'interno e anche della facciata difficilmente possono prescindere dal nome di Andrea Palladio, se non altro perché un semplice imitatore avrebbe usato un registro più convenzionale: caso mai sono da ascrivere al Groppino alcuni errori e incertezze di esecuzione.[6]

Decorazione[modifica | modifica wikitesto]

L'interno nulla conserva della fastosità di un tempo, quando i suoi cinque altari si fregiavano di pregevoli dipinti; pur nel suo attuale stato di abbandono presenta ancora un senso di distinzione e di singolarità, con le pareti decorate a stucchi e il soffitto ducale a cassettoni, da cui però sono scomparsi i dipinti che vi erano inquadrati[5].

L'interno della chiesa era decorato, sia alle pareti laterali sia nei lacunari del soffitto, con le tele dei maggiori artisti operanti a Vicenza nel Cinquecento e Seicento, come Francesco Maffei, i Maganza (i collaboratori di Alessandro Maganza)[7], Andrea Vicentino, Palma il Giovane, Giulio Carpioni. Nella parete di sinistra, partendo dall'ingresso, erano collocati La Pentecoste, Gesù che disputa tra i dottori, La presentazione di Gesù al Tempio, L'adorazione dei pastori e La visitazione di Maria a Elisabetta. A destra, dalla facciata verso l'altare maggiore, La resurrezione di Cristo, La crocefissione, L'andata al Calvario e in pendant, La circoncisione, La flagellazione di Cristo e L'orazione nell'orto.[8]

Le opere d'arte furono disperse dopo che la chiesa fu sconsacrata agli inizi dell'Ottocento. Di esse sopravvivono le tre grandi pale inserite in origine nella parete di fondo della chiesa: L'annunciazione di Palma il Giovane, oggi collocata nella Chiesa della Madonna dell'Orto a Venezia, L'incoronazione di spine di Alessandro Maganza, data in deposito dalle Galleria dell'Accademia di Venezia alla chiesa parrocchiale di Sossano, e Dio tra gli angeli con in basso San Francesco e Sant'Agostino e un donatore, di Andrea Vicentino, conservata nelle Gallerie dell'Accademia. Presso la Pinacoteca civica di Vicenza è inoltre conservato il dipinto Gesù che consegna le chiavi a Pietro di Francesco Maffei.[9]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Forum Center - Comune Di Vicenza - Vicenza Città Unesco Archiviato il 24 giugno 2016 in Internet Archive.
  2. ^ V. Edifici religiosi di Vicenza. Fra grandi e piccole il Barbarano nella sua Historia Ecclesiastica ne enumera ben 29, tutte al suo tempo esistenti
  3. ^ La Domenica di Vicenza - Settimanale di Politica e Attualità - Quel Palladio ancora chiuso
  4. ^ In Historia Ecclesiastica, Libro V, p. 394
  5. ^ a b c d Giarolli, 1955,  pp. 456-57
  6. ^ a b Chiesa di Santa Maria Nova (Vicenza), in Mediateca Palladio, CISA - Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio.
  7. ^ Le tele dei Maganza, su vicenza.com, 14 febbraio 2003. URL consultato il 29-08-09 (archiviato dall'url originale il 3 dicembre 2008).
  8. ^ Pinacoteca: i dipinti dei Maganza nella Chiesa di Santa Maria Nova, su Opera Pia Cordellina. URL consultato il 20 febbraio 2014.
  9. ^ Alberto Cerioni, Santa Maria Nova, un gioiello nascosto, su La Nuova Vicenza Giornale online, 1º agosto 2013. URL consultato il 20 febbraio 2014.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]