Chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta

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Chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta
Chiesapietrasanta napoli.jpg
La cupola, le volte estradossate del transetto dal fianco sinistro e il campanile romanico
StatoItalia Italia
LocalitàNapoli
Religionecattolica
Arcidiocesi Napoli
ArchitettoCosimo Fanzago
Stile architettonicobarocco
Inizio costruzione1653
Completamento1678

Coordinate: 40°51′01.34″N 14°15′15.66″E / 40.850371°N 14.25435°E40.850371; 14.25435

Facciata
La chiesa negli anni '20: sono visibili il frontone, demolito in seguito a bombardamenti della seconda guerra mondiale che ne avevano compromesso la stabilità, e una costruzione addossata al campanile, abbattuta negli anni '70

La chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta è una chiesa basilicale del centro storico di Napoli; è tra le più interessanti dal punto di vista storico ed artistico e fu la prima chiesa della città ad essere dedicata alla Vergine. Sorge dinanzi alla cappella dei Pontano e alla chiesa dell'Arciconfraternita del Cappuccio alla Pietrasanta.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'edificio sorse nel VI secolo come basilica paleocristiana su una struttura di epoca romana, probabilmente un tempio dedicato a Diana; la chiesa attuale fu eretta tra 1653 e il 1678 su progetto di Cosimo Fanzago che la riedificò in chiave barocca. Notevole è la facciata il cui frontone è stato rimosso in seguito alla seconda guerra mondiale. Essa presenta un portale realizzato da Pietro Sanbarberio nel 1675.

Ulteriori restauri furono compiuti tra il XVIII ed il XIX secolo; inoltre, nel 1803 il complesso conventuale venne adibito a caserma dei pompieri. I bombardamenti della seconda guerra mondiale colpirono gravemente la struttura religiosa ed il restauro fu portato a termine nel 1976. La chiesa è rimasta chiusa per decenni; ad oggi risulta riaperta ed è visitabile, ma svolge la funzione di auditorium.[1]

Venne chiamata "della Pietrasanta" perché all'interno veniva custodita una pietra che, quando la si baciava procurava l'indulgenza. La tradizione vuole che vi sia stato sepolto papa Evaristo.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Campanile[modifica | modifica wikitesto]

Il campanile, in laterizio, è in stile romanico e risale all'XI secolo; si tratta di una delle più antiche torri campanarie d'Italia e conserva numerosi elementi architettonici e iscrizioni di epoca romana, in marmo, rilavorati e riutilizzati come blocchi da costruzione, in particolare alla base della struttura. Tale particolarità è dovuta al fatto che nello stesso luogo sorgeva in epoca Romana un grande tempio romano dedicato alla Dea Diana[2]. Sul lato della base che affaccia sul Decumano Maggiore è possibile notare un blocco di marmo intarsiato e un'ara, entrambi di epoca romana.

Esterno[modifica | modifica wikitesto]

La facciata della chiesa è addossata ad un corpo laterale composto dalla Cappella Pontano e dalla settecentesca Cappella del Salvatore. Il prospetto della chiesa si eleva su due ordini collegati da volute in pietra stuccata: il primo ionico ed il secondo corinzio oggi non più visibile a seguito del crollo del timpano superiore, terminando così le lesene con il collo del capitello. La parte inferiore presenta una rampa d'accesso che conduce al maestoso portale in marmo bianco, incassonato in un arco cieco, realizzato dallo scappellino Pietro Sanbarberio.

I laterali della chiesa sono a vista, infatti si notano le volte estradossate del transetto, mentre ai lati dell'intersezione fra i bracci si sviluppano le cappelle; le finestre sono a nudo e inclinate rispetto all'asse orizzontale.

Interno[modifica | modifica wikitesto]

L'interno, a pianta combinata che pone particolare attenzione sulla spazialità creata dal gioco delle volte a calotta e cupole, presenta una decorazione in stucco con ordine gigante di lesene corinzie. La pavimentazione in maiolica risale al XVIII secolo e fu realizzata da Giuseppe Massa. In una cappella furono collocate sculture di Matteo Bottiglieri.

Nella cripta vi sono i resti dell'antica basilica paleocristiana e si conservano i frammenti di un antico mosaico di epoca romana. Nel 2011 gli speologi hanno rinvenuto nel sottosuolo della chiesa dei simboli templari.[3] I simboli, ricercati da sempre dagli archeologici e speleologi napoletani, sono stati infissi nell'acquedotto sottostante la struttura in oggetto.

In realtà le suddette incisioni cruciformi ritrovate sulle pareti del Formale di via Tribunali sono ascrivibili a quei segni realizzati nella gran parte dei cunicoli, delle cisterne e delle cave presenti in tutta la città di Napoli. Perlopiù sono rappresentazioni devozionali (da annoverare anche gli altarini tufacei) che cavatori e pozzari nei secoli hanno inciso nella pietra come simboli protettori.[4][5] La notizia riportata a quel tempo da Il Mattino è priva di qualsiasi fondamento storico-scientifico.

Durante gli ultimi restauri, è stato rinvenuto il feretro del celebre scienziato teanese Stefano Delle Chiaie. Venne qui deposto per volere dell'accademia nel 1860.[6]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Pietrasanta Polo Culturale, su polopietrasanta.it. URL consultato il 21 luglio 2015 (archiviato dall'url originale il 4 marzo 2016).
  2. ^ Gennaro de Crescenzo, Napoli, storia di una città, Phoebus Edizioni.
  3. ^ ilmattino.it
  4. ^ NapoliUnderground, su napoliunderground.org. URL consultato il 1º dicembre 2013 (archiviato dall'url originale il 3 dicembre 2013).
  5. ^ NapoliUnderground Archiviato il 13 novembre 2013 in Internet Archive.
  6. ^ Treccani.it. URL consultato il 14 gennaio 2012.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Gennaro de Crescenzo, Napoli, storia di una città, Phoebus Edizioni, Napoli 2009. ISBN 978-88-86816-41-0
  • Vincenzo Regina, Le chiese di Napoli. Viaggio indimenticabile attraverso la storia artistica, architettonica, letteraria, civile e spirituale della Napoli sacra, Newton e Compton editore, Napoli 2004.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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