Chiesa di Santa Caterina d'Alessandria (Gaeta)

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Chiesa di Santa Caterina d'Alessandria
Gaeta, chiesa di Santa Caterina d'Alessandria - Esterno.jpg
Esterno
StatoItalia Italia
RegioneLazio
LocalitàGaeta
Indirizzovia Pio IX, 41
ReligioneCristiana cattolica di rito romano
TitolareCaterina d'Alessandria
Arcidiocesi Gaeta
Stile architettonicogotico (struttura)
neoclassico (decorazioni)
Inizio costruzioneXIV secolo
Completamento1855

Coordinate: 41°12′29.88″N 13°35′22.99″E / 41.2083°N 13.58972°E41.2083; 13.58972

La chiesa di Santa Caterina d'Alessandria è un edificio del centro storico di Gaeta, situato in via Pio IX.[1]

La chiesa, chiusa al culto dal 1989 e in stato di abbandono, ma non sconsacrata, si trova all'interno del territorio della parrocchia che insiste sulla cattedrale dei Santi Erasmo e Marciano e di Santa Maria Assunta.[2]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La prima notizia riguardante un monastero femminile dedicato a santa Caterina d'Alessandria è riportata nella "Platea del Venerabile Monastero" del 1748, dove, appunto, sin dall'XI secolo il monastero fece compere di mulini, terreni, stabili. Il monastero, quasi certamente di regola benedettina sin dalle origini, era contiguo a un altro monastero femminile benedettino denominato San Chirico o Quirico, preesistente al 1024. Non è chiaro se i monasteri fossero in origine uniti o se siano sempre stati distinti, seppur in qualche modo interdipendenti.[3]

Una data fondamentale per il monastero fu il 1451, anno in cui ci fu il trasferimento delle monache benedettine dei vicini monasteri di San Quirico e Santa Maria della Maina, che si convertirono alla regola cistercense unendosi alle monache di Santa Caterina. L'avvenimento è riportato ella Bolla di papa Nicolò V del 25 aprile 1451.[4][5]

Nel 1673 in seguito al ritrovamento dei resti mortali di san Montano all'interno di un muro del monastero di San Quirico, quest'ultimo cambiò nome in San Montano e le monache abbracciarono la regola del Terz'Ordine di San Francesco; le ossa del santo vennero deposte «in un locale da adibirsi a chiesa». Già nel 1702 San Montano fu dichiarato patrono secondario della città, e nel 1711 ne venne approvato l'ufficio proprio. Agli inizi del XVIII secolo, per volere del vescovo Torres, agli inizi del la chiesa di Santa Caterina fu oggetto di un radicale intervento di restauro in stile barocco sotto la supervisione di Domenico Antonio Vaccaro; vennero realizzati da quest'ultimo tre altari in marmi policromi (altare maggiore con Sacra Conversazione di Santillo Sannini, e due altari laterali gemelli, dedicati a santa Caterina d'Alessandria e a san Bernardo),[6] che furono dedicati dallo stesso vescovo de Torres nel 1715; la chiesa, invece, lo fu soltanto nel 1781 per opera del vescovo Carlo Pergamo.

Nel 1809 vennero soppressi entrambi i monasteri e la chiesa sconsacrata; il complesso venne convertito in caserme militari. Gli altari vennero rispettivamente trasferiti nella chiesa di San Giacomo Apostolo (quello maggiore) e nella cattedrale (i due laterali).[6]

Nel 1852, Ferdinando II delle Due Sicilie volle che la chiesa di Santa Caterina fosse restituita al culto (mentre il convento rimase caserma militare); la direzione dei lavori venne affidata a Federico Travaglini che donò all'esterno una sobria veste neoclassica, mentre internamente ricolorò le pareti di rosa. L'edificio venne riaperto al culto nel 1856 e dedicato a santa Caterina d'Alessandria.[7]

Durante la seconda guerra mondiale, il 3 novembre 1943, le truppe tedesche fecero saltare con delle mine l'antico faro annesso al convento; questo era stato costruito nel 1255 e successivamente più volte restaurato.[8] La chiesa, officiata regolarmente fino al 1945 e poi saltuariamente fino al 1989, è chiusa al culto ed è in stato di abbandono.[9]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Il portale, con stipiti marmorei del XIV secolo finemente scolpiti.

La chiesa è preceduta da una piccola piazza sulla quale prospettano la facciata, il basso campanile alla sua destra e, ad essi perpendicolare, l'ingresso dell'ex convento. L'esterno dell'edificio ha acquistato l'attuale conformazione in seguito ai restauri del 2010 circa, durante i quali sono state rimosse le semplici decorazioni neoclassiche (prevalentemente cornicioni) ed è stato riportato alla luce il paramento murario in pietre. Il prospetto è a capanna; nella parte inferiore si apre l'unico portale, del XIV secolo e successivamente rimaneggiato, lungo la cui cornice marmorea corre una decorazione a rilievo.[10]

L'interno della chiesa rispecchia la struttura originaria trecentesca, con un'unica navata di quattro campate coperta con volta a crociera, con abside (in origine l'ambiente era affrescato).[1] La decorazione barocca in stucco delle pareti e della volta, che sittolinea la sottostante struttura gotica, risale ai restauri degli inizi del XVIII secolo diretti da Domenico Antonio Vaccaro, e presenta analogie con quella del Santuario della Santissima Annunziata in Gaeta, realizzata nel secolo precedente su progetto di Dionisio Lazzari.[6] Agli interventi condotti su progetto di Federico Travaglini nel 1852-1855, si devono la colorazione rosacea delle pareti, l'ampia cantoria (che occupa le prime due campate e dove, un tempo, si trovava un organo a canne)[11] e i tre altari marmorei, dei quali il maggiore addossato alla parete di fondo dell'abside. Per essi, nel 1856, vennero realizzate altrettante pale: il Martirio di santa Caterina di Gaetano Forte per l'altare principale (attualmente nella cattedrale); San Francesco di Paola di Giovanni Salomone e la Madonna del Buon Consiglio di Luigi Stanziani per i due laterali. I dipinti attualmente si trovano presso il Museo diocesano. Al di sopra dell'arco absidale, vi era il quadro Purità di Tommaso De Vivo (1853, andato perduto).[12]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Chiesa S. Caterina, su prolocogaeta.it. URL consultato il 10 luglio 2015.
  2. ^ Arcidiocesi di Gaeta (a cura di), p. 51.
  3. ^ A. D'Andria, p. 45.
  4. ^ O. Gaetani d'Aragona, p. 134.
  5. ^ A. D'Andria, p. 46.
  6. ^ a b c G. Fronzuto, p. 120.
  7. ^ G. Fronzuto, p. 121.
  8. ^ Gaeta 3 novembre 1943: distruzione del faro di S. Caterina, su farodihan.it. URL consultato il 10 luglio 2015.
  9. ^ Gaeta, oltre il lungomare: dalle rade del Golfo alle falesie sul Tirreno (PDF), su disugis.units.it. URL consultato il 10 luglio 2015 (archiviato dall'url originale l'11 luglio 2015).
  10. ^ G. Fronzuto, pp. 121-122.
  11. ^ G. Fiengo, p. 86.
  12. ^ G. Fronzuto, p. 122.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Onorato Gaetani d'Aragona, Memorie storiche della città di Gaeta, 2ª ed., Caserta, Stabilimento tipo-litografico della Minerva, 1885, ISBN non esistente.
  • Giuseppe Fiengo, Gaeta: monumenti e storia urbanistica, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1971, ISBN non esistente.
  • Giuseppe Allaria, Le chiese di Gaeta, Latina, Ente Provinciale per il Turismo, 1970, ISBN non esistente.
  • Graziano Fronzuto, Monumenti d'arte sacra a Gaeta: storia ed arte dei maggiori edifici religiosi di Gaeta, Gaeta, Edizioni del Comune di Gaeta, 2001.
  • Giampaolo Carlesimo e Veronica Rosella, Chiesa di San Giuda Taddeo, Gaeta, in Daniela Concas, Cesare Crova e Graziella Frezza (a cura di), Le architetture religiose nel golfo di Gaeta, Scauri, Caliman Studio, 2006, pp. 58-61, ISBN 88-900982-1-1, SBN IT\ICCU\VIA\0153367.
  • Assunta D'Andria, Chiesa e Monastero di Santa Caterina, Gaeta, in Daniela Concas, Cesare Crova e Graziella Frezza (a cura di), Le architetture religiose nel golfo di Gaeta, Scauri, Caliman Studio, 2006, pp. 44-51, ISBN 88-900982-1-1, SBN IT\ICCU\VIA\0153367.
  • Gennaro Tallini, Gaeta: una città nella storia, Gaeta, Edizioni del Comune di Gaeta, 2006, ISBN non esistente.
  • Maria Carolina Campone, Architettura sacra alla Corte dei Borbone: il revival gotico della Chiesa di S. Francesco a Gaeta, in Arte Cristiana, Milano, Scuola Beato Angelico, 2009, pp. 134-145, ISSN 0004-3400 (WC · ACNP).
  • Arcidiocesi di Gaeta (a cura di), Annuario Diocesano 2014 (PDF), Fondi, Arti grafiche Kolbe, 2014 (archiviato dall'url originale il 13 marzo 2016).

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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