Chiesa di Sant'Eligio Maggiore

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Chiesa di Sant'Eligio Maggiore
Eligio Maggiore.jpg
Esterno della chiesa da piazza del Mercato
StatoItalia Italia
RegioneRegione-Campania-Stemma.svg Campania
LocalitàCoA Città di Napoli.svg Napoli
Religionecristiana cattolica di rito romano
Arcidiocesi Napoli
Stile architettonicogotico
Inizio costruzione1270

Coordinate: 40°50′48.32″N 14°15′52.13″E / 40.846755°N 14.26448°E40.846755; 14.26448

La chiesa di Sant'Eligio Maggiore è un edificio di culto di Napoli edificato in epoca angioina ed ubicato nel centro storico della città, a ridosso della zona del mercato.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Interno verso la controfacciata
Particolare di un affresco

La costruzione della chiesa, la più antica di epoca angioina della città, in stile gotico, risale all'anno 1270.

Fu edificata nella zona chiamata Campo Moricino, nei pressi del luogo dove era stato decapitato solo pochi anni prima Corradino di Svevia per opera di tre cavalieri francesi al seguito di Carlo I d'Angiò, sovrano di Napoli e inizialmente fu dedicata ai santi Eligio, Dionisio e Martino.

La chiesa fu affiancata da un ospedale e l'intero complesso godette della protezione e dei privilegi reali, prima sotto Giovanna I d'Angiò e, successivamente, sotto Giovanna II d'Angiò ed Alfonso I d'Aragona.

Nella prima metà del XVI secolo, il viceré spagnolo Don Pedro de Toledo vi fondò l'Educandato femminile, chiamato conservatorio per le vergini, dove le fanciulle erano istruite al servizio infermieristico presso l'annesso ospedale (restaurato tra il 1770 e il 1780 dagli ingegneri Bartolomeo Vecchione e Ignazio di Nardo, che ne progettò la facciata neoclassica su piazza Mercato). Sul finire del XVI secolo alle attività benefiche dell'educandato e dell'ospedale si aggiunse l'attività di banco pubblico.[1]

A questo periodo risalgono i primi interventi sull'edificio di culto con il rifacimento del soffitto operato da Niccolò di Tommaso da Squillace su disegno di Giuliano da Maiano, il posizionamento dell'organo realizzato da Giovanni Francesco Donadio e da Giovanni Mattia nel 1505 e l'inizio della costruzione della cappella dedicata a Sant'Angelo con dipinti di Giovan Paolo de Lupo e Giovanni Antonio Endecenel 1531.

Nel 1836 l'architetto Orazio Angelini trasformò il pregevole soffitto quattrocentesco.

Il complesso monumentale fu colpito e gravemente danneggiato da un violento bombardamento nel 4 marzo 1943 e, alcuni decenni dopo, un imponente restauro riportò il tempio alla primitiva linea gotica, liberandolo degli stucchi apposti nei secoli.

Struttura e opere[modifica | modifica wikitesto]

Madonna con Bambino e san Mauro Abate, Francesco Solimena

L'ingresso della chiesa, attraverso il notevole portale strombato di fattura gotica francese, è dal lato destro, essendo perduto alla sua funzione il portale principale a seguito delle stratificazioni strutturali.

L'interno, ormai restituito all'originaria struttura in muratura di tufo giallo e strati di piperno grigio, è indubbiamente elegante e austero.

Tra le opere d'arte che erano presenti nella chiesa vanno annoverate un dipinto di Massimo Stanzione raffigurante i tre santi francesi già menzionati, un dipinto di Cornelis Smet che rappresenta una copia del Giudizio Universale di Michelangelo[2], ed infine una tela di Francesco Solimena posta nella cappella di San Mauro, ora custodita nel museo civico di Castel Nuovo.

Nell'educandato femminile è inoltre conservata la Madonna della Misericordia dalla faccia tagliata che, secondo la leggenda, avrebbe perso sangue all'altezza di uno sfregio praticato sul volto della Vergine.

L'arco di Sant'Eligio[modifica | modifica wikitesto]

L'arco

Particolare è la leggenda legata all'arco quattrocentesco che si innalza su due piani a collegare il campanile della chiesa con un edificio vicino.

Sul primo piano vi è inserito un orologio, sotto la cui cornice sono rappresentate due testine che raffigurerebbero una giovane fanciulla di nome Irene Malarbi ed il duca Antonello Caracciolo, protagonisti di una leggenda di epoca cinquecentesca narrata anche da Benedetto Croce.

Pare che il Caracciolo, nobiluomo senza scrupoli, innamoratosi della giovane vergine ed impossibilitato dalle resistenze di lei ad averla, fece condannare ingiustamente suo padre chiedendo, in cambio della sua liberazione, la resa della fanciulla ai propositi del duca.

Il padre della sventurata fu effettivamente liberato, ma la famiglia di lei chiese giustizia a Isabella di Trastámara, figlia del sovrano Ferdinando II d'Aragona, ottenendo come condanna lo sposalizio forzato della giovane da parte del Caracciolo e la sua successiva morte per decapitazione.

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ A. Lazzarini, Monti di Pietà e Banchi Pubblici fondati a Napoli tra XVI e XVII secolo, Napoli, 2002, pp. 126-127
  2. ^ http://www.persee.fr/doc/mefr_1123-9891_1991_num_103_2_4172

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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