Chiesa di Sant'Eufemia della Fonte

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Chiesa di Sant'Eufemia della Fonte
BresciaSantEufemiaDellaFonteVisitazioneMariaVergine2.jpg
StatoItalia Italia
RegioneLombardia Lombardia
LocalitàBrescia-Stemma.pngBrescia
ReligioneCristiana cattolica di rito romano
Diocesi Brescia
Inizio costruzioneInizio dell'XI secolo
CompletamentoPrimi anni del Novecento
Sito webwww.parrocchiasanteufemia.it

Coordinate: 45°31′27.06″N 10°16′05.11″E / 45.524182°N 10.268086°E45.524182; 10.268086

La chiesa di Sant'Eufemia della Fonte è la chiesa parrocchiale dell'omonima Sant'Eufemia della Fonte, una zona della città di Brescia. Fondata all'inizio dell'XI secolo, ha avuto una storia lunga e difficile a causa della sua particolare posizione esterna ma vicina alle antica mura cittadine, che ha portato sia la chiesa, sia il monastero annesso ad essere frequentemente occupati o saccheggiati durante gli assedi.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La fondazione di chiesa e monastero è attribuibile al vescovo di Brescia Landolfo II e databile al 1022 circa, comunque all'inizio dell'XI secolo[1]. La prima comunità che lo occupa è quella dei benedettini e Landolfo ne diviene il primo abate, dotandolo inoltre di beni immobili e fondiari di notevole entità, come pure faranno i suoi successori e altri donatori. All'inizio del XII secolo si registrano possedimenti nella zona di Sant'Eufemia, attorno alla città e nei territori est della provincia, ad esempio a Mazzano, Castenedolo e Rezzato.

Nel 1166, durante l'assedio della città da parte di Federico I Barbarossa, il monastero viene occupato e saccheggiato, mandando la comunità benedettina in crisi economica una volta liberata la struttura. Le spese per la riparazione dei danni costringono i monaci a vendite e permute di beni per pagare numerosi titolari di prebende e di uffici vari, ad esempio fattori addetti all'amministrazione dei beni avuti in donazione sparsi per la diocesi. Anche durante l'intero Duecento la situazione non cambia e, anzi, vede il monastero interessato in diverse dispute e contenziosi di carattere economico ma anche giuridico: dai documenti si rileva che, nel corso degli anni, i vari possedimenti fondiari a est della città letteralmente "sfuggono dalle mani" dei benedettini di Sant'Eufemia, passando nelle proprietà di privati o di altre parrocchie nascenti. Si registra dunque in questi anni, incredibilmente presto (siamo alla fine del Duecento), l'inizio del declino del monastero, che proseguirà lento ma incessante fino all'epoca moderna.

Nel Trecento arriva un'altra batosta: Enrico VII di Lussemburgo mette assedio alla città nel 1311, nuovamente occupando il monastero per un lungo periodo. Negli anni successivi, fortunatamente, la vita della parrocchia si rianima un poco grazie alla donazione, da parte di un monaco di Cassino proveniente da Roma e in sosta a Sant'Eufemia, di una reliquia della Vera Croce a sua volta a lui donata da Papa Bonifacio VIII, figura in realtà non molto attendibile in merito. In ogni caso, la reliquia, vera o falsa che fosse, alimenta subito processioni e celebrazioni religiose molto seguite dalla popolazione locale, tradizione giunta fino ai giorni nostri. Nel 1321 l'abate di Sant'Eufemia acquista la domus degli Umiliati a Torrelunga (oggi l'area di Piazzale Arnaldo), intitolata ai Santi Simone e Giuda, per mantenere un recapito in città, seguendo il comportamento di altri monasteri benedettini della diocesi che avevano sede fuori dalle mura urbane: è la classica "mossa fortunata", che salverà la vita stessa della comunità monastica di Sant'Eufemia.

Nel 1438, infatti, Filippo Maria Visconti invia a Brescia un esercito al comando di Nicolò Piccinino con l'obiettivo di riconquistare la città, da pochi anni passata sotto il dominio della Repubblica di Venezia. L'assedio, che dura alcuni anni, si rivela fatale per il monastero di Sant'Eufemia, subito occupato e adibito per mesi a quartier generale e campo trincerato del condottiero, venendo praticamente distrutto dalla soldataglia. Terminato l'assedio, fra l'altro con la fuga di Piccinino a causa della miracolosa apparizione sugli spalti dei Santi Faustino e Giovita, il monastero benedettino viene lasciato in condizioni estremamente precarie, povero e completamente spogliato di ogni bene. Gran parte della comunità si trasferisce dunque nella struttura acquistata un secolo prima a Torrelunga, che viene ampliata e si trasforma in breve in uno dei più importanti monasteri della città. L'autorizzazione alla costruzione di un nuovo monastero risale al 1444 con bolla di Papa Eugenio IV e i lavori hanno inizio nel 1462: daranno alla luce l'odierna chiesa di Sant'Afra. Nel 1457 il monastero di Sant'Eufemia, inteso come entrambe le strutture, viene posto sotto il controllo della congregazione cassinese di Santa Giustina in Padova con bolla di Papa Callisto III. Il vecchio edificio fuori dalle mura, però, si trova ancora in gravi condizioni e, per riparare quanto rimane e ricostruire la chiesa, durante l'ultimo ventennio del Quattrocento riprendono le vendite di altre proprietà fondiarie.

Sono sforzi vani: nel 1512, durante l'assedio dei francesi guidati da Gaston de Foix-Nemours, che si concluderà con un terribile saccheggio della città, chiesa e monastero di Sant'Eufemia della Fonte vengono nuovamente semidistrutti: è la quarta volta dal tempo della loro fondazione. Intorno al 1530 il vecchio monastero, ridotto a poco più di una fattoria con depositi, può dirsi semi-abbandonato. Ai monaci di Sant'Eufemia in città rimane però l'impegno di mantenere almeno un monaco o un sacerdote quale parroco per la cura d'anime a Sant'Eufemia della Fonte. L'impegno, da quanto risulta nei documenti, appare ben poco gradito agli incaricati: dal 1494, dunque ancor prima che il monastero subisse l'ennesima occupazione, fino al 1770 si possono contare ben ventotto parroci contro ai nove sacerdoti che invece ressero, nello stesso periodo, il monastero cittadino. Nel 1576, addirittura, si registra un'accesa protesta della popolazione per le frequenti assenze del parroco benedettino don Agostino Gelmi de Salis.

Il 7 marzo 1580 San Carlo Borromeo, in visita alla città per giudicare l'organizzazione degli edifici religiosi, visita anche la chiesa di Sant'Eufemia della Fonte: negli atti della visita viene denunciato che il battistero è collocato in posto incongruo e che gli altari di Santa Caterina d'Alessandria e di San Rocco sono da rimodernare. San Carlo annota anche che è presente un cimitero cintato a fianco alla chiesa e che canonica e sacrestia sono annesse alla chiesa, come ancora oggi. Il santo ordina poi che la reliquia della Santa Croce venga esposta solo in circostanze eccezionali. Nel 1597, inoltre, la chiesa riceve la visita del vescovo Marino Giovanni Giorgi, il quale ordina che la chiesa venga ampliata a ovest, ma non è chiaro se l'intervento sia stato applicato o no. Alla successiva visita, registrata nel 1601, il Giorgi constata come i precedenti decreti di San Carlo Borromeo non abbiano ancora avuto piena attuazione e concede un curato in aiuto al parroco, ordinando ai benedettini di Sant'Eufemia in città di provvedere ad ampliare ed abbellire la chiesa da loro "dimenticata". Curiosamente, ordina anche l'allungamento della veste di San Cristoforo nell'affresco del Quattrocento sulla base del campanile[1].

La vita della comunità, di ormai comunque scarno numero, procede finalmente tranquilla per tutto il Seicento e per i primi anni del Settecento. Fra il 1724 e il 1781, dopo aver ricevuto varie visite dai vescovi cittadini, vengono attuati i lavori di restauro di gusto barocco che conferiscono alla chiesa l'attuale aspetto, dotandola di artistici altari intarsiati con marmi preziosi e della scenografica ancona del presbiterio, con un'arca alla base dove viene traslata nel 1787 la preziosa reliquia della Santa Croce, prima custodita in un altro altare. Vengono inoltre realizzati i quadri degli altari della fiancata destra, e la Deposizione di Pietro Avogadro, firmata sul retro e datata 1707, sul primo altare della fiancata sinistra.

La fine della comunità monastica a Sant'Eufemia viene infine sancita dal decreto n. 757 del 2 novembre 1797 da parte del Governo provvisorio bresciano di stampo giacobino. La chiesa, comunque, resta aperta al pubblico e continua ad essere officiata. Si registrano comunque, nel primo quindicennio dell'Ottocento, numerosi periodi di "vacanza", nei quali cioè il parroco uscente, di solito per trasferimento, non veniva rimpiazzato se non dopo un certo periodo, alcuni mesi o anche due o tre anni, lasciando frequentemente la chiesa priva di una figura che la amministrasse. Dal 1816 circa in poi la parrocchia riprende vita: le messe sono officiate regolarmente e al parroco è anche affiancato un curato, entrambi comunque miseramente retribuiti. Le "vacanze" sono comunque ancora presenti, soprattutto a causa delle lungaggini burocratiche del governo austriaco, che in quegli anni deteneva il potere in Brescia.

Durante le Dieci giornate di Brescia e il bombardamento della città, la zona di Sant'Eufemia della Fonte diventa teatro di una sortita organizzata da un gruppo di patrioti guidati da Tito Speri, che da Torrelunga si erano spinti fino alla località di Sant'Eufemia, dando battaglia prima sugli stradoni e poi nei vicoli del paese. Tito Speri stesso e Teodoro Lechi, poi senatore del Regno d'Italia, testimonieranno che un patriota di nome Taglianini, durante la sortita, salì sul campanile della chiesa e suonò per alcuni minuti le campane a martello per incitare la popolazione a insorgere, ma fu colpito da una pallottola e poi trucidato dai soldati croati[1].

Nel 1880 accade un evento curioso: la direzione dell'Ospitale di Brescia invia un ingegnere per prelevare il San Rocco del Romanino, l'opera di spicco della chiesa commissionata probabilmente nel 1510, ma l'inviato è messo in fuga a furor di popolo, richiamato dal suono delle campane. Fra il 1913 e il 1916 la chiesa viene consolidata, abbellita e ampliata a due navate laterali: proprio il 15 ottobre del 1916 il vescovo dell'epoca Gaggia la consacra nuovamente.

La notte del 24 aprile 1974 la tela del Romanino viene trafugata e sarà recuperata dai carabinieri solo nel gennaio del 1975, ma viene portata, per motivi di sicurezza, alla Pinacoteca Tosio Martinengo. Nello stesso anno, inoltre, il 13 dicembre, dopo annose trattative, a duecentouno anni dalla confisca napoleonica, gli edifici di pertinenza alla chiesa tornano di proprietà della parrocchia con contratto di permuta[1].

Nel parco prospiciente la chiesa Monumento ai caduti di Emilio Magoni.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Copia archiviata, su parrocchiasanteufemia.it. URL consultato il 7 aprile 2010 (archiviato dall'url originale il 30 aprile 2008).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Francesco de Leonardis, Guida di Brescia, Grafo Edizioni, Brescia 2008

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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