Chiesa di Sant'Antonio alla Motta

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Chiesa di Sant'Antonio alla Motta
Sant'Antonio alla Motta Varese - front (2019-03).jpg
Facciata
StatoItalia Italia
RegioneLombardia
LocalitàVarese
ReligioneCristiana cattolica di rito ambrosiano
TitolareAntonio da Padova
Arcidiocesi Milano
ArchitettoGiuseppe Bernascone
Stile architettonicoBarocco, rococò
Inizio costruzione1593
CompletamentoXVII secolo
Sito webbasvit.it

Coordinate: 45°48′56.51″N 8°49′30.01″E / 45.815696°N 8.825004°E45.815696; 8.825004

La chiesa di Sant'Antonio alla Motta è un edificio religioso situato nella città italiana di Varese, in Lombardia.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'edificio sorge nella centrale piazza della Motta, sulla collina deputata fin dall'anno 1000 ad ospitare il mercato cittadino e il tribunale del contado del Seprio, poco discosta dal giardino di Villa Mirabello. Qui in epoca medievale s'era installata la civica Confraternita di Sant'Antonio, ereggendovi una cappella.

L'altare principale della chiesa, circondato dal coro ligneo.

Nel 1593 l'architetto Giuseppe Bernascone progettò l'ampliamento di tale primitivo edificio (di cui venne preservata una parte del pavimento, riconoscibile dal colore più chiaro rispetto al cotto lombardo che connota il resto della superficie calpestabile) per trasformarlo in chiesa. L'intervento non era di facile attuazione per via della marcata pendenza del terreno collinare della piazza, tale da impedire di orientare la navata nella consueta direzione ovest-est: si optò pertanto per rivolgere la facciata verso nord, edificando l'altare principale in posizione meridionale. La tradizione venne comunque nominalmente rispettata attribuendo il titolo di altare maggiore non al suddetto, ma a quello ubicato nel lato orientale della navata.

I lavori proseguirono fino ai primi decenni del XVII secolo: nel 1606 fu avviata la costruzione della cupola, mentre nel 1619 venne dato inizio a quella del campanile. Nel 1604 l'ebanista Marco Antonio Bernasconi intagliò il coro ligneo absidale, mentre lo scultore Sessa di Velate realizzò la statua lignea del patrono sant'Antonio da Padova (poi collocata in posizione rialzata al centro del presbiterio).

Ne risultò un edificio diviso essenzialmente in due parti: un avancorpo dall'aspetto largo e squadrato e un settore posteriore (in corrispondenza del presbiterio e dell'abside) più stretto ed allungato, sul cui lato destro s'innalza un piccolo campanile. L'esterno presenta un aspetto sobrio e semplice, in netto contrasto con la ricchezza dell'interno, ove la decorazione pittorica (più volte arricchita tra XVII e XVIII secolo) mostra una mescolanza di stile barocco e rococò.

Decorazione[modifica | modifica wikitesto]

Vista sulla sezione anteriore della volta: al centro della falsa architettura spicca la Gloria di Sant’Antonio, dipinta da G.B. Ronchelli.

La maggior parte della decorazione pittorica parietale interna si deve al pittore Giuseppe Baroffio, che vi affrescò un suggestivo complesso di scenografie e finte architetture barocchette (parapetti, balconi, colonnati sovrapposti) a trompe-l'œil, tale da ingigantire la percezione spaziale dell'ambiente interno.

Quella di Baroffio (che non era ritenuto tecnicamente un vero e proprio pittore, ma un semplice quadraturista, peraltro non particolarmente rinomato) fu però una scelta di ripiego: poco prima del 1748 la fabbriceria della chiesa si era infatti originariamente rivolta a Pietro Antonio Magatti, che però era di salute malferma e dovette declinare la proposta. Fu proprio lui a indirizzare i committenti a Baroffio, col quale tempo addietro aveva stipulato una società di fatto. L'opera procedette con grande lentezza: sebbene il contratto prevedesse la consegna entro il 1750, l'intervento maggiore venne effettivamente ultimato solo nel 1756[1]; a quel punto lo stesso Magatti ottenne che uno dei suoi allievi più brillanti, il giovane Giovanni Battista Ronchelli (peraltro membro della Confraternita di Sant'Antonio), venisse assunto come figurista per completare il tutto affrescando le scene principali. Fu dunque costui, innestandosi sul lavoro del Baroffio, a dipingere sul coro una Gloria di sant'Antonio e sulla navata l'Esaltazione della Santa Croce[2].

Ronchelli non si discostò dall'impostazione post-barocca di Baroffio: nella Gloria si osserva il santo patrono ascendere al cielo (sulle cui nubi siedono Dio e Gesù Cristo) in un tripudio di angeli esultanti che cantano l'Osanna (uno di essi lo scorta reggendo il pastorale); nell'Esaltazione si osserva invece la Santa Croce, sorretta da schiere angeliche che la innalzano, che occupa quasi tutto il campo pittorico, "tagliandolo" obliquamente[2].

La volta del coro, dominata centralmente dall'Esaltazione della Santa Croce del Ronchelli.

Come notato dall'etnologo e antropologo Battista Saiu, un elemento ricorrente nella decorazione artistica del tempio è la presenza di elementi vegetali, ciascuno con un proprio significato che mescola sacro e profano: tra gli altri vi sono il fico, il melograno, la pigna, grappoli d'uva e la mela cotogna (frutti simboli di prosperità e fertilità, un tempo consacrati al culto di Venere), la cipolla (ritenuta un antidoto a influenze negative paranormali), il limone (emblema di fedeltà in amore), la pera (simbolo di salute fisica e speranza), la mela (elemento di tentazione) e varie altre specie di frutta e verdura. Tale raffigurazione funge inoltre da efficace "istantanea" della biodiversità all'epoca della costruzione della chiesa, ché nei secoli seguenti molte varietà raffigurate si sono modificate e/o estinte[3].

I vegetali inoltre "dialogano" con le figure umane che animano le pitture parietali: a titolo d'esempio la diffusa presenza di amorini a ventre nudo appoggiati a maschere grottesche (facce ammiccanti dai nasi bizzarri, con lingua estroflessa e vistose orecchie d'asino) è la personificazione dell'istinto carnale, che fa da contraltare all'iconografia della foglia d'acanto, simbolo dell'espiazione dei peccati. Proprio le maschere inoltre evocano il periodo dell'anno in cui cade la festa patronale di sant'Antonio Abate, a ridosso del carnevale[3].

Riprende il tema vegetale anche l'aspetto del monumentale coro ligneo di Marco Antonio Bernasconi, che abbraccia l'altare principale lungo il perimetro absidale[3].

Per quanto concerne il resto del patrimonio artistico, al di sopra dell'altare "intitolato" maggiore è collocato un olio su tela di autore anonimo vissuto tra XVI e XVII secolo, raffigurante l'Adorazione dei Magi; in quattro nicchie sui lati della navata vi sono poi quattro statue in terracotta raffiguranti altrettanti santi anacoreti, attribuite a Francesco Selva e datate tra il 1613 e il 1623[4].

Tra il 2007 e il 2008 la chiesa è stata oggetto di un completo restauro conservativo, sia esterno (con reintonacatura delle pareti e rifacimento del tetto) che interno (ove tutto il patrimonio pittorico è stato ripulito e risanato)[5].

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Cristina Parravicini, Mario Perotti e Vincenzo Villa, I teleri di San Giuliano e l'opera del Ronchelli, a cura di Carlo Grossini, Maria Rosa Bellosta e Franco Bertolotti, introduzione di Paolo Venturoli, fotografie di Vivi Papi, Parrocchie Collegiata di San Giuliano Gozzano e Sant'Appiano Castello Cabiaglio, 1993.ISBN non esistente
  • Anna Maria Bianchi Gaggini, Or me paés l'è on paradìs. Storia di Varese, Comune di Varese, 2006. ISBN non esistente

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