Chiesa di San Vittore (Calcio)

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Chiesa di San Vittore
GiorcesCalcio1.JPG
StatoItalia Italia
RegioneLombardia
LocalitàCalcio
IndirizzoVia Papa Giovanni XXIII
Coordinate45°30′23.44″N 9°50′56.52″E / 45.506512°N 9.849034°E45.506512; 9.849034
Religionecattolica
Diocesi Cremona
Inizio costruzione1762
Completamento1880

La chiesa di San Vittore è il principale luogo di culto del comune di Calcio, in provincia di Bergamo e diocesi di Cremona; fa parte della zona pastorale 1[1].

Fu edificata su un campo detto Brama, nome con il quale è indicata anche la piazza antistante l'edificio, che fu messo a disposizione dal marchese Marco Secco d'Aragona per un canone simbolico di due capponi l'anno e di una messa perpetua dopo la sua morte. Per le sue dimensioni è la seconda della Lombardia dopo il duomo di Milano.[2]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La storia della parrocchiale di Calcio ha avuto inizio attorno al 1750 quando l'antica pieve di Calcio necessitava di onerosi lavori di ampliamento non essendo più sufficiente a contenere la popolazione, riprese corpo il progetto, che si era trascinato per decenni senza mai giungere a buon fine, di costruire una nuova chiesa evitando così di continuare a spendere denaro per un vecchio edificio che, fra l'altro, aveva il difetto di trovarsi al centro del quartiere Piazza, relativamente lontano dai due quartieri Rivelino, e soprattutto dal quartiere Villa. La sua costruzione richiese un periodo di tempo molto lungo, occorsero, infatti, 118 anni per la sua ultimazione.[3]

Dopo la concessione del campo da parte del marchese, l'arciprete Gaspare Ludovico Orsi commissionò il progetto all'ingegnere Giuseppe Foscagni, mentre il vescovo di Cremona, Ignazio Maria Fraganeschi, autorizzò una questua straordinaria e concesse l'indulgenza episcopale a chi avesse prestato la sua opera gratuitamente la domenica e nel 1762, dopo la posa della prima pietra, iniziarono i lavori.

Erano però in molti a pronosticare che la nuova chiesa sarebbe stata iniziata, ma mai finita: un borgo povero, che superava di poco i duemila abitanti, si accingeva a costruire un tempio che per dimensioni sarebbe stato inferiore, in Lombardia, solo al duomo di Milano, ma più imponente di tutte le altre chiese di Milano, Bergamo, Brescia e Cremona, e del vicino santuario di Caravaggio. Tutta la popolazione rispose con entusiasmo: muratori, carpentieri e manovali, lavorando gratuitamente la domenica, i carrettieri, trasportando gratuitamente il cemento, la sabbia e i mattoni, i contadini, estraendo in loco la ghiaia, i sassi e parte della sabbia, e i proprietari terrieri fornendo il legname e sussidi.

Il progetto era ambizioso anche dal punto di vista ingegneristico: il tempio di Calcio, a differenza del duomo di Milano che aveva 54 pilastri, non ne avrebbe dovuti avere, e comunque avrebbe dovuto sorreggere una cupola di notevoli dimensioni. Per trasformare in verticali le spinte orizzontali che sarebbero venute dal tetto e dalla cupola, le pareti laterali furono costruite con un doppio muro, con precipizi vuoti fra il muro interno ed esterno.

Tuttavia, dopo dieci anni, la popolazione di Calcio dovette arrendersi; i lavoratori erano stremati, le risorse esaurite. I lavori furono interrotti con i muri a circa due terzi dell'altezza che avrebbero dovuto raggiungere. Si ricoprì alla meglio, furono lasciate le impalcature con l'intenzione di riprendere i lavori e si ricavarono, nelle poche parti ricoperte, alloggi per le famiglie indigenti.

Un timido tentativo di riprendere i lavori fu fatto nel 1792, ma venne subito abbandonato. Nel 1835, dietro l'impulso dell'arciprete Paolo Lombardini, furono commissionati all'architetto Giacomo Bianconi una modifica del progetto originale e un prospetto delle spese, che furono calcolate in 230 000 lire austriache, cui sarebbero state da aggiungere altre 90 000 lire per la cupola, alla quale però egli suggerì di rinunciare in quanto troppo onerosa. Nella primavera del 1841 ripresero quindi i lavori. Le vecchie mura erano state sottoposte alle prove sclerometriche per verificarne la resistenza e, nonostante il tempo, si erano dimostrate solide. Il consiglio comunale deliberò una sovraimposta comunale di due centesimi per ogni scudo d'estimo da destinarsi alla chiesa in costruzione e di nuovo, sotto la guida del capomastro Prospero Reyner di Pumenengo, la popolazione di Calcio riprese i lavori.

Nel 1848, dopo aver persino invocato inutilmente un aiuto dall'imperatore d'Austria, don Lombardini dovette arrendersi. Nel 1860, l'ormai anziano arciprete rinunciò alla parrocchia e il suo posto venne preso da don Giuseppe Mainestri il quale, dopo 19 anni di interruzione, deliberò la ripresa dei lavori, e dopo aver accumulato per due anni i materiali necessari, chiamò l'architetto Carlo Maciachini per commissionargli il completamento dei medesimi. Ma questi, di fronte alla mole di lavoro necessario, in un primo momento si scoraggiò, parendogli che non sarebbe stato possibile ad alcuno portare a termine una tale opera. La popolazione di Calcio però convinse il professionista ad assumere la direzione dei lavori, e non solo la chiesa fu completata, ma venne eretta anche la cupola che nel progetto dei decenni precedenti era stata stralciata.

Il 29 ottobre 1880, alla presenza dell'arcivescovo di Milano, monsignor Luigi Nazari di Calabiana, e del vescovo di Crema, monsignor Francesco Sabbia, il vescovo di Cremona Geremia Bonomelli, consacrò la nuova chiesa. L'arciprete Giuseppe Mainestri purtroppo non poté vedere il compimento dell'opera, essendo morto nel 1875. Al suo posto c'era l'arciprete Giovanni Battista Pizzi. Comprese le varie interruzioni, i lavori erano durati ben 118 anni. Lavori di consolidamento furono necessari già nel 1894, e poi ancora poco prima del 1930. Tranne che per la facciata, le pareti sono state lasciate grezze, senza la stabilitura.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Esterno[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa si presenta molto imponente, con la grande facciata neoclassica, più volte modificata, che si sviluppa su due livelli, quello inferiore diviso in cinque parti da lesene con grandi basamenti e coronate da capitelli in stile corinzio.[4] Centrale il grande portale con paraste a colonna che reggono l'architrave e il timpano semicircolare. La facciata prosegue solo con le tre sezioni centrali e il proseguimento di quattro lesene. Un'apertura ad arco completa la parte centrale, ed è la sola apertura frontale che porta luce all'aula. La facciata si conclude con il grande timpano triangolare che ospita l'orologio. La facciata è completata da statue raffiguranti santi, opera di Pietro Belcaro.[2]

Interno[modifica | modifica wikitesto]

L'interno a unica navata ospita tre cappelle per lato. La chiesa conserva opere di pregio, tra le quali vari dipinti di Enea Salmeggia, di Chiaveghino lo Sposalizio mistico di santa Caterina d'Alessandria, nella cappella dedicata al Sacro Cuore l'Ultima cena di Aurelio Gatti sono inoltre opere provenienti dall'antica chiesa risalenti al Cinquecento e al Seicento. Solo del Novecento sono gli affreschi che decorano la volta e il catino absidale opera di Umberto Mariglia del 1934.[3] Mentre l'opera che decora il coro è opera del 1904 di Giacomo Campi.[4]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Chiesa di San Vittore, su Le chiese delle diocesi italiane, Conferenza Episcopale Italiana. URL consultato il 22 gennaio 2022.
  2. ^ a b Chiesa di San Vittore, su bassabergamascaorientale.it, Bassa Bergamasca. URL consultato il 22 gennaio 2022.
  3. ^ a b Chiesa di San Vittore, su Pianuradascoprire. URL consultato il 22 gennaio 2022.
  4. ^ a b L'imponenza della chiesa di San Vittore, su Valeldell'oglio. URL consultato il 22 gennaio 2022.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Caproni R., Pagan R., Calcio e la Signoria della Calciana, Calcio, 1990, pp. 177,178,180,181,182,183,184,186,188.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]