Chiesa di San Giacomo da l'Orio

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Chiesa di San Giacomo dall'Orio
Chiesa di San Giacomo dell'Orio.jpg
La facciata sud e il campanile
StatoItalia Italia
RegioneVeneto
LocalitàVenezia
Religionecattolica di rito romano
TitolareGiacomo il Maggiore
Patriarcato Venezia
Stile architettonicoromanico
Inizio costruzione1225

Coordinate: 45°26′24.48″N 12°19′38.65″E / 45.440133°N 12.327403°E45.440133; 12.327403

La chiesa di San Giacomo dall'Orio è un edificio religioso della città di Venezia, situato nel sestiere di Santa Croce.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Fondata probabilmente nel IX-X secolo[1], è comunque tra le chiese più antiche di Venezia. Una vecchia tradizione ne anticipava di molto la fondazione facendola risalire al 555. Si basava su un'antica iscrizione «VVV» presente un tempo in facciata; Marin Sanudo precisò che la data era da intendersi come dalla fondazione di Venezia, secondo il vecchio more veneto, e la corresse al 975. Lo stesso ci informava anche che la chiesa di San Giacomo fu fabbricata dalle famiglie Campoli di Oderzo e Da Mula dalle Contrade[2]. Tuttavia le prime notizie archivistiche sulla chiesa sono più tarde: per la chiesa risalgono al 1089 e per la parrocchia al 1130[3].

Il campanile della chiesa, seconda metà del XIII secolo.

Durante i restauri del 1903 si scoprirono i resti di un edificio circolare al di fuori della chiesa (probabilmente un battistero analogo a quello di Torcello) e la data 555. Si trovarono inoltre frammenti di pavimento, a 60 centimetri al di sotto dell'attuale superficie calpestabile, assai simili a quelli delle basiliche di San Marco e di Santa Maria Assunta di Torcello.[senza fonte]

Piuttosto incerta l'etimologia: secondo alcuni derivante da una famiglia Orio, secondo altri più probabilmente da luprio, palude (e infatti l'isola era circondata da una zona paludosa poi bonificata), secondo altri ancora da un riferimento all'antistante rio, verso cui è rivolta la facciata (dal rio)[4]. Il Lorenzetti riporta che l'origine del nome fosse legato al fatto che l'isola in cui venne edificata la chiesa era infestata dai lupi, da cui de lupio o de lupao poi storpiata in dall'Orio, oppure sarebbe un riferimento a un albero di alloro (lauro), probabilmente situato vicino alla chiesa stessa[5].

Investita dal fuoco del 1149,[6] venne riedificata nel 1225 a cura delle nobili famiglie Badoer e Da Mula conservando le forme basilicali[6], con ulteriori lavori durante i periodo gotico e poi rimaneggiata internamente nel XVI secolo[7].

Dapprima soggetta al vescovo di Castello dal 1200 fu invece soggetta direttamente al patriarca di Grado e alla sua sede veneziana di San Silvestro come chiesa matrice. Nel 1451,, con l'istituzione del patriarcato di Venezia e la soppressione di quello gradense tornò sotto l'autorità locale castellana[8].

Conservata come parrocchia dai provvedimenti napoleonici del 1807 e 1810, assorbì i territori di San Boldo, e Sant'Agostin (con le loro chiese poi condannate all demolizione) oltre a quelli di San Zan Degolà, e San Stae. Per effetto gli stessi provvedimenti cedette parte del suo originario assetto alle parrocchie di San Cassiano e San Simeon Grando[9],

Questa chiesa era uno dei punti di partenza dei pellegrinaggi per Santiago di Compostela, come testimonia l'immagine di un uomo che porta una conchiglia, posta sul campanile[10].

La chiesa fa parte dell'associazione Chorus Venezia.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

L'interno della chiesa

L'interno è caratterizzato dalla sovrapposizione di vari stili architettonici, legati agli interventi susseguitesi nel corso del tempo: della costruzione duecentesca rimane la torre campanaria e la pianta basilicale a tre navate, mentre la copertura "a carena di nave" è di impronta gotica e le decorazioni dell'altare maggiore e della navata centrale sono lombardesche. In particolare, il soffitto utilizza le tecniche di costruzione navali tipiche dell'Arsenale di Venezia.

Alla parete dell'ingresso si trova l'organo con tre dipinti cinquecenteschi sul parapetto della cantoria attribuibili ad Andrea Schiavone, la Disputa di Gesù, la Chiamata degli Apostoli e il Martirio di san Giacomo, più altri due dipinti dello stesso autore ai lati della porta raffiguranti i Profeti. Dopo la Sacrestia Nuova, si trova la Cappella del Sacramento, risalente alla seconda metà del XVI secolo e successivamente ristrutturata nel 1753, nella quale si trovano dipinti di Alessandro Varotari (Gli Evangelisti), Tizianello (La flagellazione), Giulio Del Moro (Ecce Homo) e Jacopo Palma il Giovane (La salita al Calvario e La deposizione nel Sepolcro). Gli affreschi della cupola, ornata con decorazioni a stucco, risalgono alla ristrutturazione settecentesca e sono attribuiti a Jacopo Guarana.

Lorenzo Lotto, Pala di San Giacomo da l'Orio, 1545

La pala dell'altare maggiore raffigurante La Vergine col Putto fra i santi Andrea, Giacomo, Cosma e Damiano, più nota come Pala di San Giacomo da l'Orio, è opera di Lorenzo Lotto, eseguita nel 1546. Nella cappella dell'abside si trovano altri dipinti di scuola veneziana e il dipinto su tela L'Addolorata di Lorenzo Gramiccia.

Dopo la Sacrestia Vecchia, si trova la Cappella di San Lorenzo, decorata da una Vergine in gloria e Santi, del XVIII secolo, San Lorenzo benefica i poveri - Martirio del Santo, opera giovanile di Jacopo Palma il Giovane e sopra l'altare la pala Madonna e Santi attribuita a Giovanni Battista Pittoni. La tomba di Pittoni è conservata nella chiesa.[11] A lato della cappella si trova il battistero e subito a fianco, sulle pareti, un altro lavoro di Palma il Giovane (Cristo confortato dall'angelo) e la Presentazione della Vergine al tempio di Francesco Zugno.

Altre opere importanti sono conservate nelle sacrestie, in particolare nella Sacrestia Nuova a lato del presbiterio sono conservate opere di Paolo Veronese: Allegoria della Fede, al centro del soffitto, i Quattro Dottori della Chiesa ai lati e la pala San Lorenzo, San Giuliano e San Prospero, datata 1573 e originariamente usata come pala per l'altare della cappella di San Lorenzo. Sovrasta la porta della sacrestia il quadro San Sebastiano fra san Rocco e san Lorenzo di Giovanni Buonconsiglio, opera eseguita tra il 1498 e il 1500 che in precedenza ornava l'altare della chiesa di San Sebastiano. Sono presenti infine due tele di Francesco da Ponte, La predicazione del Battista e La Vergine in gloria con san Giovanni e san Nicolò, una Cena di Emmaus del primo Cinquecento e una piccola Crocifissione di Palma il Giovane e un intaglio in legno dorato su fondo blu anch'esso risalente al primo Cinquecento. Completa la decorazione della sacrestia, sopra all'ingresso esterno, un altro quadro della scuola del Veronese raffigurante L'ultima cena.

Anche nella Sacrestia Vecchia sono presenti diverse tele di Jacopo Palma il Giovane, databili al 1575: La Vergine e i Santi, Il castigo del Serpente, La raccolta della manna, Elia e un angelo, Sacrificio ebraico pasquale, Il passaggio del Mar Rosso e al soffitto Il Santissimo Sacramento adorato dai quattro Evangelisti.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Franzoi-Di Stefano, p. 69.
  2. ^ Siusa; Corner 1758, p. 389.
  3. ^ Siusa; Franzoi-Di Stefano, p. 69.
  4. ^ Siusa; Franzoi-Di Stefano, p. 72.
  5. ^ Lorenzetti, p. 604.
  6. ^ a b Dorigo, p. 871.
  7. ^ Bortolan, p. 118; Siusa; Franzoi-Di Stefano, p. 70.
  8. ^ Bortolan, p. 118.
  9. ^ Siusa.
  10. ^ Thomas Jonglez e Paola Zoffoli, Venezia insolita e segreta, Jonglez editore, 2014, p. 115.
  11. ^ Eliot Wooldridge Rowlands, The collections of The Nelson-Atkins Museum of Art: Italian paintings, 1300-1800, Kansas City, MO, Nelson-Atkins Museum of Art, 1996.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Flaminio Corner, Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello…, Padova, Giovanni Manfrè, 1758.
  • Giulio Lorenzetti, Venezia e il suo estuario, Edizioni Lint Trieste, ristampa 1974, pp. 604-606.
  • Gino Bortolan, Le chiese del Patriarcato di Venezia, Venezia, 1975.
  • Umberto Franzoi e Dina Di Stefano, Le chiese di Venezia, Venezia, Alfieri, 1976.
  • Wladimiro Dorigo, Venezia romanica, vol. 2, Cierre Edizioni, 2003, pp. 870-875.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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