Chiesa di San Bartolomeo (Piacenza)

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Chiesa di San Bartolomeo
SanbART church - img 1 © Morganti Giuseppe 2015.jpg
La facciata
StatoItalia Italia
RegioneEmilia-Romagna Emilia-Romagna
LocalitàPiacenza
ReligioneCristiana cattolica di rito romano
TitolareSan Bartolomeo
Diocesi Piacenza-Bobbio
Stile architettonicobarocco
Inizio costruzione1754
Completamento1763

Coordinate: 45°03′23.59″N 9°41′11.24″E / 45.056554°N 9.686455°E45.056554; 9.686455

Interno della chiesa di San Bartolomeo

La chiesa di San Bartolomeo è una chiesa sconsacrata di Piacenza, eretta nelle forme attuali nel XVIII secolo in stile barocco su progetto dell'architetto Francesco Croce. È situata nell'omonima via San Bartolomeo, all'interno della cerchia delle mura e del perimetro del centro storico cittadino, sull'asse di raccordo tra la via Emilia, di origine romana, e la medievale via Francigena o Romea.

Una prima chiesa venne costruita nel 1479 e ricostruita nel 1570 dai gesuati. Con la soppressione di quest'ordine passò agli agostiniani scalzi, che la fecero nuovamente ricostruire nelle forme attuali tra il 1754 e il 1763. Fu sconsacrata nel 1983, in seguito al crollo del tetto.

Alla chiesa era annesso un ospedale di origine duecentesca, ricostruito nel 1494, e un convento, costruito nel 1479 insieme alla prima chiesa.

Decreto di vincolo della Soprintendenza

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Primo altare a sinistra, cappella affrescata in stile neobarocco dal pittore piacentino Domenico Stroppa

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Le prime notizie storiche di un edificio di culto dedicato a Bartolomeo apostolo risalgono al 1248: un ospedale con cappella fu eretto grazie a una donazione di 40 soldi da parte di Leonardo Cornaglia.

L'8 maggio 1473, l'ospedale di San Bartolomeo fu incorporato all'Ospedale grande della città. Cinque anni dopo, nel 1478, il vescovo di Piacenza, Fabrizio Marliani, introdusse a San Bartolomeo l'ordine dei gesuati, fondato da Giovanni Colombini e approvato da papa Urbano V nel 1367: nel mese di febbraio i rettori dell'Ospedale grande diedero in affitto l'ospedale di San Bartolomeo apostolo ai gesuati e il 3 marzo del 1479 il vescovo Marliani posò la prima pietra del nuovo convento presso l'ospedale. Nello stesso 1479, inoltre, il sacerdote Francesco Seccamelica diede inizio alla costruzione di una chiesa annessa al convento e all'ospedale. Nel 1494 i gesuati fecero ricostruire anche l'ospedale, ormai ridotto in rovina.

Nel 1570 i gesuati ricostruirono una nuova chiesa.

L'8 dicembre 1668 una bolla di papa Clemente IX soppresse l'ordine dei gesuati e il 26 dicembre monsignor Stefano Portapuglia, canonico della cattedrale e generale vicario vescovile ordinò ai frati l'abbandono del convento di San Bartolomeo, mentre la chiesa fu posta temporaneamente sotto le cure di un cappellano e fu sconsacrata poi il 25 giugno 1673.

Il 1º settembre 1696 il vescovo della diocesi di Piacenza-Bobbio, Giorgio Barni, approvò la vendita del convento di San Bartolomeo, con l'orto annesso e l'uso della chiesa agli agostiniani scalzi al prezzo di 5.800 scudi romani. Ai frati venne concesso di elemosinare al patto di sobbarcarsi tutte le spese per la chiesa e di pagare 70 lire all'anno all'Ospedale grande. Il 23 maggio 1751 gli agostiniani scalzi per una somma di 2.500 lire complessive estinsero il pagamento annuo all'Ospedale grande.

Attuale edificio[modifica | modifica wikitesto]

Primo altare a destra, cappella affrescata in stile neobarocco dal pittore piacentino Domenico Stroppa

Nel 1754 gli agostiniani scalzi commissionarono il progetto di una nuova chiesa all'architetto Francesco Croce, che in seguito fu architetto capo della fabbrica del duomo di Milano, di cui progettò e diresse la realizzazione della guglia principale. I lavori di costruzione durarono dal 1756 al 1763, a spese di un monaco della famiglia dei Somaglia. Nel mese di marzo del 1763 la nuova chiesa fu benedetta dal vescovo della diocesi di Piacenza-Bobbio, Pietro Cristiani.

Nel 1805 la parrocchia della chiesa di San Sepolcro fu trasferita nella chiesa di San Bartolomeo. Nell'agosto del 1881 due cappelle laterali della chiesa vennero ornate in stile neobarocco dal pittore piacentino Domenico Stroppa (Piacenza 1820 - Piacenza 1882). Nel 1902 fu soppressa la parrocchia e la chiesa di San Bartolomeo divenne succursale della parrocchia di San Sepolcro. Entrambe le chiese il 16 dicembre 1936 vennero affidate ai padri salesiani della Società salesiana di San Giovanni Bosco.

Nel 1983 la chiesa fu chiusa definitivamente al culto e sconsacrata a causa di un crollo del tetto. Nel 1985, rifatta la copertura, l'edificio fu concesso alla "associazione dei pittori e scultori piacentini", poi alla compagnia di teatro stabile "Teatro gioco vita", diretta da Diego Maj, e nel giugno 2013 all'associazione culturale "sanbART".

Architettura[modifica | modifica wikitesto]

Pianta della chiesa di San Bartolomeo
Sezione e prospetto della chiesa di San Bartolomeo

La chiesa presenta una facciata in cotto, racchiusa tra l'ex-convento e un edificio civile. La parte centrale della facciata è convessa e piuttosto sporgente rispetto alle ali rettilinee: si tratta di una ripresa dei modelli dell'architettura barocca romana di Francesco Borromini e Pietro da Cortona.

L'interno è articolato in uno schema a pianta centrale che si innesta entro un più vasto perimetro rettangolare murario. Lo spazio centrale è definito da pilastri disposti in quattro terne triangolari che compongono un ottagono e sostengono una cupola. Sul fondo, dietro al presbiterio, è un'abside coperta a semicupola, con tre pilastri che dividono lo spazio centrale da un deambulatorio. Sul lato di ingresso un'altra abside coperta a semicupola corrisponde alla sporgenza convessa sulla facciata.

Le quattro terne di pilastri e i tre pilastri singoli sono collegati da arcatelle bilobate con nervature mistilinee, che rappresentano l'unico elemento decorativo. La cupola centrale ha otto finestre sul basso tamburo ed è ritmata da otto costolature terminanti nel rosone centrale, affrescato da F. Ferrari.

Lo spazio non viene colto nella sua totalità dall'ingresso per la presenza dei pilastri, usati come diaframmi con funzione scenografica a suddividere un ambiente planimetricamente unitario e che guidano prospetticamente lo sguardo sull'abside di fondo. La moltiplicazione illusoria degli spazi suggerisce la presenza di altri vani. Il ritmo delle arcate e delle arcatelle tra i pilastri è sottolineato dalla luce che scende dalla cupola.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]