Chhāyā

Chhāyā (devanagari: छाया, lett. "ombra"), nota anche come Savarna, è la personificazione induista e la dea dell'ombra, nonché consorte di Sūrya, il dio del sole.[1] È l'immagine-ombra o il riflesso di Saraṇyū, la prima moglie di Sūrya. Chhāyā nacque infatti dall'ombra di Saraṇyū e la sostituì nella sua casa, dopo che quest'ultima lasciò temporaneamente il marito perché non riusciva a sopportarne la luminosità.
Chhāyā è solitamente descritta come la madre di Śani, la personificazione del pianeta Saturno e il dio del karma e della giustizia, oltreché della dea Tapatī e di Savarni Manu, destinato a essere il prossimo e ottavo Manu (progenitore dell'umanità) nel successivo periodo Manvantara.
Mitologia
[modifica | modifica wikitesto]Nel Rigveda (c. II millennio a.C.), che è la più antica narrazione della leggenda di Chhāyā, dopo la nascita dei due gemelli Yama e Yami da Sūrya, la sua consorte Saraṇyū - figlia di Viśvakarmā - lo abbandona e fugge sotto forma di cavalla. Il suo posto viene allora preso da una donna chiamata Savarna ("della stessa specie"): simile a Saraṇyū, ma mortale. Mentre il testo originale asserisce che Savarna non ebbe figli da Surya, un'aggiunta successiva, il Nirukta (700-500 a.C.) afferma che Manu (il progenitore dell'umanità, chiamato Savarni Manu nei testi puranici successivi) nacque da Savarna. Inoltre, mentre il Rigveda, secondo il suo stile criptico, implica genericamente che "loro" (interpretati come gli dei) sostituirono Saraṇyū con Savarna, il Nirukta racconta che fu la stessa Saraṇyū a creare Savarna per sostituirla.[2] Il Bṛhaddevatā (c. I-V secolo) chiama il prototipo di Chhāyā "Sadrisha" ("sosia"). In questo racconto Sadrisha genera Manu, che diviene un saggio reale.[2]
Al tempo dell'Harivamsa (c. V secolo d.C.), un'appendice del poema epico Mahabharata, Saraṇyū è chiamata Saṃjñā e il suo doppio è ridotto alla sua ombra o riflesso. Il testo narra che Saṃjñā, dopo aver dato alla luce tre figli del Sole, lo abbandona e lascia Chhāyā - che crea per illusione - a prendersi cura dei suoi figli. Sūrya scambia Chhāyā per Saṃjñā e genera Manu da lei. Tuttavia quando Chhāyā, chiamata anche parthvi ("terrena"), diviene parziale per suo figlio ignorando quelli di Saṃjñā, Yama la minaccia alzando il piede, e Chhāyā lancia quindi una maledizione su Yama, ovvero che le sue gambe sarebbero cadute. Dopo aver scoperto ciò, Sūrya si infuria con Chhāyā, ed ella gli rivela la fuga di Saṃjñā e la storia della sua creazione; il dio trova allora Saṃjñā e la riporta indietro.[3]
La stessa leggenda viene raccontata anche nei Purana, con alcune differenze. In particolare, nel Markandeya Purana La maledizione di Chhāyā verso Yama consiste nel fatto che il dio avrà le gambe divorate dai vermi, e Sūrya per mitigare la maledizione offre al figlio un gallo in modo che possa mangiare i vermi.[4] Il Vishnu Purana e il Matsya Purana raccontano la stessa storia, ma aggiungono Śani e Tapatī ai figli di Chhāyā.[5] Infine, mentre la maggior parte dei resoconti considerano Chhāyā il riflesso o l'ombra di Saraṇyū, il Bhagavata Purana racconta che Chhāyā sia una sorella di Saraṇyū, e figlia come lei dell'architetto divino Viśvakarmā.[5]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Monier Williams, Sanskrit-English Dictionary (JPG), 2008 [1899], p. 406.
- 1 2 Wendy Doniger, Saranyu/Samjna, in John Stratton Hawley, Donna Marie Wulff (a cura di), Devī: goddesses of India, Motilal Banarsidas, 1998, pp. 154–7, ISBN 81-208-1491-6.
- ↑ Wendy Doniger, Saranyu/Samjna, in John Stratton Hawley, Donna Marie Wulff (a cura di), Devī: goddesses of India, Motilal Banarsidas, 1998, pp. 158-60, ISBN 81-208-1491-6.
- ↑ Wendy Doniger, Saranyu/Samjna, in John Stratton Hawley, Donna Marie Wulff (a cura di), Devī: goddesses of India, Motilal Banarsidas, 1998, p. 163, ISBN 81-208-1491-6.
- 1 2 Horace Hayman Wilson, Chapter II, in The Vishńu Puráńa: a system of Hindu mythology and tradition, vol. 8, London, Trubner & Co., 1866, pp. 20–23.
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