Chahartaq (architettura)
Chahartaq (in persiano چهارطاق, Čahārṭāq), Chartaq (in persiano چارطاق), chartaqi (in persiano چارطاقی) o chahartaqi (in persiano چهارطاقی), lett. "[avente] quattro archi", è un termine moderno per un'unità architettonica equilatera costituita da quattro archi o brevi volte a botte tra quattro pilastri angolari, con una cupola su pennacchi sopra il quadrato centrale; questo quadrato e le campate laterali sotto gli archi o le volte a botte costituiscono insieme una stanza con pianta cruciforme i cui accessi erano dotati di porte e strutture secondarie (ambulacri ed altro).[1] La struttura richiama l'unità architettonica romana del tetrapilo[2] dalla quale però si discosta non tanto per la presenza della cupola quanto per il fatto di non essere un chiosco aperto.[3][4][5][6]
Questi edifici furono utilizzati in Persia sin dal II secolo in correlazione allo Zoroastrismo, spesso con funzione di tempio del fuoco.[2][7] L'esatto utilizzo storico e rituale è però ancora dibattuto poiché questa forma a cupola è stata utilizzata ininterrottamente in vari contesti, tanto religiosi quanto laici, e il termine dovrebbe pertanto essere utilizzato solo per riferirsi all'unità architettonica e non intendersi come sinonimo di "tempio del fuoco".[1]
Come unità architettonica, il čahārṭāq è stato adottato nell'architettura islamica, dopo la conquista islamica della Persia (633-644), trovandovi svariati usi. Oggi, è uno degli elementi tradizionali dell'architettura iranica che ispira architetti ed ingegneri, iraniani ma non solo, nella realizzazione di opere postmoderne di sapore tradizionale: es. l'architetto Hossein Amanat s'ispirò al čahārṭāq nella progettazione della celebre Torre Azadi di Teheran.[8]
Correlato al čahārṭāq è il čahārqāpū (in persiano چهارقاپو, lett. "[avente] quattro porte"), cioè la medesima unità architettonica ma inserita entro una più strutturata planimetria palaziale.
Premessa
[modifica | modifica wikitesto]Il termine moderno čahārṭāq è divenuto d'uso comune perché permette di descrivere molte rovine osservabili nelle contrade dell'antica Persia e riportate dai primi iranisti nei loro schizzi, pensiamo per esempio alle illustrazioni nel Voyage en Perse (1851) dall'archeologo francese Eugène Flandin (1809-1889). La maggior parte di queste rovine sono però solo i nuclei superstiti di edifici più complessi, da cui sono scomparsi muri di cinta, ambulacri e stanze secondarie.
Poiché l'unità cupolata con quattro archi assiali è stata utilizzata ininterrottamente in contesti sia religiosi sia laici per un periodo di oltre 1500 anni, il termine non può essere considerato indicativo di un singolo tipo di edificio funzionale; deve essere utilizzato solo nel suo senso letterale, per identificare una specifica forma architettonica.[1] Ciò significa che anche se taluni čahārṭāq sono stati effettivamente utilizzati come templi del fuoco zoroastriani (pal. ātaškada)[7][9] ciò non implica che, come erroneamente sostenuto nel 1938 dall'archeologo francese André Godard (1881-1965), tutti i templi del fuoco avessero la forma del tetrastilo cupolato.[2]
Sussiste inoltre una problematica archeologica di fondo. L'attribuzione al periodo sasanide di un čahārṭāq deve essere supportata da prove archeologiche poiché la tecnica edilizia sasanide non mutò sostanzialmente dopo la conquista islamica della Persia (633-644)[10] e il modello del tetrastilo cupolato piacque ai costruttori musulmani che lo rimpiegarono ampiamente.[11] Pertanto, datare l'edificio a un periodo o all'altro è spesso problematico.[12][13][14]
Descrizione
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Il čahārṭāq è un edificio equilatero, solitamente con pareti diritte e prive d'elementi esterni, con un fornice (arco o breve volta) a botte in ogni lato, poggiante sui pilastri angolari che fungono anche da sostegno per i pennacchi della cupola che può essere o meno dotata di tamburo. Questo quadrato e le campate laterali sotto gli archi o le volte a botte delimitano un'area/stanza a pianta cruciforme.[1] La cupola era semi-ellittica, come tipico nell'architettura sasanide.[15]
Secondi alcuni studiosi, il čahārṭāq è, dopo l'iwan, l'elemento più caratteristico dell'architettura iranica pre-islamica,[1][16] nonché uno dei primi concreti esempi d'uso della cupola nell'architettura persiana.[17] Eccezion fatta per la cupola, forte è la similitudine tra quest'unità architettonica persiana e quella romana del tetrapilo,[2] consideriamo a titolo di esempio quello eretto da Settimio Severo nella natia Leptis Magna nel 205-209, che era però una struttura sempre aperta, priva cioè di porte ch'erano invece presenti nel čahārṭāq,[3][4][5][6] alla stessa stregua dell'arco trionfale.[18]
Conosciamo oggi una cinquantina di čahārṭāq nel territorio dell'antica Persia. Misurano generalmente 8-10 m di lato e possono essere isolati o integrati in un gruppo di edifici. Le varianti sono numerose: può esserci un corridoio su tre o quattro lati, un iwan, una stanza perpendicolare, degli edifici adiacenti; la cupola può essere dotata di tamburo, come anticipato, o circondata da una galleria colonnata (come nel Tempio del fuoco di Amol) ecc. In generale, l'orientamento dell'edificio verso i punti cardinali avviene tramite gli angoli ma a volte anche tramite i lati, come a Tureng Tepe, o è assente, come nei čahārṭāq del santuario di Taq-e Suleiman.[1]
Storia
[modifica | modifica wikitesto]Origini
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Il tema delle origini del čahārṭāq è anzitutto materia di controversia. L'insieme dei dati in nostro possesso porterebbe però ad escludere l'origine squisitamente persiana proposta dai primi iranisti[19] quanto piuttosto una rielaborazione di strumenti e modelli architettonici a disposizione dei costruttori iranici. La realizzazione di archi e volte a pennacchi in mattoni è stata infatti ben attestata nella Mesopotamia del III-II millennio a.C. con addirittura dei precursori nelle volte a mensola di alcune tombe di Ur.[20]
Non vi sono oggi prove dell'esistenza del čahārṭāq propriamente detto in Persia prima del III secolo, quando cioè la dinastia arsacide (247 a.C.-224) fu soppiantata dalla dinastia sasanide (224-651). La pianta cruciforme appare in forma rudimentale in edifici parti, come il castello di Zahhāk nell'Azerbaigian Orientale, che risentono però evidentemente dell'influenza di forme architettoniche romane[21][22] mutuate dalla Siria romana ove, tra II e III secolo, strutture coperte da cupole a pennacchi che circoscrivevano il quadrato furono utilizzate nelle Terme occidentali di Gerasa, nel mausoleo noto come "Qasr Nuwayjis" di Amman,[23] nel c.d. "Praetorium" di Phaena (poi riconfigurato in una chiesa con pianta a croce inscritta in epoca bizantina)[24] e altrove.
Persia sasanide
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Uno dei più antichi esemplari pervenutici e già esemplificato della categoria è il čahārṭāq di Neyasar (Esfahan), nel cuore della Persia, presumibilmente una costruzione ancora arsacide: l'edificio sviluppa concentricamente ad un piedistallo quadrato e la sua cupola è dotata di tamburo, parimenti quadro.[16]
Il primo esempio di čahārṭāq prettamente sasanide, il Taq-e Nisim, si trovava invece a Firuzabad (Fars), città ristrutturata come capitale dal fondatore della dinastia, Ardashir I (r. 224-241), dopo la sua vittoria su Artabano V (r. 216-224), ultimo Re dei Re dei Parti.[25] L'unità architettonica, in pietra tagliata con cupola in mattoni, non era aperta, bensì dotata di quattro porte chiudibili, precedute da altrettanti atri o anticamere sporgenti dal blocco centrale dell'edificio. Ardashir I fu anche committente di due complessi palaziali nei dintorni di Firuzabad, il castello-palazzo Dezh Dokhtar (it. "Castello della Fanciulla"), sua iniziale residenza, ed il palazzo Atash-kadeh, sua dimora dopo la proclamazione a nuovo Shāhānshāh, entro i quali il cubo cupolato a quattro varchi, in questo caso nella forma del čahārqāpū poiché parte di una più complessa planimetria, già figurava.[15][26][27][28]
Al periodo sasanide data l'impiego del čahārṭāq quale struttura per contenere il fuoco sacro zoroastriano, l'ātar, e quindi come edificio-tipo per il tempio del fuoco (pal. ātaškada).[7][9] Fino ad allora, lo Zoroastrismo aveva costruito pochi o nessun luogo sacro. Con i Sasanidi, lo Zoroastrismo divenne religione di stato[29] e gli edifici dedicati al culto del fuoco presero piede: templi destinati ad ospitare un fuoco perpetuo, simbolo della luce divina, l'accesso nei quali era privilegio della casta sacerdotale (pal. asronan) mentre i fedeli, dall'esterno, dovevano accontentarsi di adorare il fuoco da una delle aperture.[30][31][32] Gli edifici templari zoroastriani svilupparono poi forme più complesse, mentre gli asronan crescevano in potenza nella società imperiale similarmente a quanto avrebbe fatto nell'Europa medievale la Chiesa.[33] Entro questi complessi templari dotati inevitabilmente di strutture secondarie/di supporto (dormitori e mensa per il clero, gli schiavi ed i pellegrini, magazzini, ecc.) l'unità architettonica del čahārṭāq poteva essere ripresa innumerevoli volte: così, nella proposta ricostruzione del tempio del fuoco del borgo montano di Abyaneh (Esfahan) si considera la presenza di almeno due distinti tetrastili cupolati, come per i ruderi del complesso templare zoroastriano di Konar Siah, nel Fars, mentre è confermata la presenza di diversi čahārṭāq nel grande tempio del fuoco di Esfahan.[2][34][35] La ragione del moltiplicarsi dei čahārṭāq nei complessi templari più grandi è ancora dibattuta: la tesi suffragata dall'iranista tedesco Klaus Schippmann (1924-2010), basata sulle interpretazioni del già citato Godard, è che l'unità architettonica collocata alla sommità del complesso potesse fungere da luce di segnalazione come un vero e proprio faro nel mezzo del brullo paesaggio persiano.[34][35]
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Ruderi del tempio del fuoco di Konar Siah (Fars). Visibili i due čahārṭāq

Il più grande esempio di čahārṭāq fu quello commissionato da Sapore I (r. 241-270), figlio ed erede di Ardashir I, nella città da lui fondata di Bishapur (Fars). L'unità, la cui cupola aveva un diametro di oltre 27 m, fu la prima ad essere circondata da un ambulacro che la integrava al circostante complesso palaziale del sovrano. Probabilmente utilizzato come tempio del fuoco, si sarebbe trovato interconnesso ad una limitrofa struttura semi-sotterranea dotata di stagno sacro interpretabile come un tempio di Anahita.[36]

Dal tardo periodo sasanide sono noti esempi di čahārṭāq, sia come unità isolate sia circondato da deambulatorio, tutti in varie permutazioni: ad esempio, quelli scavati nel santuario del Qal-e Kaferan sul Monte Khajen,[37][38][39][40] nel santuario di Takht-e Soleyman[41][42] e nel Qaḷʿeh-i Yazdigird[43] (tutti con ambulacri e stanze aggiuntive) o quello rinvenuto nell'importante sito iraniano di Tureng Tepe[44] (un semplice cubo chiuso, forse con una stanza d'ingresso o un riparo). Innumerevoli altri čahārṭāq sono stati segnalati[45][46] ma la maggior parte è documentata solo superficialmente e tracce di muri di cinta, corridoi circostanti o stanze adiacenti sono state spesso trascurate. Il čahārqāpū stesso seguitava nel frattempo ad essere utilizzato nell'edilizia palatina sasanide: il palazzo fatto costruire da Bahram V (r. 420-438) a Sarvestan, nell'immensa pianura desertica del Fars, per esempio, conferma la stanza cupolata cruciforme come anticamera della sala del trono.[15][47][48][49]
A Takht-e Soleyman, nello specifico, sono stati rinvenuti due čahārṭāq: il più grande, circondato da un muro, con una cupola di 8 metri di diametro, attribuito alla committenza di Cosroe I (r. 531-579), e il c.d. "Adur Gushnasp",[50] uno dei "Tre Fuochi di Bahram",[31][32] che divenne meta di pellegrinaggio zoroastriani dai tempi di Cosroe II (r. 590-628). La sua pianta, particolarmente confusa, differisce da quella degli altri templi, probabilmente in ragione della sua duplice funzione di edificio d'uso regale e luogo di pellegrinaggio, contenendo due altari del fuoco (uno pubblico e uno accessibile solo dal limitrofo palazzo reale e quindi, presumibilmente, d'esclusivo uso regale).[41][42][51][N 1]
Nell'ecumene musulmano
[modifica | modifica wikitesto]Insieme a molti altri elementi dell'architettura persiana,[52] il čahārṭāq, nuovamente da intendersi come unità architettonica, fu adottato nell'architettura islamica che lo associò a quattro tipologie edilizie principali: la moschea, il mausoleo, il palazzo e il padiglione da giardino.[1][11] L'entrata in uso fu rapidissima: l'annessione della Persia al Califfato dei Rashidun (632-661),[10] veicolò infatti il čahārṭāq in Siria durante l'exploit architettonico promosso dalla successiva dinastia califfale, gli Omayyadi (661-750),[11] mentre il seguente exploit politico-culturale noto come "Intermezzo iraniano" (IX-X secolo) portò addirittura ad un vero e proprio revival per la cultura e l'arte sasanide in seno al Califfato abbaside (750-1258),[53] contribuendo al revival di elementi architettonici chiaramente persiani in un areale che andava dall'Asia Minore all'Afghanistan. La successiva creazione del sultanato selgiuchide (1037-1194) in seno al Califfato, mise gli elementi architettonici antico-persiani nelle mani dei nuovi dominatori turchi (v.si architettura selgiuchide).[54]
- Moschee

Anzitutto, entro i confini della Persia, molti čahārṭāq già esistenti presso piccoli centri abitati furono convertiti in moschee,[55][56][57][58] laddove invece nelle grandi città i conquistatori musulmani costruirono nuove e più capaci strutture per la preghiera del venerdì: pensiamo per esempio alla Grande moschea di Ardestan ed alla Grande moschea di Esfahan, entrambe realizzate dai Selgiuchidi e ricchissime di richiami all'architettura sasanide.[59][60]
L'influsso del čahārṭāq/čahārqāpū nello sviluppo della planimetria delle grandi moschee è probabile ma ancora da dimostrare con chiarezza. Il tema dibattuto è la somiglianza, superficiale, tra la pianta del čahārṭāq con deambulatorio e tre grandi moschee abbasidi a nove campate in Afghanistan e Asia centrale: la Haji Piyada a Balkh, la Moschea di Deggaron nel Navoiy uzbeco e la Moschea di Čahār Sotūn a Termeḏ. La somiglianza è maggiore quando, come nella Moschea di Dīggarān, la cupola centrale super per altezza e diametro quelle circostanti.[58] La moschea a nove campate è però così diffusa nel mondo islamico che ne è stata proposta l'origine nelle campate che precedono il miḥrāb della Moschea del Venerdì di Wasit (Iraq).[61] Anche le moschee basate sulla moltiplicazione dell'unità a cupola possono essere viste come varianti di questo tipo: ne sopravvivono esempi del periodo ilkhanide (1256-1335), fors'anche precedenti, nell'Esfahan (v.si moschea Šāpūrbād e Masjed-e Kūča Mīr a Natanz)[58][62] e del periodo timuride (1370-1506) attorno ad Herat (v.si moschea Ōba; Masjed-e Ḥawž-e Karbās a Ḡalvār e Masjed-e Čehel Sotūn a Zīāratgāh).[63]

Risulta invece oggi confermato il collegamento tra il čahārṭāq e la c.d. "moschea a chiosco" postulata come modello architettonico da André Godard (1881-1965) nel 1936[64][65] e confermata come luogo di culto per comunità isolate/remote (laddove invece Godard aveva supposto potesse trattarsi di un'unità base da cui sarebbero sviluppate più grandi moschee come appunto la sopracitata moschea di Ardestan)[59][64] da approfondimenti negli Anni 1970.[66] Il modello trovò impiego successivo in contesti architettonici ove il luogo di culto era necessario ma lo spazio ristretto: così nel monumentale caravanserraglio "Sultan Han" di Aksaray (Turchia), costruito in stile selgiuchide nelle terre del Sultanato di Rum (1077-1308) fu compresa una moschea a chiosco dalle forme facilmente riconducibili al čahārṭāq sasanide.[67] Interessante anche il caso della moschea del celebre caravanserraglio già sasanide di Dayr-e Gachin (Qom): realizzata entro la torre sud-orientale del complesso, ha una struttura del tutto similare a quella di un čahārṭāq e potrebbe, in questo caso, essere stata realizzata sul sito di un precedente ātaškada.[68]
In discorso a parte riguarda invece i čahārṭāq impiegati all'interno di grandi complessi templari musulmani come unità a sé stanti, esattamente com'era stato per il čahārṭāq entro i santuari zoroastriani. È il caso, per esempio, della fontana per le abluzioni entro un chiosco in forma di čahārṭāq che si trova nel cortile della sontuosa Moschea di Ahmad ibn Tulun a al-Qata'i' (attuale Il Cairo) capitale dello stato secessionista tulinide d'Egitto (868-904), costruita nel 879.[N 2]
- Mausolei
Diversi testi e poesie musulmane associano il čahārṭāq al quarto livello del cielo, dimora del sole e quindi fonte di luce: una sorta di microcosmo artificiale che diventa attributo appropriato per la figura di un santo (ar. walī ) e non sorprende, pertanto, che il cubo cupolato potesse essere un'unità architettonica appetibile per un mausoleo, soprattutto quello di un santo,[69] in un paese come la Persia ove prese piede la venerazione degli imam sciiti, fenomeno noto come "Imamzadeh", parola che passò anche ad indicare il mausoleo del imam/santo.[70]
Prove a suffragio della teoria inizio novecentesca della diretta conversione dei čahārṭāq sasanidi in mausolei vernacolari musulmani[64] iniziano ad essere sistematicamente riportate.[71] Risulta invece più facile rintracciare nel tetrapilo sasanide il modello di partenza da cui svilupparono, proprio in Persia, alcuni imponenti mausolei musulmani. Anzitutto, il Mausoleo di Ismail Samani (r. 892-907), emiro di una delle dinastie iraniche che si spartirono la Persia durante la decadenza degli Abbasidi, i Samanidi (819-1005), realizzato nel 905: il tetrapilo sasanide è però qui massicciamente integrato con elementi decorativi arabi ed arricchito da cupolette angolari, a riprova di un'impronta al massimo archetipica.[72] Nel successivo Mausoleo di Arab-Ata (977/978), gli architetti samanidi si sbizzarriscono ulteriormente: sulla forma cubica, rimuovono gli ingressi assiali tenendone solo uno e lo ornano con un iwan. Il mausoleo di Ahmed Sanjar (r. 1118-1157), l'ultimo dei sultani selgiuchidi, a Merv (attuale Mary, Turkmenistan), torna su forme più canoniche seppur la ricca presenza di gallerie voltate nella sommità delle pareti, nel tamburo e nella cupola stessa richiamino il percorso evolutivo sin lì svolto.[73][74][75]
La caratteristica più distintiva del čahārṭāq, cioè i quattro ingressi assiali, persiste in alcuni altri mausolei del Turkmenistan di datazione però incerta,[58][76][77] mentre, al di fuori della Persia, la forma del čahārṭāq si ritrova in numerosi mausolei fatimidi (909-1171) ad Assuan e al Cairo.[78] Il modello sopravvive nella memoria degli architetti musulmani e ricompare anche a distanza di secoli in aree legate all'influenza politico-culturale della Persia: interessante esempio sono i mausolei dei Baridi del Sultanato di Bidar (1489-1619), nel Deccan (India) tardomedievale, che, pur realizzati secondo lo stile indo-islamico, si rifanno chiaramente al modello del čahārṭāq.[79]
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Mausoleo di Arab-Ata (977/978) a Samarcanda (Uzbekistan)
- Palazzi

Il geografo iraniano al-Istakhri († 957) descrisse il palazzo del governatore (pal. Dār al-Emāra) di Merv, edificato nel 750, come dotato di un čahārqāpū ciascuna delle cui porte era preceduta da un iwan.[80] Anche tre abitazioni nella regione di Merv mostrano l'influenza del čahārṭāq. La più antica, il chiosco di Tahmalaj, ha una pianta a nove campate ed un čahārṭāq centrale. Una casa selgiuchide vicino Merv ha un čahārṭāq che si apre su quattro volte a botte assiali, e a Bāšān, a ovest di Merv, un altro edificio selgiuchide (caravanserraglio o abitazione) costituito da stanze attorno a un cortile e una piazza coperta annessa con un čahārṭāq al centro.[77]
La simmetria del čahārṭāq/čahārqāpū apparentemente piacque agli architetti abbasidi che ricostruirono per conto del califfo al-Mu'tasim (r. 833-842) l'antica Samarra sasanide, in Iraq, per farne la nuova capitale califfale e che l'utilizzarono per la sala del trono del Jawsaq al-Ḵāqānī, sostituendo però gli iwan con delle sale basilicali. Il modello fu ripreso nel Qaṣr al-Jaṣṣ del califfo al-Mutawakkil (r. 847-861), nel Balkowārā del califfo al-Mu'tazz (r. 866-869) e nei palazzi Estabolāt. Meno chiara la classificazione della sala del trono nel Palazzo degli Amanti (ar. Qaṣr al-ʿĀšeq) del califfo Al-Mu'tamid (r. 870-892), sulla riva occidentale del Tigri, dotata di quattro ingressi assiali ma forse non dotata di voltae[81] e di quella del più antico palazzo-fortezza di al-Ukhaidir del primo califfo abbadise, al-Saffah (r. 749-754), con quattro ingressi e soffitto a botte, forse originariamente destinato a sostenere una cupola.[82][83]
- Padiglioni
Al netto delle difficoltà legate allo studio di una struttura deteriorabile quanto un padiglione da giardino, la pianta di uno dei primi conservatisi sino ai giorni nostri, quello del palazzo ghaznavide (977-1186) di Lashkari Bazar in Afghanistan, è una versione in miniatura delle sale del trono čahārqāpū sopra discusse.[84][85] Praticamente identica è la pianta del ḵānaqāh dell'intellettuale Afushta'i Natanzi (1539-1599) al servizio dello Scià safavide 'Abbas I il Grande (r. 1587-1629).[1] La maggior parte dei padiglioni, in quel tempo, erano poligonali ma un padiglione-čahārṭāq a pianta quadrata poteva occasionalmente essere costruito a cavallo di una piscina, come nel Giardino di Fin (pal. Bāḡ-e Fīn) del predetto 'Abbas I il Grande vicino Kashan.[86]
Regno d'Armenia e Impero bizantino
[modifica | modifica wikitesto]L'Armenia (il Caucaso in generale), in quel tempo governata dal Regno d'Armenia (321 a.C.-428), fu terra contesa tra Roma e la Persia per secoli, interessata dalla presenza sia di una forte comunità cristiana sia di una proterva comunità zoroastriana, formalmente smembrata tra bizantini e sasanidi nel 428 ma ancora teatro di battaglie al tempo del basileus Giustiano I (r. 527-565) e dello Shāhānshāh Cosroe I (r. 531-579).[87] Paese di tradizione architettonica protostorica (v.si Urartu), l'Armenia sviluppò a partire dal IV secolo una propria architettura tardo-antica/medievale che influì sui successivi sviluppi dell'architettura bizantina in particolare ed europea in generale.[N 3]
Taluni studiosi ipotizzano che proprio in Armenia l'influenza del čahārṭāq sasanide funse da modello per lo sviluppo della pianta a croce greca inscritta o "pianta quinconciale", esemplificata dalla Nea Ekklesia (880) di Costantinopoli,[88] poi iconica dell'architettura bizantina.[16] Anzitutto, sin dagli Anni 1970 si è postulata la presenza di antichi ātaškada nei siti ove poi sorsero alcune delle prime chiese d'Armenia,[89] come la Cattedrale di San Gregorio a Dvin (470)[90][91] o la Chiesa di Tekor (480).[92][93] Certo fu invece il persistere, ancora nel VII secolo, del culto zoroastriano spesso in competizione, anche violenta, con il cristianesimo:[89] consideriamo, per esempio, che quando Sapore II (r. 309-379) attaccò l'Armenia distrusse la chiesa madre a Echmiadzin e tentò di sostituirla con un ātaškada,[94] mentre quando Cosroe II (r. 590-628) riconquistò Avan abolì il locale Catholicos filo-bizantino. Assumendo la probabile forma del čahārṭāq per gli ātaškada tardo-sasanidi in Armenia, è quindi facile supporre che ivi il passaggio dal tetrastilo zoroastriano alla chiesa sia stato similare a quanto occorso nel resto della Persia per le moschee.
L'effettivo aspetto delle chiese armene paleocristiane è però oggi dibattuto, in ragione della fitta serie di ricostruzioni e rifondazioni cui furono soggette proprio in ragione dei continui rovesci locali delle guerre romano-sasanidi (224-628). La predetta chiesa madre d'Armenia, la Cattedrale di Echmiadzin (303), per esempio, assunse l'attuale assetto a pianta cruciforme quinconciale in seguito alla ristrutturazione del V secolo[94] mentre la Chiesa di Santa Gaianè (III-IV secolo), sempre a Echmiadzin, ormai capitale spirituale d'Armenia, fu ristrutturata nella prima metà del VII secolo proprio sul modello della cattedrale, assumendo solo allora l'assetto attuale quinconciale[95] che anticipata quello della Chiesa del Myraleion di Costantinopoli (post-920).[96] Nella Chiesa di Tekor, la cui pianta richiama la Chiesa Sud del Monastero di Costantino Lips a Costantinopoli,[97] a sua volta fortemente rassomigliante a quella della Myraleion,[98] la cupola fu aggiunta non prima del VI secolo[92] e anche nella Cattedrale di Dvin, a pianta basilicale trilobata, la cupola, all'intersezione tra la navata ed il transetto, fu realizzata tra VI e VII secolo.[90] L'ormai distrutta Cattedrale di Avan,[99] con pianta quadrilobata e cinque cupole come le mature quinconci bizantine, edificata ex-novo nel VI secolo come fulcro del complesso del Catholicos filo-bizantino su strutture precedenti, rappresenta invece un interessante campo di studi. Va inoltre considerato che l'architettura armena mutuò forme dai romani tanto quanto dai sasanidi,[100] come ben evidente nella forma assunta dalla già citata Chiesa di Tekor.[92] Seppur sia evidente, anche negli elementi architettonici di tipo più decorativo, come edicole, ciborii e torrette, il gusto armeno per la pianta equilatera nelle strutture cupolate poggianti su pilastri o colonne per tramite di archi e volte, la dimostrazione della presuntiva derivazione dal čahārṭāq della pianta quinconciale è ancora materia da approfondire.
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Planimetria della Chiesa di Tekor
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Planimetria della Chiesa di Santa Gaianè (Echmiadzin)
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Veduta aerea dei ruderi della Cattedrale di Avan (VI secolo)
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Edicola nella Cattedrale di Erevan
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Torrette ed edicola tetrastili ed esastili archivoltate nella Cattedrale di Echmiadzin
Architettura contemporanea
[modifica | modifica wikitesto]Il čahārṭāq è oggi uno degli elementi tradizionali dell'architettura iranica che ispira architetti ed ingegneri, iraniani ma non solo, nella realizzazione di opere postmoderne di sapore tradizionale: tra i più famosi consideriamo la Torre Azadi di Teheran dell'architetto Hossein Amanat[8] o la moschea del Centro congressi internazionale di Esfahan.
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Torre Azadi di Teheran (1971)
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Padiglione degli studiosi di Vienna, un ibrido tetrapilo-čahārṭāq con pasticci architettonici persiani
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Moschea del Centro congressi internazionale di Esfahan
Note
[modifica | modifica wikitesto]Esplicative
[modifica | modifica wikitesto]- ^ Circa la funzione sacerdotale della famiglia reale sasanide ed il suo ruolo nella gestione della religiosità zoroastriana nazionale si veda Daryaee 2009, pp. 69-81.
- ^ Il chiosco della Moschea di Ahmad ibn Tulun reca ancora oggi una targa commemorativa in legno della ristrutturazione effettuatavi dal sultano mamelucco-bahri Lajin (r. 1297-1299) nel 1296 – (EN) Tarek Swelim, Ibn Tulun: His Lost City and Great Mosque, American University in Cairo Press, 2015, pp. 169-173, ISBN 9789774166914.
- ^ Il ruolo giocato dall'architettura armena nello sviluppo delle architetture bizantina, romanica e gotica era già stato postulato al principio del XX secolo dal controverso storico dell'arte tedesco Josef Strzygowski (1862-1941) nel suo Die Baukunst der Armenier und Europa (1918) e recentemente ripreso dall'americano-armena Christina Maranci nel suo Medieval Armenian Architecture: Constructions of Race and Nation (2001).
Bibliografiche
[modifica | modifica wikitesto]- ^ a b c d e f g h Huff e O'Kane 1990.
- ^ a b c d e (FR) André Godard [et al.], Les monuments du feu, in Āthār-é Īrān, n. 3, 1938, pp. 7-80.
- ^ a b Herzfeld 1935, p. 90.
- ^ a b Huff 1982, pp. 197ff.
- ^ a b Huff 1975a, pp. 243ff.
- ^ a b Huff 1975b, pp. 156ff.
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Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]Fonti
[modifica | modifica wikitesto]- (AR) al-Istakhri, Kitāb al-Masālik wa-l-Mamālik [Libro delle strade e dei Reami], X secolo.
Studi
[modifica | modifica wikitesto]- In italiano
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Consultazione
[modifica | modifica wikitesto]- In italiano
- Richard Krautheimer, Architettura paleocristiana e bizantina, Einaudi, Torino, 1986, ISBN 88-06-59261-0.
- In altre lingue
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Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]Altri progetti
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Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Bruno Genito [et al.], L'archeologia dell'Iran. Il mondo degli imperi iranici, in Il mondo dell'archeologia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2002-2005.
- (EN) Dietrich Huff e Bernard O'Kane, ČAHĀRṬĀQ, in Encyclopædia Iranica, 1990.