Cerreto antica

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Cerreto Vecchia
Colle della vecchia Cerreto Sannita.jpg
colle dove sorgeva Cerreto antica, distrutta dal terremoto del 5 giugno 1688. In alto a sinistra si possono vedere i ruderi del torrione medievale
CiviltàSanniti, Cerretesi
Utilizzocittà
Stilemedievale
EpocaVIII secolo - 1688
Localizzazione
StatoItalia Italia
ComuneCerreto Sannita
Scavi
Data scoperta2010 (inizio restauro)
Amministrazione
Entecomune di Cerreto Sannita
Visitabile
I ruderi del Torrione

Con la denominazione Cerreto antica (comunemente commutata in Cerreto vecchia o in vecchia Cerreto) si intende l'insediamento (VIII secolo-1688) che precedeva l'attuale Cerreto Sannita, edificata dopo il terremoto del 5 giugno 1688.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La nascita di Cerreto antica[modifica | modifica wikitesto]

È opinione diffusa tra gli storici che il villaggio sannita di Cominium Ocritum venne raso al suolo dai saraceni - che fra l'846 e l'847 distrussero la vicina Telesia - e che i superstiti di Cominium assieme ad alcuni telesini fondarono un nuovo centro abitato in una località meglio difendibile.[1]

Il nuovo centro abitato, chiamato inizialmente Cerrito, viene oggi indicato dagli storici con la denominazione Cerreto antica o vecchia Cerreto per distinguerla dalla nuova Cerreto, l'attuale, ricostruita dopo il terremoto del 5 giugno 1688.[2]

Il primo documento che cita il borgo è un diploma che risale al X secolo. In questo diploma dell'anno 972 l'imperatore Ottone II di Sassonia confermava il possesso della chiesa di San Martino di Cerreto all'abate Gregorio di Santa Sofia in Benevento. Questa donazione venne ratificata successivamente nel 1022 e nel 1038 rispettivamente dagli imperatori Enrico II il Santo e Corrado II il Salico, e nel 1088 dal papa Gregorio VII.[3]

Cerreto antica era sita poco distante l'attuale centro abitato, su di un ampio colle lambito su due lati dai torrenti Turio e Cappuccini. Cinta da possenti mura, aveva quattro porte di accesso distribuite tre (porte Sant'Antonio, di Suso e dell'Ulmo) a sud-est e una (porta Gaudiana) a sud-ovest. Alla sua sommità vi era il castello dei Sanframondo, circondato da un fossato, e sul cui slargo antistante si affacciavano due chiese, una dedicata a Sant'Antonio e l'altra alla Madre di Dio con annessi, rispettivamente, il convento dei padri conventuali ed il monastero delle clarisse. Nel ventre della città vi erano la collegiata di San Martino e la chiesa di Santa Maria in Capite Foris che affacciava su un'ampia piazza sede di attività economiche e di uffici pubblici. Nei pressi della porta di suso si ergeva invece il torrione, di cui ancora oggi restano i ruderi, e che aveva funzioni carcerarie.[4]

Una strada, la via Telesina, raccordava Cerreto antica a Telesia.

I feudatari e l'industria dei panni lana[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni ruderi di Cerreto antica lungo la strada comunale San Giovanni

Nel XII secolo con la conquista normanna del meridione d'Italia il paese assieme a quelli vicini divenne possedimento di Raone, primo conte di Cerreto Sannita della casata dei Sanframondo (o Sanframondi) che governarono queste terre sino alla metà del XV secolo. In un diploma del 1151 era conte di Cerreto Guglielmo I Sanframondo, figlio di Raone, cui successe il figlio Guglielmo II che nella seconda metà del XII secolo effettuò numerose donazioni a chiese e monasteri della zona.[5]

Fu grazie al lento declino di Telesia ed in particolar modo al terremoto del 1349 che Cerreto acquistò un ruolo sempre maggiore nella zona dal punto di vista economico, commerciale e demografico. Il sisma del 1349 infatti sconvolse il suo suolo telesino dando origine ad asfissianti mofete. I superstiti, per evitare la morte a causa della malaria e di altre malattie mortali, si trasferirono nei centri più vicini come Cerreto, Solopaca e San Salvatore Telesino. Anche i vescovi abbandonarono Telesia e vagarono nella diocesi in cerca di una dimora stabile che troveranno solo nel XVI secolo a Cerreto.

Nel 1369 Francesca Sanframondi fondò il monastero delle clarisse. Secondo il Rotondi[6] Francesca era figlia di Giovanni III, conte di Cerreto dal 1285 al 1319 mentre secondo il Marrocco[7] essa era sorella del conte Giovanni e figlia di Leonardo Sanframondi.

Il dominio dei Sanframondo ebbe fine nel 1460 quando il conte Giovanni si ribellò senza successo agli aragonesi.

Devoluto il feudo cerretese alla Regia Corte, il re Ferdinando I di Napoli lo donò il 9 gennaio 1483 a Diomede I Carafa che con il suo operato e con quello del padre Antonio, soprannominato Malizia, aveva contribuito alle conquiste aragonesi nel meridione d'Italia. Diomede fu quindi il primo conte di Cerreto Sannita della casata dei Carafa.[8]

I conti Carafa, che tennero la città ed i suoi feudi per oltre tre secoli cioè sino all'abolizione del feudalesimo avvenuta nel 1806, proclamarono Cerreto CIVITAS TOTIUS SUPERIORIS STATE METROPOLIS (città capoluogo della contea superiore). La contea inferiore dei Carafa aveva invece come capoluogo Maddaloni.

A partire dal XV secolo Cerreto conobbe un importante sviluppo economico dovuto alla fiorente industria e al commercio dei panni lana cerretesi che diedero vita ad un ricco ceto mercantile che resistette per secoli ai continui attacchi feudali.

Ogni famiglia benestante ed alcune confraternite possedevano un numero di capi variabile che arrivavano a cifre molto consistenti come testimonia un testamento del 1500 ed un altro atto del 1541 che fanno cenno di due cerretesi che possedevano ciascuno oltre seimila pecore più le giumente.[9]

Secondo lo storico Di Stefano il numero complessivo dei capi di bestiame cerretesi ammontava a duecentomila.[10]

Il terremoto del 5 giugno 1688[modifica | modifica wikitesto]

Intorno alle ore 18,30 del 5 giugno 1688 un terribile terremoto, classificato fra il X el'XI grado della Scala Mercalli,[11] rase al suolo Cerreto e la maggior parte dei paesi del Sannio. Il vescovo dell'epoca Giovanni Battista de Bellis in una relazione scritta l'11 giugno 1688 e rivolta alla Congregazione per i Vescovi così si espresse: «Son forzato lagrimando dare avviso a V.E. dello spettacolo orrendo della desolazione di tutta questa mia Diocesi, per il terremoto succeduto a' cinque della corrente vigilia di Pentecoste, mentre io sono rimasto per piangere le miserie mie e di questo mio Popolo. [..] Telese da' tempi antichi fu abbandonata ed i Vescovi miei predecessori trasferiron l'abitazione nella Terra di Cerreto, già numerosa di Popolo, e insigne ove anche si edificò una Chiesa, assai bella, e in questa Chiesa si trasferì il servizio della Cattedrale, ove officiavano i Canonici, quindici di numero. In essa Terra di Cerreto vi era ancora la Chiesa di San Martino, Parrocchiale e Collegiata, con undici Canonici e l'Arciprete. Vi era un Convento di frati Conventuali luogo di studi e insigne, un Convento di frati Cappuccini, ed un altro di Monache dell'Ordine di Santa Chiara, ove erano sessantacinque monache e converse. Hor questa Terra con le Chiese, Monasteri, e tutto, per quanto tempo porria dirsi un Credo, crollò tutta, tutta, tutta, senza che vi rimanesse in piedi pure una casa da desolarsi, cosa che chi non la vede, stenteria crederla».[12]

Le case caddero una sull'altra e la distruzione fu totale. I superstiti si riversarono nelle campagne circostanti e nella zona dove sorge l'attuale centro abitato. Il 6 giugno, giorno successivo il sisma, il vescovo Giovanni Battista de Bellis (che quando accadde il terremoto era in visita a Faicchio) venne a piedi a Cerreto, trovandovi solo distruzione e desolazione. Egli si premurò di raccogliere le suore di clausura sopravvissute, terrorizzate e spaesate, e di cercare una migliore sistemazione per loro. Trovata una casa dove ospitarle, il vescovo scrisse che al 16 luglio non era stato ancora possibile trasferire le suore perché non aveva trovato nessuno che lo aiutasse a scortarle dato che i sopravvissuti erano intenti, o a compatire le loro sciagure, o a cercare di dissotterrare dalle macerie qualche suppellettile e i risparmi che avevano custodito.[13]

Il conte Marzio Carafa e suo fratello Marino Carafa fermarono coloro che intendevano ricostruire le loro case sulle macerie della città distrutta e, con la consulenza di più periti ingegneri, decisero di ricostruire la cittadina più a valle e su di un suolo maggiormente stabile. La zona scelta per costruire la nuova Cerreto era un vasto e tozzo colle lambito a est e ad ovest dai torrenti Turio e Cappuccini e attraversato da nord a sud dall'antica via Telesina che raccordava Cerreto antica a Telesia.[14]

Cerreto antica venne così abbandonata e divenne cava di materiali per l'edificazione del nuovo centro abitato.

Urbanistica[modifica | modifica wikitesto]

Ricostruzione ideale della chiesa di San Martino.

Cerreto antica nel XVII secolo era una cittadina abbastanza estesa. Il nucleo più antico era cinto da possenti mura a loro volta protette da un profondo fossato. Lungo le mura si aprivano quattro porte[15]:

  • Porta Gaudiana;
  • Porta dell'Ulmo;
  • Porta di Suso;
  • Porta di Sant'Antonio.

A nord ed a sud dell'abitato erano siti due "borghi", quartieri nati fuori le mura a causa dell'aumento della popolazione. Il più piccolo era quello chiamato "Raino" mentre l'altro, chiamato "San Leonardo" era molto più grande e prendeva il nome dall'omonima chiesa che fungeva da Cattedrale[15].

Le strade erano strette e tortuose. La piazza più importante era quella dove si ergeva la chiesa di Santa Maria in Capite Foris perché era sede del mercato, della casa dell'Universitas e di altre importanti attività economiche. Sulla stessa piazza prospettava il Torrione (unico rudere ancora visibile di Cerreto antica) che aveva funzioni carcerarie. Esso era dotato di una fossa sotterranea dove venivano rinchiusi i "delinquenti". Poco distante era il Castello, guardato da torrette normanne.[15].

Nella parte alta di Cerreto antica sorgeva la chiesa di San Martino citata in un documento già nel 972 ma semicadente agli inizi del XVI secolo. Il 28 febbraio 1544 venne eretta a Collegiata e successivamente fu ampliata ed abbellita. La chiesa era di patronato del feudatario che nominava l'Arciprete e gli undici canonici che costituivano il "Capitolo". L'edificio si presentava a tre navate divise da pilastri. Il campanile era molto alto ed era simile a quello della Basilica santuario di Santa Maria del Carmine Maggiore di Napoli.

Ricostruzioni ideali[modifica | modifica wikitesto]

L'unico studioso ad avere operato una ricostruzione ideale di Cerreto Sannita è il dott. Renato Pescitelli che, sulla base dei documenti di archivio, ha messo in opera alcune tavole che ricostruiscono idealmente la fisionomia e la planimetria di Cerreto antica.

Ruderi visibili[modifica | modifica wikitesto]

I resti di Cerreto antica nel 2013

Nel 2011 gli unici ruderi visibili degni di nota sono quelli del Torrione. Gran parte dei ruderi non sono visibili perché sotterrati.

Nel 2010 il Torrione è stato acquistato dal Comune di Cerreto Sannita allo scopo di aprire un parco archeologico e di portare alla luce gli altri resti di Cerreto antica.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Mazzacane, p. 27.
  2. ^ Mazzacane, capp. V e VII.
  3. ^ Angelo Michele Ianacchino, Storia di Telesia, sua diocesi e pastori, Benevento, 1900, p. 115.
  4. ^ Renato Pescitelli, La Chiesa di Santa Maria Assunta in Cerreto Sannita, estratto da Rivista Storica del Sannio, II-2004, p. 10.
  5. ^ Mazzacane, p. 35.
  6. ^ Nicola Rotondi, Del monastero di S. Maria Madre di Cristo di Cerreto: ragionamento, manoscritto inedito del 1844 conservato presso gli archivi del dr. Renato Pescitelli e della Curia Vescovile (sez. Monache, vol. VI).
  7. ^ Dante Marrocco, Sulla genealogia dei Sanframondo, Grafiche Grillo, 1971.
  8. ^ Mazzacane, p. 59.
  9. ^ Mazzacane, p. 165.
  10. ^ Di Stefano, Ragion Pastorizia, Napoli, Boselli, 1731.
  11. ^ Domenico Franco, Il terremoto del 1688 nel Cerretese in Annuario dell'Associazione Storica del Sannio Alifano, 1966.
  12. ^ Chiesa, p. 255.
  13. ^ Palazzi, p. 16.
  14. ^ Palazzi, cap. I
  15. ^ a b c R. Pescitelli, La Chiesa.., Pag. 10

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV., Cerreto Sannita: Testimonianze d'arte tra Settecento e Ottocento, E.S.I., 1991.
  • Vincenzo Mazzacane, Memorie storiche di Cerreto Sannita, Liguori Editore, 1990.
  • Renato Pescitelli, Chiesa Telesina: luoghi di culto, di educazione e di assistenza nel XVI e XVII secolo, Benevento, Auxiliatrix, 1977.
  • Renato Pescitelli, La Chiesa di Santa Maria Assunta in Cerreto Sannita, Rivista Storica del Sannio, 2004.
  • Renato Pescitelli, Palazzi, Case e famiglie cerretesi del XVIII secolo: la rinascita, l'urbanistica e la società di Cerreto Sannita dopo il sisma del 1688, Don Bosco, 2001.
  • Pro Loco Cerreto Sannita, Una passeggiata nella storia, Di Lauro, 2003.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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