Ceramica Ferretti

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La ceramica Ferretti fu prodotta a Lodi nel XVIII secolo e ad inizio del XIX secolo e rappresenta uno degli esempi più importanti della produzione di ceramica a Lodi[1][2].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La fabbrica fu avviata da Simpliciano Ferretti che aquisto’ 2 fornaci gia’ esistenti, la prima nel 1725, la seconda nel 1728. Acquisto’ anche tre pertiche di terra di Stradella, una terra particolarmente adatta per la produzione di ceramica, e una mulinetta per macinare i componenti delle vernici[1][2]. L’ubicazione vicino all’Adda della prima fabbrica facilitava il commercio e l’approvvigionamento dei materiali[1][2]. Simpliciano mori’ tra il 1748 e il 1750 e la fabbrica fu ereditata dal figlio Antonio. Antonio fu un abile imprenditore e seppe introdurre varie innovazioni. Data la sua collocazione vicino all’Adda, la fabbrica fu danneggiata durante la Battaglia del ponte di Lodi tra Napoleone e le truppe austriache nel 1796, ma rimase comunque attiva[1][2]. Antonio mori’ nel 1810 e la fabbrica passo’ sotto la direzione del nipote Simpliciano Poli. Fu poi venduta alla famiglia Dossena nel 1823[2].

Tecniche[modifica | modifica wikitesto]

La produzione della prima meta’ del XVIII secolo, sotto la direzione di Simpliciano Ferretti, utilizzava la tecnica del gran fuoco, con due cotture a circa 950 °C. Con la prima cottura si consolidava il manufatto che poteva poi essere smaltato e quindi, con lo smalto ancora non cotto, colorato. Il numero di colori utilizzabili era ridotto a quelli che potevano resistere all'alta temperatura della seconda cottura[1][3]. Inoltre, poiché si dipingeva sullo smalto crudo, quindi su una superficie porosa ed assorbente, eventuali errori non potevano essere corretti[4]. La produzione sotto la direzione di Simpliciano Ferretti puo’ essere confusa con quella della fabbrica Coppellotti, contemporanea e che utilizzava lo stesso tipo di cottura e con decori simili. Si conoscono solo 4 pezzi firmati con una ‘S’ ed una ‘F’ intrecciate[1].

Sotto la direzione di Antonio Ferretti, nella seconda meta’ del XVIII secolo, fu introdotta la tecnica del piccolo fuoco, che permise una maggiore gamma di colori più vivaci. Dopo due cotture a circa 950 °C, identiche a quelle del gran fuoco, si pitturava il manufatto sullo smalto gia’ vetrificato con colori che si sarebbero degradati ad alta temperatura e si procedeva ad una terza cottura a circa 600-650 °C. La stesura sullo smalto gia’ vetrificato permetteva la correzioni di eventuali errori[1]. Uno dei nuovi pigmenti che si poterono usare grazie alla tecnica del piccolo fuoco fu il rosso della porpora di Cassio, a base di cloruro d’oro, che permise l’introduzione di varie tonalita’ e sfumature di rosso, dal rosa al porpora[1][4]. La prima fabbrica Europea in cui si sviluppo’ la tecnica del piccolo fuoco fu quella di Paul Hannong a Strasburgo[1][4]. Antonio Ferretti fu uno dei primi ad introdurre questa tecnica in Italia[1]. Sotto la direzione di Antonio Ferretti comunque si continuarono a produrre anche ceramiche con la tecnica del gran fuoco[1]. I piatti a piccolo fuoco di Antonio Ferretti sono spesso identificabili grazie ad una pennellata blu, allungata, sotto smalto, e dai segni lasciati dai sostegni di cottura, con piccole fratture nello smalto sul retro a gruppi di 3[1].

Decori[modifica | modifica wikitesto]

Il decoro per cui la ceramica Ferretti è più conosciuta è quello a fiori naturalistici, che si sviluppo’ sotto la direzione di Antonio Ferretti. I motivi per cui questo tipo di decoro si affermo’ nella seconda meta’ del XVIII secolo furono due. In primo luogo la tecnica del piccolo fuoco rese possibile l’introduzione di colori più vivaci e in una gamma maggiore. Il secondo motivo è dato dall’interesse scientifico che caratterizzo’ la seconda meta’ del XVIII secolo, in linea con I principi dell’illuminismo[1]. Ferretti dipinse fiori policromi, ma anche in monocromia verde o paonazzetto (con un pigmento violaceo). I più comuni sono comunque I fiori policromi, che possono essere contornati o scontornati, ossia con foglie e petali che possono o meno avere un contorno dipinto con un segno scuro in bruno di manganese[1]. Vennero soprattutto dipinti fiori di campo, come il myosotis (nontiscordardime), il ranuncolo, il fiordaliso, la campanula, la primula e la rosa canina, selvatica, ma anche varieta’ coltivate di rosa, il tulipano ed il garofano[5]. Oltre ai decori floreali, furono anche dipinti decori con figure cinesi e orientali, e alcuni decori alla frutta, con la tecnica del piccolo fuoco; e nature morte alla frutta, pesci, e scene istoriate con la tecnica del gran fuoco[1].

Musei[modifica | modifica wikitesto]

Questi sono alcuni dei musei presso i quali sono conservate ceramiche Ferretti[6]:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o Ferrari, pp. 53-64
  2. ^ a b c d e Gelmini, pp. 28-32.
  3. ^ Ferrari, pp. 38-39.
  4. ^ a b c Gelmini, pp. 39-40.
  5. ^ Gelmini, pp.46.
  6. ^ Ferrari, pp. 220-351.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Felice Ferrari, La ceramica di Lodi, Azzano San Paolo, Bolis Edizioni, 2003.
  • Maria Laura Gelmini, Le fabbriche, in Maioliche lodigiane del '700, Venezia, Electa, 1995, ISBN 88-435-5402-6.
  • Maria Laura Gelmini, L'arte ceramica lodigiana, in Maioliche lodigiane del '700, Venezia, Electa, 1995, ISBN 88-435-5402-6.