Cavallino arrì arrò

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Cavallino arrì arrò è una filastrocca popolare italiana, e fa parte di una tradizione che risale almeno alla seconda metà del secolo XIX, attestata, ad esempio, nel Novo dizionario universale della lingua italiana di Policarpo Petrocchi[1]. Presenta testi leggermente variabili nel tempo e nei luoghi[2], reperibili in raccolte di filastrocche per bambini, ma presenti anche in testi letterari.
Il termine "Arri" è "voce di incitamento che si dà agli animali da tiro e da soma...di probabile formazione onomatopeica", usata già dal due-trecento e documentata nel provenzale, spagnolo, portoghese e arabo[3]. L'interiezione "arrò" è attestata, come elemento della filastrocca, nella Grammatica degli italiani di Ciro Trabalza e Ettore Allodoli[4].

Versioni[modifica | modifica wikitesto]

In area toscana[modifica | modifica wikitesto]

La tradizione popolare versiliese tramanda due versioni di "Cavallino arrì arrò" che differiscono tra loro leggermente nel primo verso, pur essendo simili nella prima metà ad altre versioni riportate dai libri per bambini, mentre la seconda metà sembra originale. Ogni verso è ritmato in quattro tempi identici, che vengono scanditi dalla mamma facendo saltellare il bambino sulle ginocchia, per imitare il passo del cavallo. Il testo è:

« Cavallì cicciricciò/ per la biada che ti do/ per i ferri che ti metto/ devi andare a San Francesco./ A San Francesco c'è una via/ che ti va a Santa Lucia;/ a Santa Lucia c'è un altare/ con tre monache a cantare/ una per i Vivi, una per i Morti,/ una per i Santi Padri nostri.[5] »

In una versione di Valdelsa o del Casentino, il primo verso è rovesciato: Arri arri, cavallino[6].

In area meridionale[modifica | modifica wikitesto]

Nelle versioni dell'Italia meridionale il "cavallino" è più spesso "cavalluccio"[7]. Arri arri cavalluccio è il titolo di una celebre canzone napoletana di Sergio Rendine e Vincenzo De Crescenzo incisa e portata al successo da Franco Ricci.

Nella letteratura[modifica | modifica wikitesto]

La filastrocca compare in diverse narrazioni novecentesche, tra le quali si ricordano In magna Sila di Nicola Misasi[8], Lemmonio Boreo di Ardengo Soffici[9], Quartiere Vittoria di Ugo Dettore[10], Il tappeto verde di Vasco Pratolini[11].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Policarpo Petrocchi, Novo dizionario universale della lingua italiana, Milano, Fratelli Treves, 1887-1891, ad vocem "molino"
  2. ^ M. G. Profeti, Luis Vélez de Guevara. La Serrana de la Vera. La montagna della Vera. Ediz. italiana e spagnola Alinea Editrice, 2010, p.237
  3. ^ Salvatore Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, I, Torino, Utet, 1961, p. 686
  4. ^ Ciro Trabalza, Ettore Allodoli, La grammatica degli italiani, Firenze, Le Monnier, 1950, p. 277 (1ª ed. 1933)
  5. ^ L'altra versione inizia con "Cavallino arrì arrò"; per il resto pare identica.
  6. ^ Giuseppe Pitrè, Salvatore Salomone-Marino Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, Volume 12, Forni, 1893, p.476; Pitrè, ivi (vol.13), p.53
  7. ^ Canti popolari delle Provincie Meridionali raccolti da Antonio Casetti e Vittorio Imbriani, vol. II, Roma, E. Loescher, 1872, pp. 404-5
  8. ^ Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003, p. 62 (1ª ed. Roma : A. Sammaruga e C., 1883)
  9. ^ Firenze, Vallecchi, 1920, p. 26 (1ª ed. Firenze, La Voce, 1912)
  10. ^ Venezia, Marsilio, 1982, p. 119 (1ª ed. Milano, Bompiani, 1936)
  11. ^ Roma, Editori Riuniti, 1981, p. 29 (1ª ed. Firenze, Vallecchi, 1941)

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]