Castello normanno (Paternò)

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Castello normanno di Paternò
Castello normanno paterno.jpg
Paternò, castello normanno
Ubicazione
StatoCoat of Arms of Roger I of Sicily.svg Contea di Sicilia
Arms of the Aragonese Kings of Sicily(Crowned).svg Regno di Sicilia
Stato attualeItalia Italia
RegioneSicilia Sicilia
CittàPaternò
Coordinate37°33′55.44″N 14°53′37.55″E / 37.565401°N 14.893764°E37.565401; 14.893764
Mappa di localizzazione: Sicilia isola
Castello normanno (Paternò)
Informazioni generali
TipoFortezza medievale, Castello
Primo proprietarioRuggero I di Sicilia
Proprietario attualeComune di Paternò
Visitabile
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Per Castello normanno di Paternò si intende la torre principale costituita da un dongione di un complesso fortilizio che essa dominava.[1]

La Storia[modifica | modifica wikitesto]

Assurta a simbolo della città, la torre faceva parte di un castello fatto edificare nel 1072 dal Gran Conte Ruggero per garantire la protezione della valle del Simeto dalle incursioni islamiche. Ruggero, avendo già assediato Catania (1071) e pensando di conquistare Centuripe, provvide nell'arco di pochi mesi alla costruzione del Castello per servirsene come difesa e come posizione tattica per l'eventuale resistenza araba. Alcuni studiosi, come Giuseppe Agnello, sostengono invece che il castello risale ad epoca successiva a quella normanna e precisamente verso la metà del XIII secolo, ad opera di Federico di Svevia. È certo, comunque, che il castello di Paternò faceva parte del "complesso sistema di difesa su cui si fondava la sicurezza del regno di Sicilia"[2]. Il castello fu assegnato alla figlia di Ruggero, Flandrina, sposa dell'aleramico Enrico di Lombardia. Attorno al castello e al piccolo borgo la popolazione iniziò a crescere grazie ai numerosi mercenari al seguito dei conquistatori normanni e all'arrivo di coloni provenienti dall'Italia settentrionale attirati dai privilegi a loro concessi. Il primo nucleo del maniero fu ben presto ampliato e dalle primigenie funzioni prettamente militari fu utilizzato per usi civili, divenendo la sede signorile della Contea di Paternò che Enrico VI di Svevia assegnò nel 1195 al nobile di origine normanna Bartolomeo de Luci[3][4] consanguineo del sovrano svevo. Il Castello negli anni seguenti ospitò re e regine, tra i quali Federico II di Svevia, la regina Eleonora d'Angiò e la regina Bianca di Navarra. E per concessione di Federico II passò a Galvano Lancia. Il castello di Paternò e i territori sottoposti, infatti, furono inseriti nella cosiddetta Camera Reginale che venne costituita da Federico III d'Aragona come dono di nozze alla consorte Eleonora d'Angiò e che poi venne ereditata dalle Regine che si susseguirono, sino alla sua abolizione. Dopo il 1431 appartenne alla famiglia Speciale e dal 1456 fino alla fine del feudalesimo fu proprietà della famiglia vicereale dei Moncada. Utilizzato come carcere nel XVIII secolo iniziò il processo di degrado e abbandono, ma dalla fine dell'Ottocento ha visto diverse campagne di restauro che gli hanno restituito l'antica possenza.

L'edificio[modifica | modifica wikitesto]

L'edificio è a pianta rettangolare su quattro livelli e raggiunge un'altezza di 34 m. I muri hanno uno spessore di 2,60 metri, lo stesso che si riscontra in molte altre costruzioni dell'epoca, come il Castello Ursino di Catania. Nella struttura muraria sono state ricavate le scale di accesso ai piani superiori.[5] Dall'epoca sveva il maniero era coronato da una merlatura ghibellina (come si osserva nel seicentesco Disegno della veduta di Paternò nel "manoscritto Giordano") di cui allo stato attuale resistono solo dei monconi. Particolarmente interessante e gradevole l'effetto di bicromatismo che si crea tra il colore scuro delle murature e le cornici delle aperture in calcare bianco.

Il pianoterreno, al quale si accede attraverso un portale ad arco acuto, è frazionato da due muri divisori che si intersecano a croce e formano quattro ambienti. Entrando, a sinistra vi è la piccola cappella di S. Giovanni, le cui pareti sono rivestite di affreschi. Sempre a sinistra vi è la stanza destinata al corpo di guardia ed adiacente ad essa il vano delle prigioni. Una scala conduce al vestibolo del primo piano e sbocca nel salone delle armi illuminato da quattro bifore. Dalla sala si raggiungono i tre ambienti limitrofi. Nel secondo piano vi è un'immensa sala con due grandi bifore dalle quali si ammira da una parte l'Etna e dall'altra la valle del Simeto. Era questa la sala di rappresentanza e di soggiorno della corte. Ai ,lati si aprono quattro ambienti destinati all'abitazione dei reali. Dalla sala, una scala conduce al terrazzo, cinto da muretti originariamente merlati. da qui, lo sguardo spazia sull'intera città e sulla piana di Catania.[6]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Pagina 185, Tommaso Fazello, "Della Storia di Sicilia - Deche Due" [1] Archiviato il 29 novembre 2015 in Internet Archive., Volume uno, Palermo, Giuseppe Assenzio - Traduzione in lingua toscana, 1817.
  2. ^ Tiziana Guerrera, Paternò: guida alla città, Le Nove Muse Editrice, Catania, 1997
  3. ^ Il cognome viene anche scritto de Lucy, de Luce o Luca, gli storici più recenti preferiscono utilizzare il nome di Bartolomeo de Luci (Guglielmo Scoglio, Monforte San Giorgio e il suo territorio nel Medioevo, Trento 2007, p. 3n.).
  4. ^ Carlo Alberto Garufi, La contea di Paternò e i de Luci, in Archivio storico per la Sicilia Orientale, anno X, fasc. I, 1913.
  5. ^ Ezio Costanzo e Vincenzo Faillica, Paternò Guida alla Città.
  6. ^ Paternò: guida alla città.

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autoritàVIAF (EN241891884
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