Castello di Montoggio

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Castello di Montoggio
Castello Fieschi
Castelli della Valle Scrivia
Montoggio-ruderi castello3.jpg
I ruderi del castello
Ubicazione
StatoFeudi imperiali
Stato attualeItalia Italia
RegioneLiguria Liguria
CittàMontoggio
Coordinate44°31′03.84″N 9°02′31.71″E / 44.517733°N 9.042142°E44.517733; 9.042142Coordinate: 44°31′03.84″N 9°02′31.71″E / 44.517733°N 9.042142°E44.517733; 9.042142
Mappa di localizzazione: Nord Italia
Castello di Montoggio
Informazioni generali
Tipocastello
Primo proprietarioFamiglia Fieschi
Condizione attualeruderi delle mura
Visitabile
Informazioni militari
UtilizzatoreSignoria dei Fieschi
Funzione strategicaProtezione del borgo e controllo delle vie di comunicazione
Termine funzione strategica1547
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Il castello di Montoggio, posto a guardia dell'alta valle Scrivia, divenne proprietà dei Fieschi, una delle più influenti famiglie genovesi, che ne fecero una loro roccaforte soprattutto nel XV e XVI secolo.

Resta legato soprattutto alle vicende della congiura di Gianluigi Fieschi e alla sua drammatica conclusione (1547). In tali circostanze venne infatti completamente distrutto. Oggidì di esso restano soltanto alcune rovine coperte dalla vegetazione, visibili su una collina situata poco distante dal comune di Montoggio.

Il castello dei Fieschi nel XVI secolo[modifica | modifica wikitesto]

Il castello venne fortemente munito verso la metà del XVI secolo per essere adattato a resistere alle nuove armi da fuoco. Venne però totalmente demolito con gli esplosivi a seguito della conclusione della vicenda di Gian Luigi FIeschi nel 1547.

Per fornirne una ricostruzione in via ipotetica, essendo attualmente sempre ridotto a una spianata di macerie coperte dalle vegetazione, è possibile ricavarne un risultato soddisfacente dai dati d'archivio.

Nel XVI secolo l'ingresso era posto a ponente ed era costituito da una fortificazione a parte, di pianta quadrata, ben difesa e munita. Questo ingresso a torrione immetteva in un ampio cortile, in pratica una vasta piazza rettangolare di circa 70 metri per 25, al cui limite opposto stava il nucleo interno del castello.

Il cortile, stretto e lungo, era delimitato da due spessi muri di cinta, coperti da una merlatura, e nei quali si aprivano numerose feritoie. Questi muri, correnti per i lati lunghi del cortile, congiungevano due angoli dell'ingresso a torrione con la parte ancora più fortificata della residenza. Le difese di questa piazza recintata erano anche naturali, con il precipizio che la delimitava oltre le sue mira sul lato a meridione, e a settentrione era protetto dal ripido versante del rilievo in salita.

Procedendo verso la parte più interna - dalla piazza, costituita come piazza d'armi, che conduceva a quella che era la parte abitata dai signori - si passava in direzione di levante un ulteriore e profondo fossato che proteggeva il cuore del fortilizio.

Il corpo principale del castello era composto da un unico blocco, una grande e massiccia costruzione quadrata di circa 40 metri di lato, munita agli angoli da quattro torrioni circolari aggettanti all'esterno e verso l'interno. Questi torrioni avevano un'ulteriore prosecuzione in torrette a pianta quadrata. Pe la parte basamentale possono richiamare nelle forme l'unico torrione posto nel vicino castello di Savignone.

La tipologia, in Montoggio ben più rafforzata, costituiva uno degli esempi di adattamento alle nuove armi da fuoco, seguendo le recenti sperimentazioni che in Genova si erano potute vedere con le fortezze di Castelletto e della Briglia. Si trattava di una torre che sta trasformandosi in bastione, ma che non è ancora il bastione triangolare, in Genova realizzato per la prima volta dai bastioni delle Mura delle Cappuccine progettati dall'Olgiati.

Le torrette a pianta quadrata che su di essi si innestavano, come è possibile desumere dai disegni d'epoca, erano di fatto troppo esili e alte, e potevano anche essere considerate un controsenso per la loro scarsa resistenza ai cannoni, a meno che la protezione della parte basilare su cui si innestavano le avesse poste fuori tiro. Difficile ripercorrere una ricostruzione storica di queste torrette dato che quanto rimane è relativo alle sole parti circolari di base.

Questo corpo centrale era stato progressivamente trasformato in un complesso architettonico molto articolato, con camminamenti, sotterranei, casematte, spalti, feritoie, caditoie, etc.

Al centro era il mastio circolare, con l'abitazione della famiglia; qnche questo stando ai disegni parrebbe assottigliarsi sempre più nelle parti alte; tuttavia le sue strutture in alzato sono scomparse totalmente nella demolizione per cui dal punto di vista della composizione delle sue mura poco si può dire.

Assedio e distruzione del castello nel 1547[modifica | modifica wikitesto]

Gerolamo Fieschi, dopo il fallimento del colpo di Stato, si era asserragliato nel castello di Montoggio. L'edificio, in vista di eventuali rovesci, era stato fortificato in maniera tale da resistere a qualsiasi assedio nel luglio 1546 da Gianluigi, il quale compì queste opere in previsione della sua azione. Le mura erano state allargate sino a 15 piedi, gli spalti modificati con la pendenza a scarpa, aggiunti nuovi bastioni minori e altre difese e riparati i punti deboli. Al castello, dove era asserragliato Gerolamo, arrivavano in suo aiuto altri due congiurati di Gianluigi, Giovanni Battista Verrina e Vincenzo Calcagno, provenienti dalla Francia, dove si erano rifugiati nel momento in cui la morte accidentale di Gianluigi aveva fatto fallire la rivolta. In Francia avevano preso nuovi contatti e contavano su promesse d'aiuto, benché vaghe, da parte del re transalpino. Altre promesse d'aiuto, ma ancor più vaghe una volta vista l'inconistenza del tentativo, venivano dai Farnese di Piacenza.

Fu inviato ad espugnare il castello Agostino Spinola, con un esercito genovese. Una prima intimazione da parte dei commissari della Repubblica di deporre le armi fu respinta da Gerolamo Fieschi. Rifiutata fu ancora una seconda proposta del Senato, portata da Paolo Panza, di cedere il castello su compenso di 50.000 scudi d'oro. Contando sul possibile aiuto francese o per lo meno dalla parte filo-francese, Gerolamo rifiutò di cedere la fortezza e decise di resistere al nemico. L'11 marzo arrivavano da Genova 200 fanti della Repubblica di Genova, che scortavano a Montoggio Antonio Doria e Giovanni Maria Olgiati, il famoso architetto militare milanese, già progettista nei primi anni Trenta delle nuove mura di Genova volute da Andrea Doria e poi sempre ricorrente prestito di Ferrante I Gonzaga dacché il Doria era passato dalla parte della Spagna. L'Olgiati, che in quell'anno progettava anche le nuove mura di Milano, a Montoggio doveva scegliere i luoghi migliori dove piazzare le artiglierie in modo che i loro tiri avessero maggior effetto sulla fortezza. Egli individuò il luogo nel punto della "Costa Rotta" sopra Granara, a circa 1000 m di distanza dal castello e alla stessa altezza. Il 26 marzo una lettera del governo della Repubblica informava che l'accerchiamento della fortezza era in atto da giorni.

Si aprì la battaglia, ma la resistenza prolungò le operazioni, che proseguirono da marzo ad aprile. Spinola disponeva ai primi d'aprile di circa 2000 armati, in gran parte della Corsica, e di molte artiglierie che collocò sul rialzo di Costa Rotta in località Granara, abitato a Nord del castello. Iniziò subito il martellamento delle bocche da fuoco. Dopo 40 giorni si erano sparati oltre 10.000 colpi di cannone, le milizie della Repubblica avevano subito perdite e non riuscivano a prendere il castello. A fornire di viveri ed armi Girolamo era stato Pier Luigi Farnese; in seguito poteva contare ancora sui rifornimenti provenienti dai suoi feudi, che anche grazie ai presidi da lui posti in Cariseto e Varese riuscivano ancora sporadicamente ad introdurre nel castello viveri ed occorrente. Il maltempo fermò per un breve momento l'attacco, che poco dopo riprese. Spinola aveva mobilitato per le sue operazioni tutti gli abitanti della zona nell'età compresa fra i 17 e i 70 anni, ed aveva fatto espugnare i castelli di Varese e Cariseto. Ora riceveva ancora dalla Signoria nuovi rinforzi di truppe di Corsi e il Duca di Firenze, sollecitato da Andrea Doria, gli inviava nuovi bombardieri e molti fanti. L'ambasciatore Ferrante I Gonzaga ancora gli mandava viveri e munizioni e 400 archibugieri. L'8 maggio erano trasportati 40 altri pezzi d'artiglieria, venendo dalla Strada statale 35 dei Giovi, preferita a quella più corta ma troppo ripida di Creto. Sistemati questi si apriva ancora una volta il fuoco contro il castello sotto la direzione di Filippo Doria. Spinola decise di disporre le artiglierie allora per comando del Doria su un dorso meno alto, quello di Omleto, e il 10 maggio infine intimava la ripresa dell'offensiva. Il tiro delle sue bocche da fuoco iniziava ora a riuscire a demolire le mura. La battaglia riprese ancora più violenta, con altri attacchi, ma il castello riusciva a resistere.

Fu infine la mancanza di viveri e lo sbandamento dei 30 miliziani stranieri al soldo del Fieschi che fecero crollare la resistenza. Gli sfiniti mercenari del Fieschi erano in procinto di sollevarsi per la mancanza della paga, le speranze negli aiuti dalla Francia sollecitati da Ottobuono Fieschi stavano crollando, ed in proposito venne diffusa la falsa notizia, tramite un soldato, stando alla quale Ottobono Fieschi comunicava che il Re di Francia rifiutava di appoggiare i Fieschi. Girolamo si risolse alla resa e il 6 giugno mandò Gerolamo Garaventa e Tommaso Assereto dallo Spinola per offrire la resa, a patto di aver salva la vita e gli averi. Il Doria però mantenne la linea dura e l'Assemblea del Senato in conseguenza rifiutava. Agostino Spinola rinnovava l'attacco, riaprendo il bombardamento, avvicinando le bocche da fuoco; i miliziani mercenari del Fieschi chiesero di uscire, ma Girolamo rifiutò: i miliziani allora si ammutinarono e la mattina dell'11 giugno si impadronirono del torrione devastato dall'artiglieria e fecero entrare un primo gruppo di militi genovesi; era una compagnia di fanti dello Spinola che entrava immediatamente, condotta dal capitano Sebastiano Lercari, e ad esse veniva dietro il resto della truppa.

Gerolamo Fiesco ed i difensori della rocca rimastigli fedeli erano costretti ad arrendersi. Era l'11 giugno 1547: vennero scannati sul posto Vincenzo Calcagno, Gerolamo Manara, ed altri due fedeli dei Fieschi. Gerolamo Fieschi era stato preso prigioniero assieme al Verrina e ad altri. Seguì un breve processo, il 12 luglio, all'alba, nella cappella di San Rocco ai piedi del castello. Il Fieschi e i suoi fedeli assistettero alla loro ultima messa. Poi subirono la condanna a morte, ed alcuni la galera od all'esilio. Qui in Montoggio vennero decapitati Gerolamo Fieschi e Verrina; Desiderio Cangialanza fu invece impiccato. Il Senato ordinò la demolizione del castello con decreto dell'11 giugno. Esso venne minato in agosto e fatto saltare in aria in settembre ma la sua struttura era tale - e lo spessore delle muraglie così grandioso - che gli artificieri dovettero lavorare altri 2 anni per completare l'opera e ridurre il complesso fortilizio nello stato attuale.

La sistemazione delle bocche da fuoco[modifica | modifica wikitesto]

Sotto Sinibaldo Fieschi - prima ancora che sotto suo figlio Gianluigi - il castello aveva a disposizione una serie di armi da fuoco, di cui resta testimonianza peraltro solo negli archivi di famiglia.

È possibile ricostruire lo stato di fortificazione in cui il castello era stato lasciato Sinibaldo Fieschi nei primi decenni del Cinquecento.

Lungo i lati esterni posti a meridione e a levante, trovandosi a perpendicolo sopra il precipizio e pertanto inespugnabili per le artiglierie di allora, i relativi due torrioni angolari che guardavano a meridione non erano muniti di artiglierie.

Forti artiglierie erano invece situate nei due torrioni a nord: di essi quello posto verso la cisterna di San Rocco aveva quattro piccoli cannoni, detti smerigi, e quattro grossi archibugi; l'altro torrione verso il bosco aveva quattro pezzi grossi d'artiglieria detti sagri, dodici smerigi, una piccola bombarda, sedici archibugi di metallo o archibusioni, necessari a bloccare il nemico che attaccava da ponente.

Ancora più armato era il corridoio interno posto dietro al bastione di ponente che, posto oltre il fossato, dominava la piazza d'armi. Qui si trovavano un grosso cannone, un cannone cultato, una colubrina e una mezza colubrina.

Il quadrilatero fortificato era pertanto fornito di artiglieria sui due lati di ponente e di tramontana. Il deposito delle armi era situato nel fondo della sala interna, ovvero nella parte abitativa, dove si trovavano venticinque archibusi, sette schioppetti, cinque smerigioni, quarantasette balestre da banco.

In totale, quattro sagri, ventuno smerigi, una bombarda, quarantacinque archibugi, sei cannoni, una colubrina, una mezza colubrina, sette schioppetti, quarantasette balestre, oltre agli accessori (caricatori, incudini, fucine, mortai e le armi bianche).

Circa due decenni dopo il castello, ulteriormente fortificato dal figlio di Sinibaldo, GianLuigi, era stato teatro dell'ultima resistenza dei congiurati del 1547 terminata nel settembre di quell'anno con la totale distruzione del manufatto architettonico.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]