Carri di Tespi

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I Carri di Tespi (o Padiglioni) erano dei teatri mobili realizzati attraverso strutture lignee coperte di cui si servivano i comici del teatro nomade popolare italiano per il loro teatro di strada, a partire dal tardo Ottocento. Venivano montati "su piazza" e restavano allestiti per 40/50 giorni durante i quali le compagnie dei "guitti" girovaghi recitavano sera dopo sera un copione diverso, esaurendo integralmente il loro repertorio. Essi devono il proprio nome alla figura mitica del teatrante Tespi d'Icaria, descritta da Orazio nell'Ars poetica ed erano ancorati all'idea di un teatro di massa di forte impatto emotivo e capace di veicolare la cultura teatrale a fino a fasce dimenticate di popolazione.

Il Fascismo si servì di questo modello e dell'esperienza del teatro girovago costruendo un progetto di teatro itinerante all'aperto a partire dal 1929: quattro enormi strutture teatrali - tre per la prosa e una per la lirica - trasportate su autocarri che presero il nome anch'essi di Carri di Tespi, ideati dallo scenografo Antonio Valente da Gioacchino Forzano, probabile conoscitore delle esperienze di "Teatro ambulante" promosse in Francia da Firmin Gémier prima della Grande Guerra. Essi, emulando i "guitti" del teatro nomade popolare, viaggiavano per tutte le province italiane in lunghe tournée, capaci di coinvolgere centinaia di migliaia di spettatori. Il Carro di Tespi giungeva anche nelle località più sperdute, normalmente non coinvolte in eventi teatrali significativi. Qui le maestranze allestivano la vasta platea, capace di contenere cinquemila spettatori e il grande palcoscenico sormontato da una cupola Fortuny, sulla quale potevano essere realizzati molti effetti illuminotecnici.

I dati statistici ufficiali segnalavano risultati di pubblico molto elevati: nel 1936 si parlò di oltre un milione di spettatori per i quattro carri. Un dato non inverosimile considerando che tra 1930 e 1935 furono effettuate una media di 190-200 rappresentazioni ad ogni stagione estiva.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • G. Pedullà, Il teatro al tempo del fascismo, il Mulino, Bologna, 1994.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]