Carlo De Benedetti

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Carlo De Benedetti

Carlo De Benedetti, noto anche come l'Ingegnere (Torino, 14 novembre 1934), è un imprenditore ed editore italiano naturalizzato svizzero. Nominato Cavaliere del Lavoro e Ufficiale e poi Commendatore della Légion d'Honneur, ha ricevuto la laurea honoris causa in Legge della Wesleyan University, Middletown, Connecticut (Stati Uniti d'America).

I primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Di origine ebraica[1], nacque (preceduto dal fratello Franco) dall'ebreo sefardita convertito al cattolicesimo Rodolfo Debenedetti[2] e dalla cattolica Pierina Fumel. Il padre apparteneva a una famiglia di professionisti e banchieri, ma fu il primo della casata a cimentarsi nell'industria: nel 1921, in collaborazione con alcuni tedeschi, aveva fondato la Compagnia Italiana Tubi Metallici[3]. A suggellare il loro status di "ricchi borghesi", nel 1935 i Debenedetti lasciarono la loro anonima residenza di via Bertola per trasferirsi in un esclusivo appartamento del senatore Giovanni Agnelli, lungo il centralissimo corso Oporto (attuale corso Matteotti)[4].

Colpita dalle leggi razziali fasciste, nel 1943 la famiglia fu costretta a lasciare l'Italia ottenendo asilo politico in Svizzera. Scampato il pericolo, rientrò a Torino dove Rodolfo riprese la sua attività imprenditoriale e tornò a vivere nello stesso stabile dove abitavano gli Agnelli.

Dopo la laurea in ingegneria elettrotecnica al Politecnico di Torino (1958), il servizio militare negli alpini a Bra come soldato semplice perché antimilitarista[5] e il matrimonio con Mita Crosetti, figlia di un noto cardiologo torinese,[6] Carlo cominciò a lavorare nell'azienda di famiglia. Assieme al fratello Franco acquisì nel 1972 la Gilardini, una società quotata in Borsa che fino ad allora si era occupata di affari immobiliari e che i due fratelli trasformeranno in una holding di successo, impegnata soprattutto nell'industria metalmeccanica. Carlo De Benedetti nella Gilardini ricoprirà le cariche di presidente e amministratore delegato fino al 1976. Nel 1974 fu nominato presidente dell'Unione Industriali di Torino (fu voluto dai fratelli Agnelli perché abile nel dialogare con i comunisti)[7] e nel 1975 presidente regionale degli industriali del Piemonte.

L'esperienza FIAT[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1976, grazie all'appoggio di Gianni e Umberto Agnelli, quest'ultimo suo vecchio compagno di scuola (al San Giuseppe, terza media, quarta e quinta ginnasio),[8] fu nominato amministratore delegato della FIAT. Come "dote" portò con sé il 60% del capitale della Gilardini, che cedette alla FIAT in cambio di una quota azionaria della stessa società (il 5%) venduta dalla holding IFI. Mentre Umberto Agnelli lasciò gli incarichi operativi perché eletto senatore della DC, De Benedetti cercò di svecchiare la dirigenza della società torinese, nominando manager a lui fedeli (a cominciare dal fratello Franco) alla guida di importanti unità operative del Gruppo. Dopo un breve periodo di quattro mesi - a causa, si disse, di "divergenze strategiche" - abbandonò però la carica in FIAT.

De Benedetti diede varie volte la sua versione dei fatti, l'ultima (forse la più vera) dopo la morte dei fratelli Agnelli, nell'occasione della conferenza stampa tenutasi il 26 gennaio 2009 a palazzo Mezzanotte, con la quale annunciava le sue dimissioni dalla presidenza di tutte le società che aveva fondato: sostenne che le divergenze consistevano nella forte esitazione da parte della famiglia Agnelli a ridurre in modo drastico il numero degli addetti alla manodopera. L'ingegnere, proseguendo il discorso, ribadì che queste difficili scelte furono comunque prese dal Lingotto quattro anni più tardi; ma dopo aver subito ingenti perdite (una "barcata" di denaro, secondo le sue testuali parole).

L'acquisizione di CIR e l'ingresso in Olivetti[modifica | modifica wikitesto]

Nel dicembre del 1976, De Benedetti rilevò le "Concerie industriali riunite" dai Conti Bocca. De Benedetti cambiò la denominazione della società in CIR - Compagnie Industriali Riunite, vendette l'originaria attività nelle concerie e trasformò la CIR in una grande holding industriale. La prima acquisizione fu quella della Sasib di Bologna dall'americana AMF. Nel 1978 entrò in Olivetti, di cui divenne presidente. In questa azienda, dal nome glorioso, ma molto indebitata e dal futuro incerto, pose le basi per un nuovo periodo di sviluppo, fondato sulla produzione di personal computer e sull'ampliamento ulteriore dei prodotti, che vide aggiungersi stampanti, telefax, fotocopiatrici e registratori di cassa. In soli 24 mesi l'azienda passò da una perdita di 70 miliardi all'anno ad un profitto di 50 miliardi che raggiunse i 350 miliardi nel 1983.[9]

Proprio nel 1983 la Olivetti aprì il capitale sociale ad un colosso americano delle telecomunicazioni, l'At&t: un investimento di 450 miliardi di lire, considerato all'epoca un record come singolo investimento americano effettuato in Italia, in cambio del 25% del capitale. L'alleanza durerà cinque anni. Nel 1984 la Olivetti inglobò l'inglese Acorn Computers. E l'immagine di un De Benedetti imprenditore illuminato (all'epoca dichiarava di votare repubblicano e di avere votato solo una volta liberale per aiutare Valerio Zanone)[10] raggiunse il livello più alto.[11] Già nel 1979 sostenne che la distanza tra la classe politica e ciò che la gente vuole era aumentata negli ultimi anni trascinando l'Italia verso una nuova Repubblica; nell'estate del 1982 dichiarò a l'Unità che "l'azienda Italia è in fallimento" e che "non si può ghettizzare un terzo del paese, il Pci, e poi lamentarsi che faccia l'opposizione. D'altra parte il Pci non può isolarsi, rendendo gli altri felici per gli alibi che offre loro";[12] nel 1983 affermò di essere il paladino del capitalismo italiano: "Io, Carlo De Benedetti, anni quarantanove, cittadino italiano di professione imprenditore, dico che mi piace fare il capitalista e che sono fiero di esserlo".[13] Proprio all'inizio degli anni ottanta, "pur continuando a conservare una preferenza pubblica per il Partito repubblicano", cominciò a "instaurare un legame" con il Pci di Berlinguer.[14]

Nel 1981 CIR diede vita a SOGEFI, società globale di componentistica auto, di cui Carlo De Benedetti è stato presidente per venticinque anni prima di cedere il posto al primogenito Rodolfo, conservando però la carica di presidente onorario. Nel 1985 fu acquisito il gruppo Buitoni-Perugina (settore alimentare-dolciario), venduto circa tre anni dopo alla Nestlè. Sempre nel 1988 l'Ingegnere tentò la scalata alla Société Générale de Belgique, importante conglomerato industriale belga[15] pronunciando una frase diventata famosa: "Sono venuto a suonare la fine della ricreazione",[16] ma fu contrastato con successo dall'opposizione dell'establishment locale e del gruppo francese Suez. Nel 2009, parlando dei suoi errori, dirà in un conferenza stampa che "il più grosso e penoso è stato, dal punto di vista patrimoniale, quello della Société Générale de Belgique".[17]

A causa di una grave crisi della Olivetti, nel 1996 De Benedetti decise di lasciare l'azienda, (di cui rimase presidente onorario fino al 1999), dopo aver fondato la Omnitel. In uno scambio di lettere sulla vicenda con il numero uno di Mediobanca, Enrico Cuccia gli rispose: "Ella è proprio sicuro che il coraggio è un buon consigliere, specialmente quando si rischiano, oltre ai propri, i soldi degli altri?".[18]

Il Banco Ambrosiano[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1981 entrò nell'azionariato del Banco Ambrosiano guidato allora dall'enigmatico presidente Roberto Calvi. Con l'acquisto del 2% del capitale, De Benedetti ricevette la carica di vicepresidente del Banco. Dopo appena due mesi, l'Ingegnere lasciò l'istituto, già alle soglie del fallimento, motivandone le ragioni sia alla Banca d'Italia sia al ministero del Tesoro e cedendo la sua quota azionaria. De Benedetti fu accusato di aver fatto una plusvalenza di 40 miliardi di lire e per questo processato per concorso in bancarotta fraudolenta. Fu condannato in primo grado e in appello a 8 anni e 6 mesi di reclusione, sentenze poi annullate dalla Cassazione poiché non esistevano i presupposti per i quali era stato processato.

Con l'ingresso nell'Ambrosiano inizia ad accentuarsi l'interesse di De Benedetti per la finanza, attirato anche dal boom di Borsa di quegli anni che gli permetterà di raccogliere tremila miliardi di mezzi freschi. Cominciò ad acquisire una miriade di partecipazioni finanziarie, assicurative, industriali. Comprò anche un robusto pacchetto di azioni Montedison che poi decise di vendere a Raul Gardini, entrò direttamente nel mondo finanziario di massa rilevando il fondo Spring creato da un gruppo di agenti di cambio, si espanse all'estero attraverso la Cerus rilevando la Valeo e una quota rilevante di Yves Saint Laurent. Da metà degli anni ottanta l'immagine del finanziere finì per prevalere su quella dell'imprenditore illuminato.[19]. Più di una volta De Benedetti affermerà: "Devo fare in una generazione quello che altri hanno fatto in tre".[20] Gianni Agnelli, che lo ebbe più volte di fronte come avversario, lo definirà "un centometrista".[21] Nel luglio 1992 De Benedetti dirà al New York Times: "Questo è il paese del bonsai. Se resti piccolo, nel mondo degli affari nessuno ti dà fastidio. Ma se vuoi crescere, cominciano ad accusarti di essere un comunista o un sovversivo".[22]

Il caso SME[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Vicenda SME e Processo SME.
Carlo De Benedetti nel 1985

Il 29 aprile 1985 Romano Prodi, in qualità di presidente dell'IRI, e Carlo De Benedetti in qualità di presidente della Buitoni, stipularono un accordo preliminare per la vendita del pacchetto di maggioranza, 64,36% del capitale sociale, della SME, finanziaria del settore agro-alimentare dell'IRI, per 497 miliardi di lire. Il consiglio di amministrazione dell'IRI, del quale solo il comitato di presidenza era già informato della trattativa, approvò il 7 maggio. Il governo richiese una verifica sull'opportunità dell'operazione e Bettino Craxi dichiarò: "Se ciò che ci viene proposto risulterà un buon affare lo faremo. Se no, no". Si poneva quindi un problema di valutazione economica e sociale. Il 24 maggio (la scadenza per l'entrata in vigore dell'accordo, già prorogata dal 10 maggio, era prevista per il 28) l'IRI ricevette dallo studio legale dell'Avv. Italo Scalera un'offerta per 550 miliardi (10% in più dell'offerta Buitoni, il minimo per rilanciare); l'offerta non indicava i nomi dei mandanti, che sarebbero apparsi solo al momento della eventuale stipula, e l'avvocato Scalera, dopo quella prima e unica lettera, non ebbe più contatti con l'IRI.

Poco prima della mezzanotte del 28 maggio, data di scadenza dei termini, arrivò un'offerta via telex di 600 miliardi (altro rilancio minimo del 10%), apparentemente più vantaggiosa, da una cordata, la IAR (Industrie Alimentari Riunite) composta da Barilla, Ferrero, Fininvest, a cui successivamente si sarebbe aggiunta Conserve Italia, lega di cooperative "bianche". Di seguito arrivarono ulteriori offerte ma il governo non diede la prevista autorizzazione alla vendita a nessuno dei potenziali compratori e decise di mantenere la SME in ambito pubblico. Contro questa decisione De Benedetti citò l'IRI davanti al tribunale di Roma. Sia in primo sia in secondo grado, però, i giudici non accolsero le tesi della Buitoni.

La SME fu successivamente venduta ma non in blocco. Dalla vendita separata di solo alcune delle società del Gruppo, si ricavò più del doppio rispetto a quanto offerto solo alcuni anni prima da De Benedetti[23].

L'editoria e il Lodo Mondadori[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Lodo Mondadori.

Dopo aver tentato inutilmente di acquisire, insieme a Bruno Visentini, presidente dell'Olivetti e presidente del PRI, il Corriere della Sera travolto dallo scandalo P2 e aver tentato di mettere le mani su Il Tempo di Roma,[24] nel 1987 De Benedetti entrò, attraverso la CIR, nell'editoria acquisendo una partecipazione rilevante nella Arnoldo Mondadori Editore e, attraverso di essa, nel gruppo Espresso-Repubblica. Nel 1990 ebbe inizio la "guerra di Segrate" che per molti mesi vide contrapposti Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi. Sia la CIR sia la Fininvest, infatti, rivendicavano accordi con la famiglia Formenton, erede delle quote Mondadori. Un collegio di tre arbitri diede ragione a De Benedetti. Ma la famiglia Formenton impugnò il Lodo arbitrale davanti alla Corte d'Appello di Roma e, nel settembre dello stesso, intervenne nel giudizio di appello, insieme agli altri partecipanti al patto di sindacato fra gli azionisti della Holding Mondadori, la Fininvest. La Corte d'Appello di Roma, con la sentenza del 14 gennaio 1991 (Relatore Dott. Vittorio Metta) annullò il Lodo favorevole a De Benedetti e così spianò la strada a Berlusconi per la successiva trattativa per la spartizione finale: La Repubblica, L'Espresso e i quotidiani locali Finegil a De Benedetti, a Berlusconi invece Panorama, tutto il resto della Mondadori e un conguaglio di 365 miliardi di lire.

Nel 1996, però, la Procura di Milano avviò inchieste che, come cristallizzato dalla Cassazione nel 2007, hanno svelato che la sentenza del 1991 della Corte d'Appello di Roma sfavorevole a De Benedetti fu in realtà comprata corrompendo il giudice Vittorio Metta con 400 milioni Fininvest[25]. Nel 2011 la vicenda si è conclusa con la sentenza della Corte di Appello di Milano che, in parziale riforma della sentenza di 1º grado, ha determinato in euro 540.141.059,32 (invece che euro 749.955.611,93) l'importo dovuto dalla Fininvest a CIR a titolo di risarcimento danni. In Cassazione nel 2013 viene confermata la sentenza dell'Appello.

Nel 1997 l'Espresso incorporò Repubblica e assunse la denominazione di Gruppo Espresso. All'inizio degli anni Novanta l'Ingegnere favorì l'ingresso nel gruppo del suo primogenito Rodolfo, che nel 1993 divenne amministratore delegato di CIR e nel 1995 della controllante Cofide-Gruppo De Benedetti.

L'influenza sulla sinistra italiana[modifica | modifica wikitesto]

De Benedetti editore[26] ha svolto un "ruolo molto importante"[27] nell'evoluzione della sinistra italiana. Ha espresso giudizi molto severi su Massimo D'Alema ("Credo che D'Alema abbia fatto tantissimi errori e non capisca più la sua gente"),[28] ha rivolto qualche critica anche nei confronti di Pierluigi Bersani: "Io stimo moltissimo Bersani, è stato un eccellente ministro (...). Ma come leader? Suvvia, è totalmente inadeguato. Lui e d'Alema stanno ammazzando il Pd".[29] Ha rivendicato di essere stato decisivo nella designazione di Francesco Rutelli come candidato premier del centrosinistra nelle elezioni politiche del 2001,[30] è stato anche il primo sponsor della leadership di Walter Veltroni[31] e ha dichiarato nel dicembre 2005, dopo avere indicato in Veltroni e Rutelli i due leader del Pd,[32] che la sua sarebbe stata la tessera numero uno del nuovo Pd.[33] Frase che sarà poi ridimensionata a semplice boutade e smentita dallo stesso interessato.[34]

Tangentopoli[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1993, in piena bufera Tangentopoli, Carlo De Benedetti presentò al pool di Mani pulite un memoriale in cui si assunse la responsabilità di tutte le vicende di cui era al corrente e di quelle di cui non era al corrente. Nessun altro dirigente di Olivetti fu oggetto di provvedimenti della Magistratura. In particolare, De Benedetti ammise di aver pagato tangenti per 10 miliardi di lire ai partiti di governo e funzionali all'ottenimento di una commessa dalle Poste italiane. Su iniziativa della Procura di Roma, fu arrestato e liberato nella stessa giornata per poi essere assolto da alcune accuse e prescritto da altre[35][36].

Gli anni 2000[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni 2000, superati i problemi derivanti dalla crisi di Olivetti, il gruppo CIR si rifocalizzò puntando sulle attività tradizionali nei media (Gruppo Editoriale L'Espresso) e nella componentistica auto (SOGEFI) e dando vita a nuove attività nella sanità socio-assistenziale con il gruppo KOS e nell'energia con Sorgenia, che in pochi anni sarebbe diventato uno dei principali operatori italiani nell'elettricità e nel gas ma attirandosi dure critiche dentro e fuori i suoi giornali per il ritorno al carbone[37][38].

Nel 2005 De Benedetti fondò la società di investimenti Management&Capitali (M&C) tramite la controllata Cdb Web Tech Spa. Inizialmente il capitale di M&C era detenuto al 90% da questa società e il 10% dal management, successivamente, con un aumento di capitale, entrarono nell'azionariato anche Schroders Investment Management, Cerberus Capital Management LP, e Goldman Sachs[39].

Desta sorpresa l'annunciata sottoscrizione, per un fondo finanziario comune destinato al recupero delle imprese in difficoltà, di una consistente quota da parte di Silvio Berlusconi, suo avversario di lunga data nella vicenda SME e nel lodo Mondadori. A causa delle reazioni e delle insinuazioni che ne seguirono, rinuncia alla partecipazione dell'imprenditore milanese. L'impennata in Borsa del valore delle azioni, dovuta alla notizia dell'ingresso di Fininvest, produsse un beneficio finanziario e accuse di "insider trading" per le quali De Benedetti avrebbe pagato una sanzione di 30.000 euro.

Dal 2006 torna a guidare in prima persona le sue attività editoriali, subentrando a Carlo Caracciolo nel ruolo di presidente del Gruppo Editoriale L'Espresso. Il 26 gennaio del 2009, nel corso di una conferenza stampa, De Benedetti annunciò la sua decisione di lasciare tutte le cariche operative all'interno del gruppo CIR per ragioni anagrafiche, mantenendo solo - su richiesta del Consiglio di Amministrazione - la presidenza del Gruppo Editoriale L'Espresso. Le deleghe operative del gruppo CIR furono affidate all'amministratore delegato Rodolfo, suo figlio primogenito. Nei mesi successivi l'Ingegnere abbandonò anche tutti gli incarichi in Management&Capitali.

Dal 2008 è membro del consiglio di sorveglianza della Compagnie financière Edmond de Rothschild banque di Parigi. Nel 2008 l'assetto azionario cambiò nuovamente con l'uscita di alcuni soci iniziali e l'entrata, come secondo azionista, di SeconTip, società del gruppo TIP SpA, facente capo al banchiere Giovanni Tamburi e ad alcune importanti famiglie imprenditoriali. A fine 2010, l'Ingegnere ha lanciato un'offerta pubblica sulla società attraverso il veicolo Per SpA. Durante la campagna per la successione alla presidenza di Confindustria nel 2012, sosteneva il candidato Bombassei[40] e contemporaneamente si dichiarava favorevole al mantenimento dell'articolo 18[41][42].

Nel 2014 promuove la nascita della "Fondazione Make in Italy Cdb onlus"[43], di cui ricopre la carica di Presidente Onorario. La Fondazione ha come scopo il supporto alla nascita di FabLab e in generale di iniziative di diffusione della fabbricazione digitale.

I processi[modifica | modifica wikitesto]

Nel gennaio 2015 prende il via un processo per diffamazione contro Marco Tronchetti Provera che aveva detto che De Benedetti «è stato molto discusso per certi bilanci Olivetti, per lo scandalo legato alla vicenda di apparecchiature alle Poste Italiane, che fu allontanato dalla Fiat, coinvolto nella bancarotta del Banco Ambrosiano, che finì dentro per le vicende di Tangentopoli»[44][45]. Il 21 settembre dello stesso anno Tronchetti viene assolto dal Tribunale di Milano; De Benedetti aveva chiesto un risarcimento danni di 500.000 euro mentre la procura aveva chiesto 1.000 euro di multa[46].

Nell'ottobre seguente De Benedetti viene rinviato a giudizio dal Tribunale di Ivrea, insieme ad altre 16 persone tra cui Corrado Passera, Roberto Colaninno e il fratello Franco, in riguardo alle indagini per le morti d'amianto della Olivetti. Il processo di primo grado, iniziato a novembre[47], si conclude il 18 luglio 2016 con la condanna dell'imprenditore a cinque anni e due mesi di reclusione[48].

La successione[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2012 lascia ai tre figli le quote di controllo del gruppo, con Rodolfo, il primogenito, presidente esecutivo della CIR e di Cofide. Il passaggio di consegne completa il percorso di successione iniziato tre anni prima con la rinuncia, all'inizio del 2009, delle cariche operative al vertice del gruppo con la sola eccezione di quelle relative all'attività editoriale.[49] L'ultimo passaggio nel giugno 2017 quando lascia al secondogenito Marco la presidenza della GEDI Gruppo Editoriale, la società editoriale nata poco prima, in maggio, dalla fusione del Gruppo Editoriale L'Espresso (editore del quotidiano la Repubblica) con La Stampa e Il Secolo XIX di John Elkann e Carlo Perrone.[50]

La cittadinanza svizzera[modifica | modifica wikitesto]

Dal 2009 ha acquisito anche la cittadinanza svizzera. Ha giustificato questa scelta con motivi affettivi, dichiarando di voler comunque continuare a pagare le tasse in Italia[51]. Ha però ricevuto pesanti accuse, da parte di alcuni organi di stampa di aver fatto questa scelta per motivi fiscali[52]. A tali accuse l'Ingegnere ha ribattuto di aver sempre pagato le tasse in Italia[53]. Nel 2010 ha trasferito la sua residenza civile a Dogliani (Cuneo).

Il 23 gennaio 2015 Carlo De Benedetti ha annunciato di aver trasferito la propria residenza civile e domicilio fiscale a Sankt Moritz, in Svizzera[54].

Vita privata[modifica | modifica wikitesto]

Dal primo matrimonio nel 1959 con Mita Crosetti ha avuto tre figli: Rodolfo De Benedetti, sposato con la scrittrice Emmanuelle de Villepin, Marco, sposato con la giornalista Paola Ferrari, Edoardo, sposato con Ilgi Suna Erel. Nel 1997 ha sposato l'attrice Silvia Monti. Vive a Lugano.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • L'avventura della nuova economia, Milano, Longanesi & C., 2000.
  • Centomila punture di spillo con Federico Rampini e Francesco Daveri, Milano, Mondadori, 2008
  • Mettersi in gioco, Torino, Einaudi, 2012

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Onorificenze italiane[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere del lavoro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere del lavoro
«Laureato in ingegneria elettrotecnica, ha percorso una carriera manageriale brillantissima ricoprendo cariche di vertice in primarie aziende industriali e società finanziarie. È Presidente e Amministratore Delegato della Olivetti, di cui è uno dei principali azionisti. Sotto il suo impulso la Olivetti sta conseguendo lusinghieri traguardi nel settore dell'elettronica, che ne fanno una delle aziende leader nel settore. De Benedetti ricopre incarichi di responsabilità in varie altre aziende: vice presidente e amministratore delegato delle Compagnie Industriali Riunite, vice presidente, fondatore e uno dei principali azionisti nella Euromobiliare S.p.A. di Milano una delle maggiori società finanziarie in Italia vice presidente della Hermes Precisa International.»
— 1983[55]
Medaglia d'oro ai benemeriti della cultura e dell'arte - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro ai benemeriti della cultura e dell'arte
«Mecenate»
— 2 giugno 1987[56]

Onorificenze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia d'argento al merito della Repubblica d'Austria - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al merito della Repubblica d'Austria
— Vienna, 2006
Commendatore della Legion d'onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore della Legion d'onore (Francia)
— Roma, 4 marzo 2014[57]
Ufficiale della Legion d'onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria Ufficiale della Legion d'onore (Francia)
— 1987
  • Member of IVA - Royal Swedish Academy of Engineering Science - Stoccolma (Svezia), 1987

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ "... l'Ingegnere che è ebreo della comunità torinese.", Luigi Ferrarella, "Quei "non ricordo" di De Benedetti", Corriere della Sera, 28 aprile 2015, p. 17.
  2. ^ A differenza del padre e del fratello si è sempre fatto chiamare De Benedetti anziché - come risulterebbe all'anagrafe - Debenedetti; http://www.corriere.it/economia/09_gennaio_27/mio_fratello_debenedetti_la_lunga_sfida_al_cavaliere_sergio_rizzo_e30fbeac-ec3f-11dd-be73-00144f02aabc.shtml
  3. ^ Piero Sella, Prima di Israele: Palestina, Nazione araba, questione ebraica, Edizioni dell'Uomo libero, 1990, p. 270.
  4. ^ Valerio Castronovo, Grandi e piccoli borghesi. La vita italiana al capitalismo, Laterza, 1988, p. 270.
  5. ^ Giuseppe Turani, L'Ingegnere, Milano, Sperling & Kupfer Editori, 1988, p. 25.
  6. ^ Alberto Mazzuca, I potenti del denaro, Milano, Editoriale Nuova, 1983, p.70.
  7. ^ Alberto Mazzuca, Penne al vetriolo, Bologna, Minerva, 2017, p.469.
  8. ^ Alberto Statera, Un certo De Benedetti, Milano, Sperling & Kupfer Editori, 1984, p. 24; Alberto Mazzuca, I potenti del denaro, op.cit. p.64.
  9. ^ Marco Borsa con Luca De Biase, Capitani di sventura, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1992, p. 26.
  10. ^ Alberto Mazzuca, I potenti del denaro, op.cit. p. 65.
  11. ^ Su Panorama del 17 febbraio 1985 Marco Vitale, economista d'impresa, dichiara: "De Benedetti nasce come imprenditore di medio livello, subfornitore della Fiat. Il mondo industriale segue la sua crescita con attenzione, con simpatia. Lo individua come il tipo dell'imprenditore vincente. La corrente di simpatia si interrompe quando De Benedetti si lancia in alcune avventure finanziarie, l'ingresso nel Banco Ambrosiano di Roberto Calvi (...), la corsa per il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera, la candidatura per la successione all'impero bianco del vecchio Pesenti tramite quel 10% dell'Italmobiliare. Tutte operazioni che si muovevano in una logica di puro potere".
  12. ^ Alberto Mazzuca, I potenti del denaro, op. cit. p. 66.
  13. ^ Alberto Statera, Un certo De Benedetti, op. cit. p. 5.
  14. ^ Paolo Bricco, L'Olivetti dell'Ingegnere, Bologna, Il Mulino, 2014, p. 195.
  15. ^ Ben 1300 società sparse in 67 paesi del mondo, dal carbone ai diamanti, dall'elettricità alle banche, dal petrolio ai trasporti, dalla chimica alle assicurazioni. Fabio Barbieri, Alla conquista di un impero, Milano, Longanesi & C, 1988, p. 15.
  16. ^ Nunzia Penelope, Vecchi e potenti, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2007, p. 107.
  17. ^ Paolo Guzzanti, Guzzanti vs De Benedetti, Roma, Aliberti editore, 2010, p. 352.
  18. ^ Paolo Pricco, L'Olivetti dell'Ingegnere, Bologna, Il Mulino, 2014.
  19. ^ Renato Cantoni, esperto di Borsa e collaboratore de La Stampa, dichiara a Panorama il 17 febbraio 1985: "Quanto all'immagine di De Benedetti, profeta del capitalismo democratico, francamente lascia un po' perplessi. De Benedetti è sicuramente un uomo eccezionale, uno straordinario mercante, una forza della natura. Ma certi richiami al mercato, al capitalismo di massa, suonano un po' stonati"
  20. ^ Giuseppe Turani, L'Ingegnere, op.cit.
  21. ^ Marco Borsa con Luca de Biase, Capitani di sventura, op. cit., p. 58.
  22. ^ Marco Borsa con Luca De Biase, Capitani di sventura, op. cit., p. 35.
  23. ^ La Repubblica/politica: La vicenda Sme Dall'Iri a Berlusconi
  24. ^ Alberto Statera, Un certo De Benedetti, op.cit. p. 214; Marco Borsa, Capitani di sventura, op.cit., p. 50.
  25. ^ Lodo Mondadori, maxi-risarcimento «Fininvest paghi 750 milioni a Cir»
  26. ^ "Lui non ha creato nessuno dei giornali che possiede. Si è limitato ad acquistarli". Cfr. Giampaolo Pansa, La Repubblica di Barbapapà, Milano, RCS Libri, 2013, p. 15.
  27. ^ Testimonianza di Walter Veltroni, leader del Pd, in una intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera Economia del 27 gennaio 2009.
  28. ^ Paolo Guzzanti, Guzzanti vs De Benedetti, Roma, Aliberti Editore, 2010, p. 317.
  29. ^ Paolo Guzzanti, op.cit., p. 317.
  30. ^ Intervista di Barbara Palombelli, sul Corriere della Sera del 3 ottobre 2002, riportata da Alessandra Sardoni in Il fantasma del leader, Venezia, Marsilio Editori, 2009, p. 267.
  31. ^ Nunzia Penelope, Vecchi e potenti, op.cit. p. 108.
  32. ^ Rodolfo Brancoli, Fine corsa, Milano, Garzanti Libri, 2008, p. 38.
  33. ^ Alessandra Sardoni, Il fantasma del leader, op.cit., pp. 267-268.
  34. ^ Radio Capital, 4 maggio 2013.
  35. ^ PP.TT., POSTE E TANGENTI - Repubblica.it » Ricerca
  36. ^ Quell' Inchiesta Contesa Sui Signori Delle Poste - Repubblica.It » Ricerca
  37. ^ Beppe Grillo, il carbone e De Benedetti
  38. ^ Liguria: carbone e turismo
  39. ^ Assemblea del 3feb06 (PDF), management-capitali.com. URL consultato il 29-12-2007.
  40. ^ Confindustria: De Benedetti, Bombassei grande presidente
  41. ^ Riti e misteri confindustriali
  42. ^ De Benedetti: «Il dibattito sull'articolo 18? Minutaglia»
  43. ^ Via alla fondazione Make in Italy
  44. ^ De Benedetti scorda il suo falso in bilancio
  45. ^ Le amnesie di De Benedetti: non ricorda la sua condanna
  46. ^ Carlo De Benedetti, giudice assolve Tronchetti Provera da accuse di diffamazione
  47. ^ Amianto alla Olivetti, rinviati a giudizio Carlo De Benedetti, Corrado Passera e Roberto Colaninno
  48. ^ Processo Olivetti: 5 anni e due mesi a De Benedetti
  49. ^ La Repubblica, 29 ottobre 2012.
  50. ^ La Stampa, 24 giugno 2017.
  51. ^ Corriere della Sera, 27 settembre 2008
  52. ^ Libero-news.it
  53. ^ De Benedetti: "Ecco perché ho la doppia cittadinanza" - Politica - Repubblica.it
  54. ^ Carlo De Benedetti sposta la residenza fiscale in Svizzera
  55. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.
  56. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.
  57. ^ Carlo De Benedetti è Commendatore della Legione d'Onore.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Alberto Mazzuca, I potenti del denaro, Milano, Editoriale Nuova, 1983.
  • Alberto Statera, Un certo De Benedetti, Milano, Sperling & Kupfer Editori, 1984.
  • Giuseppe Turani, L'Ingegnere, Sperling & Kupfer Editori, 1988.
  • Fabio Barbieri, Alla conquista di un impero, Milano, Longanesi & C, 1988.
  • Marco Borsa con Luca De Biase, Capitani di sventura, Milano, Arnoldo Mondadori Editore,1993.
  • Nunzia Penelope, Vecchi e potenti, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2007.
  • Rodolfo Brancoli, Fine corsa, Milano, Garzanti Libri, 2008.
  • Paolo Guzzanti, Guzzanti vs De Benedetti, Roma, Aliberti Editore, 2010.
  • Giampaolo Pansa, La Repubblica di Barbapapà, Milano, RCS Libri, 2013.
  • Paolo Bricco, L'Olivetti dell'Ingegnere, Bologna, Il Mulino, 2014.
  • Alberto Mazzuca, Penne al vetriolo. I grandi giornalisti raccontano la Prima Repubblica, Bologna, Minerva, 2017.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: (EN90268418 · LCCN: (ENn82157981 · SBN: IT\ICCU\PALV\025450 · GND: (DE118855301 · BNF: (FRcb135744390 (data)