Carattere (psicologia)

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Il termine carattere[1] è utilizzato in ambito psicologico per descrivere le motivazioni del comportamento e i tratti di personalità che rendono ogni persona un preciso individuo diverso da un altro[2].

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Quindi con il termine "carattere" si intende quel

« complesso unitario e organizzato di forme di vita psichica, che dà un'impronta particolare al comportamento dell'individuo. Come tale il carattere è una struttura risultante da una costante interazione tra individuo e ambiente, ed è l'agente responsabile del fatto che la vita di un uomo ci appare naturalmente un'unità psicologica e non una mera sequenza di fatti »

(Fabio Metelli. Introduzione alla caratterologia moderna. Padova, Editrice Libraria Siciliana, 1951, pag. 11)

ovvero quella

« configurazione relativamente permanente di un individuo a cui ricondurre gli aspetti abituali e tipici del suo comportamento che appaiono tra loro integrati sia nel senso intrapsichico che in quello interpersonale »

(Umberto Galimberti. Carattere, in Psicologia. Milano, Garzanti, 1999, pag. 170)

Il settore della psicologia che studia il "carattere" è indicato come caratterologia[3].

A questo termine, tuttavia, molti psicologi, soprattutto statunitensi, hanno preferito quello di personalità in quanto ciò eviterebbe valutazioni di ordine morale[4].

Infatti

« Nella storia della psicologia il termine "carattere" [...] è stato preceduto dai termini temperamento e costituzione, dove sottesa era l'ipotesi di una dipendenza fisiologica dell'indole dai tratti somato-costituzionali. [...] Oggi al termine carattere si preferisce il termine personalità di volta in volta definito in base ai criteri adottati e perciò descrivibile in modo oggettivo »

(Umberto Galimberti. Op.cit., pag.170)

Ma Enrico Cattonaro rileva comunque un differente contesto di significato tra il termine "carattere" e quello di "personalità:

« Abitualmente con il termine personalità ci si riferisce all'intera organizzazione mentale dell'essere umano in ciascuno stadio del suo sviluppo, mentre con il termine carattere si sottolinea piuttosto l'aspetto oggettivo della personalità, il suo manifestarsi concreto attraverso un tipico comportamento, un costante modo di reagire di fronte all'ambiente, per cui acquista rilievo particolare il lato affettivo e volitivo della personalità stessa. »

(Enrico Cattonaro. Enciclopedia filosofica vol.3. Milano, Bompiani, 2006, pag. 1636)

Storia e significati del termine "carattere" in ambito psicologico[modifica | modifica wikitesto]

Vittorio Benussi (1878-1927), psicologo italiano, in Zur Psychologie des Gestalterfassen (Die Müller-Lyersche Figur) (1905) fu tra i primi studiosi a catalogare le differenze individuali all'interno differenti "caratteri".
Lo psicologo tedesco Eduard Spranger (1882-1963) che, in Lebensformen (1921), operò una classificazione dei "caratteri" che fu alla base del test Values scales messo a punto dallo psicologo statunitense Gordon Willard Allport (1897-1967).

La nozione di "carattere" origina prevalentemente dagli studi di psicologi europei, in particolar modo tedeschi, che seguirono il corso delle scienze umane fondate nel XIX secolo sull'opera di autori come Wilhelm Dilthey (1833-1911).

Tenendo presente che, come ricorda Umberto Galimberti,

« Il limite che separa il carattere dalla personalità dipende dalla convenzione scientifica e non riposa su un criterio oggettivo, come risulta anche dal fatto che grandi aree psicologiche e psicopatologiche usano i termini "carattere", "personalità" e, talvolta, "tipo psicologico", come intercambiabili. »

(Umberto Galimberti. Op.cit., pag. 170)

Una delle prime nozioni del termine la si riscontra nell'opera Zur Psychologie des Gestalterfassen (Die Müller-Lyersche Figur) (1905) dello psicologo italiano Vittorio Benussi (1878-1927). Tale nozione occorreva a distinguere dei differenti "caratteri" indicati come "globali", "misti" e "analitici". Tale classificazione, poi sviluppatasi grazie ai contributi di autori come Walter Ehrenstein (1899−1961)[5] o B. J. Cymbalistyj[6], identificava nei "globali" coloro che tendevano alla sintesi, a preferire le parti strutturali di una immagine, alle vedute ampie, all'approccio teorico, questi individui "globali" risultavano più facili a subire le illusioni percettive; negli "analitici" coloro che tendevano alla divisione, alla frammentazione del "tutto", a preferire i particolari, costoro erano meno propensi a subire le illusioni percettive; un terzo tipo, detto "misto", corrispondeva invece ad un quadro intermedio rispetto ai due precedenti.

Ludwig Klages (1872-1956), in Prinzipien der Charakterologie (1910, nel 1926 come Die Grundlagen der Charakterkunde) utilizzò il termine per differenziare i "caratteri" guidati dagli "istinti" da quelli governati dagli "interessi" ovvero, in quest'ultimo caso, da coloro che possedevano un "Io" più evoluto.

Carl Gustav Jung (1875-1961), in Contribution à l'études des types psycholgiques (1913) e in Psychologischen Typen (1921, in italiano Tipi psicologici), classificò alcuni tipi di carattere, classificazione poi ripresa e sistematizzata dallo psicologo anglo-tedesco Hans Jürgen Eysenck (1916-1997) in The Scientific Study of the Personality (1946) e in The Structure of Human Personality (1970). Da questi studi risulterebbero tre tipi di "carattere":

  • soggetti con carattere "estroverso", dove le preferenze vanno per il mondo esterno, il gruppo sociale, il partner attuale o potenziale, l'impegno politico e l'affermazione personale immediata, le preferenze vanno per i colori caldi e per il colore rispetto alla forma;
  • soggetti con carattere "introverso", dove si predilige il mondo interiore, quello dei simboli, delle impressioni personali, delle immaginazioni fantastiche, cautela nei rapporti sociali dove risultano alcune inibizioni, l'affermazione personale è ricercata sulla lunga scadenza, le preferenze vanno sulle tonalità fredde e per la forma rispetto al colore;
  • soggetti col carattere "ambiverso" dove sono presenti caratteristiche opposte o intermedie rispetto ai due precedenti.

Frédéric Paulhan (1856-1931), in Les caractères (1914), identifica il "carattere" di una persona in base a ciò che fa di questo una persona e non un'altra, quindi la sua particolare natura mentale.

Eduard Spranger (1882-1963), in Lebensformen (1921) ritenne di individuare alcuni "caratteri" denominati come "estetico", "sociale", "politico", "economico" e "religioso" che risulterebbero a fondamento delle differenze individuali. Dalla classificazione di Sprangler originò, negli anni a cavallo del II Conflitto mondiale, il reattivo di Gordon Willard Allport Scala dei valori (Values scales).

Ernst Kretschmer (1888-1964), in Körperbau und Charakter (1924), tenendo conto della costituzione corporea distinse il carattere "ciclotimico", caratterizzato dalla socievolezza, dalla euforia o dalla depressione, e correlato alla costituzione picnica; il carattere "schizotimico", rigido nei rapporti interpersonali, con tendenze autistiche e correlato alla costituzione leptosomica; a cui, in un'opera successiva[7] aggiunse il carattere "atletico", contraddistinto da calma emotiva alternata ad esplosioni emotive e da tenacia, e correlato alla costituzione atletica.

Philipp Lersch (1898-1972), in Der Aufbau des Charakters (1938), descrive il "carattere" come l'insieme dinamico delle sue disposizioni persistenti che ne costituiscono l'impronta individuale.

Albert Burloud (1888-1954), in Le Caractère (1942), intende il "carattere" l'aspetto dell'individuo che ne "singolarizza" la personalità.

René Le Senne (1882-1954), in Traité de caractérologie (1945), differenziò invece i lemmi di "carattere" e "personalità", indicando come "carattere" l'insieme delle disposizioni congenite radicate in un individuo, mentre "personalità" rappresenterebbe il "carattere" unito ai particolari automatismi acquisiti nel corso della sua vita.

Emmanuel Mounier (1905-1950), in Traité du caractère (1946),

Heinz Remplein (1914-), in Psychologie der Persönlichkeit (1954) rifacendosi all'opera di Klages, individuò un carattere "forte" con un forte senso di Sé e una permanente convinzione nelle proprie opinioni e un carattere "debole" con un Sé inadeguato e labile nelle proprie convinzioni.

Solomon Eliot Asch (1907-1996) in Studies of indipendence and submission to group pressure: I. A minority of one against an unanimous majority (1956) individuò due tipi di "carattere", quello "influenzabile" dalle opinioni o pressioni degli altri e quello "indipendente" che utilizza differenti strategie per essere indipendente dalle pressioni di una maggioranza, di un leader o di un partner, quest'ultimo "carattere" conserva una maggiore fiducia in sé stesso.

Karl Jaspers (1883-1969)

Ludwig Binswanger (1881-1966)

Sigmund Freud (1856–1939)

Karl Abraham (1877-1925)

Melanie Klein (1882-1960)

Alfred Adler

Wilhelm Reich

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Tale termine è un prestito della lingua latina (character-carachtēris) di origine greca (kharaktḗr-karaktêros) indicante il "marchio", il "segno caratteristico", originato dal greco kharássō col significato di "marchiare".
  2. ^

    « General term in psychology used to describe behavior motivations and personality traits that make each person an individual. »

    (Encyclopedia of Psychology 2 Ed. (Bonnie R. Strickland, Executive editor). New York, Gale, 2001, pag.110)
  3. ^ Cfr., tra gli altri, Amedeo Dalla Volta. Dizionario di Psicologia. Firenze, Giunti-Barbera, 1974, pag.132
  4. ^ Gordon Willard Allport Personality: a Psychological Interpretation New York, Holt, Rinehart, & Winston, 1937, pagg.48-52. Ma anche Joy Paul Guilford. General Psychology. New York, Van Nostrand, 1939, pag. 548.
  5. ^ Walter Ehrenstein. Grundlegung einer ganzheitspsychologischen Typenlehre, 1935, Berlino.
  6. ^ Größenangleichung und Größenkontrast in den geometrischoptischen Täuschungen, in "Psycologische Forschung", 1949 23, 115-84.
  7. ^ Ernst Kretschmer e Ferdinand Enke. Persönlichkeit der Athletiker, Lipsia, 1936.

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