Cappello di paglia di Firenze

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Il cappello di paglia di Firenze, conosciuto anche sotto il nome inglese Leghorn (il nome inglese della città di Livorno), è un prodotto dalla tradizione plurisecolare originario di Signa in Toscana.

Grande cappello di paglia con fiocco di manifattura fiorentina - Dipinto (particolare) di Michelangelo Grigoletti, 1830.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Si tratta di un cappello di paglia caratterizzato da 40 giri di trecce cucite, ciascuna composta di 13 fili. In origine, la paglia utilizzata proveniva principalmente dal grano gentil rosso triticum aestivum[1], poi, a partire dal XVIII secolo, dal grano triticum vulgare Host (nelle varietà semone e marzuolo[1]), apprezzato per la sua finezza e la luminosità del colore. Le forme che il cappello può avere sono numerose e seguono le tendenze della moda, come il fioretto (grande e rotondo col bordo largo) o il capote (a tronco di cono).

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il commercio della paglia è attestato fin dal 1341[2] e i produttori di cappelli appartenenti a una categoria professionale sono presenti dal 1574[2]. Negli statuti della Dogana di Firenze del 19 luglio 1577, e pubblicati il 4 marzo 1579, i cappelli di paglia compaiono nell'elenco dei prodotti soggetti a una tassa doganiera[3]. Nel 1718, nelle terre fra Signa e Lastra a Signa, Domenico Michelacci[4] riuscì a selezionare un tipo di grano detto "marzuolo", destinato unicamente all'intreccio e non al consumo alimentare.

Grazie a questa nuova specie, nella seconda metà del XVIII secolo la paglia intrecciata diventa una vera industria locale e dà lavoro a gran parte della popolazione signese e a quelle delle valli dell'Arno, dell'Ombrone, del Bisenzio e della Pesa, la cui produzione è principalmente destinata[5] alla clientela estera. Dalle valli di produzione, l'esportazione dei cappelli e delle trecce di paglia avveniva attraverso il Canale dei Navicelli, in cui i barcaioli (navicellai) trasportavano la merce fino al porto di Livorno.

Durante il Periodo napoleonico, il commercio con l'estero è quasi nullo. Dal 1810 l'esportazione riprese, specialmente verso la Germania e la Francia: il commercio è fiorente e anche la fiera di Lipsia[6] (all'epoca grande piattaforma commerciale del cappello toscano) non riesce a soddisfare la domanda degli importatori internazionali.

Fra la fine del XVIII secolo e la prima metà del XIX, l'agricoltura toscana vive una rinascita grazie alla collaborazione fra il governo granducale e l'Accademia dei Georgofili: seguendo i consigli di questa istituzione, i sovrani Ferdinando III prima e Leopoldo II poi rinnovano il catasto, migliorano il sistema doganale, promuovono l'insegnamento dell'agricoltura, creano la linea ferroviaria (con una stazione a Signa) Firenze-Livorno detta Leopolda.

Durante gli anni venti dell'Ottocento, in seguito a numerosi tentativi di imitazione del prodotto, un dibattito[7], comparso sul periodico Antologia, si scatena fra gli accademici georgofili sulla possibilità di esportare la materia prima (paglia toscana) ricercata da molti paesi europei.

Verso il 1827, utilizzando paglia toscana, gli inglesi, seguiti poi da altri paesi (Francia, Svizzera, Germania e Stati Uniti) ottengono un prodotto simile (con trecce di 11 fili cucite in modo diverso) più competitivo[8]. Questa concorrenza, unita all'abbandono del territorio da parte di mano d'opera qualificata stabilitasi all'estero con i segreti del mestiere, fa precipitare la Toscana in una grave crisi economico-finanziaria fino al 1840, quando i mercati internazionali sono riconquistati grazie alla treccia detta fantasia e a modelli particolarmente eleganti come il capote[9].

Secondo il Dictionnaire de l'industrie manufacturière, commerciale et agricole[10] del 1835 «sono sempre le voluttuose valli dell'Arno che, sole, possiedono, insieme a quelle dei dintorni di Pistoia e Firenze, il privilegio di fornire a tutto il mondo questi leggeri copricapi destinati a proteggere dai brucianti raggi del sole il colorito di tutte le donne».

Durante l'Esposizione universale che si svolge a Londra nel 1851, ai fabbricanti Nannucci (Firenze) e Vyse and Sons (Prato) viene rilasciato un "Prix". E ancora, all'Esposizione universale di Parigi del 1855, nella categoria "Fabbricazione degli oggetti di moda e fantasia", gli operai e le operaie produttori di trecce per cappelli sono premiati con una medaglia d'onore consegnata dall'imperatore Napoleone III e nella Guida[11] pratica e completa dell'Esposizione è scritto: «Per quanto concerne l'industria della paglia, la Toscana deve essere classificata ai primi posti. L'esposizione dei fabbricanti di questo paese è delle più notevoli: presenta una raccolta di trecce di paglia, dalle più ordinarie alle più fini. Anche il campionario di cappelli è molto bello e nel numero si dimostrano superiori in finezza a tutto ciò che è stato fatto fino ad oggi».

Da notare che, sempre secondo alcune pubblicazioni ottocentesche, i cappelli fabbricati a Brozzi erano considerati i più rinomati[12][13].

Conservato in un astuccio d'argento cesellato fra le sue reliquie, il cappello di paglia della santa Caterina de' Ricci è stato oggetto di devozione[14].

Nella seconda metà del XIX secolo, oltre alla produzione di numerose imitazioni di origine europea, a partire dal 1885 la diffusione sul mercato di prodotti, fra gli altri, cinesi, simili alla treccia fiorentina, provoca il crollo del mercato toscano (lo stipendio delle trecciaiole e delle sarte si riduce a una cinquantina di centesimi di lira al giorno, mentre prima oscillava fra le due e le otto lire al giorno negli anni dieci dell'Ottocento). Scontente del loro stipendio, le trecciaiole (e le fiascaie) decidono di ribellarsi e scioperano il 18 maggio 1896 (uno dei primi scioperi nella storia dell'Italia contemporanea): le scioperanti compiono azioni spettacolari, come il blocco del tram della linea Firenze-Fiesole caricato di trecce. Dopo questo periodo di depressione ne segue uno di ripresa fino e oltre la Prima guerra mondiale.

Fino agli anni 1924-25, sul territorio del comune di Signa la fabbricazione dei cappelli occupa ancora all'incirca 5000 abitanti[15]. Poi, verso al fine della prima metà del XX secolo, a causa della produzione cinese che offriva trecce di paglia a prezzi più competitivi, i fabbricanti di cappelli iniziano progressivamente ad abbandonare il mestiere per dedicarsi ai settori tessile, calzaturiero e della pelletteria.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Notorietà[modifica | modifica wikitesto]

L'espressione "cappello di paglia di Firenze" si ritrova:

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Enciclopedia Treccani in linea
  2. ^ a b Janilla Bruckmann, La paglia di Fiesole, Edizione Regione Toscana-Giunta regionale, Firenze 1987, p. 13 - ISBN 88-7040-091-3
  3. ^ Lorenzo Cantini, Legislazione Toscana, vol. III, Firenze 1800-1808, p. 168.
  4. ^ A Signa, il Museo della Paglia e dell'Intreccio porta il suo nome.
  5. ^ Angelita Benelli Ganugi, La manifattura della paglia e l'estrazione della materia greggia attraverso i documenti degli Accademici Georgofili nell'800, Firenze, Edizioni Polistampa, 2006 - ISBN 88-596-0098-7
  6. ^ Antologia, Vol. XX, 1825, p. 29
  7. ^ Angelita Benelli Ganugi, Ibid., pp. 31-101.
  8. ^ Angelita Benelli Ganugi, Ibid., p. 10.
  9. ^ Angelita Benelli Ganugi, Ibid., p. 12.
  10. ^ (FR) Alexandre Baudrimont, Dictionnaire de l'industrie manufacturière, commerciale et agricole, vol. III, Baillière, Paris, 1835, p. 219.
  11. ^ (FR) Visites et études de S. A. I. le prince Napoléon au palais de l'industrie, ou Guide pratique et complet à l'Exposition universelle de 1855 – Bibliothèque numérique Gallica
  12. ^ (EN) McCulloch, Dictionary practical, theoritical and historical of commerce, London, 1850, p. 664.
  13. ^ (FR) Alexandre Baudrimont, Ibid., p. 222.
  14. ^ Compendium della vita di santa Caterina de Ricci, Prato, Fratelli Giachetti, 1848, p. 6.
  15. ^ Archivio Storico del Comune di Signa, cat. XIV, 1926.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Marco Lastri, Il cappello di paglia di Firenze, Firenze, 1801.
  • Giuseppe Francalanci, Fortuna della paglia da cappelli, Firenze, 1826.
  • Giuseppe Carrai, L'industria delle trecce e dei cappelli di paglia, Torino, Unione tipografica Editrice Torinese, 1922.
  • Gustavo Pierotti, La paglia in Toscana, Firenze, Ente per le Autorità Toscane, 1927.
  • Pescarolo Alessandra e Gian Bruno Ravenni, Il proletario invisibile. La manifattura della paglia nella Toscana mezzadrile (1820-1950), Firenze, Franco Angeli Editore, 1991, ISBN 88-204-6780-1
  • Zeffiro Ciuffoletti (a cura di), Storia della comunità di Signa, Vol. I, L'industre Signa, Firenze, Edifir Edizioni, 2003, ISBN 88-7970-185-1

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]