Canso

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Giullari nelle cantigas di Alfonso X il Saggio.

La canso o canson è una tipica forma di canzone usata nella letteratura occitana, condizionata dal suo contenuto e destinata al canto.

La canso appare per la prima volta nel XII secolo (chiamata in origine vers), sostanzialmente composta e cantata dai trovatori davanti alla corte, successivamente recitata da musici itineranti. Viene ripresa nel XIII secolo dai trovieri, i quali preferiranno tuttavia forme più semplificate e meno « nobili » della poesia lirica cortese.

Struttura della canso[modifica | modifica sorgente]

Una canso è costituita da 40 a 60 versi di lunghezza variabile raggruppati in strofe (coblas), fino a un massimo di 6, formate da 6 a 10 versi. Essa è divisa in tre parti. La prima stanza è l'exordium, dove il compositore espone la sua opinione. Il corpo principale della canzone si svolge nella seconda stanza e normalmente espande gli argomenti trattati nell'exordium[1]. La canso può terminare o con una tornada o un invio[1] che ripete le rime e la melodia della fine dell'ultima strofa. Questa parte normalmente porta il pezzo ad una conclusione. La tornada è una breve stanza formata soltanto dall'ultima parte della normale forma di stanza. Alcune canso contengono più di una tornada[1].

Esistono diversi schemi metrici:

  • Coblas unisonans : le rime sono identiche in tutte le strofe per tutta la lunghezza della canso;
  • Coblas doblas : le rime cambiano ogni due strofe;
  • Coblas singulars : le rime cambiano per ogni strofa.

All'interno delle strofe, l'utilizzo delle rime è complesso e variato, traducendo una ricerca di sottigliezza più che di fluidità; per esempio: la rima estamp, si ritrova allo stesso posto di strofa in strofa, ecc.

Descrizione del contenuto[modifica | modifica sorgente]

Con la canso il trovatore si rivolgeva alla sua dama per esprimerle i suoi sentimenti e questa sua passione amorosa realizzava tutte le leggi dell'amor cortese: dalla totale sottomissione alla dama fino al topos del "morir d'amore". La donna veniva descritta come un essere quasi sovrannaturale, perfetto nell'ordine morale e fisico. Il trovatore, che si considerava indegno della sua dama, poteva essere un semplice spasimante (fenhedor), o un essere asceso, nella scala del processo amoroso, alla fase del supplicante (pregador), innamorato (entendedor), o giunto alla condizione difficilmente raggiungibile di "corrisposto" (drutz). Colui che soffre per amore deve soprattutto mantenere la virtù della mesura: discrezione, umiltà, fedeltà e servire permanentemente la sua signora.

La canço provenzale solitamente iniziava con un canto alla primavera o con note descrittive della stagione propizia all'amore, che servivano da introduzione. La composizione si sviluppava in varie strofe, nelle quali il trovatore esponeva i suoi sentimenti contraddittori, elogiando le virtù fisiche e morali della sua dama.

La mesura gli impediva di pronunciare il nome della signora, sostituito perciò da uno pseudonimo poetico o senhal. I significati nascosti, i giochi di parole, l'artificio concettuale erano frequenti, per cui la composizione risultava a volte di difficile comprensione.

Aspetti generali[modifica | modifica sorgente]

Attraverso la "canzone" i trovatori esprimevano i loro sentimenti, il cui tema principale e quasi esclusivo era l'amor cortese, participe degli aspetti sociali e spirituali dell'epoca medievale.

In questo modo, l'amore ha lo stesso significato che ha nella nostra epoca attuale, ma ne ha anche uno ulteriore: quello della "alleanza" (patto, favore), vale a dire, il trovatore non intende realizzare attraverso la sua relazione nessun beneficio materiale.

Bisogna tener presente inoltre l'aggettivo "cortese". Cortesia è il termine che designa la condotta e la posizione dell'uomo che vive nella corte e che, per un'educazione particolare, si converte in modello dell'ideale dell'umana raffinatezza e dei valori spirituali. Il trovatore, come personaggio cortigiano, era partecipe di tali caratteristiche che, tra le altre, sono la lealtà, la generosità, la prodezza, la maniera elegante, ecc.

Ampliando queste due idee (amore e cortesia), si deve costatare che nella canzone si utilizzano le relazioni giuridiche feudali:

  • La donna è sposata, poiché solo in questo modo consegue categoria giuridica.
  • Spesso si parla di midons ("mio signore") e il trovatore definisce sé stesso come om/hom (uno). In questa modo si riproduce la situazione propria del vasallazgo.
  • Molte volte si stabilisce una doppia relazione amorosa e sociale. Vale a dire, non si cerca unicamente il conseguimento dell'amore, ma bensì una relazione nella quale la dama, direttamente o intercedendo per lui, possa concedergli valori materiali. Di fatto, con frequenza, il trovatore parla della sua signora quasi come un obbligo, accettato dal marito come qualcosa di naturale.

In un modo o nell'altro, la dama si vuole sia inaccesibile e il trovatore dovrà ottenere meriti per valutarne le virtù e la perfezione del suo amore onde poterne avere il guiderdone.

In questo processo si trovano una serie di concetti importanti, propri di un'educazione cortigiana quale può essere la generosità morale di fronte all'avarizia. Un termine utilizzato abbastanza frequentemente è quello di Joi-terme di difficile traduzione che corrisponde a una specie di allegria, di esaltazione interiore, associata spesso alla primavera o alla presenza o al ricordo della dama.

Personaggi tipici nella canso[modifica | modifica sorgente]

L'amore del trovatore esige discrezione, poiché la donna alla quale canta è sposata. I personaggi che intervengono normalmente, oltre al trovatore, sono:

  • Il gilos (marito) di cui bisogna evitare di farsi scoprire e la sua conseguente ira.
  • I lauzengiers (adulatori, calunniatori), i quali pur di ottenere meriti sono disposti a raccontare l'infedeltà della sua signora.

Per non far scoprire i suoi amori, il trovatore designa la sua dama con un senhal (pseudonimo) che di solito appare alla fine della poesia.

Tipi di innamorati rispetto alla dama[modifica | modifica sorgente]

Rappresentazione della famosa scena del balcone di Romeo e Giulietta. (Dipinto del 1884, di Frank Dicksee.

Benché non appaiono normalmente in forma esplicita, nelle canzoni dei trovatori di solito appare una gradazione dell'attitudine e delle caratteristiche dell'innamorato che non sono molto distanti dal processo amoroso effettivo:

  • Fenhedor (timido): non osa rivolgersi direttamente alla dama.
  • Pregador (suplicante): la dama lo sollecita a esprimere il suo amore.
  • Entendedor (innamorato transigente): la dama gli consegna pegni d'amore.
  • Drutz (amigo, amante): completamente accettato dalla dama (questa situazione si dà poche volte nella letteratura, sebbene sia il personaggo principale dell'alba).

In buona parte delle canzoni i trovatori si situano al primo stadio e sono capaci di manifestare solo ciò che sentono per la dama tramite lo joglar. Il trovatore spera in un piccolo riconoscimento da parte della signora che può procedere da uno sguardo, da una parola o altro gesto insignificante. È possibile che ciò sia unicamente una strategia per sviare l'attenzione del marito o di altri personaggi, i quali consentono questa situazione e che in più la considerano gratificante. Alcuni mariti si sentono orgogliosi che la loro sposa o signora sia elogiata da altri, ma giammai accetterebbero che la loro moglie avesse un drutz.

Esempio di canso[modifica | modifica sorgente]

Guillem de Cabestany, il trovatore a cui viene attribuita una delle biografie più ripetute e tristi di tutti i tempi, ha anche una delle canzoni più belle e conosciute della lirica trobadorica dove mostra la sua totale dedizione alla dama che lo tiene avvinto al suo amore:

(OC)
« 

I
Lo dous cossire
que.m don'Amors soven,
dona, .m fai dire
de vos maynh ver plazen.
Pessan remire
vostre cors car e gen,
cuy ieu dezire
mais que no fas parven.
E sitot me desley
per vos, ges no.us abney,
qu'ades vas vos sopley
ab fina benevolensa.
Dompn'en cuy beutatz gensa,
maytans vetz oblit mey,
qu'ieu lau vos e mercey.

II
Tots temps m'azire
l'amors que.us mi defen
s'ieu ja.l cor vire
ves autr'entendemen.
Tout m'avetz rire
e donat pessamen:
pus greu martire
nulhs hom de mi no sen;
quar vos qu'ieu plus envey
d'autra qu'el mon stey
desautorc e mescrey
e dezam en parvensa:
tot quan fas per temensa
devetz em bona fey
penre, neus quan no.us vey.

III
En sovinensa
tenc la car'e.l dous ris,
vostra velensa
e.l belh cors blanc e lis;
s'ieu per crezensa
estes vas Dieu tan fis,
vius ses falhensa
intrer'em paradis;
qu'ayssi.m suy, ses totz cutz,
de cor as vos rendutz
qu'autra joy no m'adutz;
q'una non porta benda
qu'ieu.n prezes per esmenda
jazer ni fos sos drutz,
per las vostras salutz.

IV
Tot jorn m'agensa
I desirs, tan m'abelhis
la captenensa
de vos cuy suy aclis.
Be.m par que.m vensa
vostr'amors, qu'ans qu'ie.us vis
fo m'entendensa
que.us ames e. us servis;
qu'ayssi suy remazuts
sols, snes totz ajutz
ab vos, e n'ai perdutz
mayns dos: qui.s vuelha.ls prenda!
Qu'a mi platz mais qu'atenda,
ses totz covens saubutz,
vos don m'es jois vengutz.

V
Ans que s'ensenda
sobre.l cor la dolors,
merces dissenda
en vos, don', et Amors:
jois vos mi renda
e.m luenh sospirs e plors,
no.us mi defenda
paratges ni ricors;
qu'oblidatz m'es tot bes
s'ab vos no.m val merces.
Ai, bella doussa res,
molt fora gran franqueza
s'al prim que.us ayc enqueza
m'amessetz, o non ges,
qu'eras no sai cum s'es.

VI
Non truep contenda
contra vostras valors;
merces vo.n prenda
tals qu'a vos si'honors.
Ja no m'entenda
Dieus mest sos preycadors
s'ieu vuelh la renda
dels quatre reys majors
per qu'ab vos no.m valgues
merces e bona fes;
quar partir no.m puesc ges
de vos, en cuy s'es meza
n'amors, e si fos preza
em baizan, ni us plagues,
ja no volgra.m solses.

VII
Anc res qu'a vos plagues,
franca dompn'e corteza,
no m'estet tan defeza
qu'ieu ans non la fezes
que d'als me sovengues.

VIII
En Raimon, la belheza
e.l bes qu'en midons es
m'a gen lassat e pres.

 »
(IT)
« 

I
Il dolce sospirar
che dà sovente amore,
donna, mi fa dir
di voi molti versi piacenti.
Pensando io miro
in voi il caro gentil sembiante,
che io deseo
ma che non fo apparire.
E sebbene io mi svio
per voi, non rinnego,
ché sempre voi imploro
con fine benvolenza.
Donna in cui beltà brilla,
molte volte di me m'oblio,
quando vi lodo e chiedo.

II
Tutto il tempo m'annoia
l'amor ch'a me vien meno
se il core a volte svio
in altro intendimento.
Tutto il riso n'avete
e datomi gravezza:
ma grave martirio
niun'uom di me non sente;
ché voi a cui più anelo
d'ogn'altra ch'al mondo sia
rifiuto e ignoro
e vesso in parvenza;
tutto quel che fo per temenza
dovete in buona fede
prender, anche quando voi non vedo.

III
E nel mi sovvenir
caro m'è il dolce riso,
vostro valore
e il bel viso bianco e liscio;
s'io per mia credenza,
fia a Dio tanto fedele,
vivo senza fallenza
in paradiso entrerei;
che così sono,
di cuor a voi mi reso
ch'altra gioia non aduso;
che niuna porta benda [dama]
ch'io a chiedere non curo
di giacer o esserne amante,
per lo vostro saluto.

IV
Tutto il giorno sento
il desir, sì piacemi
l'incantamento
di voi a cui son servo.
Ben parmi che vincami
vostro amor, avanti ch'io vi veda
è mio pensiero
che v'ami e vi serva;
sì son rimasto
solo, senza niun'aiuto
con voi, e n'ho perduto
molti doni: chi vuol li prenda!
ché a me piace aspettare,
senza nessun'intesa saputa,
voi donna mia gioia venuta.

V
Avanti che s'incendia
sul cuore il dolor,
grazia discenda
in voi, donna, e Amor:
gioia voi a me rende
e io lungi da sospiri e pianti,
non vi separi da me
nobiltà o ricchezza;
ché m'oblia da ben tutto
se con voi non val mercé.
Ah, bella dolce cosa,
molta gran bontà saria
se prima di chiedervi
m'amaste, molto o nulla,
che or non so più ch'io mi sia.

VI
Non trovo difese
contro vostro valor;
pietà ve ne chiedo
tal che a voi sia onor.
Che non m'intenda
Dio tra i suoi predicatori,
s'io l'aver voglio
dei quattro re più grandi
cambiar con voi, non valga
né buona fé né pieta;
ché partirmi non posso
da voi, dove posto s'è
il mio amor, e che s'aprende
baciando, e a voi piacere,
giammai libero mi vorria.

VII
Ancor ciò ch'a voi piace,
franca donna e cortese,
non sarammi tan peso
ch'io anzi nol faccio
che d'altro io mi sovvenga.

VIII
Raimon, la beltà
e il ben ch'è in donna mia
mi tien legato e preso.

 »

Nota: La maggior parte delle informazioni contenute in questa voce sono tratte, previa autorizzazione, dall'articolo originale in lingua catalana su (ES) Els trobadors catalans. URL consultato il 04-03-2013.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c (EN) Cunnan, Canso. URL consultato il 04 marzo 2013.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]