Calcio (Italia)

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Calcio
comune
Calcio – Stemma Calcio – Bandiera
Calcio – Veduta
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Regione-Lombardia-Stemma.svg Lombardia
Provincia Provincia di Bergamo-Stemma.png Bergamo
Amministrazione
Sindaco Elena Comendulli (lista civica) dal 25/05/2014
Data di istituzione 26/05/2014
Territorio
Coordinate 45°30′30″N 9°51′03″E / 45.508333°N 9.850833°E45.508333; 9.850833 (Calcio)Coordinate: 45°30′30″N 9°51′03″E / 45.508333°N 9.850833°E45.508333; 9.850833 (Calcio)
Altitudine 123 m s.l.m.
Superficie 15,67 km²
Abitanti 5 423[1] (31-05-2013)
Densità 346,08 ab./km²
Comuni confinanti Antegnate, Cividate al Piano, Cortenuova, Covo, Fontanella, Pumenengo, Rudiano (BS), Urago d'Oglio (BS)
Altre informazioni
Cod. postale 24054
Prefisso 0363
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 016044
Cod. catastale B395
Targa BG
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Cl. climatica zona E, 2 383 GG[2]
Nome abitanti calcensi
Patrono san Gottardo
Giorno festivo 4 maggio
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Calcio
Calcio
Posizione del comune di Calcio nella provincia di Bergamo
Posizione del comune di Calcio nella provincia di Bergamo
Sito istituzionale

Calcio (Cals in dialetto bergamasco[3][4]) è un comune italiano di 5 423 abitanti[5] della provincia di Bergamo, in Lombardia. Situato ai margini orientali della pianura bergamasca, sulla destra orografica del fiume Oglio si trova a circa 25 chilometri a sud-est del capoluogo orobico.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini del paese sono molto antiche: possono essere fatte risalire al III secolo a.C., epoca in cui si verificò la colonizzazione Romana. Tale ipotesi è suffragata da numerosi ritrovamenti avvenuti sul territorio comunale, tra i quali spicca un mosaico di straordinaria fattura che, ritenuto il miglior esempio di arte romana di tutta la provincia bergamasca, è oggi custodito nel Museo Archeologico di Bergamo.

Anche il significato etimologico del nome risalirebbe a quel periodo: calx infatti indicherebbe proprio il materiale presente in natura con il nome di calcio (i cui composti assumono il nome di calce), molto comune in quel tempo specialmente sulle rive del fiume Oglio, dove si verificarono i primi insediamenti umani stabili.

Dopo il termine della dominazione romana, Calcio dal 570 entrò a far parte del ducato longobardo di Bergamo, che dal 603 comprese anche Cremona ed il suo territorio. Nel 702, in seguito a due tentativi dei duchi di Bergamo di farsi re d'Italia, il ducato fu soppresso ed assegnato ad un Gastaldo regio. Nel 774 il territorio fu occupato dai Franchi. Furono questi ultimi a creare i presupposti per la formazione del Sacro Romano Impero, i cui reggenti governarono le sorti del paese per tutta l'epoca medievale. Calcio entrò quindi a far parte della contea di Bergamo, retta dai conti Ghisalberti. Poco dopo il mille, la contea fu suddivisa fra i vescovi di Bergamo e Cremona. Ed è a questo periodo che risalgono i primi documenti scritti che attestano l'esistenza del borgo: nel 1035 infatti si cita in loco Calzo, per indicare alcuni possedimenti del Vescovo di Cremona, al quale era stato donato in feudo il borgo dall’imperatore, unitamente alle zone circostanti.

Altri documenti a questo successivi ci permettono di venire a conoscenza del fatto che lo stesso vescovo concesse il paese di Calcio in feudo alla famiglia dei Sommi, ribadendo comunque l’appartenenza del paese alla diocesi cremonese.

Successivi cambi portarono il borgo a gravitare nel distretto di Soncino (nel 1311), per poi ritornare nell'area cremonese qualche decennio più tardi. Nuove cessioni riguardarono questo territorio: prima al conte Gabriolo Aliprandi, poi alla famiglia milanese dei Visconti, nella figura di Regina della Scala, consorte di Bernabò Visconti, ed infine all'antichissima famiglia di origine Gotica dei Secco, proveniente da Caravaggio.

Fu con questi ultimi che il paese visse un periodo di rinascita, dopo un lungo periodo di abbandono e di povertà che aveva reso il territorio una zona paludosa e per nulla sicura. La famiglia, tra le più in vista dell'intera Lombardia, garantì ai propri sudditi una serie di esenzioni, sgravi e diritti che fecero rinascere socialmente ed economicamente il borgo, che assunse un ruolo di rilievo tra i paesi del circondario.

Posto in una zona di confine, tra la Repubblica di Venezia ed il Ducato di Milano, era da considerarsi una vera e propria zona franca, chiamata Calciana, comprendente, oltre a Calcio, i comuni di Pumenengo, Torre Pallavicina, Urago e la parte meridionale delle terre di Cividate. Esente dalle tasse e con una propria amministrazione. Come in tutte le zone di confine, notevole era il contrabbando praticato nonostante le rigide leggi che lo vietavano. La totale esenzione dalle tasse durò fino alla metà del XVIII secolo, mentre nei giorni successivi al 13 marzo 1797 il paese fu annesso alla repubblica Orobica ponendo fine agli oltre 400 anni di indipendenza del feudo della Calciana (1366-1797). Passò poi alla Repubblica Cisalpina. La nuova dominazione revocò tutti i privilegi riservati al paese, che fu annesso al dipartimento facente a capo a Bergamo, ed unito amministrativamente ai vicini comuni di Pumenengo e Torre Pallavicina.

Il successivo arrivo degli austriaci, che instaurarono il Regno Lombardo-Veneto, non ripristinò le vecchie agevolazioni ma garantì un nuovo sviluppo che portò nuovamente il paese di Calcio ad occupare un ruolo predominante in ambito economico nella pianura bergamasca.

Nel XX secolo il paese subì la crisi del settore agricolo che, non compensata dall'evoluzione industriale, lo ha nuovamente relegato a ruolo marginale nell'economia della bassa bergamasca.

Pochi sanno che due delle più importanti battaglie del Medioevo ebbero il loro inizio nel territorio di Calcio.

La Malamorte[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante la contea dei Ghisalberti, comprendente le attuali province di Bergamo e Cremona, fosse stata suddivisa nel X secolo fra i vescovadi di Bergamo e Cremona, le due città, divenute liberi comuni, mantennero la loro amicizia e, sul finire del XII secolo, si trovarono in guerra contro Milano e Brescia. I loro comandanti, per impedire che gli eserciti avversari si riunissero, decisero di prendere l'iniziativa per primi per battere Brescia ed affrontare poi Milano. Però i bresciani stavano arroccati a guardia dei ponti di Rudiano e di Palazzuolo.

Per sorprenderli, i bergamaschi finsero di stare per attaccare Palazzuolo attirando il grosso dei bresciani, mentre i cremonesi, nella notte fra il 6 ed il 7 luglio 1191, costruirono sull'Oglio un ponte di legno all'altezza dell'attuale ponte ferroviario, quindi, raggiunti dai bergamaschi, attraversarono il fiume attaccando i bresciani. Stavano per conseguire la vittoria quando udirono suoni di trombe e tamburi alle loro spalle. Ignorando che si trattava solo della piccola guarnigione di Rudiano, bergamaschi e cremonesi, convinti che fosse l'intero esercito di Milano, si gettarono verso il ponte che per il peso eccessivo crollò. Diecimila furono i soldati che annegarono o che, massacrati sulla sponda, arrossarono le acque del fiume.

L'ultima gloria dell'impero[modifica | modifica wikitesto]

La guerra si era conclusa l'undici agosto 1192 con la pace di San Pietro in Valico, ma i Milanesi, desiderosi di costituire un corridoio che li collegasse a Brescia, non rispettarono il trattato effettuando incursioni nel territorio nel 1200, 1208, 1217, e nel 1228. Di conseguenza quando Federico II di Svevia, re di Germania, d'Italia, di Sicilia e di Gerusalemme, nonché imperatore del Sacro Romano Impero, nel 1236 decise di ridurre all'obbedienza le città della Lega Lombarda, Cremona si schierò subito al suo fianco. Nel 1237 l'imperatore mosse contro Brescia, ma in soccorso di questa città si radunò un esercito di 6 000 fanti e 2 000 cavalieri milanesi e forti contingenti di Piacenza, Lodi, Crema, ed Alessandria.

L'imperatore cercò di impegnare i Leghisti in battaglia, ma questi, conoscendo la sua superiorità sul campo, si tennero attestati dietro una zona paludosa, avendo il solo scopo di impedire agli imperiali di assediare Brescia. Federico II allora, finse di volersi ritirare nei quartieri invernali, congedò i reparti alleati di Pavia, Modena, Parma, e Reggio, rinunciando in tal modo ad un terzo del suo esercito, quindi ordinò anche al resto dell'esercito di ritirarsi dietro l'Oglio su ponti di legno che poi distrusse. Però, invece di dirigersi verso Cremona, si diresse verso Soncino. Infatti Bergamo era passata segretamente dalla sua parte. La mattina del 27 novembre la piccola guarnigione bergamasca di Cividate segnalò che l'esercito della Lega aveva attraversato l'Oglio e si era attestato nella contea di Cortenuova, alleata di Milano. Percorsa nella mattinata la strada che li separava dall'esercito nemico, gli imperiali mossero all'attacco suddivisi in sette colonne. Si trattava di 2 000 cavalieri tedeschi, 6 000 mercenari saraceni, le truppe venete di Ezzelino da Romano, e quelle comunali di Cremona, per un totale di 12-15 000 uomini. I soldati della Lega avevano almeno in parte intuito le intenzioni dell'imperatore. Infatti per muoversi più rapidamente avevano messo dei cavalli anziché i tradizionali buoi al traino del carroccio, ed avevano mandato innanzi i loro reparti di zappatori che nella notte fra il 26 ed il 27, allargarono e approfondirono la Circa di Cortenuova (I contadini fino a pochi decenni fa tramandarono la voce che il fossato che corre dal fiume Oglio al Serio fosse stato scavato in una notte precedente una battaglia da un misterioso esercito, ma è più probabile che fosse in parte preesistente, e si trattasse di un vecchio canale romano, scavato per drenare le acque delle paludi e forse successivamente per l'irrigazione e probabilmente anche come canale navigabile fra l'Oglio il Serio e il Lago Gerundo, ma che poi si era prosciugato per l'abbassamento del letto del fiume Oglio) Arrivato nei pressi di Cortenuova l'esercito della Lega cominciò a preparare il campo, circa novecento metri a nord del fossato che, allora e fino a pochi decenni fa, nella zona di Calcio correva dove adesso passa la strada che collega la vecchia provinciale che passava dalla stazione, con la nuova provinciale. Avvedutosi del pericolo, i leghisti corsero verso il fossato, ma solo i piacentini ed una parte dei milanesi riuscirono a raggiungere affannosamente la linea di difesa, dove ben presto dovettero arretrare in numerosi punti, anche perché gli altri contingenti dell'esercito non poterono accorrere in loro aiuto, essendo stati attaccati da nord dall'esercito di Bergamo. A quel punto la "Compagnia dei forti" composta da un migliaio di uomini, si sacrificò per permettere agli altri reparti di ritirarsi verso il carroccio, mentre la cavalleria tedesca travolgeva quella lombarda. In queste fasi della battaglia, anche Pietro Tiepolo, comandante dell'esercito della Lega, cadde prigioniero. Facendo quadrato attorno al Carroccio, i Leghisti riuscirono a resistere fino al calare della notte. Però, rendendosi conto che non avrebbero potuto riprendere la battaglia, nel buio cercarono di fuggire verso Milano. Ma era una notte piovosa, il fiume Serio era in piena. Furono i Bergamaschi, esperti dei luoghi, che raggiunsero per primi l'esercito nemico che disperatamente cercava un guado. Molti furono massacrati sulla sponda, molti altri annegarono nel cercare di attraversare il fiume, cinquemila si arresero. Il giorno 29 Calcio fu attraversato dal corteo dell'esercito vittorioso che scortava il carroccio di Milano trainato da un elefante e seguito dai cinquemila prigionieri e dagli abitanti di Cortenuova aggiogati a dei gioghi. Fino agli ultimi decenni del XX secolo, una cappella (ora distrutta probabilmente per costruire la strada) posta vicino alla vecchia pompa dell'acqua agricola, ricordava questi caduti.

Simboli[modifica | modifica wikitesto]

Il comune ha come simboli lo stemma concesso con R.D. 18 luglio 1930 e il gonfalone concesso con D.P.R. 21 marzo 1997.

Blasonatura stemma:

« Di rosso, a castello torricellato di due, merlato d'argento, aperto e finestrato del campo, murato di nero, al leone d'oro, nascente dal centro del castello e tenente con la destra una spada dello stesso. »
(R.D. 18 luglio 1930)

Blasonatura gonfalone:

« Drappo di giallo, riccamente ornato di ricami d'argento e caricato dallo stemma comunale con l'iscrizione centrata in argento recante la denominazione del Comune. Le parti di metallo ed i cordoni sono argentati. L'asta di metallo è ricoperta di velluto giallo con bullette argentate poste a spirale. Nella freccia è rappresentato lo stemma del Comune e sul gambo è inciso il nome. Cravatta con nastri tricolorati dai colori nazionali frangiati d'argento. »
(D.P.R. 21 marzo 1997)

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa parrocchiale

Una delle costruzioni che riscuotono maggiore interesse è il castello medievale, detto dei Silvestri, nel quartiere Piazza. Edificato attorno all'anno 1000 in luogo di un'antica villa d'origine romana e ristrutturato nel 1862, è stato a lungo il centro della vita sociale e politica del paese. Teatro anche di fatti d'arme minori, a partire dall'assedio dei soncinesi nel 1311, fino al breve arroccamento nelle sue mura dei tedeschi in ritirata nel 1945.

Chiesa di San Vittore[modifica | modifica wikitesto]

La storia della grandiosa parrocchiale di Calcio ha avuto inizio attorno al 1750, quando, dato che la vecchia chiesa di Calcio necessitava di onerosi lavori di ampliamento non essendo più sufficiente a contenere la popolazione, riprese corpo il progetto, che si era trascinato per decenni senza mai giungere a buon fine, di costruire una nuova chiesa al posto di continuare a spendere denaro per un vecchio edificio che fra l’altro aveva il difetto di trovarsi al centro del quartiere Piazza, relativamente lontano dai due quartieri Rivelino, e soprattutto dal quartiere Villa. Il Marchese Marco Secco d’Aragona mise a disposizione il campo denominato “Brama” (nome che ancora adesso si usa per chiamare la grandiosa piazza antistante la chiesa) a livello perpetuo per un canone simbolico di due capponi ogni anno e di una messa perpetua dopo la sua morte. [Archivio parrocchiale] A questo punto sorse un grandissimo fervore; l’arciprete Gaspare Ludovico Orsi commissionò il progetto all’architetto ingegnere Giuseppe Foscagni, il Vescovo di Cremona autorizzò una questua straordinaria e concesse l’indulgenza episcopale a chi avesse prestato la sua opera gratuitamente la domenica, e nel 1762, dopo la posa della prima pietra, iniziarono i lavori. [D.Muoni: “Cenni storici sopra Calcio e Antignate 1875”, pag. 25] Ma erano moltissimi a pronosticare che la nuova chiesa sarebbe stata iniziata, ma mai finita. I milanesi, dopo ben quattro secoli, non erano ancora riusciti a terminare il Duomo, ma la sfida che si erano posti gli abitanti di Calcio era infinitamente più ardua. Un borgo poverissimo, che superava di poco i duemila abitanti, si accingeva a costruire un tempio che sarebbe stato inferiore, in Lombardia, solo al Duomo di Milano, ma più imponente di tutte le altre chiese di Milano, Bergamo, Brescia e Cremona, e del vicino Santuario di Caravaggio.[D. Muoni: “Cenni storici sopra Calcio e Antignate 1875”, pag.27] Tutta la popolazione rispose con slancio: muratori, carpentieri e manovali, lavorando gratuitamente la domenica, i carrettieri, trasportando gratuitamente il cemento, la sabbia e i mattoni, i contadini, estraendo in loco la ghiaia, i sassi e parte della sabbia, e i proprietari terrieri fornendo il legname e sussidi. Il progetto era ambizioso anche dal punto di vista ingegneristico. Il tempio, a differenza del Duomo che ne aveva 54, non avrebbe dovuto avere alcun pilastro interno, e avrebbe dovuto sorreggere una cupola di notevoli proporzioni. Per trasformare in verticali le spinte orizzontali che sarebbero venute dal tetto e dalla cupola, le pareti laterali furono costruite con un doppio muro, con precipizi vuoti fra il muro interno ed esterno. Però, dopo dieci anni, la popolazione di Calcio dovette arrendersi; i lavoratori erano stremati, le risorse esaurite. I lavori furono interrotti con i muri a circa due terzi dell’altezza che avrebbero dovuto raggiungere. Si ricoprì alla meglio, furono lasciate le impalcature con l’intenzione di riprendere i lavori e si ricavarono, nelle poche parti ricoperte, alloggi per le famiglie indigenti. Un timido tentativo di riprendere i lavori fu fatto nel 1792, ma venne subito abbandonato. Nel 1835 chi, bambino, aveva visto l’inizio dei lavori, stava percorrendo gli ultimi anni del suo cammino terreno, quando, dietro l’energico impulso dell’arciprete Paolo Lombardini, si riaccese l’antico fervore. Furono commissionati all’architetto Giacomo Bianconi una modifica del progetto originale e un prospetto delle spese, che furono calcolate dal medesimo in 230.000 lire austriache (la lira austriaca era una moneta in argento al 900/1.000 dal peso di 4.33 g. Il controvalore in Euro è molto basso, meno di 700.000, il che da una chiara idea del grandioso apporto del lavoro gratuito, oltre che dei bassissimi stipendi dell’epoca) cui sarebbero state da aggiungere altre 90.000 lire per la cupola, alla quale però egli suggerì di rinunciare in quanto troppo onerosa. Nella Primavera del 1841 ripresero i lavori. Le vecchie mura erano state sottoposte alle prove sclerometriche per verificarne la resistenza [Archivio Parrocchiale, Sc.48 Lettera di Oldifredi all’avvocato Piccioli] e, smentendo le paure di molti, si erano dimostrate solidissime. Il Consiglio Comunale deliberò una sovraimposta comunale di due centesimi per ogni scudo d’estimo da destinarsi all’erigenda chiesa e di nuovo, sotto la guida del capomastro Prospero Reyner di Pumenengo, la popolazione di Calcio riprese i lavori con la stessa generosa abnegazione dimostrata dai calcesi nel decennio 1762-1772. Ma era destino che nessuno di coloro che avevano assistito all’inizio dei lavori ne riuscisse a vedere la fine. Nel 1848, dopo aver persino invocato inutilmente un aiuto dall’imperatore d’Austria, don Lombardini dovette arrendersi. Nel 1860, l’ormai anziano arciprete rinunciò alla parrocchia e il suo posto venne preso da don Giuseppe Mainestri il quale, dopo 19 anni di interruzione, deliberò la ripresa dei lavori, e dopo aver accumulato per due anni i materiali necessari, chiamò l’architetto Carlo Maciachini per commissionargli il completamento dei medesimi. Ma questi, di fronte alla mole di lavoro necessario, in un primo momento si scoraggiò, parendogli che non sarebbe stato possibile ad alcuno portare a termine una tale opera. [Calcio e la signoria della Calciana, Caproni-Pagani] La popolazione di Calcio però non condivideva il suo pessimismo e convinse il professionista ad assumere la direzione dei lavori, e non solo la chiesa fu completata, ma venne eretta anche la cupola che nel progetto dei decenni precedenti era stata stralciata. Il 29 ottobre 1880, alla presenza dell’Arcivescovo di Milano, Monsignor Luigi Nazzari di Calabriana, e del Vescovo di Crema, Monsignor Francesco Sabbia, il Vescovo di Cremona, Geremia Bonomelli, consacrò la nuova chiesa. L’arciprete Giuseppe Mainestri purtroppo non poté vedere il compimento dell’opera, essendo mancato all’affetto dei suoi parrocchiani nel 1875. Al suo posto c’era l’arciprete Giovanni Battista Pizzi. Comprese le interruzioni, i lavori erano durati 118 anni, (durante i quali si era verificato il decesso di un operante, precipitato dalle impalcature), e che in ciascuna delle tre riprese avevano testimoniato il grande spirito di sacrificio e l’abnegazione di tutta la popolazione. Lavori di consolidamento furono necessari nel 1894, e poi ancora poco prima del 1930. Tranne che per la facciata, le pareti sono state lasciate grezze, senza la stabilitura, dando in piccola parte ragione a coloro che avevano pronosticato che l’opera non sarebbe mai giunta a termine. La nuova costruzione era davvero imponente; all’interno la lunghezza massima era di 69 metri, e la larghezza massima di 33. All’esterno il tempio misurava 76 metri per 36. La facciata, sormontata da cinque statue, era alta 33 metri al vertice del timpano, mentre la cupola, ricoperta con ardesie di Savoia, svettava per un’altezza di 64 metri alla sommità della croce. [D. Muoni: “Cenni storici sopra Calcio e Antignate 1875”, pag 27] L’interno naturalmente era spoglio, anche se sui pennacchi della cupola erano già stati eseguiti affreschi dal pittore Bergamasco Giacomo Trecourt, integrati e in parte sostituiti da Antonio Guadagnini nel 1876. Vennero inoltre trasferite dall’oratorio di San Rocco e dalla vecchia parrocchiale diverse tele, fra cui una rappresentazione della Vergine con Bambino assisa su delle nubi e attorniata da angioletti, con accanto Santa Caterina, la medesima santa è dipinta vicino a un orante al quale indica la visione paradisiaca; ai piedi una suggestiva veduta di Calcio del 1600, che la fantasia del pittore ha proiettato come se fosse stata ripresa dall’alto. La tela è di Marcantonio Mainardi, detto il Chiavechino, di epoca prossima all’anno 1600. Sulla stessa parete, di uguale grandezza, si trova una pregevole copia di autore ignoto di un dipinto di Enea Salmeggia del 1610, raffigurante la Vergine con San Rocco, San Francesco e San Sebastiano, mentre l’originale, un tempo custodito anch’esso nell’oratorio di San Rocco, è stato trasferito nella Pinacoteca di Brera. Dalla vecchia Pieve venne invece portata una tela ad olio del XV secolo di Aurelio Gatti, detto il Soiaro, raffigurante l’Ultima Cena; si ignora invece la provenienza di una piccola tela ad olio rappresentante San Rocco, di fattura settecentesca. Nel 1906 il pittore Giacomo Campi eseguì un affresco dietro l’altare e altri due sulla parete di ingresso, mentre gli affreschi sulla volta e sul catino dell’abside furono eseguiti nel 1934 da Umberto Marigliani, che dipinse anche un Battesimo di Cristo nella Cappella del Battistero. Dello stesso anno è un affresco eseguito da Mario Albertella nella Cappella del Crocefisso. Il vecchio altare fu sostituito nel 1940 con un altare imponente abbellito con delle sculture marmoree di Pietro Ferraroni. Notevole è anche il patrimonio scultoreo, a partire dalle cinque statue di santi, scolpite da D. Belcaro che sormontano la facciata. All’interno, in dodici nicchie, si trovano le statue dei dodici apostoli eseguite dal conte Gerolamo Oldifredi Tadini, le statue lignee di Cristo Morto (1731), San Gottardo (1627), San Carlo (1674), San Biagio (1738) e San Vittore (XVIII secolo). Vicino all’ingresso troviamo la statua di un angelo adorante, che un tempo ornava il vecchio altare maggiore, e negli altari laterali vi sono una statua della Madonna Immacolata e della Madonna del Rosario, entrambe di fattura recente. Nella sacrestia è inoltre conservato un prezioso ostensorio del 1760 di Antonio da San Benedetto, alcune piccole tele del XVII e XVIII secolo, fra le quali spicca una pregevole “Cena” di Emmaus.

Di alto valore architettonico sono anche la vecchia chiesa parrocchiale, con facciata Barocca e struttura Romanica risalente al XIII secolo, Con all'interno notevoli affreschi di autori ignoti ed una Pala di un pittore della famiglia Campi; La chiesa di San Fermo e Rustico al cimitero, anch'esso con un affresco di un membro della famiglia di artisti Campi, su una parete una "danza macabra" che però essendo stata coperta da intonaco, è visibile solo in piccoli tratti; La cappella dei Silvestri, sempre al cimitero; inoltre il castello Secco-Oldofredi con fossato e traccia del ponte levatoio nel quartiere Villa; la "Casaforte" delle Löche, con fossato, nel quartiere Rivelino; il palazzo in via Marco Secco, oltre all'ex ospedale la cui costruzione è iniziata nel 1744, in via San Fermo. Non più esistente è la chiesetta di San Rocco, ubicata sul ponte del Naviglio dove adesso sorge il suggestivo monumento ai caduti. Al suo interno era conservata una Pala di Enea Salmeggia, raffigurante la Vergine con i Santi: Rocco, Francesco, Sebastiano, che ora è esposta nella pinacoteca del castello sforzesco a Milano.

Di rilievo paesaggistico sono la Roggia Calciana, scavata in tempi antichissimi per muovere diversi mulini ed un maglio, che lambisce il castello. La Roggia Donna, iniziata nel 1336, che ricorda nel nome la sua costruttrice: Donna Regina della Scala. Il Naviglio di Cremona, un tempo via d'acqua navigabile che collegava Cremona col lago d'Iseo, e la Seriola Antegnata, scavata dagli antegnatesi nel 1349[6]. Rimangono invece solo dei tratti relitti dell'antichissimo Fosso bergamasco,su cui si combatté la fase decisiva della battaglia di Cortenuova; scavato dai romani per bonificare le paludi portandone l'acqua al Fiume Serio, e forse poi per l'irrigazione, divenuto infine trincea di confine, prima fra i liberi comuni di Bergamo e Cremona e poi fra gli stati del Ducato di Milano e della Repubblica di Venezia, e, a est della cascina Fornace, della vecchia strada "Malghesa" su cui si svolgeva la transumanza delle mandrie. Presso il Lavello, vi è ancora un cippo confinario dell'antico confine fra il ducato di Milano e la repubblica di Venezia. È invece stata distrutta da qualche anno, in località "Campagne" la cappella denominata "morti del fosso" che ricordava i caduti dell'antica battaglia fra le avanguardie imperiali ed i soldati posti dalla Lega a difesa della Circa di Cortenova il 27 novembre 1237. A est del paese, si notano ancora le sponde del pianoro alluvionale dell'Oglio (le bàsé) scavato dal fiume dopo la glaciazione di Würm. Fino al medioevo occupato da un vasto bacino lacustre planiziale che dalle campagne di Cividate proseguiva oltre Soncino per poi collegarsi col "Mar Gerundo" e poi col "Mar Padano" (http://nuke.costumilombardi.it/storialombarda/storialombarda2/tabid/159/Default.aspx). le sponde di questo antico lago si possono ancora notare in vari punti, lungo l'Antegnata e anche nel cimitero. Tracce di tratti relitti dell'Oglio si possono invece osservare nelle "Campagne" e a sud del Lavello. Interessanti architetture si possono notare nelle Cascine San Fermo, Torchio, Lavello, Porte.

Recentemente il comune ha inaugurato un progetto denominato Narrano i muri, in cui si prefigge l'obiettivo di recuperare antichi dipinti posti su case, alternandoli a nuove opere moderne, eseguite da artisti locali e non. Il risultato è un ottimo colpo d'occhio che colpisce il visitatore e che caratterizza il centro storico, dotato di un impianto medievale, arricchendolo della presenza di dipinti di pregio sui muri delle abitazioni.

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[7]

Etnie e minoranze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Secondo i dati ISTAT[senza fonte] al 31 dicembre 2009 la popolazione straniera residente era di 860 persone. Le nazionalità maggiormente rappresentate in base alla loro percentuale sul totale della popolazione residente erano:

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Trasporti[modifica | modifica wikitesto]

A partire dal luglio 2014, il comune di Calcio è toccato dal passaggio dell'Autostrada A35 Bre-Be-Mi, con un casello autostradale situato nel territorio comunale.

  • Autostrada A35 Italia.svg Autostrada A35

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 31 dicembre 2010.
  2. ^ Tabella dei gradi/giorno dei Comuni italiani raggruppati per Regione e Provincia (PDF) in Legge 26 agosto 1993, n. 412, allegato A, Ente per le Nuove Tecnologie, l'Energia e l'Ambiente, 1 marzo 2011, p. 151. URL consultato il 25 aprile 2012.
  3. ^ AA. VV., Dizionario di toponomastica. Storia e significato dei nomi geografici italiani, Milano, GARZANTI, 1996, p. 116.
  4. ^ Il toponimo dialettale è citato nel libro-dizionario di Carmelo Francia, Emanuele Gambarini (a cura di), Dizionario italiano-bergamasco, Torre Boldone, Grafital, 2001, ISBN 88-87353-12-3.
  5. ^ Dato Istat all'1/1/2008.
  6. ^ R. Caproni e R.Pagani, Calcio e la signoria della Calciana
  7. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • L. Civitelli, Cremonenses Annales.
  • G. Malvezzi, Chronicon Brixianum.
  • R. Caproni, La battaglia di Cortenuova.
  • F. Galantino, Storia di Soncino.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

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