Bunker di Anielewicz a Varsavia

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Il luogo della commemorazione.

Il bunker di Anielewicz a Varsavia era un rifugio, ora non più esistente, che si trovava all'angolo delle vie (in polacco: ulica, abbrev. ul.) Miła e Dubois (l’indirizzo di ul. Miła 18 prima della guerra) nel Muranów di Varsavia. Alla fine della rivolta del Ghetto di Varsavia, vi si nascosero, e poi trovarono la morte, numerosi combattenti della Organizzazione ebraica di combattimento (ŻOB, in polacco: Żydowska Organizacja Bojowa), incluso il suo comandante Mordechaj Anielewicz.

Nel 1946 al posto del bunker distrutto fu costruito un tumulo commemorativo chiamato Kopiec Anielewicza (in italiano: il tumulo di Anielewicz).

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Ricostruzione postbellica del bunker ŻOB in ul. Miła 18.

Durante la rivolta, la sede di ŻOB si trovava in ul. Miła 29, e in seguito alla sua scoperta fu spostata al rifugio in ul. Miła 18[1]. Il bunker, grande e ben equipaggiato con provviste di armi e cibo, acqua e corrente elettrica comprese[2], erca costruito sotto una casa popolare, distrutta nel settembre 1939. Apparteneva ad individui ai margini della società (i cosiddetti czompowie) - malviventi comandati da Szmul Aszer[3]. Era attraversato da un lungo e stretto corridoio con stanze su entrambi i lati. I ribelli le avevano chiamate Treblinka, Trawniki, Poniatów, Piaski e Getto[4]. Il bunker aveva sei ingressi.

La pietra commemorativa posta sulla cima del tumulo di Anielewicz insieme alle pietre visibili messe da visitatori israeliani.

L'8 maggio 1943 il bunker, in cui si trovavano circa 300 persone, fu circondato da truppe tedesche e ucraine. Dopo l'ordine di arrendersi, alcune delle persone nascoste (principalmente civili) uscirono allo scoperto e si arresero. I soldati del ŻOB rimasti dentro provarono a combattere, ma questa non fu una lotta alla pari fin dall'inizio. Poco dopo i tedeschi usarono il gas. Tosia Altman fu una delle poche persone che riuscì a salvarsi grazie ad un passaggio segreto (la sesta uscita, non scoperta dai tedeschi). Secondo lei, i combattenti ebrei commisero un suicidio di gruppo[2] per ordine di Arie Wilner. Lutek Rotblat, appartenente a questo gruppo, prima ha sparato a sua madre e poi si è tolto la vita[2][5].

Circa 120 insorti furono uccisi, incluso il comandante del ŻOB Mordechaj Anielewicz insieme alla sua fidanzata Mira Fuchrer. Circa 15 persone sopravvissero[6], inclusi Michał Rozenfeld, Tosia Altman, Yehuda Węgrower, Pnina Zalcman e Menachem Bigelman. Alcuni dei sopravvissuti morirono in seguito alle ferite o gli avvelenamenti da gas subiti, il resto di loro fu ucciso più tardi nel lato “ariano” del ghetto[7][8].

Il bunker sepolto allo stesso tempo divenne una tomba collettiva, poiché dopo il 1945 in ul. Miła 18 non furono eseguiti lavori di esumazione.

A causa alle somiglianze degli eventi con quelli accaduti negli anni 73-74 d.C. nell'antica fortezza ebraica Masada, assediata dai Romani, il bunker situato in Miła è talvolta chiamato "la Masada di Varsavia" (in polacco: warszawska Masada)[9].

La commemorazione[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1946, su iniziativa del Comitato Centrale degli Ebrei Polacchi[10], dalle macerie delle case vicine, nel luogo in cui si trovava il bunker, fu costruito un tumulo (il tumolo di Anielewicz, in polacco: kopiec Anielewicza), in cima al quale fu collocata una pietra commemorativa con la seguente iscrizione in polacco, ebraico e yiddish[11]:

Obelisco ai piedi del tumulo con i nomi di 51 combattenti ebrei.

"In questo posto, l'8 maggio 1943, il comandante della Rivolta del Ghetto di Varsavia, Mordechaj Anielewicz, cadde da soldato. Morì insieme ai combattenti della ŻOB e ad alcune decine di combattenti del movimento di resistenza ebraica nella lotta contro gli occupanti tedeschi."

Nel 2006, l'area intorno al tumulo è stata riordinata. Sotto ad esso, sul lato destro è stata posta una piccola piramide di pietra (progettata da Hanna Szmalenberg e realizzata dallo scultore Marek Moderau). L'incisione in polacco, inglese e yiddish di Piotr Matywiecki, riporta il seguente testo:

"Il tumulo degli insorti del ghetto di Varsavia, costruito dalle macerie provenienti da ul. Miła - una delle strade più trafficate della Varsavia ebraica prima della guerra.

Il simbolo di una foresta distrutta posto sulla parete frontale dell'obelisco.

Qui, tra le rovine del bunker in ul. Miła 18, riposano i combattenti della ŻOB, inclusi Mordechaj Anielewicz, il comandante della rivolta, e altri militanti e civili. L'8 maggio, dopo tre settimane di lotte, circondati dai nazisti, furono uccisi o costretti al suicidio non volendo arrendersi. Nel ghetto furono costruiti centinaia di bunker, in seguito scoperti e distrutte dai nazisti, che poi divennero tombe. Nonostante i bunker non abbiano salvato i loro abitanti, sono comunque riconosciuti come un simbolo della volontà di vivere degli ebrei di Varsavia. Il Bunker in ul. Miła 18 era il più grande del ghetto. In esso morirono più di cento combattenti. Solo pochi di loro sono noti per nome.

Qui riposano nel luogo della loro morte, come segno che tutta la terra è la loro tomba."

Sulla parete anteriore dell'obelisco, su tre colonne, si trovano i nomi dei 51 insorti ebrei le cui identità furono riconosciute. Inoltre, è stato posto un bassorilievo con il disegno di una foresta in frantumi, che si trova anche sul Monumento di Umschlagplatz.

Nel 2008 il tumulo è stato inserito nel registro dei monumenti[12] su richiesta della Fondazione per la Conservazione del Patrimonio Ebraico in Polonia (in polacco: Fundacja Ochrony Dziedzictwa Żydowskiego, abbrev: FODŻ).

I presidenti della Polonia e del Israele – Lech Kaczyński e Szimon Peres- rendono omaggio agli insorti ebrei morti in ul. Miła (2008).

Attualmente, la via Miła 18 è costituita da un condominio situato a circa 700 metri ad ovest dalla precedente localizzazione, vicino alla strada appartenente alla frazione occidentale Wola[9].

Insorti ebrei morti a ul. Miła 18[modifica | modifica wikitesto]

  • Chaim Akerman
  • Małka Alterman
  • Mordechaj Anielewicz
  • Nate Bartmeser
  • Heniek Bartowicz
  • Franka Berman
  • Tosia Berman
  • Icchak Blaustein
  • Melach Błones
  • Berl Braude
  • Icchak Chadasz
  • Nesia Cukier
  • Icchak Dembiński
  • Józef Fass
  • Efraim Fondamiński
  • Towa Frenkel
  • Emus Frojnd
  • Mira Fuchrer
  • Wolf Gold
  • Miriam Hajnsdorf
  • Aron Halzband
  • Rut Hejman
  • Mira Izbicka
  • Salke Kamień
  • Ziuta Klejnman
  • Jaffa Lewender
  • Lolek (solo nome)
  • Sewek Nulman
  • Abraham Orwacz
  • Rywka Pasamonik
  • Majloch Perelman
  • Aron Rajzband
  • Lutek Rotblat
  • Miriam Rotblat
  • Jardena Rozenberg
  • Salka (solo nome)
  • Jerzy Sarnak
  • Szmuel Sobol
  • Basia Sylman
  • Szyja Szpancer
  • Moniek Sztengel
  • Szulamit Szuszkowska
  • Mojsze Waksfeld
  • Olek Wartowicz
  • Icchak Wichter
  • Arie Wilner
  • Zeew Wortman
  • Hirsz Wroński
  • Rachelka Zylberberg
  • Moszek Zylbertszajn
  • Sara Żagiel

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ J. Leociak, Spojrzenia na warszawskie getto. Ulica Miła, Dom Spotkań z Historią, Warszawa 2011, p. 26.
  2. ^ a b c Hella Rufeisen-Schüpper, Pożegnanie Miłej 18: wspomnienia łączniczki żydowskiej organizacji bojowej, Beseder, 1996, ISBN 83-86995-01-7, OCLC 37751715.
  3. ^ Lubetkin Zivia, Zagłada i powstanie, Wyd 1, Książka i Wiedza, 1999, ISBN 83-05-13041-X, OCLC 45442086.
  4. ^ Bernard Mark: Walka i zagłada warszawskiego getta. Warszawa: Wydawnictwo Ministerstwa Obrony Narodowej, 1959, p. 388.
  5. ^ Anka Grupińska, Odczytanie listy: opowieści o powstańcach żydowskich, Wyd. 1, Wydawn. Literackie, 2003, ISBN 83-08-03314-8, OCLC 52482539.
  6. ^ Marek Edelman, Jan Józef Szczepański e Ireneusz Kania, Strażnik: Marek Edelman opowiada, Wyd. 2, Znak, 2006, ISBN 83-240-0647-8, OCLC 69302421.
  7. ^ Barbara Engelking, Paweł E. Weszpiński e Stowarzyszenie Centrum Badań nad Zagładą Żydów, Getto warszawskie: przewodnik po nieistniejącym mieście, Wydanie drugie, zmienione, poprawione i rozszerzone, ISBN 978-83-63444-27-3, OCLC 854502690.
  8. ^ Bernard Mark: Walka i zagłada warszawskiego getta. Warszawa: Wydawnictwo Ministerstwa Obrony Narodowej, 1959, p. 391.
  9. ^ a b Elżbieta Chlebowska, Hanna Szmalenberg: Miła 18 – warszawska Masada. W: „Gazeta Wyborcza” [on-line]. wyborcza.pl, 07.05.2008.
  10. ^ Dzielnica Śródmieście Urzędu m.st. Warszawy: Kopiec Anielewicza. Karta ewidencji obiektu upamiętniającego. srodmiescie.art.pl.
  11. ^ Stanisław Ciepłowski, Napisy pamiątkowe w Warszawie XVII-XX w., Wyd. 1, Państwowe Wydawn. Nauk, 1987, ISBN 83-01-06109-X, OCLC 18907943.
  12. ^ Wykaz obiektów nieruchomych wpisanych do rejestru zabytków - Warszawa, nid.pl,

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]