Boris Johnson

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Boris Johnson
Boris Johnson official portrait (cropped).jpg

Primo ministro del Regno Unito
In carica
Inizio mandato 24 luglio 2019
Monarca Elisabetta II
Predecessore Theresa May

Leader del Partito Conservatore
In carica
Inizio mandato 23 luglio 2019
Predecessore Theresa May

Segretario di Stato per gli affari esteri e del Commonwealth
Durata mandato 13 luglio 2016 –
9 luglio 2018
Monarca Elisabetta II
Capo del governo Theresa May
Predecessore Philip Hammond
Successore Jeremy Hunt

Sindaco di Londra
Durata mandato 4 maggio 2008 –
9 maggio 2016
Predecessore Ken Livingstone
Successore Sadiq Khan

Parlamentare del Regno Unito
In carica
Inizio mandato 7 giugno 2015
Predecessore John Randall
Collegio Uxbridge and South Ruislip

Durata mandato 9 giugno 2001 –
4 giugno 2008
Predecessore Michael Heseltine
Successore John Howell
Collegio Henley

Dati generali
Prefisso onorifico The Right Honourable
Partito politico Conservatore
Titolo di studio Laurea in Lettere
Università Università di Oxford
Professione Politico, Giornalista, Scrittore
Firma Firma di Boris Johnson

Alexander Boris de Pfeffel Johnson (New York, 19 giugno 1964) è un politico, giornalista e scrittore britannico. Dal 23 luglio 2019 è leader del Partito Conservatore e dal giorno seguente primo ministro del Regno Unito. È stato sindaco di Londra per due mandati, dal 4 maggio 2008 al 9 maggio 2016 e dal 13 luglio 2016 al 9 luglio 2018 Segretario di Stato per gli Affari Esteri e del Commonwealth dei governi May I e II.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Boris Johnson è nato a New York il 19 giugno 1964 da una benestante famiglia britannica di religione anglicana e di origini inglesi, turche, russe, ebraiche, francesi e tedesche, con la quale all'inizio ha vissuto in un appartamento di un edificio nei pressi del Chelsea Hotel. Johnson per molto tempo è stato in possesso anche della cittadinanza statunitense ottenuta per nascita. È laureato in Lettere classiche presso l'Università di Oxford, con una tesi in storia antica.

Nel 2006, non ritenendo corretto per un politico mantenere un doppio passaporto ,[1] aveva comunicato la sua intenzione di rinunciarvi; tuttavia, in un'intervista concessa a David Letterman nel 2012 affermò di avere ancora la doppia cittadinanza e aggiunse con ironia: «Tecnicamente, potrei diventare presidente degli Stati Uniti».[2] La rinuncia alla cittadinanza statunitense è stata da lui attuata nel 2016.[3]

Nell'agosto del 2008 ha rotto il consueto protocollo osservato dai politici inglesi in carica commentando le elezioni di altri Paesi e auspicando l'elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti[4][5], salvo descriverlo come diffidente verso il Regno Unito a causa della sua origine "mezza keniota" quando successivamente Obama si espresse contro la Brexit[6].

Durante gli anni in cui ha vissuto a Bruxelles ha studiato alla scuola europea,[7] poi a Eton e a Oxford. Nel periodo di Eton abbandona formalmente la fede cattolica, trasmessagli dalla madre, ritornando a far parte della Comunione Anglicana.[8]

Giornalista e autore, è stato direttore dello Spectator. Per molti anni, ha tenuto una rubrica molto seguita (e di forte impronta conservatrice) su The Daily Telegraph, quotidiano presso il quale ha lavorato anche come inviato. La sua carriera di giornalista, invece, è iniziata a The Times, quotidiano per il quale ha lavorato in gioventù. Ha anche diretto il settimanale conservatore The Spectator.

Sindaco di Londra[modifica | modifica wikitesto]

È stato eletto al Parlamento britannico per il collegio di Henley nel 2001 ed è stato ministro ombra della Cultura nel 2004, nel governo di Michael Howard, e dal 2005 dell'Istruzione, fino alla candidatura alle elezioni amministrative di Londra del maggio del 2008. La sua vittoria elettorale, a spese del sindaco uscente, il laburista Ken Livingstone, è stata annunciata il 2 maggio 2008: al ballottaggio Johnson ha ottenuto 1.168.738 voti (il 53,18%) mentre Livingstone 1.028.966 (46,82%), guadagnandosi anche la maggioranza per governare tranquillamente in consiglio comunale.

Passione per gli studi classici

Tra le iniziative adottate da Johnson in qualità di sindaco di Londra c'è la reintroduzione del latino nelle scuole pubbliche inglesi della Greater London. Lo studio del latino, secondo Boris Johnson, «è un inizio eccellente per comprendere la struttura della lingua», pertanto, sostiene il sindaco, bisogna evitare che la sua conoscenza «sia limitata soltanto a chi ha avuto il privilegio di un'educazione privata».[9]

Boris Johnson, appassionato della storia e della cultura di Roma, è autore di un importante saggio intitolato Il sogno di Roma – La lezione dell'antichità per capire l'Europa di oggi, edito in Italia da Garzanti.

Centrale per Johnson la "politica verde" del traffico, promossa da un lato attraverso l'installazione di numerose stazioni di ricarica per le auto elettriche e, dall'altro, con la realizzazione delle cosiddette cycle superhighways, vere e proprie autostrade cittadine per le biciclette.[10] Per le Olimpiadi del 2012 ha creato una flotta di taxi a idrogeno, grazie al sostegno dell'UK Government Technology Strategy Board.[11]

Il 4 maggio 2012 è stato rieletto al ballottaggio per un secondo mandato come Sindaco di Londra con 1.054.811 voti, pari al 51,53%, battendo nuovamente l'ex primo cittadino laburista Ken Livingstone, che ne ha ottenuti 992.273 pari al 48,47%.[12] Tuttavia il partito di Johnson, il Partito conservatore, perse la maggioranza nell'Autorità della Grande Londra, il consiglio comunale di Londra, governato allora dal centrosinistra (12 consiglieri labour e 2 verdi), mentre il centrodestra era all'opposizione (con 9 consiglieri conservatori e 2 liberaldemocratici).

Nelle elezioni generali britanniche il 7 maggio 2015, Boris Johnson è stato rieletto al Parlamento britannico, per il collegio di Uxbridge and South Ruislip.

Boris Johnson incontra Rex Tillerson, Segretario di Stato degli Stati Uniti a Londra, il 22 gennaio 2018.

Nel 2016 ha annunciato il suo appoggio alla campagna referendaria per far uscire il Regno Unito dall'Unione Europea, una mossa vista immediatamente come il trampolino di lancio ideale per sostituire David Cameron alla carica di primo ministro. La vittoria del 23 giugno del fronte Brexit ha costretto Cameron ad annunciare le proprie dimissioni (previste per ottobre), ponendo Johnson in pole position nella campagna per la nuova leadership Tory e, quindi, del Governo nazionale. Dopo l'annuncio di Michael Gove, suo cruciale alleato nella campagna referendaria del Leave UE, di voler candidarsi alla guida del partito, e le critiche di Theresa May e altri tories, il 30 giugno Johnson ha rinunciato a correre per la leadership, sorprendendo tutti. Il 13 luglio è stato nominato dal nuovo Primo Ministro, Theresa May, Segretario di Stato per gli Affari Esteri e del Commonwealth. Si è dimesso dalla carica il 9 luglio 2018, venendo imitato dal ministro per la Brexit David Davis in contrasto con il Piano di Chequers e con la linea "morbida" per l'uscita dall'Unione europea sostenuta dal governo May; come suo successore agli esteri è stato nominato Jeremy Hunt[13].

Leader del Partito Conservatore e Primo ministro[modifica | modifica wikitesto]

Johnson con Giuseppe Conte

In seguito alle dimissioni di Theresa May dalla guida del Partito Conservatore e Unionista, Johnson si è candidato alla guida del partito, contrapponendosi al candidato europeista Jeremy Hunt.[14] Il voto degli iscritti si è concluso il 22 luglio 2019 e Johnson risultava vincitore con il 66% dei voti (92.153 preferenze), contro il 34% (46.656 preferenze) di Hunt. Il 23 luglio 2019 Johnson è ufficialmente proclamato nuovo leader del Partito Conservatore e Unionista.[15]

Il giorno seguente (24 luglio 2019) la Regina Elisabetta II, dopo aver accettato le dimissioni di Theresa May dalla carica di Primo ministro, ha incaricato Boris Johnson di formare un nuovo governo.[16] Nel suo primo discorso in carica, Johnson ha promesso di far uscire il Regno Unito dall'Unione europea entro il 31 ottobre 2019 con o senza accordo.[17] In serata è stato presentato il nuovo gabinetto di governo.[17]

Il 28 agosto 2019 Johnson ha chiesto alla regina Elisabetta II di sospendere i lavori del Parlamento per 5 settimane, dal 10 settembre al 14 ottobre, al fine di evitare l'approvazione di una legge che impedisca l'uscita senza accordo dall'Unione Europea il 31 ottobre.[18] La sospensione è accordata dalla regina lo stesso giorno.[19][20] Le conseguenze: crollo della sterlina, dure polemiche e proteste nel paese,[21][22] il presidente della Camera dei Comuni, John Bercow, parla di "oltraggio alla Costituzione",[20] supera il milione di firme una petizione contro la sospensione, si dimettono la leader del partito conservatore scozzese, Ruth Davidson, convinta "remainer", e il capogruppo dei Tory alla Camera dei Lord George Young.[23]

Johnson discute della Brexit con il presidente francese Emmanuel Macron a Parigi nel 2019

Ci sono altre dimissioni (tra cui anche quella del fratello minore, Jo Johnson) ed espulsioni dal partito conservatore (compreso il nipote di Churchill, sir Nicholas Soames), all'inizio di settembre 2019 Johnson perde la maggioranza assoluta nella Camera dei Comuni in seguito alla defezione del deputato conservatore Phillip Lee che si unisce ai Lib Dem, ed è battuto da una mozione anti-No Deal.[24] Il 24 settembre 2019 la Corte Suprema britannica, con verdetto unanime degli 11 giudici, dichiara non legale la sospensione (prorogation) del Parlamento voluta da Johnson fino al 14 ottobre, accogliendo gli argomenti dei ricorsi presentati.[25]

Johnson insiste sulla data del 31 ottobre per l'uscita dalla Ue ("altrimenti meglio morto in un fosso")[26] ma senza successo, il 17 ottobre è finalmente trovato un accordo tra il Regno Unito e l'Unione europea. L'intesa è firmata dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e dallo stesso Johnson. La Camera dei Comuni, chiamata a votare su questo accordo il 19 ottobre, rinvia il voto a tempo indeterminato in modo da poterlo esaminare dettagliatamente ed essere in grado di decidere in tempo senza rischiare una Brexit senza un accordo. Johnson è quindi costretto a chiedere alle istituzioni europee un rinvio sulla data del 31 ottobre ma lo fa con una lettera non firmata e assicurando che avrebbe fatto comunque di tutto per far uscire il paese dall'UE entro il 31 ottobre. Gli altri 27 Stati membri dell'UE concordano di posticipare la data di recesso del Regno Unito dell'Unione al 31 gennaio 2020.[27]

Determinato a realizzare la Brexit "a tutti i costi",[28][29], Johnson riesce a convincere l'opposizione laburista a sostenere la convocazione di nuove elezioni che, dopo l'approvazione da parte della Camera dei Comuni, sono fissate per il 12 dicembre 2019. Nel Regno Unito non si votava in dicembre dal 1923.[30] Il 6 novembre è formalizzato lo scioglimento della Camera dei Comuni.[31]

Alle elezioni politiche del dicembre 2019 conquista una vittoria storica ottenendo la maggioranza assoluta a Westminster con 365 seggi e annuncia la Brexit entro il 31 gennaio 2020.[32][33]

Boris Johnson rilascia una dichiarazione al di fuori di 10 Downing Street, mentre torna al lavoro dopo essersi ripreso dal Coronavirus presso Checkers.

A marzo 2020, durante la pandemia di COVID-19, desta notevole scalpore la sua decisione di rinviare il lockdown, di puntare sull'immunità di gregge e di mantenere misure di confinamento molto più permissive rispetto al resto dei paesi europei[34]. Il 27 marzo ha contratto il virus e si è posto in autoisolamento. Con l'aggravarsi della malattia, il 5 aprile è stato il primo leader politico al mondo ad essere ricoverato in ospedale per coronavirus, “in via precauzionale”, per sottoporsi ad alcuni “esami medici”.[35] Il giorno successivo le sue condizioni si aggravano ulteriormente e viene ricoverato nel reparto di terapia intensiva. Johnson chiede al Primo Segretario di Stato Dominic Raab di sostituirlo "ove necessario".[36] Il 12 aprile viene dimesso.[37][38] Il 22 settembre rilascia una discussa dichiarazione criticando il modello italo-tedesco di gestione della pandemia di sars-cov-2[39], il presidente della Repubblica Mattarella ha replicato[40].

Vita privata[modifica | modifica wikitesto]

Boris e suo fratello minore Leo nel 2013.

Figlio del politico e scrittore Stanley Johnson, ha una sorella, Rachel, giornalista, alla quale è legatissimo nonostante le differenti vedute politiche (in particolare Rachel è nota per la contrarietà alla Brexit), e due fratelli, Jo, parlamentare conservatore, e Leo, regista.

Si è sposato due volte: la prima nel 1987 con Allegra Mostyn-Owen, figlia dello storico dell'arte William Mostyn-Owen e della scrittrice italiana Gaia Servadio. Un paio di settimane dopo lo scioglimento del matrimonio, nel 1993, si è risposato con Marina Wheeler, avvocato e figlia del giornalista Charles Wheeler e di una donna indiana sikh, Dip Singh. Le famiglie Wheeler e Johnson si conoscono da decenni e Marina Wheeler è stata alla scuola europea di Bruxelles contemporaneamente al suo futuro marito. Da questo matrimonio sono nati quattro figli: due femmine, Lara e Cassia, e due maschi, Milo e Theodore. Il quinto figlio di Johnson è nato nel 2009 da una relazione extraconiugale con la consulente d'arte Helen MacIntyre. L'esistenza del bambino è stata oggetto di un'azione legale nel 2013 con la Court of Appeal.

Nel settembre 2018 Johnson e Marina Wheeler hanno annunciato la separazione, già avvenuta mesi prima, e hanno avviato il processo di divorzio. I tabloid britannici hanno rivelato una relazione che Boris Johnson ha con Carrie Symonds, più giovane di ventiquattro anni, ex responsabile della strategia e della comunicazione dei Tories. Il 22 giugno 2019 la polizia è intervenuta a casa di Johnson e Symonds a seguito di una violenta lite su richiesta dei vicini spaventati dalle urla.[41]

Il 29 febbraio 2020, Johnson e Symonds hanno annunciato il loro fidanzamento e che Symonds era in attesa di un figlio nella prima parte dell'estate.[42] Il bambino è nato il 29 aprile 2020 a Londra.[43][44]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • (EN) Seventy Two Virgins, 2005. (romanzo).
  • Il sogno di Roma (The Dream of Rome), traduzione di E. Zoni, Collana Saggi, Milano, Garzanti, 2010, ISBN 978-88-11-60095-4.
  • (EN) The Churchill Factor: How One Man Made History, New York, Riverhead Books, 2014, ISBN 978-1-59463-302-7.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Furious Boris renounces his US citizenship, in Express.co.uk, 11 agosto 2006. URL consultato l'11 agosto 2018.
  2. ^ (EN) I could be President of the United States, Boris Johnson tells David Letterman, su telegraph.co.uk, 7 giugno 2012. URL consultato l'11 agosto 2018.
  3. ^ (EN) Patrick Wintour, Boris Johnson among record number to renounce American citizenship in 2016, su the Guardian, 9 febbraio 2017. URL consultato l'11 agosto 2018.
  4. ^ (EN) Hélène Mulholland, Barack Obama gets backing from Boris Johnson, su the Guardian, 1º agosto 2008. URL consultato il 21 luglio 2016.
  5. ^ (EN) Rosa Prince, Boris Johnson backs Barack Obama as US President, su telegraph.co.uk. URL consultato il 21 luglio 2016.
  6. ^ (EN) Boris Johnson: UK and America can be better friends than ever Mr Obama… if we LEAVE the EU, su thesun.co.uk, 22 aprile 2016. URL consultato il 21 luglio 2016.
  7. ^ Biography on Bio: Boris Johnson Archiviato il 10 dicembre 2012 in Internet Archive.
  8. ^ Boris Johnson’s confusing and contradictory religious history, su economist.com, 27vgiugno 2019. URL consultato il 28 maggio 2020 (archiviato il 28 luglio 2019).
  9. ^ Gb: sindaco di Londra rilancia il latino nelle scuole pubbliche | Blitz quotidiano
  10. ^ http://ilikebike.org/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=1252[collegamento interrotto]
  11. ^ Daniele Pizzo, A Londra per le Olimpiadi arrivano i taxi a idrogeno, in greenMe. URL consultato l'11 agosto 2018.
  12. ^ Inghilterra, il Labour vince ma Johnson resta sindaco di Londra - Repubblica.it, in La Repubblica. URL consultato l'11 agosto 2018.
  13. ^ Gran Bretagna, Boris Johnson si dimette da ministro degli Esteri, in Repubblica.it, 9 luglio 2018. URL consultato l'11 agosto 2018.
  14. ^ (EN) Johnson confirms bid for Tory leadership, 16 maggio 2019. URL consultato il 24 luglio 2019.
  15. ^ (EN) Heather Stewart Political editor, Boris Johnson elected new Tory leader, in The Guardian, 23 luglio 2019. URL consultato il 24 luglio 2019.
  16. ^ Gb, Johnson è primo ministro: "Via dall'Ue il 31 ottobre senza se e senza ma", su Repubblica.it, 24 luglio 2019. URL consultato il 24 luglio 2019.
  17. ^ a b (EN) Andrew Sparrow, Boris Johnson cabinet: Sajid Javid, Priti Patel and Dominic Raab given top jobs – live news, in The Guardian, 24 luglio 2019. URL consultato il 24 luglio 2019.
  18. ^ (EN) Jessica Elgot e Heather Stewart, Boris Johnson asks Queen to suspend parliament, in The Guardian, 28 agosto 2019. URL consultato il 28 agosto 2019.
  19. ^ (EN) Brexit: Queen consents to suspension of parliament for five weeks, in The Guardian, 28 agosto 2019. URL consultato il 28 agosto 2019.
  20. ^ a b Brexit, Johnson chiude il Parlamento sino al 14 ottobre: la Regina approva, su repubblica.it, 28 agosto 2019. URL consultato il 29 agosto 2019.
  21. ^ (EN) Parliament suspension: Thousands protest across the UK, in BBC, 31 agosto 2019. URL consultato il 2 settembre 2019.
  22. ^ (EN) Donna Ferguson, Simon Murphy, Mark Townsend e Tom Wall, From Bodmin to Berlin, crowds vent their fury at Boris Johnson's 'coup', in The Observer, 31 agosto 2019. URL consultato il 2 settembre 2019.
  23. ^ Brexit, Johnson chiude il Parlamento: dimissioni tra i Tory e un milione di firme contro, su rainews.it, 29 agosto 2019. URL consultato il 29 agosto 2019.
  24. ^ Brexit, passa mozione anti No-Deal, Johnson battuto a Westminster, su teleborsa.it, 4 settembre 2019. URL consultato il 24 settembre 2019.
  25. ^ Corte, illegale la sospensione. Il Parlamento riprende i lavori, su ansa.it, 24 settembre 2019. URL consultato il 24 settembre 2019.
  26. ^ Antonello Guerrera, Un voto per sciogliere il nodo Brexit, la Repubblica, 30 ottobre 2019,p.13
  27. ^ Luigi Ippolito, Brexit rinviata: l'Europa allontana al 31 gennaio 2020 l'ultima scadenza, su corriere.it, 29 ottobre 2019. URL consultato il 30 ottobre 2019.
  28. ^ Pierluigi Fagan, La sfida multipolare di Boris Johnson, Osservatorio Globalizzazione, 13 dicembre 2019
  29. ^ (FR) Boris Johnson, le Brexit "coûte que coûte", su Site-LeVif-FR, 29 ottobre 2019. URL consultato il 30 ottobre 2019.
  30. ^ Antonello Guerrera, Un voto per sciogliere il nodo Brexit, la Repubblica, 30 ottobre 2019, p. 13
  31. ^ Brexit, Johnson dalla regina, su ansa.it, 6 novembre 2019. URL consultato il 6 novembre 2019.
  32. ^ Brexit, svolta sulle elezioni anticipate, su ansa.it, 29 ottobre 2019. URL consultato il 30 ottobre 2019.
  33. ^ (FR) Brexit: comme le demandait Johnson, des élections anticipées auront lieu le 12 décembre au Royaume-Uni, in Le Soir, 29 ottobre 2019. URL consultato il 30 ottobre 2019.
  34. ^ Gran Bretagna - Dall'immunità di gregge al lockdown, le tappe del 'nuovo' BoJo - Speciali, su ANSA.it, 30 aprile 2020. URL consultato il 2 maggio 2020.
  35. ^ Boris Johnson ricoverato in ospedale per il coronavirus, su la Repubblica, 5 aprile 2020. URL consultato il 5 aprile 2020.
  36. ^ (EN) Coronavirus: Boris Johnson moved to intensive care as symptoms 'worsen', in BBC, 6 aprile 2020.
  37. ^ (EN) Prime Minister's Office, 10 Downing Street, PM health update: 12 April 2020, in gov.uk, 12 aprile 2020. URL consultato il 26 aprile 2020.
  38. ^ Londra, Boris Johnson dimesso dal St. Thomas. Ha temuto di morire: "Devo la vita ai medici", su la Repubblica, 11 aprile 2020. URL consultato il 12 aprile 2020.
  39. ^ Covid, Boris Johnson: «In Italia le cose vanno meglio? Perché in Gran Bretagna amiamo la libertà», su Video: ultime notizie - Corriere TV. URL consultato il 26 settembre 2020.
  40. ^ Marzio Breda, Mattarella dopo le parole di Johnson: «Anche noi italiani amiamo la libertà ma abbiamo a cuore anche la serietà», su Corriere della Sera, 24 settembre 2020. URL consultato il 26 settembre 2020.
  41. ^ L’infanzia difficile, gaffe, passioni: ritratto in immagini di Johnson, su Corriere della Sera, 13 dicembre 2019. URL consultato il 13 dicembre 2019.
  42. ^ (EN) PM Johnson and Symonds engaged and expecting baby, in BBC News, 29 febbraio 2020. URL consultato il 29 febbraio 2020.
  43. ^ (EN) Boris Johnson and Carrie Symonds announce birth of son, in BBC News, 29 aprile 2020. URL consultato il 29 aprile 2020.
  44. ^ (EN) Kate Proctor, Boris Johnson and Carrie Symonds announce birth of baby boy, in The Guardian, 29 aprile 2020. URL consultato il 29 aprile 2020.

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