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Bombardamenti di Tokyo

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Bombardamenti di Tokyo
parte del teatro del Pacifico della seconda guerra mondiale
Cadaveri carbonizzati di civili giapponesi
Data1942 e 1944 - 1945
LuogoGiappone (bandiera) Tokyo, Giappone
Tipobombardamento a tappeto
Obiettivodistruzione di impianti industriali; provocare il cedimento morale della popolazione
Forze in campo
Eseguito daTwentieth Air Force
Ai danni diImpero giapponese
Forze attaccantinumero variabile tra 110 e 520 bombardieri ultra pesanti Boeing B-29 Superfortress
Comandate daKenneth B. Wolfe
Haywood S. Hansell
Curtis LeMay
Forze di difesacontraerea e aviazione (sia dell'esercito che della marina)
Bilancio
Esitovittoria strategica statunitense
Perdite civilicirca 200.000 morti[1]
Perdite infrastrutturali90 chilometri quadrati della città (oltre il 50% dell'area abitata)[2]
Perdite attaccanti14 bombardieri B-29 nell'incursione del 10 marzo 1945[1]
voci di bombardamenti aerei presenti su Wikipedia

I bombardamenti di Tokyo avvennero nel corso della seconda guerra mondiale dal 1942 all'estate del 1945 e furono condotti esclusivamente dalle forze aeree statunitensi. Causarono immani devastazioni alla capitale nipponica e provocarono centinaia di migliaia di morti.

Primo raid e bombardamenti successivi

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Lo stesso argomento in dettaglio: Incursione aerea su Tokyo.

Il primo attacco aereo statunitense contro il territorio metropolitano giapponese fu il cosiddetto "Doolittle raid", condotto il 18 aprile 1942 da sedici North American B-25 Mitchell che, partiti dalla portaerei Hornet, attaccarono alcuni obiettivi a Yokohama, Tokyo, Yokosuka, Nagoya e Kōbe. Secondo il piano iniziale i bombardieri si sarebbero diretti sugli aeroporti cinesi dopo l'operazione, ma l'avvistamento precoce da parte di unità giapponesi rese necessario fare partire gli aerei ad una maggiore distanza dalle coste giapponesi; quindi furono costretti a decollare prima del previsto e, a causa della scarsità di carburante, ad abbandonare gli aerei o a effettuare atterraggi di fortuna; un velivolo atterrò in Unione Sovietica e l'equipaggio venne internato per il resto della guerra in corso, mentre i restanti 15 raggiunsero la Cina, dove alcuni equipaggi effettuarono atterraggi di fortuna e altri abbandonarono gli aerei con il paracadute. Dal punto di vista dei danni materiali, l'effetto militare fu molto limitato; tuttavia l'incursione rivestì un alto significato di propaganda per gli Stati Uniti. Inoltre, il fatto che il territorio giapponese si fosse dimostrato attaccabile contribuì a rafforzare la convinzione giapponese della necessità di estendere il perimetro difensivo verso est e ad accelerare l'attuazione del piano contro le forze americane a Midway[3][4][5].

Negli anni successivi, fu possibile pianificare bombardamenti su larga scala solo quando la strategia del leapfrogging, basata sulla conquista di isole strategicamente importanti e sull'aggiramento di altre posizioni giapponesi, portò le forze americane abbastanza vicino all'arcipelago nipponico; la svolta chiave si ebbe con la conquista delle Isole Marianne[6]. La chiave di volta per il bombardamento del Giappone fu il Boeing B-29 Superfortress, che aveva un'autonomia di circa 4.300 - 5.200 chilometri, e divenne il principale bombardiere utilizzato nella campagna aerea contro il Giappone[7]. Le incursioni iniziali partivano da alcuni aeroporti situati nella Cina sud-occidentale, allora controllata dal governo nazionalista di Chiang Kai-shek, ma dal novembre 1944 la maggior parte degli attacchi vennero lanciati dalle Isole Marianne Settentrionali. Nel 1945 importanti forze di B-29 furono dislocate anche a Guam, Tinian e Saipan[8].

La prima incursione dei B-29 contro il Giappone fu lanciata dalla Cina il 15 giugno 1944. I bombardieri decollarono dalle basi di Chengdu e percorsero oltre 2.400 chilometri per raggiungere le acciaierie di Yawata, uno dei principali obiettivi industriali giapponesi. La missione ebbe però risultati limitati: dei 68 B-29 decollati, 47 raggiunsero l'area dell'obiettivo e sganciarono le loro bombe; diversi altri furono costretti a interrompere la missione per problemi tecnici o operativi, e uno solo fu abbattuto dalle difese giapponesi. La prima incursione contro Tokyo dalle basi delle Marianne fu invece effettuata il 24 novembre 1944; 111 B-29 decollarono da Saipan e 88 raggiunsero l'area di Tokyo. Il bombardamento venne condotto ad alta quota, circa 10.000 metri, ma la precisione fu molto scarsa e solo una piccola parte delle bombe cadde sugli obiettivi previsti[9][10].

La scelta della Cina continentale come base di lancio delle incursioni si rivelò poco soddisfacente. Le basi aeree cinesi erano difficili da rifornire dall’India attraverso il ponte aereo sull'Himalaya e i B-29 dovevano essere modificati per aumentare l’autonomia, installando serbatoi ausiliari che riducevano lo spazio disponibile per le bombe. Solo dopo la conquista americana delle Marianne settentrionali e la costruzione di grandi basi operative per i bombardieri strategici fu possibile avviare una campagna di bombardamento su larga scala contro il Giappone[11][12].

Come in Europa, inizialmente l'USAAF adottò contro il Giappone bombardamenti diurni ad alta quota per ottenere una maggiore precisione nel colpire gli obiettivi industriali. Tuttavia i risultati furono inferiori alle aspettative: le fabbriche destinate allo sforzo bellico non vennero distrutte nella misura prevista. Uno dei principali problemi era rappresentato dai forti venti in quota, in particolare dalla corrente a getto, che alteravano la traiettoria delle bombe sganciate dai B-29 e riducevano la precisione degli attacchi. Inoltre la strategia del bombardamento di precisione sviluppata contro la Germania si adattava con difficoltà al sistema industriale giapponese, caratterizzato da una forte dispersione della produzione in piccole officine e impianti decentrati spesso inseriti nei quartieri urbani[13][14].

Il generale Curtis LeMay, comandante del XXI Bomber Command, modificò la strategia di bombardamento contro il Giappone adottando, dal marzo 1945, incursioni notturne a bassa quota (circa 1.500-2.500 metri) contro grandi aree urbane e industriali. I B-29 furono impiegati soprattutto con bombe incendiarie, sfruttando la vulnerabilità delle città giapponesi, caratterizzate da edifici in gran parte costruiti con materiali facilmente infiammabili. Parallelamente continuarono missioni diurne contro obiettivi industriali e militari. Dopo i primi risultati incerti, questa strategia produsse effetti devastanti: i bombardamenti incendiari delle città giapponesi causarono in alcuni casi un numero di vittime superiore a quello dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki[15].

Bombardamenti

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Tokyo in fiamme dopo i bombardamenti del 26 maggio 1945
Tokyo in fiamme dopo i bombardamenti del 26 maggio 1945
Madre e figlio carbonizzati
La schiena di questa donna morta non risulta carbonizzata poiché durante l'esplosione stava portando il proprio bambino (anch'esso morto, visibile a sinistra) sulla schiena stessa. Fotografia scattata intorno al marzo 1945.

Nella notte tra il 16 e il 17 marzo 1945, Kōbe fu colpita da un vasto bombardamento incendiario, preceduto da un attacco del 4 febbraio 1945 nel quale le forze aeree statunitensi sperimentarono l'impiego di bombe incendiarie contro la città[16]. L'efficacia dell'attacco convinse il XXI Bomber Command a sviluppare ulteriormente questa tattica, sfruttando la vulnerabilità delle città giapponesi, caratterizzate da vaste zone residenziali con edifici costruiti in gran parte con materiali combustibili. Le condizioni ritenute più favorevoli comprendevano una limitata difesa contraerea e venti al suolo capaci di favorire la propagazione degli incendi. Per le missioni notturne a bassa quota i B-29 furono inoltre alleggeriti di parte dell'armamento difensivo, così da aumentare il carico di bombe trasportabile e l'efficienza operativa[17][18].

Il primo grande raid incendiario contro Tokyo ebbe luogo nella notte tra il 23 e il 24 febbraio 1945, quando 174 B-29 del XXI Bomber Command colpirono la capitale giapponese, distruggendo circa 2,56 km² dell'area urbana. L'esito dell'operazione convinse il comando americano a proseguire con questa tattica. Nella notte tra il 9 e il 10 marzo 1945[19], 334 B-29 decollati dalle basi delle isole Marianne effettuarono il devastante bombardamento noto come Operation Meetinghouse, guidato sul campo dal generale di brigata Thomas S. Power sotto la direzione strategica di Curtis LeMay:

«Cominciarono a bombardare nuovamente, seminando il cielo di tracce infuocate. Esplosioni luminose balenavano dappertutto nell'oscurità, come alberi di Natale, innalzando alte fiamme nella notte per poi ricadere a terra in una pioggia di scintille. Appena un quarto d'ora dopo l'inizio dell'attacco, il fuoco, alimentato dal vento, cominciò a divorare quella città di legno come un falò. Le scintille, i frammenti di carta e di legno incendiati ricadevano come una pioggia di fuoco, appiccando le fiamme a tutto ciò che incontravano sul loro cammino. Era la prima versione del tristemente celebre napalm. Le fragili case di legno e di paglia crollavano sotto l'impatto delle bombe, illuminate dall'interno come lanterne di carta.»

Dopo circa tre ore di bombardamento, Tokyo fu investita da una gigantesca tempesta di fuoco che devastò soprattutto i quartieri orientali della città. Il bilancio delle vittime fu estremamente elevato: Il bilancio delle vittime fu estremamente elevato: le stime variano considerevolmente, generalmente tra circa 80.000 e 100.000 morti. Furono distrutti circa 41 km² dell'area urbana, rendendo il raid del 9-10 marzo 1945 il più devastante bombardamento convenzionale singolo fino ad allora. Nelle settimane successive il XXI Bomber Command continuò la campagna incendiaria contro le principali città giapponesi, infliggendo ulteriori enormi distruzioni con perdite relativamente contenute per i B-29. Un nuovo grande attacco contro Tokyo ebbe luogo nella notte tra il 25 e il 26 maggio 1945[21][22][23].

I raid con bombe incendiarie furono affiancati da missioni con bombe ad alto esplosivo contro obiettivi industriali e infrastrutturali. La conquista di Okinawa, completata nel giugno 1945, offrì inoltre nuove basi avanzate che avrebbero potuto sostenere un'ulteriore intensificazione delle operazioni aeree contro il Giappone. La quantità di bombe sganciate aumentò progressivamente nel corso della campagna. Il comando americano prevedeva un'ulteriore espansione delle operazioni, con l'obiettivo di raggiungere una capacità di sgancio di circa 115.000 tonnellate al mese, ma tale programma non fu completato a causa della fine della guerra[24][25].

La devastazione lasciata dal bombardamento del marzo 1945
La devastazione lasciata dal bombardamento del marzo 1945

Diversamente dagli attacchi atomici contro Hiroshima e Nagasaki, concepiti anche come strumento per ottenere la resa giapponese, la campagna di bombardamenti incendiari contro il Giappone perseguiva soprattutto l'obiettivo di distruggere la capacità industriale e logistica del paese, oltre a esercitare una forte pressione sulla popolazione e sulla leadership politica. Il numero delle vittime civili fu tuttavia enorme e, nel contesto della guerra totale, i vertici statunitensi considerarono tali perdite un costo accettabile rispetto alla prospettiva di una lunga guerra e di un'invasione del Giappone. Dopo la guerra alcuni critici misero in discussione la moralità di tali bombardamenti; lo stesso Curtis LeMay osservò che, se gli Stati Uniti avessero perso il conflitto, probabilmente lui e altri comandanti avrebbero potuto essere giudicati come criminali di guerra."[26][27][28]

Egli continuò comunque a sostenere che i bombardamenti avrebbero potuto salvare molte vite di entrambi i contendenti, inducendo il Giappone alla resa ed evitando così la prevista invasione anfibia delle isole metropolitane. L'ex primo ministro giapponese Fumimaro Konoe dichiarò, in un interrogatorio del dopoguerra, che i prolungati bombardamenti dei B-29 avevano contribuito alla decisione di fare la pace. Nel 2005, lo storico Tsuyoshi Hasegawa ha sostenuto in Racing the Enemy che l'ingresso dell'Unione Sovietica nella guerra ebbe un ruolo decisivo nella resa giapponese, mettendo in discussione l'interpretazione secondo cui le bombe atomiche furono il fattore determinante. Secondo Hasegawa, l'ingresso sovietico nella guerra privò inoltre il Giappone della speranza di utilizzare Mosca come intermediaria per negoziare la pace. La giustificazione secondo la quale i bombardamenti avrebbero consentito di salvare vite americane e alleate evitando una sanguinosa invasione del Giappone fu oggetto di aspri dibattiti nel dopoguerra[29][30][31].

Durante il conflitto non fu scelto di impiegare un ordigno nucleare contro Tokyo, in parte perché la capitale giapponese era già stata gravemente devastata dai precedenti bombardamenti incendiari, soprattutto dal raid del marzo 1945. Inoltre, per valutare l'effetto distruttivo della nuova arma e ottenere il massimo impatto psicologico, gli Stati Uniti preferirono selezionare obiettivi che non fossero già stati ampiamente distrutti[32][33].

  1. 1 2 Tipton, Elise K, Modern Japan: A Social and Political History, Routledge, 2002, p. 141, ISBN 0-585-45322-5.
  2. M. Caidin, La notte che distrussero Tokyo, p. 190.
  3. (EN) Battle of Midway, su www.history.navy.mil. URL consultato il 23 agosto 2026 (archiviato dall'url originale l'11 dicembre 2025).
  4. John W. Dower, War Without Mercy: Race and Power in the Pacific War, Pantheon Books, 1986
  5. Ted W. Lawson, Thirty Seconds Over Tokyo, Random House, 1943.
  6. Earl H. Tilford, Setup: What the Air Force Did in Vietnam and Why, Air University Press, 1991.
  7. F. J. Bradley, No Strategic Targets Left: The United States and the Air War Against Japan, Turner Publishing, 1999.
  8. Conrad C. Crane, The War That Never Ended: The American Air Campaign Against Japan, University Press of Kansas, 1993.
  9. Donald H. Shannon, The American Air War Against Japan: The 21st Bomber Command in World War II, Office of Air Force History, 1976.
  10. Kenneth P. Werrell, Blankets of Fire, capitoli 2-3.
  11. (EN) Development of the Boeing B-29, in National Museum of the United States Air Force. URL consultato il 6 agosto 2026.
  12. Operation Matterhorn, su www.aircraftinformation.info. URL consultato il 6 agosto 2026.
  13. Toland 1970, p. 671.
  14. Michael Sherry, The Rise of American Air Power: The Creation of Armageddon, Yale University Press, 1987.
  15. Herman S. Wolk, Cataclysm: General Hap Arnold and the Defeat of Japan, University of North Texas Press, 2010.
  16. Bombing of Kobe | Operations & Codenames of WWII, su codenames.info. URL consultato il 6 agosto 2026.
  17. Kenneth P. Werrell, Blankets of Fire: U.S. Bombers over Japan during World War II, Smithsonian Institution Press, 1996, capp. 6–7.
  18. Curtis E. LeMay e MacKinlay Kantor, Mission with LeMay: My Story, Doubleday, 1965, capp. 16–18.
  19. Robert Guillain, I Saw Tokyo Burning, J. Murray, 1981.
  20. Guillain, Tokyo Burning, quoted at ABC Archiviato il 13 marzo 2007 in Internet Archive..
  21. The Tokyo Metropolitan Government, The History of Tokyo Air Raids, Tokyo, 1995
  22. Gregory J. Kasza, One World of Welfare: Japan's Struggle with I & II, Cornell University Press, 2006.
  23. United States Strategic Bombing Survey, Summary Report (Pacific War), 1946.
  24. Richard B. Frank, Downfall: The End of the Imperial Japanese Empire, Random House, 1999, pp. 70–88.
  25. Wesley Frank Craven & James Lea Cate (a cura di), The Army Air Forces in World War II, vol. V: The Pacific: Matterhorn to Nagasaki, University of Chicago Press, 1953, capp. 18–20.
  26. 'The Soul Of Battle' by Victor Davis Hanson.
  27. Ronald Schaffer, Wings of Judgment: American Bombing in World War II, Oxford University Press, 1985.
  28. A. C. Grayling, Among the Dead Cities: Was the Allied Bombing of Civilians in WWII a Necessity or a Crime?, Walker Publishing, 2006.
  29. Curtis E. LeMay & MacKinlay Kantor, Mission with LeMay: My Story, Doubleday, 1965.
  30. Richard B. Frank, Downfall: The End of the Imperial Japanese Empire, Random House, 1999.
  31. (EN) Tsuyoshi Hasegawa, What role did the atomic bombings of Hiroshima and Nagasaki and Soviet entry into the war play in Japan's decision to surrender in the Pacific War? Conversations with Tsuyoshi Hasegawa, in Asia-Pacific Journal, vol. 21, n. 10, 2023-10, pp. e1, DOI:10.1017/S1557466023028681. URL consultato il 23 agosto 2026.
  32. Martin J. Sherwin, A World Destroyed: Hiroshima and Its Legacies, Stanford University Press, 1975.
  33. Gar Alperovitz, The Decision to Use the Atomic Bomb, Alfred A. Knopf, 1995.

Voci correlate

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Altri progetti

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Collegamenti esterni

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