Bolla delle dot-com

La Bolla delle Dot-com (in inglese Dot-com Bubble) è stata una bolla speculativa sviluppatasi tra il 1995 e il 2002: il 10 marzo 2000 l'indice NASDAQ raggiunse il suo punto massimo a 5.132,52 punti nel trading intraday prima di chiudere a 5.048,62 punti,[1] per poi crollare del 78% fino al minimo del 9 ottobre 2002.[2]
Storia
[modifica | modifica wikitesto]Dalla fine degli anni novanta la capitalizzazione dei mercati dei paesi più industrializzati vide un rapido aumento del valore delle aziende attive nell'ambito di Internet e nei relativi settori. Il periodo fu segnato dalla fondazione (e successivi fallimenti) di un numero elevato di nuove società operanti nel settore informatico e su Internet, generalmente denominate dot-com; erano compagnie scarsamente capitalizzate, di piccole dimensioni, molto esposte in un settore fortemente sovrastimato. Una combinazione di rapido incremento dei prezzi delle azioni, la convinzione del mercato che le società in oggetto avrebbero prodotto profitti in futuro, speculazione individuale e la presenza di numerosi venture capital crearono un ambiente in cui molti investitori trascurarono i tradizionali parametri di valutazione come il rapporto prezzo-utili in favore della convinzione nel progresso tecnologico.[2] Il collasso della bolla si ebbe tra il 2000 e il 2002, con il NASDAQ che toccò il minimo il 9 ottobre 2002.[3]
Alcune società, come Pets.com, fallirono completamente, mentre altre persero una larga parte della loro capitalizzazione rimanendo comunque solide e redditizie come Cisco Systems, le cui azioni persero circa l'86%.[4] Altre negli anni successivi sorpassarono il prezzo massimo raggiunto all'apice della bolla delle dot-com come Amazon.com, le cui azioni passarono da un massimo di circa 113 dollari nel 1999 a un minimo di 5,51 dollari nel 2001, perdendo oltre il 90% del proprio valore, per poi recuperare completamente entro il 2009 e superare i 1.000 dollari per azione nel 2017.[5]
Nascita del fenomeno
[modifica | modifica wikitesto]Come in ogni bolla speculativa, il fenomeno fu alimentato da investitori che acquistavano azioni in previsione di ulteriori aumenti, trascurando i tradizionali parametri di valutazione come il rapporto prezzo-utili in favore della convinzione nel potenziale di crescita illimitata di Internet; quando le aspettative non si realizzarono, i prezzi crollarono e molte aziende fallirono.[2]
Gli speculatori e le società di investimento videro una crescita inusuale delle società dot-com e spostarono velocemente ingenti capitali, diversificando gli investimenti tra più società del settore e lasciando al mercato la scelta dei progetti vincenti. I bassi tassi di interesse nel biennio 1998-1999 contribuirono ad aumentare il capitale disponibile per le nuove aziende.[2] Una società dot-com tipica faceva perno sugli effetti di rete, operando in perdita nel breve periodo con l'obiettivo di conquistare rapidamente quote di mercato. Queste aziende offrivano servizi gratuiti o a prezzi concorrenziali con l'aspettativa di costruire un marchio abbastanza forte da monetizzare in seguito. Il motto get big fast ("cresci in fretta") riflette questa strategia.[6]
Secondo il modello di business dominante nel settore, la sopravvivenza di una società dipendeva dall'espansione della propria base di clienti il più rapidamente possibile, anche a costo di grandi perdite annuali. Amazon.com, ad esempio, spendeva ingenti risorse in marketing e logistica per acquisire clienti, senza registrare utili nei primi anni di attività.[6] Al culmine del boom, nel solo 1999, 457 società condussero un'IPO raccogliendo complessivamente 69 miliardi di dollari, spesso in assenza di utili o di un piano industriale sostenibile; i rendimenti medi nel primo giorno di contrattazione superarono il 70%.[7]
I mezzi di informazione americani, comprese pubblicazioni come Forbes e il Wall Street Journal, incoraggiarono a investire in queste società ad alto rischio. Il giornalista Andrew Smith, nel libro Totally Wired: On the Trail of the Great Dotcom Swindle (2012), sostenne che la gestione finanziaria delle IPO tendeva ad avvantaggiare le banche e gli investitori iniziali piuttosto che le aziende stesse: al personale era infatti vietato rivendere le proprie quote per un periodo iniziale (lock-up period) dai 12 ai 18 mesi, impedendo loro di beneficiare del picco di breve durata del prezzo azionario nei primi giorni di contrattazione, mentre gli investitori istituzionali potevano vendere immediatamente al prezzo di picco.[8] Gli investimenti annuali dei venture capital negli Stati Uniti crebbero da circa 7 miliardi di dollari nel 1995 a quasi 100 miliardi nel 2000 — un aumento di quattordici volte in cinque anni — con le società internet che nel 1999 assorbivano quasi l'80% di tutto il capitale di rischio disponibile.[9]
Conseguenze del collasso
[modifica | modifica wikitesto]Il crollo della bolla dot-com tra il 2000 e il 2002 cancellò circa 9,3 trilioni di dollari di capitalizzazione di mercato tra NYSE e NASDAQ e si stima che circa 8.000 società dot-com fallirono o furono acquisite a prezzi irrisori nel triennio 2000-2003; la sola Silicon Valley perse circa 100.000 posti di lavoro nel settore tecnologico.[9] Il crollo generò un clima di sfiducia verso le società internet che si protrasse per anni, rendendo difficile per le nuove startup tecnologiche raccogliere capitali nel decennio successivo. Al contempo, il consolidamento del settore gettò le basi per la nascita del Web 2.0, caratterizzato da piattaforme partecipative e modelli di business più solidi, che avrebbe dominato il decennio successivo con l'affermarsi di società come Google, Facebook e YouTube.[10]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Dotcom Bubble, su corporatefinanceinstitute.com.
- 1 2 3 4 (EN) Dotcom Bubble — Overview, Characteristics, Causes, su corporatefinanceinstitute.com, Corporate Finance Institute. URL consultato il 4 giugno 2026.
- ↑ (EN) The Late 1990s Dot-Com Bubble Implodes in 2000, su goldmansachs.com, Goldman Sachs. URL consultato il 4 giugno 2026.
- ↑ (EN) The Dot-Com Crash of 2000-2002, su moneymorning.com, Money Morning, 12 giugno 2015. URL consultato il 4 giugno 2026.
- ↑ (EN) Here's How Much Investing $1,000 In Amazon At Dot-Com Bubble Peak Would Be Worth Today, su finance.yahoo.com, Yahoo Finance / Benzinga, 24 agosto 2020. URL consultato il 4 giugno 2026.
- 1 2 (EN) The Dot-Com Crash of 2000-2002, su moneymorning.com, Money Morning, 12 giugno 2015. URL consultato il 4 giugno 2026.
- ↑ (EN) The Dot-Com Bubble: Irrational Exuberance and the Internet Gold Rush (1995-2000), su markethistories.com, Market Histories, 10 marzo 2026. URL consultato il 4 giugno 2026.
- ↑ Andrew Smith, Totally Wired: On the Trail of the Great Dotcom Swindle, Grove Atlantic, 2012, ISBN 978-0802129345.
- 1 2 (EN) The Dot-Com Bubble (1995–2003): Investors Report, su myfinanceprocess.com, My Finance Process, 20 marzo 2026. URL consultato il 4 giugno 2026.
- ↑ (EN) A revealing look at the dot-com bubble of 2000 — and how it shapes our lives today, su ideas.ted.com, TED Ideas, 25 luglio 2024. URL consultato il 4 giugno 2026.
Voci correlate
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Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- (EN) Brian Duignan, dot-com bubble, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.