Biennio rosso in Europa

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Il biennio rosso è la locuzione con cui alcuni storici[1][2] indicano il periodo di agitazioni sociali avvenuto in alcuni paesi europei immediatamente dopo la fine della Prima guerra mondiale.

Béla Kun parla alla folla (1919)

Antefatti e quadro generale[modifica | modifica wikitesto]

Gli esiti del conflitto condussero al crollo delle monarchie in Germania, nell'Impero asburgico, in Turchia e in Bulgaria. In questi paesi, ed inoltre in Italia (che pure uscì vincitrice dalla guerra), lo sforzo bellico acuì fortemente le tensioni sociali. Specialmente a partire dal 1917, sentimenti di stanchezza, di ostilità alla guerra, e propositi di rivolta crebbero nelle masse popolari.

Nelle industrie di armamenti di alcune delle nazioni coinvolte nel conflitto sorsero movimenti di base di lavoratori (movimento degli shop stewards in Gran Bretagna, movimento dei Betriebsobleute in Germania) che si opponevano alla guerra con posizioni politiche radicali. L'opposizione organizzata alla guerra crebbe anche fra i lavoratori e i marinai delle basi navali più importanti, come quella di Kiel. Secondo le parole di Eric J. Hobsbawm, "dal 1917 tutta l'Europa era diventata una polveriera sociale pronta a esplodere"[3]. Nel gennaio 1918 l'Europa centrale fu scossa da un'ondata di scioperi e di manifestazioni contro la guerra, che coinvolsero operai, contadini, marinai e soldati[4].

Questa irrequietezza sociale proseguì dopo la fine delle ostilità e fu alimentata dalla pesante crisi finanziaria che si abbatté sulle nazioni europee che avevano partecipato al conflitto, le quali furono colpite da una forte inflazione e dovettero affrontare i problemi derivanti dalla ricostruzione, dall'aumento del debito pubblico e dalla difficoltà della riconversione da un'economia di guerra all'economia di pace. Mentre la crisi economica pesava sulle masse popolari, determinati settori dell'imprenditoria europea si erano invece favolosamente arricchiti grazie ai sovrapprofitti di guerra[5]. Giocava inoltre un ruolo l'esempio della Rivoluzione d'ottobre, che aveva condotto al rovesciamento del capitalismo in Russia e all'instaurazione del primo Stato socialista: si diffuse nelle masse, specialmente in Italia, l'aspirazione a "fare come in Russia" [6].

Tra il 1919 e il 1920, l'Europa fu toccata da ondate di scioperi ed agitazioni di operai che rivendicavano l'aumento salariale e la giornata lavorativa di otto ore. Le lotte non si limitarono solo a rivendicazioni sindacali: in molti casi il potere nelle fabbriche venne sovvertito da consigli operai, nati spontaneamente sul modello dei soviet russi. Le lotte operaie ebbero diversi sviluppi in ogni stato europeo.

Il secondo congresso dell'Internazionale Comunista[modifica | modifica wikitesto]

Nel luglio-agosto 1920, a Mosca, il II congresso dell'Internazionale comunista elaborò un documento che stabilì in 21 punti le condizioni per aderire all'Internazionale stessa: i partiti aderenti dovevano obbligarsi a modellare la propria struttura su quella del Partito comunista russo, a seguire le direttive tattiche stabilite dal Comintern e a scindersi dai socialisti riformisti.[2] Lenin promosse la costituzione di partiti comunisti in tutto il mondo, che avrebbero dovuto prendere le distanze dai socialdemocratici e porre le basi per realizzare una rivoluzione di stampo sovietico.

Austria[modifica | modifica wikitesto]

In Austria il partito socialdemocratico fu il più votato alle elezioni per l'Assemblea costituente nel 1919, vedendo eletti 69 suoi deputati contro 63 cristiano-sociali e 26 nazionalisti. Benché fosse generalmente più di sinistra rispetto alla socialdemocrazia tedesca, anche quella austriaca intendeva mantenersi entro i limiti della democrazia parlamentare, e contribuì pertanto a far fallire l'insurrezione tentata a Vienna dai comunisti[7].

Francia[modifica | modifica wikitesto]

In Francia l'inflazione e la caduta dei salari reali produssero un'ondata di scioperi e di agitazioni che ebbe il suo punto più alto nel maggio 1920; tuttavia le elezioni politiche del novembre 1919 videro la vittoria dei partiti borghesi, che venne accentuata dalla legge elettorale maggioritaria. La maggioranza del Partito socialista aderì al Comintern, segnando così la nascita del Partito Comunista Francese[8].

Germania[modifica | modifica wikitesto]

In Germania i Consigli degli operai e dei soldati erano stati protagonisti della rivoluzione che, il 9 novembre 1918, aveva condotto all'abdicazione dell'imperatore Guglielmo II e all'instaurazione della Repubblica, con a capo del governo il socialdemocratico Ebert. Il primo congresso nazionale dei Consigli degli operai e dei soldati si riunì a Berlino fra il 16 e il 21 dicembre 1918: dei suoi 489 delegati, circa 300 appartenevano alla SPD e i rimanenti facevano parte dei vari gruppi della sinistra rivoluzionaria.

Fra il 4 e il 6 gennaio 1919 questi gruppi, fra cui la Lega Spartachista di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, diressero a Berlino l'insurrezione che si proponeva di abbattere il governo socialdemocratico: vennero occupate le sedi dei principali giornali e si combatté in strada. In molte città della Germania ebbero luogo scioperi di solidarietà: fu proclamata una Repubblica dei consigli a Brema, si ebbero tentativi rivoluzionari nella Ruhr e ad Essen, dove il consiglio operaio deliberò la socializzazione dell'industria del carbone. Ma la rivoluzione venne efficacemente repressa dal socialdemocratico Gustav Noske con l'ausilio dell'esercito e dei corpi franchi; gli stessi Luxemburg e Liebknecht vennero arrestati e assassinati il 15 gennaio. In Baviera venne proclamata, il 7 aprile 1919, la Repubblica dei consigli; anch'essa fu schiacciata dopo meno di un mese. Il 13 gennaio 1920 si ebbe a Berlino una nuova insurrezione, repressa nel sangue con 42 morti[2].

Gran Bretagna[modifica | modifica wikitesto]

In Gran Bretagna le elezioni politiche del dicembre 1918 furono vinte dai conservatori. Il movimento degli shop stewards, nato durante la guerra nelle industrie belliche, non sopravvisse alla riconversione di queste ultime; da tale movimento nacque, nel luglio 1920, il Partito Comunista di Gran Bretagna. I lavoratori delle miniere, delle ferrovie e dei trasporti diedero vita, nel biennio, a notevoli lotte operaie che ebbero carattere prevalentemente sindacale più che politico; tuttavia, nell'estate del 1920, si ebbe un importante sciopero politico nel porto di Londra, dove gli scaricatori si rifiutarono di caricare sulle navi materiale militare che era destinato a combattere l'Armata Rossa. Inoltre i sindacati contribuirono, minacciando uno sciopero generale, a sventare i progetti governativi di una guerra contro la Russia[9].

Italia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Biennio rosso in Italia.

Ungheria[modifica | modifica wikitesto]

In Ungheria, il 21 marzo 1919, dopo due mesi di rivolte operaie, fu proclamata la Repubblica Ungherese dei Soviet, sotto la guida di Béla Kun. La repubblica resse pochi mesi; ad agosto essa fu abbattuta e in novembre l'ammiraglio Horthy instaurò la sua dittatura[2].

Il dibattito politico e storiografico sul biennio rosso[modifica | modifica wikitesto]

Secondo i comunisti, nel biennio 1919-20 sarebbero esistiti, in molti paesi europei, tutti i presupposti per una rivoluzione proletaria vittoriosa, la quale non ebbe luogo solo a causa del tradimento o (soprattutto nel caso dell'Italia) dell'insipienza dei dirigenti socialisti e socialdemocratici. Tale fu all'epoca la posizione ufficiale del Comintern[10] e tale è il giudizio di molti storici e intellettuali di orientamento marxista[11]. Valga per tutti l'opinione di Trockij:

« Se, nel 1918, la socialdemocrazia tedesca avesse utilizzato il potere che gli operai le imponevano di prendere per compiere la rivoluzione socialista e non per salvare il capitalismo, non è difficile immaginare, sulla base dell'esempio russo, quale invincibile forza economica potrebbe rappresentare oggi un blocco socialista dell'Europa centrale e orientale e di una parte considerevole dell'Asia. I popoli del mondo dovranno pagare con nuove guerre e nuove rivoluzioni i crimini storici del riformismo. »

(Lev Trockij[12])

Altri autori sottolineano invece la capacità di tenuta dimostrata dai sistemi capitalistici nella crisi del 1919-20 e l'immaturità delle forze rivoluzionarie, le quali non seppero, per limiti propri oltre che per le circostanze meno propizie, ripetere l'exploit dei bolscevichi russi nel 1917. Sulla scorta di simili considerazioni, questi storici negano che, nel biennio rosso, vi siano state reali possibilità di una rivoluzione di tipo bolscevico in Europa occidentale[13][14][15].

Una ulteriore linea interpretativa è costituita da quegli storici i quali intravedono, nel biennio 1919-20, la possibilità di una "terza via" fra conservazione del capitalismo e rivoluzione bolscevica. Questi autori sottolineano l'elemento di novità costituito dai Consigli e opinano che, sul fondamento di questa istituzione operaia, avrebbe potuto nascere e consolidarsi in Europa, in quegli anni, un nuovo tipo di democrazia diretta a base popolare. Secondo questi storici, l'opportunità non fu colta perché i socialdemocratici non vollero, e i comunisti non seppero, valorizzare appieno l'istituzione consiliare[16][17].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ AA. VV., Il biennio rosso 1919-1920 della Terza Internazionale, a cura di Silverio Corvisieri, Milano 1970; citato in Massimo L. Salvadori, Rivoluzione e conservazione nella crisi del 1919-20, in: Id., Dopo Marx. Saggi su socialdemocrazia e comunismo, Einaudi, Torino 1981, p. 245.
  2. ^ a b c d AA. VV., Le rivoluzioni sconfitte, 1919/20, a cura di Eliana Bouchard, Rina Gagliardi, Gabriele Polo, supplemento a "il manifesto", Roma, s.d. (ma 1993), pp. 20-24.
  3. ^ Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve, trad. di Brunello Lotti, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2002 (quinta edizione), pp. 76-7.
  4. ^ Eric J. Hobsbawm, op. cit., p. 85.
  5. ^ Alceo Riosa - Barbara Bracco, Storia d'Europa nel Novecento, Mondadori Università, Milano 2004, p. 68.
  6. ^ Alceo Riosa - Barbara Bracco, op. cit., p. 73.
  7. ^ Massimo L. Salvadori, Rivoluzione e conservazione nella crisi del 1919-20, in: Id., Dopo Marx. Saggi su socialdemocrazia e comunismo, Einaudi, Torino 1981, p. 238.
  8. ^ Massimo L. Salvadori, Rivoluzione e conservazione cit., pp. 238-9.
  9. ^ Massimo L. Salvadori, Rivoluzione e conservazione cit., pp. 239-40.
  10. ^ Massimo L. Salvadori, Rivoluzione e conservazione nella crisi del 1919-20, in Dopo Marx. Saggi su socialdemocrazia e comunismo, Einaudi, Torino 1981, pp. 219-32.
  11. ^ Cfr. gli autori citati da M. L. Salvadori, La socialdemocrazia tedesca dalla fondazione all'avvento del nazismo. Una rassegna storiografica, in: Dopo Marx. Saggi su socialdemocrazia e comunismo, Einaudi, Torino 1981, pp. 192-3.
  12. ^ Lev Trockij, La rivoluzione tradita (1936), a cura di Livio Maitan, Mondadori, Milano 1990, p. 10.
  13. ^ Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna. Volume ottavo. La prima guerra mondiale, il dopoguerra, l'avvento del fascismo, Feltrinelli, Milano 1996 (sesta edizione), pp. 334-5.
  14. ^ M.L. Salvadori, Rivoluzione e conservazione cit., pp. 242-4.
  15. ^ Paolo Spriano, L'occupazione delle fabbriche. Settembre 1920, Einaudi, Torino 1973 (quarta edizione), pp. 176-8.
  16. ^ M. L. Salvadori, La socialdemocrazia tedesca dalla fondazione all'avvento del nazismo cit., pp. 190-2, richiama in proposito le opere di E. Kolb, Die Arbeiterräte in der deutschen Innenpolitik 1918-1919, Düsseldorf 1962; E. Matthias, Zwischen Räten und Geheimräten. Die deutsche Revolutionsregierung 1918-19, Düsseldorf 1970; S. Miller, Die Bürde der Macht. Die deutsche Sozialdemokratie 1918-1920, Düsseldorf 1978.
  17. ^ Marco Revelli, Introduzione a AA.VV., Le rivoluzioni sconfitte cit., pp. 3-8.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo. L'Italia dal 1918 al 1922, a cura di Sergio Soave, Firenze, La Nuova Italia, 1995. (La prima edizione francese apparve a Parigi nel 1938; la prima edizione italiana, con una nuova prefazione dell'autore, a Firenze nel 1950; ulteriore edizione Bari, Laterza 1965, con una premessa di Renzo De Felice).
  • Paolo Spriano, L'occupazione delle fabbriche. Settembre 1920, Torino, Einaudi, 1964
  • Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Torino, Einaudi, 1965
  • Gianni Bosio, La grande paura, Roma, Samonà e Savelli, 1970
  • Paolo Spriano, "L'Ordine Nuovo" e i Consigli di fabbrica, Einaudi, Torino 1971
  • Giuseppe Maione, Il biennio rosso. Autonomia e spontaneità operaia nel 1919-1920, Bologna, Il Mulino, 1975
  • Giovanni Sabbatucci (a cura di), La crisi italiana del primo dopoguerra. La storia e la critica, Bari, Laterza, 1976
  • Paolo Alatri, Nitti, D'Annunzio e la questione adriatica, Milano, Feltrinelli, 1976
  • Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna. Volume ottavo. La prima guerra mondiale, il dopoguerra, l'avvento del fascismo, Milano, Feltrinelli, 1978
  • Massimo L. Salvadori, Dopo Marx. Saggi su socialdemocrazia e comunismo, Einaudi, Torino 1981
  • Francesco Barbagallo, Francesco Saverio Nitti, Torino, Utet, 1984
  • Maurizio Federico, Il Biennio Rosso in Ciociaria, Cassino, IN.GRA.C, 1985
  • Roberto Vivarelli, Storia delle origini del fascismo. L'Italia dalla grande guerra alla marcia su Roma, 3 voll., Bologna, Il Mulino, 1991
  • AA. VV., Le rivoluzioni sconfitte, 1919/20, a cura di Eliana Bouchard, Rina Gagliardi, Gabriele Polo, con introduzione di Marco Revelli, supplemento a il manifesto, Roma, s.d. (ma 1993)
  • John Barzman, Entre l'émeute, la manifestation et la concertation: la «crise de la vie chère» de l'été 1919 du Havre, e Tyler Stoval, Du vieux et du neuf: èconomie morale et militantisme ouvrier dans le luttes contre la vie chère à Paris en 1919, in «Le Mouvement social», n. 170, gennaio-marzo 1995, pp. 61–113
  • Charles S. Maier, La rifondazione dell'Europa borghese. Francia, Germania e Italia nel decennio successivo alla prima guerra mondiale, Bologna, Il Mulino, 1999 (De Donato, 1979)
  • Christophe Charle, La crise des sociétés impériales. Allemagne, France, Grande-Bretagne 1900-1940. Essai d'histoire sociale comparée, Parigi, Seuil, 2001
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  • Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D'Annunzio a Fiume, Bologna, Il Mulino, 2002
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  • AA. VV. I due bienni rossi del Novecento 1919-1920 e 1968-1969. Studi e interpretazioni a confronto, atti del convegno di Firenze, settembre 2004, Roma, Ediesse, 2006
  • Roberto Bianchi, Pace, pane, terra. Il 1919 in Italia, Roma, Odradek Edizioni, 2006
  • Giorgio Rochat, L'esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini 1919-1925, Roma-Bari, Laterza, 2006
  • Marco Mondini, La politica delle armi. Il ruolo dell'esercito nell'avvento del fascismo, Roma-Bari, Laterza, 2006
  • Andrea Baravelli, La vittoria smarrita. Legittimità e rappresentazioni della Grande Guerra nella crisi del sistema liberale (1919-1924), Roma, Carocci, 2006
  • Giulia Albanese, La marcia su Roma, Roma-Bari, Laterza, 2006
  • Fabio Fabbri, Le origini della guerra civile. L'Italia dalla Grande Guerra al fascismo. 1918-1921, Torino, UTET, 2009.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]