Bestia del Gévaudan

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Bestia del Gévaudan
Il "Lupo del Gévaudan" - ill. da The London Magazine, v. xxxiv, maggio 1765[1]
Il "Lupo del Gévaudan" - ill. da The London Magazine, v. xxxiv, maggio 1765[1]
Nome orig. La Bête du Gévaudan
1ª app. in 1764 1770
Un attacco della bestia in una locandina dell'epoca.
Raffigurazione dell'attacco della belva.
Altra ipotetica raffigurazione della bestia.

La Bestia del Gévaudan (in francese: La Bête du Gévaudan) fu una criptide che terrorizzò le contrade del Gévaudan (oggi Lozère), nell'area centro meridionale della Francia, tra il 1764 e il 1767, uccidendo e ferendo uomini ed animali. Gli attacchi vennero registrati in un'area di 80-90 km e coinvolsero un centinaio tra bambini (per la maggior parte) ed adulti. Le vittime accertate morirono quasi tutte per sgozzamento e vennero poi divorate, integralmente o parzialmente, dalla creatura. Per debellare questa piaga, il governo francese non lesinò di dispiegare uomini e mezzi, ricorrendo sia al reclutamento di miliziani che all'invio di soldati e cacciatori professionisti.

Mentre gli attacchi della Bestia furono provati e documentati, non si riuscì mai a chiarire la sua vera natura. Le ipotesi più accreditate parlano di un grosso lupo/ibrido.

Storia[modifica | modifica sorgente]

La vicenda ebbe inizio nell'aprile del 1764, quando una ragazza fu attaccata da un predatore poi messo in fuga dall'intervento delle mucche che stava portando al pascolo. La giovane descrisse la "bestia" come un enorme lupo, dalla peluria folta e nera, con due grandi canini laterali.

Il 30 giugno del 1764 la bestia fece la sua prima vittima: una ragazza quattordicenne. Nei mesi successivi furono decine le vittime, per lo più donne e bambini.

Col moltiplicarsi degli attacchi e dei morti, il governo francese inviò in questa regione uno squadrone di 56 dragoni, comandati dal capitano Jean Boulanger Duhamel che per le ricerche poté contare anche sugli oltre 400 miliziani dei Volontari di Clermont, di stanza nei pressi. Duhamel avvistò la cosiddetta "bestia" più volte, senza mai riuscire a ucciderla. Secondo il parere di Duhamel la belva era un ibrido mostruoso, con le fattezze di un lupo ma la stazza di un vitello.

Nel 1765 il Re di Francia Luigi XV inviò un famoso cacciatore di lupi, il nobile normanno d'Enneval, nel Gévaudan. Questi condusse numerose battute di caccia, dichiarando infine di aver ucciso la creatura. Come lui anche molti altri asserirono più volte di aver ucciso o ferito mortalmente la bestia che però puntualmente tornava a mietere vittime. Anche per questo motivo, tra gli abitanti della regione iniziò a farsi largo l'idea che la bestia avesse poteri magici, tanto da far nascere la superstizione che essa fosse immortale. Gli attacchi continuarono e allora Luigi XV sostituì d'Enneval con Francois Antoine, il "Gran portatore di Archibugio del Re" e massimo rappresentante della "Grand Louvetier", associazione francese nata nel XIV secolo per l'eliminazione delle bestie feroci. Antoine era accompagnato da suo figlio Francois Antoine de Beauterne e da circa una dozzina di guardiacaccia scelti fra i migliori del regno. Anch'egli cacciò e uccise un grosso lupo dal pelo nero ma le morti attribuite alla misteriosa creatura non si placarono.

Nel giugno 1767 un certo Jean Chastel uccise probabilmente la vera bestia, in quanto dopo non ci furono più attacchi né vittime. Con ogni probabilità si trattava, come per alcune delle altre bestie uccise prima di allora, di un lupo divenuto antropofago. Chastel portò il corpo dell'animale al re sperando in una lauta ricompensa ma non l'ottenne, poiché Luigi XV credeva la bestia morta già nel 1765 per mano di Antoine. Il cadavere dell'animale ucciso da Chastel, malamente imbalsamato, fu immediatamente distrutto per ordine del re.

Il totale delle vittime accertato fu di 136, su almeno 270 attacchi totali, 14 delle quali decapitate, forse a causa della trazione esercitata sul collo dalla bestia per trascinare i cadaveri delle vittime. Ma con ogni probabilità le vittime furono molte di più, forse 150-200, in quanto ad un certo punto si smise di conteggiarle per ordine dello stesso Luigi XV. Tale ordine fu esteso anche ai curati per quanto riguardava gli atti di morte.

Ipotesi[modifica | modifica sorgente]

Ancora oggi circolano molte ipotesi e leggende sulla vera identità della bestia. Per molti si trattò di un lupo di sproporzionate dimensioni, per altri ancora si sarebbe potuto addirittura trattare di un serial killer camuffato da animale, ma i numerosi resoconti dell'epoca non citano neppure una volta il ritrovamento di impronte umane, sulla neve o nel fango, accanto ai cadaveri delle vittime. Le impronte rinvenute furono sempre di canide, tanto che si diffuse la credenza popolare che potesse trattarsi di un lupo mannaro (all'epoca vampiri e lupi mannari facevano fortemente parte dell'immaginario collettivo). Un'altra ipotesi, per molto tempo accreditata e proposta anche nel film Il patto dei lupi, fu che si trattasse di un leone. Questa teoria venne però sfatata dai rilievi effettuati sui morsi dell'animale, che lasciavano supporre si trattasse di un canide. Inoltre, se le dimensioni della bestia erano eccezionali per un lupo, risultavano viceversa troppo modeste per un leone, visto che la bestia più grande tra quelle uccise sfiorava gli 80 kg mentre un esemplare femmina di leone pesa in media attorno ai 150 kg.

Altra probabile ipotesi è quella che non fosse un unico esemplare a compiere gli attacchi ma diversi lupi, forse appartenenti allo stesso nucleo familiare. Secondo alcuni recenti studi poi, almeno l'ultima delle cosiddette bestie, uccisa nel 1767 da Chastel e probabilmente responsabile della maggioranza degli attacchi avvenuti in quei quattro anni, sarebbe stata un enorme lupo (oltre 70 kg di peso, 90 cm di altezza al garrese e quasi 150 cm di lunghezza) affetto da acromegalia. Tale malattia, esistente anche tra gli esseri umani, causa una crescita smisurata delle ossa, come dimostravano le impronte (16 cm di lunghezza per 13 di larghezza, grandi quasi quanto quelle di un leone) e l’abnorme testa, i cui muscoli temporali e masseteri superavano in totale i tre chili di peso, le fauci pertanto esprimevano probabilmente una pressione di oltre 700 kg, pari a quella di una iena maculata.

Nei media[modifica | modifica sorgente]

La vicenda della misteriosa bestia ha ispirato i film La Bestia (1975) di Walerian Borowczyk, Il patto dei lupi (2001) di Christophe Gans, i fumetti Martin Mystère n. 312 "Il ritorno della bestia" (nel quale si ipotizza che i discendenti di alcuni esemplari della bestia sopravvivano ancora oggi in Canada)[2] e Dampyr n. 159 "La bestia del Gevaudan"[3].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ L'immagine rieditata in Summers, Montague (1933), Werewolf.
  2. ^ Archivio arretrati: scheda dell'albo di Martin Mystère
  3. ^ Archivio arretrati: scheda dell'albo di Dampyr

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • AAVV (2001), La bête du Gévaudan: enquete sur des meurtres en série, in Historia, n. 650, febbraio 2001
  • Buffiere, Félix (1994), La bête du Gévaudan, une grande énigme de l'histoire, 2. ed.
  • Chantal, René : de (1983), La fin d’une énigme, la Bête du Gévaudan, La Pensée Universelle.
  • Chevalley, Abel (1972), La Bête du Gévaudan, Editions J’ai Lu.
  • Delort, Robert (1987), L'uomo e gli animali dall'età della pietra a oggi, Roma-Bari, Laterza, pp. 287-289.
  • Esposito, Riccardo F. (1987), Prologo, in Il cinema dei licantropi, Roma, Fanucci, pp. 25-27.
  • Fabre, Francois (2000), La bête du Gévaudan: édition completée par Jean Richard, De Borée.
  • Hofmann, Helga (1990), Mammiferi, Editoriale Giorgio Mondadori.
  • Louis, Michel (2001), La bête du Gévaudan : L’innocence des loups, Perrin, ISBN 978-2-262-01739-2.
  • Penati, Lino (1976), Verità e leggende sul lupo europeo, in Storia Illustrata, n. 229, dicembre 1976.
  • Poucher, Abbé (1996), Histoire de la Bête du Gévaudan, Laffitte Reprints.
  • Pourrat, Henri (1985), Histoire fidèle de la bête en Gévaudan, 2. ed., Jeanne Laffitte.
  • Todaro, Giovanni (2011), La Bestia del Gévaudan, Lulu com.

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