Bernard-René Jourdan de Launay

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Bernard-René Jourdan, marchese de Launay[1] (Parigi, 8 aprile 1740Parigi, 14 luglio 1789) è stato un nobile francese e ultimo governatore della Bastiglia.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

I primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Il marchese Bernard-Réné Jourdan de Launay nacque alla Bastiglia nella notte dell'8/9 aprile 1740. Era figlio di René Jourdan de Launay (Golleville, 2 giugno 1673 - Parigi, 6 agosto 1749), governatore della fortezza dall'8 dicembre 1718 fino alla morte, e della seconda moglie Charlotte Renée Aubry d'Armanville. Veniva detto Bernardin le Marquis de Launay.

Nel 1748, venne ammesso ad una posizione onoraria nei moschettieri neri del re. Fino al 1763-1764, fu nel reggimento delle guardie francesi. In seguito, fu capitano di un reggimento di cavalleria.

Era anche cugino del cardinale Louis-René-Édouard de Rohan-Guéménée.

Governatore della Bastiglia[modifica | modifica wikitesto]

La Bastiglia prima della sua distruzione.

Nell'ottobre 1776, succedette ad Antoine-Joseph de Jumilhac come governatore della Bastiglia. Trattò con Jumilhac il suo incarico per 300.000 livres. L'impiego di governatore della Bastiglia, di tutti i ranghi militari, di tutti gli impieghi militari, dei governi provinciali furono negoziati come bollette commerciali. L'acquirente era sempre certo di fare un buon lavoro se viveva a lungo. Un anno o due nell'incarico gli permettevano in gran parte di rimborsare i suoi progressi.

Uomo colto, ma avido e spietato, coscienzioso, promosso solo per discendenza e non per particolari meriti, durante il suo mandato esasperò l'opinione pubblica nei confronti della Bastiglia, diventata simbolo di ingiustizia e della prepotenza dei nobili. Governava la fortezza come se si trattasse del suo piccolo regno, era giudice assoluto di quanto accadeva al suo interno e non si faceva scrupolo di approfittarne. Pare, per esempio, che avesse proibito la quotidiana passeggiata dei detenuti nei cortili perché aveva dato il terreno in affitto a un secondino che vi coltivava le patate.

Fino al 1777, fu signore della Bretonnière, in Bassa Normandia, parrocchia di Golleville. Possedette e affittò anche un certo numero di case in rue Saint-Antoine, vicino alla Bastiglia.

Gli anni che trascorse in questa posizione non furono movimentati, ma il 19 dicembre 1778 commise un errore. Poiché gli ordini non arrivavano, esitò a far tuonare il cannone, come voleva la tradizione, per salutare la nascita di Madame Royale, prima figlia del re Luigi XVI e della regina Maria Antonietta.

Nell'agosto 1785, gli fu assegnata la responsabilità per la detenzione delle due prime figure nel reale scandalo della collana: il cardinale suo cugino e Jeanne de La Motte-Valois. Si comportò correttamente e con molta attenzione con entrambi, anche se quest'ultima era una detenuta estremamente difficile.

La presa della Bastiglia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Presa della Bastiglia.

Il 14 luglio 1789, al comando della piccola guarnigione, visto il presidio circondato, pur avendo la forza per respingere l'attacco[2], tentò di parlamentare con tre rappresentanti del Comitato Permanente, provenienti direttamente dall'Hôtel de Ville, e alla fine si arrivò all'accordo di far allontanare i cannoni e far visitare la fortezza a quegli stessi rappresentanti, pur di evitare un bagno di sangue.[3]

Nel frattempo, però, gli insorti riuscirono a rompere le catene che reggevano il ponte levatoio e si riversarono all'interno della fortezza. Iniziò uno scambio di colpi d'arma da fuoco. Piuttosto che arrendersi e lasciare ai ribelli la polvere da sparo, preferì recarsi nei sotterranei con una torcia accesa per dare fuoco alla polveriera e far saltare in aria la fortezza con tutto il quartiere, ma gli Invalidi della guarnigione non glielo permisero e lo costrinsero a capitolare[4]. La Bastiglia fu quindi conquistata dagli insorti solo perché il governatore venne abbandonato dalle sue truppe.

Preso prigioniero dagli insorti per essere condotto in Municipio, con la spada e il bastone di rango strappati, dopo essere stato gettato a terra lungo la strada, fu colpito ripetutamente e brutalmente da colpi di baionetta, poi agonizzante fu trascinato nei pressi di un ruscello, dove fu finito da numerosi colpi di pistola. Secondo alcuni testimoni, egli stesso pregò gli insorti di ucciderlo, affinché la sua macabra agonia cessasse immediatamente. A quel punto, un popolano, François Desnot, ne decapitò il cadavere con un coltellino. La testa fu portata in giro per la città, infilzata su una picca, inaugurando così un macabro rituale destinato a ripetersi fin troppe volte.[5]

La salma della prima vittima della rivoluzione venne poi ricomposta e ricevette sepoltura nel vecchio Cimitero di Saint-Benoit. Con la chiusura di questo, i resti presenti vennero spostati nelle Catacombe di Parigi.

Cultura postuma[modifica | modifica wikitesto]

In seguito, il luogotenente Louis-Ignace De Flue, comandante degli ufficiali svizzeri assediati, ne lasciò un ritratto poco lusinghiero:

« Era un uomo che non aveva né grandi conoscenze militari né esperienza, e aveva poco cuore. (...) Fin dal primo giorno, imparai a conoscere quest'uomo da tutti i preparativi insensati che organizzava per sua difesa della sua posizione, e dalla sua continua inquietudine e irresolutezza. Vedo chiaramente che saremmo mal comandati se venissimo attaccati. Era talmente terrorizzato che la notte prendeva per nemici le ombre degli alberi e di altri oggetti circostanti. I capi dello Stato Maggiore, il luogotenente del re, il maggiore e io stesso gli facevamo molto stesso delle rappresentazioni, da una parte per tranquillizzarlo sulla debolezza della guarnigione della quale si lamentava continuamente, e dall'altra per non farlo preoccupare di dettagli insignificanti e di non trascurare le cose importanti. Ci ascoltava, sembrava approvare, dopo agiva in tutt'altro modo e in un istante cambiava opinione; in una parola, in tutti questi fatti e gesti, faceva prova della più grande irresolutezza[6] »

Il barone de Besenval, luogotenente generale dell'esercito, aveva invano chiesto al maresciallo de Broglie di sostituirlo con un ufficiale più sicuro e rigido.

Discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Jourdan de Launay ha avuto tre figlie da due mogli:[7]

Con Ursule Philippe: Adrienne Renée Ursule, nata nel 1764, moglie di Henri François Joseph Chapelle, barone di Jumilhac, signore di Guigneville, maestro di campo di cavalleria.

Con Geneviève Thérèse Le Boursier: Catherine Geneviève Philippine, nata nel 1769, moglie di Philippe Charles Bruno d'Agay, conte di Agay, referendario al Consiglio di Stato e figlio di François Marie Bruno d'Agay; e Charlotte Gabrielle Ursule (nata nel 1770).

Cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

Manga e anime[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Benché gli storici si siano abituati alla grafia "Launay", è da notare che l'interessato firmava "Launey" (l'ortografia dei nomi propri si è razionalizzata solo nel corso del XIX secolo)
  2. ^ Pierre Gaxotte, La rivoluzione francese, Edizioni Oscar Mondadori, 1989, Milano, pag.128: Launay avrebbe potuto difendersi senza fatica con la sua piccola guarnigione di svizzeri e di invalides, ma questo ripugnava alla sua filosofia.
  3. ^ Pierre Gaxotte, La rivoluzione francese, Edizioni Oscar Mondadori, 1989, Milano, pag.128
  4. ^ Pierre Gaxotte, La rivoluzione francese, Edizioni Oscar Mondadori, 1989, Milano, pag.128: "La guarnigione, dopo aver fatto segno agli assalitori di allontanarsi, si impaurisce. Istintivamente risponde al fuoco, ma perde la testa e, sentendosi ormai priva di un capo, costringe Launay ad arrendersi.
  5. ^ Pierre Benoit, Tutti alla Bastiglia, articolo su Historia n°92, luglio 1965, pag.72
  6. ^ Citato da Claude Quétel, La Bastille, p. 353.
  7. ^ Appunti raccolti dagli archivi dello Stato Civile dal conte di Chastellux, dagli Archivi Nazionali (inventario dopo la morte) e dagli archivi dipartimentali della Senna (stato civile ricostituito)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Claude Quétel, La Bastille.

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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