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Benedizione

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La benedizione è un'invocazione della grazia e del favore di una o più divinità su qualcuno o qualcosa. Per estensione, è un'invocazione di bene per qualcuno o qualcosa.

Nella religione cristiana e in altre religioni, la benedizione è una formula rituale con cui il sacerdote (o ministro di Dio, ma anche il capofamiglia o patriarca) invoca la protezione e la grazia di una divinità su persone o cose. Per alcune religioni è l'azione che un uomo investito di uno speciale potere sacerdotale può esercitare su altre persone o cose affinché queste ultime abbiano il "favore divino". Come indica la parola, la benedizione può comprendere formule verbali, anche se spesso s'accompagna con gesti (nelle liturgie cristiane l'aspersione o il segno della croce fatto con tre dita).

Nella Bibbia[modifica | modifica wikitesto]

Nella Bibbia "benedizione" traduce, per l'Antico Testamento: בּרכה (berâkâh) e per il Nuovo Testamento εὐλογία (eulogia) e εὐλογέω (eulogeō), un "parlare bene di", raccomandare, da cui il nostro "elogio", adorazione riverente, beneficio.

Antico Testamento[modifica | modifica wikitesto]

Nell'Antico Testamento la benedizione di Dio è spesso considerata sotto l'aspetto dell'agire di Dio sul piano della vita terrena: incremento della famiglia, abbondanza di figli, lunga vita, raccolti abbondanti, ecc. (Genesi 1:22; Deuteronomio 33:13 ss.; 2 Samuele 6:11 ecc). Non va, però, dimenticato che sotto la figura di beni terreni (fecondità della terra ecc.) vengono indicati anche beni che stanno "al di là" della sfera puramente terrena. Esempio tipico è Genesi 27, la benedizione di Isacco e Giacobbe, alla luce di Ebrei 11:20: "Per fede Isacco benedisse Giacobbe ed Esaù, riguardo a cose future". Nei libri sapienziali, la Sapienza stessa viene considerata come la più ambita benedizione. Nei libri del basso Giudaismo (libri apocalittici), la giustizia e la pace sono considerati segni delle future benedizioni messianiche. In Gesù, il concetto di benedizione trova poi la sua espressione più profonda e spirituale soprattutto nelle beatitudini.

È Dio che benedice. Anche quando la benedizione è pronunciata da uomini, bisogna tener presente che si tratta pur sempre di benedizione divina. Dio si serve di uomini per elargire la sua benedizione; in questo senso l'uomo può essere "di benedizione" per altri. Così Melchisedec benedice Abramo (Genesi 14:18,19), Giosuè benedice Caleb (Giosuè 14:13), "tutte le nazioni saranno benedette in Abramo" (Genesi 18:18) e "Tutte le famiglie saranno benedette in te [Isacco] e nella tua progenie" (Genesi 28:14). Dio, così, benedice la casa dell'Egiziano "per amore di Giuseppe" (Genesi 39:5); ed infine in questo senso, che è Dio che benedice, va compresa l'affermazione di Zaccaria 8:13: "Sarete una benedizione".

Benedicendo determinate persone ed affidando loro una missione, Dio le lega a Sé in modo tutto particolare: "Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà" (Genesi 12:2-3). Sorge a tale proposito naturale l'idea del Patto. Che Dio resti sempre Lui il "Signore" della benedizione, risulta anche dal racconto di Balaam (Numeri 22-24). Dio impedisce a Balaam di benedire o maledire secondo il suo beneplacito; egli è costretto a benedire unicamente chi Dio ha determinato di benedire (23:20). La benedizione di Dio è irrevocabile (23:20); vedi pure Genesi 27: Isacco benedice Giacobbe. Anche negli altri casi enumerati dalla Bibbia appare chiaro che è sempre Dio che concede la benedizione (Genesi 39:5; Deuteronomio 33:1-7; 11:15; 33:13-23; Salmi 129:8; Proverbi 10:22). Dio ne è il dispensatore unico e sovrano (Levitico 25:21; Deuteronomio 28:8). In alcuni passi dell'Antico Testamento è posta in luce la stretta relazione fra osservanza della Legge e benedizione di Dio (Deuteronomio 7:13; 27:12 ss).

Come atto di culto. Il gesto di alzare le mani in atto di benedizione era frequente in Israele. In Levitico 9:22 è detto: "Poi Aaronne alzò le sue mani verso il popolo e lo benedisse; dopo aver fatto il sacrificio per il peccato, l'olocausto e i sacrifici di ringraziamento discese dall'altare". L'atto della benedizione era compiuto dai sacerdoti e dai leviti (2 Cronache 30:27) ed anche dai re (2 Samuele 6:18; 1 Re 8:14).

Una delle forme più antiche di benedizione cultuale può essere considerata quella in occasione dei sacrifici (1 Samuele 9:13). La formula classica di benedizione in Israele è contenuta nel libro dei Numeri 6:23-27: "L'Eterno ti benedica e ti custodisca! L'Eterno faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio! L'Eterno rivolga il suo volto su di te e ti dia la pace!".

Nel Nuovo Testamento[modifica | modifica wikitesto]

Nel Nuovo Testamento rimaniamo nel medesimo ordine di idee dell'Antico Testamento (tenendo sempre presente il capovolgimento Evangelo-Legge). Vedi la benedizione di Simeone (Levitico 2:34) e in special modo nell'epistola agli Ebrei (6:7,14; 7:1,6,7; 11:20,21; 12: 17). Il passo di 1 Corinzi 14:16 va esaminato alla luce del problema della glossolalia. Per quel che concerne "il calice delle benedizioni" di 1 Corinzi 10:16 vedi Santa Cena.

Gesù benedice i fanciulli (Marco 10:16) ed i suoi discepoli al momento dell'ascensione (Luca 24:50-51). In Atti 3: 26 è detto che Dio ha "suscitato il suo Servitore e l'ha mandato per benedirvi". In Efesini 1:3 è detto che Dio "ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo". Paolo parla della "pienezza delle benedizioni di Cristo" (Romani 15:29).

Adempimento della promessa. Nella missione di Paolo alle genti si attua, in Cristo, l'adempimento della promessa fatta ad Abramo. Cfr. Genesi 12:3 e Galati 3:8: "Affinché la benedizione di Abramo venisse sui gentili", "in Cristo" (14). Cfr. pure Atti 3:25 con Genesi 22:18.

Nel culto cristiano. Il Nuovo Testamento contiene varie formule di benedizione che erano di frequente uso nelle assemblee delle chiese (Galati 6:18; Filippesi 4:23; 1 Corinzi 16:23; 2 Corinzi 13:13).

Nel Cattolicesimo[modifica | modifica wikitesto]

Esistono varie tipologie di benedizioni utilizzate per diversi momenti della vita o in relazione a diversi tipi di oggetti o beni, sacri o per uso profano. Le formule di benedizione, unitamente a stralci della Bibbia e preghiere appropriate sono raccolte in un rituale noto come Benedizionale.

Di particolare rilievo sono la:

Nell'Ebraismo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Benedizioni ebraiche e Preghiera ebraica.
Posizione di mani e dita del Cohen (sacerdote ebreo) durante la benedizione sacerdotale
« Benedetto Tu, HaShem, che benedice il Suo popolo Israel con la pace, amen »
(Amidah, Siddur)

Nella religione ebraica esistono varie forme e diversi tipi di benedizione, in ebraico Berakhah, ברכה. La benedizione è recitata in momenti particolari durante una preghiera, una cerimonia o altra attività, specialmente prima e dopo la consumazione di cibo. La funzione di queste benedizioni è quella di riconoscere Dio come fonte di tutte le benedizioni.[1] Una berakhah tipicamente inizia con le parole, "Benedetto Tu, Signore nostro Dio, Re dell'universo..." La benedizione quindi è direttamente associata a Dio e procede da Dio: esprime il conferimento di un augurio a qualcuno che possa ricevere il favore divino.

L'ebraismo insegna inoltre che il cibo sia in ultima analisi un dono del Signore, Dio, e che consumando cibo legittimo il fedele debba esprimere gratitudine a Dio recitando la benedizione appropriata.[1] La Legge ebraica non limita la recita di benedizioni solo a classi specifiche di ebrei, bensì raccomanda che benedizioni specifiche siano dette in specifiche occasioni, come per esempio le donne principalmente recitano una benedizione accendendo le candele del Shabbat.[2]

Una delle prime occasioni di benedizione nella Bibbia ebraica (Tanakh) è nel Libro della Genesi 12:1-2 dove Dio ordina ad Abramo di lasciare il pese e gli dice:

« Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione»   (Genesi 12:1-2)

La Benedizione sacerdotale è enunciata in Numeri 6:24-26:

Ti benedica il Signore e ti protegga
Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio
Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace.

Islam[modifica | modifica wikitesto]

L'islam non riserva benedizioni a persone specifiche, ma spesso i devoti pronunciano "pace e benedizioni di su lui" quando nominano Maometto o uno dei profeti. I mussulmani inoltre si salutano tra loro con una benedizione ogni volta che si incontrano o si lasciano (in arabo: السلام عليكم ورحمة الله وبركاتهas-salāmu alaikum wa rahmatul-lāhi wa barakātuh - che significa "la pace, la misericordia e le benedizioni di Dio siano su di voi).[3]

Induismo[modifica | modifica wikitesto]

Sacerdote hindu esegue una benedizione

Nell'induismo "Pūjā" (devanagari पूजा) (dal sanscrito reverenza) è un termine che genericamente indica un atto di adorazione verso una particolare forma della Divinità, che può esprimersi in un'offerta, un culto, una cerimonia o un rito – ma può essere rivolta anche verso persone importanti o ospiti speciali come benedizione.

L'atto si modella sull'idea di fare un dono o offerta ad una divinità o persona importante, ricevendone l'approvazione ("Ashirvād"). Eseguire la Puja richiede di circolare intorno ad una divinità o persona con un "piatto Arathi" o "lampada Arathi" e il rituale viene generalmente accompagnato da vari canti di lode verso la divinità o persona. Durante l'esecuzione, si suppone che il piatto o la lampada acquisiscano la potenza della divinità. Il sacerdote fa circolare piatto o lampada tra gli astanti. Questi pongono le proprie mani unite a coppa sopra la fiamma e poi alzano i palmi verso la fronte – la benedizione purificatrice, trasferita dall'immagine della divinità alla fiamma, passa ora al devoto.[4]

Durante il rituale naivedya,[5] il devoto presenta un'offerta composta di sostanza materiale, come fiori, frutta o dolci. La divinità poi "apprezza" o assaggia una porzione dell'offerta, che è quindi nota temporaneamente col nome bhogya.[6] Questa, investita di divinità, è chiamata prasāda, e viene ricevuta dal devoto che la mangia, indossa, ecc. Può essere la stessa sostanza offerta inizialmente, o donativi offerti da altri e poi ridistribuiti ad ulteriori devoti. In molti templi, sono dispensati diversi tipi di prasada (per esempio, nocciole, dolciumi).[7]

Darśana in qualità di sostantivo neutro possiede numerosi significati che vanno dalla "vista" (nel senso di azione del vedere o contemplare; dalla radice dṛś "vedere"), all'"indagine", al "discernimento", all'"opinione", alla "dottrina". È spesso usato come "visioni del divino", cioè, di un dio o una persona santa o un artefatto sacro. Uno può "ricevere darśana" della divinità nel tempio, o da una persona santa, come un grande guru. Il tocco dei piedi (pranāma) è una dimostrazione di rispetto ed è di sovente una parte integrale del darśana. I bambini toccano i piedi degli anziani di famiglia, mentre persone di tutte le età usano piegarsi a toccare i piedi di un grande guru, di una murti (icona) di un Deva (Dio) (come Rāma o Krishna).[8]

Esiste una connessione speciale tra il fedele ed il guru durante Pūjā, in cui il primo può toccare i piedi del secondo in rispetto (Pranāma), o rimuovere la polvere dai piedi del guru prima di toccarsi il capo.[7][4]

Un'altra tradizione è "Vāhan pujā" (hindi) o "Vāgana poojai" (tamil: வாகன பூஜை) "benedizione del veicolo", che è un rituale eseguito quando uno acquista una nuova auto.[9]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Sefer ha-Chinuch 430.
  2. ^ Macy Nulman, Encyclopedia of Jewish Prayer, Jason Aronson, 1993, passim; cfr. anche Orot Sephardic Weekday Siddur, Lakewood, 1994, pp. 201-230.
  3. ^ "I principi dottrinari", trad. Alberto Ventura, su sufi.it
  4. ^ a b (EN) Gautam Chatterjee, Sacred Hindu Symbols, Google books, 2001, pp. 47–48..
  5. ^ Naivedhya (sanscrito नैवेद्य) è una parola sanscrita che significa "offerta a Dio" in senso stretto. Può essere un'offerta tangibile o intangibile,, una risoluzione, una promessa, una volontà di fare o non fare certe cose, offerte a Dio. Cfr. "Why do Hindus offer food Naivedhyam?".
  6. ^ Bhog/bhogya (che etimologicamente significa "piacere" o "delizia" e come verbo può significare "finire" o "concludere") è un termine usato nell'induismo per il cibo offerto agli dei. Cfr. "Golden jubilee Durga pooja of Bengalee Association", Bangalore, 2009.
  7. ^ a b Bal Natu, Glimpses of the God-Man, Meher Baba, Sheriar Press, 1987.
  8. ^ Glossary su siddhayoga.org
  9. ^ "How to Bless Your New Car", di Jennifer Polan (Jayathi Kumar).

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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