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Battaglia di al-Raydaniyya

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Battaglia di al-Raydāniyya
parte del conflitto mamelucco-ottomano
Data22 gennaio 1517
Luogoal-Raydāniyya (Egitto)
EsitoDecisiva vittoria ottomana
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
20 00020 000+
Perdite
6 000[2]7 000[3]
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La battaglia di al-Raydāniyya (in arabo معركة الريدانية?, Maʿrakat al-Raydāniyya; Turco Ridaniye Muharebesi) fu combattuta il 22 gennaio del 1517 in Egitto tra le forze ottomane e quelle mamelucche burji.

A guidare le prime era il Sultano ottomano Selim I, mentre le seconde (che uscirono sconfitte in modo decisivo) erano al comando del Sultano Ṭūmān Bāy II.
I Turchi ottomani marciarono sul Cairo e inflissero una definitiva sconfitta ai Mamelucchi (assai inferiori quanto a tattica e ad artiglierie), entrando poi vittoriosi nel quartiere al-Ghūriyye del Cairo, che aveva preso quel nome dal precedente Sultano, Qanṣūh al-Ghūrī, sconfitto clamorosamente nel 1516 dagli stessi Ottomani nella battaglia di Marj Dābiq.

Al termine degli scontri, Ṭūmān Bāy II fu giustiziato dal vincitore e fatto appendere in un gabbione sistemato sotto la porta della città, la Bāb Zuwayla, per essere poi inumato dopo 3 giorni di ostentazione ammonitrice ai cairoti.[4]

Secondo una tradizione, il Gran Visir ottomano, Hadim Sinan Pascià, restò ucciso in azione, dopo che il Sultano aveva detto: "Vinceremo la battaglia, ma perderemo Sinan".

Descrizione della battaglia

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Ṭūmān Bāy II volle abbandonare Ṣalāḥiyya, e attaccare gli Ottomani, stanchi a causa della marcia nel deserto,[5] ma all'ultimo momento cedette alle pressioni dei suoi Emiri, accampandosi fuori dalla città di Raydāniyya. Gli Ottomani raggiunsero al-Arish, riuscendo a marciare indisturbati tra Ṣalāḥiyya e Bilbays e Khanqa, e il 20 gennaio raggiunsero Birkat al-Hajj, a poche ore dal Cairo.
Due giorni dopo, il 22 gennaio 1517, fu combattuta la battaglia di al-Raydāniyya. Ṭūmān Bāy II combatté coraggiosamente. Con un gruppo di devoti seguaci si gettò in mezzo agli Ottomani, avvicinandosi alla tenda di Selim I ma alla fine gli Egiziani furono sconfitti e il grosso dell'esercito mamelucco fuggì verso il Nilo. Gli Ottomani entrarono quindi al Cairo, presero il controllo della Cittadella e uccisero l'intera guarnigione circassa.
Selim I si accampò in un'isola vicino a Būlāq.[5] Il giorno dopo il suo vizir entrò in città per cercare di fermare il saccheggio. L'ex Califfo al-Mutawakkil III, parlò alla folla del Cairo invocando la benedizione su Selim. La preghiera del Califfo è riportata da Ibn Iyas:

«O Signore, sostieni il Sultano, monarca della terra e dei due mari, Re dei due Iraq, Custode di entrambe le Città Sante, il grande principe Selīm Shāh. Concedigli il Tuo aiuto celeste e le vittorie gloriose, O Re del presente e del futuro, Signore dell'Universo!»

Il saccheggio non si fermò. Gli Ottomani saccheggiarono tutto ciò che potevano prendere. I Circassi vennero ovunque inseguiti e massacrati senza pietà e le loro teste furono appese intorno al campo di battaglia. Solo dopo che passarono diversi giorni Selim I e al-Mutawakkil III convinsero i soldati a fermarsi, e gli abitanti cominciarono di nuovo a provare un certo grado di sicurezza.
La notte seguente, il Sultano Ṭūmān Bāy II assieme ai suoi alleati beduini riprese il possesso della città, debolmente presidiata, e alla luce del giorno respinse un attacco ottomano, subendo grandi perdite. La preghiera del venerdì venne celebrata in nome di Ṭūmān Bāy. Ma a mezzanotte gli Ottomani attaccarono nuovamente la città, disperdendo i Mamelucchi, mentre il Sultano fuggiva attraverso il Nilo a Giza.[5]

Soddisfatto di questa vittoria, Selim I si accampò nuovamente nell'isola nei pressi di Būlāq, issando sopra la sua tenda una bandiera rossa e bianca in segno di amnistia nei confronti della popolazione. I Mamelucchi, tuttavia, ne vennero esclusi. Furono spietatamente perseguitati, venne proclamato che chiunque avesse dato loro protezione sarebbe stato messo a morte, e così circa 800 cittadini furono decapitati. Molti cittadini furono risparmiati grazie all'intervento di al-Mutawakkil III. Il figlio del Sultano Qanṣūh al-Ghūrī venne ben accolto e gli fu concesso il palazzo del padre come propria dimora.[5]

Poco dopo, l'amnistia fu estesa a tutti gli Emiri rimasti nascosti. L'Emiro Jānberdī al-Ghazalī, che aveva combattuto valorosamente nella battaglia e che si era gettato ai piedi di Selim, venne non solo ricevuto con onore, ma ottenne anche un posto di comando nella guerra contro i beduini fedeli a Ṭūmān Bāy. Vi è una grande diversità di opinioni tra gli storici su quanto Jānberdī al-Ghazalī sia stato effettivamente fedele a Ṭūmān Bāy. La maggior parte degli storici pensa che sia rimasto fedele fino alla battaglia di al-Raydāniyya, e che si sia unito agli Ottomani solo verso la fine di gennaio, quando si convinse che non c'erano più speranze per i Mamelucchi.[5]

  1. E.J. Brill's First Encyclopaedia of Islam, 1913-1936, Vol. 9, Ed. Martijn Theodoor Houtsma, Leida, Brill, 1938, p. 432.
  2. R. Ernest Dupuy e Trevor N. Dupuy, The Harper Encyclopedia of Military History, 4th Edition, HarperCollins Publishers, 1993, p. 540.
  3. Dupuy, p. 540.
  4. Sir William Muir, The Mameluke or Slave Dynasty of Egypt 1260-1517 A.D., Smith, Elder, and Co, 1896 (Pubblico dominio)
  5. 1 2 3 4 5 William Muir, The Mameluke or Slave Dynasty of Egypt 1260-1517 A.D., Smith, Elder, and Co, 1896 (Pubblico dominio)
  • William Muir, The Mameluke or Slave Dynasty of Egypt 1260-1517 A.D., Smith, Elder, and Co, 1896 (Pubblico dominio).

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