Battaglia di Siffin

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Battaglia di Ṣiffīn
parte della prima guerra civile islamica
Data 657
Luogo Siffīn
Esito Pareggio tattico. Vittoria strategica di Muʿāwiya b. Abī Sufyān
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
130.000 uomini
(cronache islamiche)
100.000 uomini
(cronache islamiche)
Perdite
45.000
(cronache islamiche)
25.000
(cronache islamiche)
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La Battaglia di Ṣiffīn o, più esattamente, L'avvenimento di Ṣiffīn (arabo: وقعة صفين, Waqʿat Ṣiffīn) ebbe luogo nel 657/37 dell'Egira in una località sull'Eufrate, sulla riva destra del fiume, vicino Raqqa, dove esisteva un villaggio bizantino diroccato. Antagonisti furono il quarto califfo ʿAlī b. Abī Ṭālib e il governatore ( wālī ) di Siria Muʿāwiya b. Abī Sufyān.

Quest'ultimo reclamava giustizia per l'assassinio del suo parente ʿUthmān b. ʿAffān che era stato in precedenza califfo ma è probabile che intendesse resistere alla deposizione disposta da ʿAlī ai suoi danni.

La battaglia scoppiò dopo un lungo studio reciproco da parte dei due eserciti e si sviluppò in un primo momento a favore del governatore. L'efficace replica del califfo portò Muʿāwiya a richiedere un accordo arbitrale che aveva inizialmente rifiutato.

Sembra che per conseguire ciò il suo consigliere ʿAmr b. al-ʿĀṣ, conquistatore dell'Egitto e suo primo governatore (peraltro deposto dallo stesso ʿUthmàn) abbia suggerito a Muʿāwiya di far innalzare 500 copie del Corano sulla punte delle lance dei suoi guerrieri: con questo, Muʿāwiya voleva far intendere che solo Allāh avrebbe potuto decidere chi avrebbe dovuto legittimamente guidare la comunità islamica ( Umma ) fondata dal Profeta.

La tradizione, decisamente affascinante, è quanto mai irrealistica. Innanzi tutto per l'impossibilità di avere con sé tante copie del Corano, da poco fatto fissare per iscritto da ʿUthmān, oltre che per il diffusissimo analfabetismo delle truppe, formate per lo più da beduini, e per l'implausibilità che i soldati combattenti avessero la capacità di mettersi a leggere un arabo scritto con caratteri assai piccoli e ancora di ardua interpretazione (vista la mancanza ancora dei punti diacritici in grado di differenziare fra loro i grafemi) e, infine, in ogni caso, per l'impossibilità di mantenere elevato il livello di raziocinio a contemporaneamente allo stress emotivo provocato dal notevole afflusso adrenalinico che sempre accompagna i combattimenti.

Sia come sia, il combattimento si arrestò e, dopo una serie di discussioni che portarono tra l'altro alla fuoriuscita dai ranghi alidi di un gruppo di fedeli che costituiranno il kharigismo, fu deciso che si sarebbe tenuto un arbitrato nella località transgiordanica di Adhruḥ e che come arbitri agissero Abū Mūsā al-Ashʿarī, per conto del califfo, e ʿAmr ibn al-ʿĀṣ per conto del governatore. Dubbio che si sia mai tenuto un successivo arbitrato a Dūmat al-Jandal, al confine siro-arabico.

Dal momento che le cifre dei combattenti sono del tutto irrealistiche, secondo la diffusa generale mancanza di plausibilità dei dati cronachistici di parte dell'epoca, anche le cifre dei caduti sono logicamente completamente inaffidabili.

Tra i caduti alidi figura ʿAmmār b. Yāsir, uno dei più antichi convertiti musulmani.

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