Battaglia della strada Watling

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Battaglia della strada Watling
Schlacht an der Watling Street, schematischNL.png
Disposizione iniziale delle truppe
Data 61
Luogo strada di Watling, nei pressi del fiume Anker, Anglia orientale.
Esito Vittoria romana
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
5.000/6.000 legionari
4.000 ausiliari circa
4.000/5.000 alleati Germani
1.000 cavalieri
230.000 guerrieri secondo Cassio Dione, 120.000 per Tacito, probabilmente 50.000 guerrieri
numero imprecisato di carri da combattimento
Perdite
400 morti (Tacito),
probabilmente fra i 2.000 e i 4.000 morti
80.000 morti (Tacito), probabilmente 40.000
Voci di battaglie presenti su Wikipedia

La battaglia della strada Watling si svolse nel 61 d.C. tra le legioni dell'Impero romano e una coalizione formata dalle tribù britanniche dell'Inghilterra meridionale, che si erano aizzate in rivolta sotto la guida di Budicca, regina degli Iceni. Nonostante la schiacciante superiorità numerica dei nemici, i Romani, comandati dal legato Gaio Svetonio Paolino, riuscirono a contrastare le orde britanniche e ad ottenere una brillante vittoria, che si rivelò decisiva per le sorti della ribellione. La rivolta, infatti, aveva seriamente messo in pericolo il dominio imperiale sulla Britannia e fu proprio grazie al successo di Watling Street che i Romani riuscirono a riaffermare la propria egemonia sull'isola. Della ribellione di Budicca e della battaglia di Watling Street si parla negli Annales di Tacito e nella Storia romana di Cassio Dione

Introduzione[modifica | modifica wikitesto]

Nel 60 d.C. era morto Prasutago, re degli Iceni, una tribù della Britannia meridionale. Essendo quello degli Iceni un regno-cliente dell'Impero e non avendo Prasutago eredi maschi legittimi, la consuetudine non scritta voleva che il territorio iceno passasse, al momento della morte del re, fra i domini diretti dell'allora imperatore romano, Nerone. Prasutago, invece, nominò come co-eredi anche le sue due giovani figlie, avute dal matrimonio con l'affascinante e carismatica Budicca, nobildonna britannica. Come ritorsione per il testamento del defunto re, i veterani romani che risiedevano nella capitale della provincia (Camulodunum, l'odierna Colchester), forse aizzati dal procuratore Catone Deciano, saccheggiarono le terre degli Iceni, fustigarono Budicca in pubblico e stuprarono le sue figlie. La regina, in risposta, sollevò in rivolta gli Iceni e la tribù vicina dei Trinovanti, radunò un esercito di 12.000 uomini e marciò contro la capitale romana. Il momento per la ribellione era più che mai propizio perché il governatore della provincia, il legato Gaio Svetonio Paolino, si era spostato con la Legio XIV Gemina nell'isola di Mona, in Galles, lasciando sguarnita l'area sud-occidentale della Britannia. Grazie ad un atteggiamento imprudente da parte dei Romani, Budicca riuscì a conquistare, saccheggiare e radere al suolo Camulodunum, facendo strage degli abitanti. Sull'onda dell'entusiasmo generato dalla vittoria, la regina ottenne l'appoggio di altre tribù della regione e, messa insieme una grande armata, fu in grado di sconfiggere un contingente di 2.500 soldati della Legio IX Hispana che, comandati dal legato Quinto Petilio Ceriale, avevano tentato di fermare l'orda ribelle: dei Romani, solo 500 cavalieri riuscirono a salvarsi e a ripiegare a Nord. Budicca, poi, rivolse la sua furia contro le città di Londinium (Londra) e Verulamium (St Albans), che vennero razziate e distrutte al pari di Camulodunum. Durante il sacco e la devastazione delle 3 città i ribelli, a quanto ci è riportato da Tacito, si resero responsabili del massacro di almeno 80.000 persone, per la quasi totalità civili, non distinguendo fra uomini e donne, vecchi e bambini, Romani o Britanni stessi. Frattanto il governatore Svetonio Paolino, appreso dello scoppio della ribellione, fece rapidamente dietrofront dall'isola di Mona e, messi insieme a stento 15.000 uomini, si trovò costretto a fronteggiare l'esercito di Budicca, che era 3 volte più numeroso. Il legato, infatti, non poteva tergiversare ulteriormente aspettando rinforzi, perché il consenso di Budicca presso i popoli Britanni aumentava sempre di più e l'esercito della regina cresceva di giorno in giorno: con tutti gli svantaggi del caso, bisognava fronteggiare l'armata ribelle prima che divenisse troppo grande per essere fermata.

Forze in campo[modifica | modifica wikitesto]

Svetonio Paolino (Romani):

Budicca (Britanni):

Schieramento[modifica | modifica wikitesto]

  • Svetonio individuò il luogo adatto allo scontro lungo il corso della strada di Watling, nei pressi dell'attuale fiume Anker, nell'Anglia orientale. Essendo i Romani in forte svantaggio numerico, il legato dovette scongiurare il rischio dell'accerchiamento e, a tale scopo, collocò i suoi uomini in una posizione molto ben difesa: un canalone delimitato da colline boscose e pendii, in grado di proteggere i fianchi e le retrovie delle sue truppe, minimizzando il rischio di essere circondati dai nemici. I legionari vennero posizionati al centro dello schieramento, mentre gli ausiliari e gli alleati germanici, provvisti di armamenti leggeri, si collocarono ai lati della formazione. La cavalleria, divisa in due ali, venne disposta a sinistra e a destra della fanteria, nascosta nei boschi che delimitavano la vallata, sia per poter attaccare in discesa durante la battaglia sia per contrastare eventuali manovre di aggiramento da parte dei nemici.
  • I Britanni, pensando di ottenere una facile vittoria, si limitarono ad ammassarsi disordinatamente davanti al nemico. Per dar massimo risalto al loro sicuro successo, condussero addirittura le loro famiglie in una zona di osservazione dietro allo schieramento, dove sistemarono un immenso semicerchio di carri da trasporto per far accomodare le mogli ed i figli. Davanti ai guerrieri si trovavano numerosi carri da combattimento, anch'essi sistemati a semicerchio.

Combattimento[modifica | modifica wikitesto]

Senza seguire alcuna strategia, Budicca lanciò i Britanni nell'angusto canalone, sicura che il numero dei guerrieri e il furore del loro slancio sarebbe bastato a spazzare via i Romani. I carri da combattimento celtici guidarono la carica, sebbene essi non fossero progettati per sfondare le linee nemiche, quanto piuttosto per trasportare lanciatori di giavellotti e per scompaginare e disperdere la formazione avversaria. Anche in tal senso, tuttavia, quel giorno i carri si dimostrarono inutili, poiché i Romani, determinati, riuscirono egregiamente a mantenere la propria posizione. I ribelli, poi, furono rallentati e pesantemente falcidiati dal bombardamento degli scorpioni, macchine da guerra romane, e delle frecce degli ausiliari. La carica dei Celti venne, infine, definitivamente fermata da una fitta pioggia di giavellotti (pila), scagliati dai legionari. Svetonio Paolino, quindi, fece disporre i soldati romani "a cuneo" e gli fece caricare a loro volta il nemico, costringendolo a retrocedere poco a poco. Lo schieramento serrato dei Romani, lo stretto spazio della vallata ed il gran numero degli stessi ribelli finirono per schiacciare i Britanni, impedendo loro di usare adeguatamente le loro lunghe spade, mentre furono favoriti i legionari meno numerosi e disposti ordinatamente, armati del corto gladio. La battaglia si trasformò in una mischia violenta che si protrasse per ore ed i Romani uccisero migliaia di guerrieri nemici. Alla fine, i Britanni iniziarono a ritirarsi e Svetonio mandò avanti gli ausiliari e gli alleati germani (fino ad allora defilati) per lanciare l'affondo decisivo. La cavalleria romana, armata di lunghe lance, strinse la morsa sui nemici uscendo dai boschi e travolgendo i fianchi dello schieramento di Budicca. A questo punto i Britanni iniziarono a fuggire, ma i carri su cui erano sistemate le loro famiglie ne rallentarono la ritirata, facilitando il compito dei Romani già partiti all'inseguimento. I legionari si avventarono, quindi, sui guerrieri ribelli e sui loro familiari e i Britanni vennero massacrati indistintamente o imprigionati: secondo Tacito, quel giorno almeno 80.000 persone trovarono la morte. Budicca, per evitare di essere presa come prigioniera, si diede la morte con il veleno.

« La gloria di quel giorno fu splendida, all'altezza delle vittorie di un tempo: alcuni storici parlano infatti di poco meno di ottantamila Britanni uccisi contro circa quattrocento dei nostri caduti e un numero poco superiore di feriti »
(Tacito, Annali, XIV, 37)

Nonostante il resoconto di Tacito, le perdite dei Romani furono probabilmente superiori ai 2.000 uomini e i Britanni morti, fra guerrieri e civili, non furono più di 40.000.

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la battaglia, vennero inviati in Britannia dalla Germania 2.000 legionari, 8 coorti ausiliarie (circa 4.000 uomini) e 1.000 cavalieri, allo scopo di rafforzare le guarnigioni romane sull'isola. Le tribù britanniche continuarono per qualche mese ad opporsi ai Romani, ma, private della loro carismatica leader e di gran parte dei propri guerrieri, non furono più in grado di minacciare seriamente i nemici: con il successo di Watling Street, i Romani avevano riassestato la loro posizione in Britannia e, mentre i cittadini si occupavano di ricostruire le città distrutte dagli insorti, il legato Svetonio condusse durissime repressioni e ritorsioni contro le popolazioni sconfitte. La politica repressiva di Paolino fu così violenta che l'imperatore Nerone, sotto pressione del procuratore Giulio Alpino Classiciano, mandò il liberto Policlito in Britannia per sincerarsi della situazione. Capendo che le azioni di Paolino non facevano che aumentare il risentimento dei Britanni nei confronti dei Romani, Policlito sollevò Svetonio dal suo ruolo con un pretesto: al suo posto divenne governatore il console uscente Publio Petronio Turpiliano che, di ben più mite temperamento rispetto al suo predecessore, riuscì a pacificare la turbolenta provincia. Sebbene ricostruita, la città di Camulodunum perse rapidamente la sua centralità politica ed economica in favore di Londinium, che divenne la nuova capitale della provincia.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]