Battaglia del Pastificio

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Battaglia del Pastificio
parte della missione UNITAF e della guerra civile somala
Data 2 luglio 1993
Luogo Mogadiscio
Esito sganciamento finale dei reparti italiani[1]
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Ignoto
Perdite
3 morti
36 feriti (Italia)
67 morti
103 feriti (Somalia)
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La battaglia del Pastificio, talvolta chiamata anche battaglia del Checkpoint Pasta, fu uno scontro a fuoco a Mogadiscio tra le truppe italiane e i ribelli somali.

Premesse[modifica | modifica wikitesto]

Il 2 luglio 1993, durante l'operazione Canguro 11 decisa dal Comando ITALFOR, forze italiane divise in due colonne meccanizzate effettuarono un rastrellamento alla ricerca di armi nel quartiere Haliwaa, a nord di Mogadiscio, verso vari obiettivi vicini all'ex pastificio distrutto, vicino al quale era stato costituito un posto di blocco denominato appunto Pasta.

Il rastrellamento[modifica | modifica wikitesto]

Le due colonne, rispettivamente Alfa e Bravo, provenivano la prima dalla zona del porto vecchio di Mogadiscio e la seconda dalla città di Balad, altro importante presidio italiano durante la missione, situato a circa venti chilometri da Mogadiscio.

Terminata l'operazione di rastrellamento, le due colonne ripresero la via del ritorno. In seguito a gravi disordini scoppiati nella zona, con larga partecipazione da parte della popolazione locale a cui erano mischiati cecchini, la situazione precipitò al punto da rendere necessario richiedere rinforzi da parte della colonna Bravo, che si trovava in prossimità del pastificio lungo la via Imperiale.

L'imboscata[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni mezzi blindati italiani VCC-1 Camillino, fermatisi di fronte a barricate erette dai somali, vennero immobilizzati con razzi anticarro mentre le strade circostanti venivano bloccate con altre barricate da parte dei miliziani somali; in uno di questi veicoli corazzati morì il parà Pasquale Baccaro, che era stato colpito alla gamba da un razzo, mentre rimasero feriti gravemente il sergente maggiore Giampiero Monti all'addome e il paracadutista Massimiliano Zaniolo alla mano.

Venne deciso quindi l'intervento di soccorso della colonna Alfa, quasi arrivata alla base, dotata di carri M60 Patton, autoblindo FIAT 6614 e blindo pesanti Centauro con cannoni da 105 mm, che però gli equipaggi non avevano l'autorizzazione ad usare per il rischio di colpire i civili, e l'ulteriore appoggio di elicotteri Mangusta ed AB-205; gli equipaggi dei blindati, non potendo usare i cannoni, cercarono di proteggere gli altri veicoli ed i compagni feriti con le mitragliatrici, mentre si tentava di rimettere in moto uno dei veicoli immobilizzati e gli uomini appiedati rastrellarono le vicinanze; durante questa azione venne colpito a morte il sergente incursore Stefano Paolicchi.

Solo in due occasioni venne utilizzato l'armamento pesante: un numero non precisato di M60 aprì il fuoco contro dei container che servivano da scudo ai miliziani, provocando grandi perdite, e un elicottero da attacco Mangusta colpì con un missile TOW un Iveco VM 90 italiano catturato dai somali, distruggendo il mezzo e uccidendo tutti i ribelli a bordo del veicolo. Questo, fra le altre cose, può essere considerato come il battesimo del fuoco del Mangusta.

Tra gli uomini della colonna di soccorso il sottotenente Andrea Millevoi, comandante di un plotone di blindo Centauro, venne colpito da un cecchino mentre si sporgeva dal suo mezzo per dirigere il fuoco della mitragliera da 7, 62 mm. Un somalo tentò di decapitare il suo corpo con una zagaglia, ma fu abbattuto da un altro soldato un secondo prima di compiere il gesto; l'arrivo dei nuovi mezzi corazzati permise ai soldati sotto il fuoco di sganciarsi, con miliziani che sparavano dalla folla vociante facendosi scudo di donne e bambini.

Bilancio[modifica | modifica wikitesto]

Il conto di questa giornata di combattimenti, al termine dell'operazione, fu di 3 caduti:

Vi furono, inoltre, 36 feriti da parte italiana ed un numero non certo di miliziani e civili somali morti o feriti. Nel documentario-inchiesta del 2008 del regista Andrea Bettinetti dal titolo Check point Pasta, si riporta la cifra relativa alle perdite somale, così come presentata da fonti definite ufficiali somale, di 67 morti e 103 feriti, ma nello stesso tempo si segnala che secondo fonti ufficiose il numero effettivo sarebbe stato molto più alto.

Tra i feriti italiani vi fu anche l'allora sottotenente Gianfranco Paglia, paracadutista, che durante l'azione fu colpito da tre pallottole (di cui una al polmone che causò un'emorragia interna e una al midollo spinale che lo costringerà alla sedia a rotelle per tutta la vita) mentre cercava di portare in salvo l'equipaggio di uno dei blindati immobilizzati. Gianfranco Paglia, cui è stata conferita la medaglia d'oro al valor militare per l'azione compiuta, pur avendo perso l'uso delle gambe è rimasto in servizio. Al sergente maggiore paracadutista Giampiero Monti invece, gravemente ferito all'addome, è stata conferita la medaglia d'argento al valore militare.

Nell'occasione furono conferite altre 3 medaglie: al sergente maggiore paracadutista Francesco Trivani, al caporale Ottavio Bratta ed al sergente incursore Giancarlo Cataldo Tricasi, successivamente decorato nel 1995 con l'onorificenza d'ordine al merito della Repubblica Italiana. Mentre il maresciallo Claudio Lorenzet (di Pordenone) con il suo A-129 Mangusta e con il secondo pilota/armiere sergente maggiore Giovanni Serra (di Napoli) stava attaccando un gruppo di ribelli somali, un missile Sam-80 terra-aria colpì il rotore del velivolo. L'elicottero, anche se difficile da governare, riuscì ad atterrare. Il maresciallo Claudio Lorenzet subì una lieve lesione al midollo spinale, mentre il sergente maggiore Giovanni Serra subì solo lievi ferite. Per questo episodio il maresciallo Lorenzet ricevette la Medaglia d'argento al Valore dell'Esercito.

Cause[modifica | modifica wikitesto]

Secondo alcune ricostruzioni, mai avvalorate da fonti ufficiali, l'operazione intrapresa dalle forze italiane era volta a cercare di catturare il generale Mohamed Farah Aidid, uno dei principali signori della guerra somali e ritenuto un grosso ostacolo al raggiungimento di un accordo di pace; con le truppe italiane avvicinatesi, volontariamente o involontariamente, al nascondiglio di Aidid, i sostenitori del generale avrebbero dato il via agli scontri onde coprire una sua fuga, azione poi sfuggita di mano[2].

Data la vastità e l'organizzazione della reazione da parte dei miliziani, sono state fatte, nel quadro di un'analisi approfondita, supposizioni relative ad un'imboscata orchestrata in seguito ad una fuga di notizie, nata all'esterno del contingente italiano; nessun riscontro ufficiale è disponibile a quella che rimane un'illazione, per quanto credibile.[senza fonte] L'ipotesi è stata avanzata dal momento che la zona del rastrellamento era sotto il controllo del principale avversario di Aidid, Ali Mahdi Mohamed.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Mannucci 2004, p. 79-80.
  2. ^ Mannucci 2004, pp. 74-76.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Enrico Mannucci, In pace e in guerra, Milano, Longanesi & C., 2004, ISBN 88-304-2136-7.
  • The History Channel - Check Point Pasta - Somalia 1993

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]