Basilica di Santa Caterina d'Alessandria

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Basilica di Santa Caterina
Basilica di Santa Caterina Galatina.jpg
Prospetto della basilica
StatoItalia Italia
RegionePuglia Puglia
LocalitàGalatina
ReligioneCattolica
TitolareSanta Caterina d'Alessandria
Arcidiocesi Otranto
Stile architettonicoromanico
Inizio costruzione1369
Completamento1391
Sito web

Coordinate: 40°10′22.12″N 18°10′20.28″E / 40.17281°N 18.1723°E40.17281; 18.1723

Affreschi del chiostro

La basilica di Santa Caterina d'Alessandria, uno dei più insigni monumenti dell'arte romanica pugliese e gotica in Puglia, è un edificio del centro storico di Galatina.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La basilica fu realizzata tra il 1369 e il 1391, per volontà di Raimondello Orsini del Balzo. Questi, in uno dei suoi numerosi viaggi, di ritorno dalle crociate, si spinse sino alla sommità del Monte Sinai per rendere omaggio al corpo di santa Caterina; secondo la leggenda, nel ripartire, baciò la mano della santa, strappandole il dito con i denti. Tornato in Italia portò con sé la reliquia che, incastonata in un reliquiario d'argento, tuttora si conserva nel tesoro della chiesa. L'edificio, alla morte di Raimondello avvenuta nel 1405, sarà completato dalla moglie, la principessa Maria d'Enghien, e poi dal figlio, Giovanni Antonio Orsini Del Balzo.

L'edificio fu costruito su una preesistente chiesa bizantina di rito greco risalente al IX-X secolo le cui tracce sono ben visibili nel muro esterno della navata destra in cui è stata inglobata, forse per risparmiare materiale edilizio, l'abside.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Prospetto[modifica | modifica wikitesto]

Interno

Il prospetto si presenta con tre cuspidi, sottolineate da archetti ciechi trilobati. Il portale maggiore ha il protiro sorretto da due colonne poggianti su leoni stilofori, mentre sull'architrave reca un bassorilievo raffigurante Cristo tra i dodici apostoli. Interessante è la decorazione delle tre fasce concentriche del portale e del rosone, finemente intagliato a raggiera. La parte superiore della facciata centrale, rientrante rispetto alla parte inferiore, presenta tre acroteri: una croce al centro, san Francesco d'Assisi, a destra, e san Paolo Apostolo, a sinistra. In fondo al coro si erge la tribuna ottagona realizzata dal principe di TarantoGiovanni Antonio Del Balzo Orsini entro il 1459. La Tribuna è uno degli esempi più interessanti di cappella funeraria di famiglia ad impianto centrale dove sono stati inseriti i mausolei della famiglia Del Balzo Orsini. Attualmente in fondo alla Tribuna rimane solo il mausoleo del principe Giovanni Antonio Del Balzo Orsini, mentre il Mausoleo sepolcrare del padre Raimondello Orsini è stato successivmante segato e spostato sulla parete sx del Coro. La Tribuna è coperta da una cupola ad ombrello e risulta un unicum nel panorama regionale pugliese di metà Quattrocento. I motivi geometrici delle decorazioni dei capitelli del Mausoleo e delle ghimberghe sommitali poste a coronamento della Tribuna, che, insime ad alcuni lacerti ancora in situ del traforato di una delle monofore, rimandano ai modi di Giorgio Orsini da Sebenico, oltre a chiare attenzioni pisanelliane[1].

Interno[modifica | modifica wikitesto]

L'interno è diviso in tre navate da pareti in cui si aprono archi a sesto acuto, con basse navatelle laterali voltate a botte. La navata centrale è divisa in tre campate coperte da volte a crociera costolonate e si separa dalle navate laterali per mezzo di deambulatori. I capitelli sono a soggetto floreale e con figure umane e animali. La parte absidale, nella quale si aprono grandi finestre, non fu costruita assieme alla chiesa ma venne aggiunta nella prima metà del Quattrocento su commissione di Giovanni Antonio Orsini, figlio di Raimondello, per rendere l'ambiente sia più luminoso, sia più bello architettonicamente, poiché, a detta dello stesso committente, l'edificio sembrava un corpo senza testa.

La decorazione pittorica riveste grande importanza artistica. L'interno fu completamente affrescato verso la fine del Trecento da maestranze locali. Questi affreschi non erano di elevata qualità e non furono molto apprezzati dalla committente, Maria d'Enghien, la quale decise di far completamente riaffrescare l'edificio (siamo nei primi decenni del Quattrocento) e quindi giunsero artisti da varie zone della penisola: maestranze di scuola giottesca e senese e un certo Franciscus De Arecio (Francesco d'Arezzo). Le influenze giottesche sono particolarmente visibili negli affreschi delle vele della seconda campata nelle quali sono raffigurati i sette sacramenti. Gli elementi di scuola senese sono riscontrabili in alcuni affreschi dell'ambulacro sinistro: per esempio nella scena raffigurante l'Annunciazione si possono notare i colli dei personaggi un po' allungati, elemento caratteristico delle pitture senesi di quel periodo. L'unico affresco recante la firma "Franciscus De Arecio" è ubicato nell'ambulacro destro e riporta un'immagine di sant'Antonio Abate; assieme al nome dell'artista viene riportata la data 'MCDXXXV'. Tracce delle prime pitture sono visibili in vari punti dell'edificio dove si sono distaccati gli affreschi più recenti e quindi risulta particolarmente visibile il primo strato. Per la vastità dei cicli pittorici, la basilica galatinese è seconda solo alla basilica di San Francesco d'Assisi[senza fonte].

L'intero ciclo di affreschi si sviluppa da sinistra a destra, in senso rotatorio e si presenta sicuramente più interessante nella navata centrale. Lungo le pareti della prima campata e in controfacciata sono affrescate le Scene dell'Apocalisse, che costituiscono il ciclo più vasto di tutta la chiesa. Esse introducono la narrazione nelle vele della prima campata, evocando i temi più importanti e le principali allegorie dell'Apocalisse di Giovanni. Nella seconda campata sono affrescate le Storie della Genesi, sulle due pareti laterali, e nella volta, i Sette Sacramenti. Nella terza, sono rappresentate le Gerarchie Angeliche nella volta, mentre le Storie della Vita di Cristo, sulle pareti. A santa Caterina d'Alessandria e alla sua vita è dedicato, sulle pareti del presbiterio, un ciclo di diciassette affreschi, mentre nella volta sono affrescati gli Evangelisti e i Dottori della Chiesa. Nel coro, che non rappresenta nessun tipo di decorazione ad eccezione di una serie di stemmi gentilizi, s'innalza il cenotafio di Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, mentre quello di Raimondello è ubicato sul lato sinistro dell'altare maggiore, nel presbiterio. Sia il ciclo pittorico della navata centrale che le Storie della Vergine nella navata destra furono commissionati da Maria d'Enghien e pertanto sono databili fra il 1416 e il 1443, anno di morte della principessa.

Attiguo alla chiesa è il Convento Cateriniano, completamente ricostruito tra il XVI e il XVII secolo in sostituzione del Monastero Orsiniano quattrocentesco. Il convento presenta un chiostro quadrangolare interamente affrescato nel 1696 da fra' Giuseppe da Gravina di Puglia.

Solo dopo alterne vicende esso è ritornato ad esser custodito dai frati francescani: con l'esproprio dei beni ecclesiastici, (incamerati dal demanio pubblico) verso la fine degli anni sessanta del XIX secolo in base alle cosiddette leggi eversive (legge n° 3036 del 7 luglio 1866 e legge n° 3848 del 15 agosto 1867) il convento fu destinato ad uso carcerario, successivamente vi trovò posto anche una stazione dei carabinieri. Negli anni sessanta dello scorso secolo una parte dell'edificio fu destinata ai francescani, mentre nelle altre ale rimanevano i carcerati e i militari. Solo in secondo tempo il convento venne completamente restituito ai frati.

La chiesa di Santa Caterina, già classificata monumento nazionale di I categoria nel 1870 (relazione Cavoti-Castromediano del 1871), fu elevata alla dignità di basilica minore nel 1992.[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Russo Fernando - Marinelli Antonella, La basilica di Santa Caterina d'Alessandria a Galatina - Edizioni Romanae (2006)
  • AA, VV., Dal Giglio all'Orso, a cura di Cassiano e B. Vetere, Galatina, 2006
  • S. Ortese, La pittura Tardogotica nel Salento, 2014.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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